Ciampi verso il no alla legge sull'appello
Il presidente: la sto studiando. Tre i punti critici. Clima elettorale definito «scoraggiante» STRUMENTIVERSIONE STAMPABILEI PIU' LETTIINVIA QUESTO ARTICOLO
PALERMO - Formano un dossier pesante come un macigno, i fascicoli di osservazioni e critiche allegate alla legge Pecorella che ieri pomeriggio è stata recapitata al Quirinale. E un indizio di quanto quelle carte riempiano i suoi pensieri, emerge quando Carlo Azeglio Ciampi, alla fine della cerimonia per i magistrati siciliani assassinati dalla mafia, si avvicina con la mano tesa a Fabrizio Vanorio, giovane rappresentante dell'Anm.
«A proposito del funzionamento della giustizia — gli dice — adesso che c'è sul tappeto questa nuova riforma, sarà mio compito studiarla approfonditamente nei prossimi giorni». Una sottolineatura breve e magari scontata, ma che suggerisce l'idea di un ansioso impegno, sul pacchetto di norme messe a punto da Gaetano Pecorella, avvocato di Berlusconi e parlamentare di Forza Italia, e varate in gran fretta dal governo. Un impegno oltretutto non richiesto, come confida il giudice: «Non avremmo mai osato tirare per la giacca il presidente della Repubblica, e dunque non ci siamo permessi di fargli il minimo cenno sulla riforma. Ma è stato lui a venire tra noi e a volercene parlare...». Sottinteso: quell'annuncio è una prova della sua preoccupazione e del suo turbamento. Anzi: di un umore «urtato», come ammettono nell'entourage del Colle. Insomma, è molto difficile che il capo dello Stato firmi la legge che rivoluziona il sistema processuale. Certo, dovrà soppesare i pareri tecnici che gli presenteranno i suoi uffici giuridici, guidati dal professor Salvatore Sechi. Tuttavia farà davvero fatica, stavolta, a ignorare i vizi di costituzionalità denunciati da più parti e in particolare l'allarme e i dubbi espressi da Virginio Rognoni, che lo affianca come «vice» al Consiglio superiore della magistratura e che spesso pianifica con lui le proprie sortite.
Tre i principi sui quali il pacchetto Pecorella avrebbe effetti lesivi, con riguardo agli articoli 111 e 112 della Carta costituzionale: la parità delle parti, la ragionevole durata del processo, l'obbligatorietà dell'azione penale in capo al pubblico ministero. Un problema supplementare riguarda poi i tempi della decisione, ormai strettissimi, dato che il 29 gennaio Senato e Camera saranno sciolte e congedate per consentire il voto il 9 aprile, come annunciato anche dal premier. Ciò che imporrebbe a Ciampi, entrato da novembre nel «semestre bianco», di fare la sua scelta entro la prossima settimana. E se sarà un «no», come tutto lascia intendere, non resterebbe che percorrere l'impervia strada di una riapertura straordinaria del Parlamento per un riesame della riforma (e a tale proposito esiste il precedente del presidente Francesco Cossiga, che nel '92 rinviò 4 leggi, obbligando un'Assemblea già sciolta a riconvocarsi). Ma quale sarebbe l'impatto politico di una mancata promulgazione a fine legislatura e in un clima elettorale tesissimo e intossicato dai veleni? Questa è la variabile ulteriore che incombe sulla decisione del capo dello Stato. Il quale, nei tre giorni trascorsi tra Ragusa, Siracusa e Palermo, non si è risparmiato in appelli al «rispetto reciproco» dei contendenti, per «evitare uno scontro frontale» che «genera soltanto sfiducia, in Italia e verso l'Italia».
Non è stato ascoltato. Ed è chiaro che gli ultimi sviluppi del duello tra centrodestra e centrosinistra, con accuse e controaccuse che rimbalzano persino davanti ai giudici, è degenerato anche per il presidente in «una situazione scoraggiante», come riferiscono i suoi consiglieri. Così, non gli resta che ripetere pure a Palermo l'ormai platonica esortazione a «un dialogo pacato», facendo sapere che non si rassegna e che insisterà sino a quando potrà parlare, prima che la campagna elettorale sia formalmente aperta. Gli restano solo due tappe, Pavia a Foggia, per sperare in un miracolo.
Marzio Breda
14 gennaio 2006




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