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    Predefinito Nel 1918 il funerale della vera Europa

    Il saggista Morganti: «La fine della Grande Guerra vide la distruzione degli ultimi due Imperi multinazionali orbitanti nello spazio europeo: l’Impero Russo e l’Impero Ottomano. L’Europa imperiale doveva morire per le radici spirituali, e lasciar spazio al tempo delle ideologie»

    L’Europa unita è la più importante novità geopolitica degli ultimi anni, ma al di là degli slogan e dei facili euroentusiasmi recenti, cosa sanno esattamente i nostri concittadini della storia del nostro Continente? I dibattiti politici o le questioni economico-commerciali non sfiorano nemmeno il nocciolo della questione: cos’è l’Europa, qual è la sua identità e perché si deve unire.
    Il grande scrittore anglo-francese Hilaire Belloc scriveva ottant’anni fa che «la Fede è l’Europa, e l’Europa la Fede»: i burocrati di Strasburgo hanno voluto ignorare questa ineludibile realtà, e i risultati - tristemente - si vedono.
    Ne parliamo con un intellettuale fuori degli schemi e un appassionato europeo, il professor Adolfo Morganti, sanmarinese, saggista, presidente dell'associazione Paneuropa di San Marino, che ha appena dato alle stampe l’agile volume La costruzione dell’Europa unita: Storia, radici, prospettive (Edizioni Il Cerchio di Rimini).
    Professor Morganti, a distanza di un anno dall’allargamento dell’Unione europea il bilancio sembra scoraggiante: il progetto di riunificazione non sembra incontrare troppi entusiasmi: la ricomposizione del mosaico europeo ha trovato molti ostacoli, ma anche molti nemici, più o meno espliciti. Chi sono i grandi avversari dell’Europa?
    «A volte gli europei stessi, a volte i nostri storici “amici” transatlantici. Il risultato dei referendum popolari francese e belga, che hanno bocciato fragorosamente il Trattato costituzionale europeo, è stato infatti il segno più eloquente della scollatura tra le élites partitiche e burocratiche dell’Ue e i popoli europei. Di questa scollatura portano le responsabilità più pesanti i politici europei, che non sono stati affatto capaci di far capire l’Unione europea a buona parte dei popoli d’Europa. Un’intera classe politica comunitaria sta denunciando il proprio fallimento, anche se non credo saranno disponibili a prenderne atto ed a scomparire, e questo fallimento è dato esattamente dalla loro residua adesione ad ideologie illuministiche e socialiste, i cui il XX secolo ha mostrato tutta la pericolosità ed i fallimenti. In altre parole, sono l’astrattezza liberalmassonica e le pretese neototalitarie del socialismo europeo a pretendere di imporre un superstato europeo ignaro di sé e senza radici ai cittadini europei. E mi sembra ovvio che questi non ci stiano.
    Parallelamente l’Europa ha tanti nemici esterni, il primo fra questi sono gli Usa, che ovviamente non sono affatto contenti di veder sorgere una potenza politica unitaria in Europa, e fanno di tutto (apertamente e persino “correttamente”, almeno dal loro punto di vista) per impedirne la genesi (l’Ue è oggi infatti un gigante economico, un nano politico ed una nullità militare); questa strategia viene attualmente promossa da agenti esterni all’Europa ma interni all’Ue come l’azione del governo inglese, di cui ultimamente persino un politico di sinistra come Giorgio Napoletano ha stigmatizzato ripetutamente la protervia. Nihil sub sole novi».
    Nel suo volume lei riesce mirabilmente a sintetizzare le tappe fondamentali della storia europea. Colpisce particolarmente il giudizio sulla Prima Guerra Mondiale, vera “finis Europae”. Perché l’Europa doveva morire?
    «L’Europa che venne distrutta nel 1918 era quanto resisteva del vecchio ordine pre-nazionalista e pre-giacobino. Un’Europa di secolari costruzioni politiche multinazionali ed imperiali: accanto alla distruzione dell’Impero d’Austria-Ungheria, che con l’Imperatore Carlo I, Beato per la Chiesa Cattolica, avanzava rapidamente nel cammino di una piena riscoperta delle radici spirituali del Sacro Romano Impero, la fine della 1° Guerra Mondiale vide la distruzione degli ultimi due Imperi multinazionali comunque orbitanti nello spazio europeo: l’Impero Russo e l’Impero Ottomano. L’Europa imperiale doveva morire a causa delle sue radici spirituali, e lasciare spazio al tempo delle ideologie liberali e marxiste, al totalitarismo nazionalista. Il bilancio del XX secolo è d'altronde il bilancio del fallimento di questa utopia secolarizzata nei suoi due aspetti, giacobino-massonico e marxista».
    Euroscetticismo: un atteggiamento che sembra in crescita. Come fare a superarlo, e a far amare l’Europa come vera, grande Patria?
    «Credo che il termine centrale sia appunto “amare”. Il crescente distacco tra gli europei e un certo modello di costruzione comunitaria dimostra ad abundantiam che non è possibile costruire un’Europa unita politicamente e socialmente senza ridarle coscienza della propria identità profonda. Le costruzioni politiche astratte, imposte da lobbies e burocrazie, impregnate di radicalismo di massa e/o di neototalitarismo socialista, rappresentano d’altronde l’antitesi del rispetto di ogni identità concreta. Lo scacco referendario del Trattato Costituzionale Europeo dimostra come non si possa che ripartire dalla concretezza della storia e delle identità del continente per dare ai popoli europei la coscienza di tornare a casa. In modo singolare l’attualità ridona concretezza ad un sogno antico: l’Europa smetterà di essere un nano politico solamente se saprà riassumere su di sé la propria antica eredità imperiale».
    È possibile coniugare una grande visione dell’Europa con quella localista, delle “piccole patrie”? Un’Europa dei popoli anziché degli Stati?
    «Torniamo al modello costituito dalla secolare costruzione dell’Europa imperiale. Fino alla rivoluzione francese nello spazio politico europeo hanno convissuto per secoli, all’interno dello stesso spazio giuridico, politico e soprattutto culturale e spirituale forme di organizzazione politica diverse (monarchie, aristocrazie e democrazie) e di dimensioni quanto mai eterogenee (dai liberi comuni eretti in Res Publica alle grandi monarchie precursore delle identità nazionali maggiori del nostro continente (ad esempio, quella francese). La cifra essenziale dell’ordinamento imperiale, da Roma antica fino al 1918 è appunto lo sforzo inesausto di far convivere la diversità nell’unità, o meglio nell’universalità. Ne consegue che la capacità di articolare progetti di convivenza politica multinazionale è la miglior garanzia per la tutela e lo sviluppo delle identità locali. Di sfuggita, non si può non notare come la radicale incomprensione del valore dell’universalità imperiale medievale rappresenta - da sempre - il limite più profondo di ogni ideologia o neospiritualismo neo-pagano, in ciò figli primogeniti del clima nazionalistico ottocentesco».
    Lei parla giustamente di “identità europea”, ma la Turchia cosa c’entra?
    «È fin troppo facile dire che non c’entra nulla. Il problema è un altro. I sostenitori dell’ingresso della Turchia nell’Ue non hanno nessuna difficoltà a prescindere da ogni discorso identitario europeo. Al contrario, ne sono i principali nemici: tutti ricordiamo la battuta di quel noto fondamentalista protestante di George Bush II che invitata l’Ue ad accogliere al proprio interno la Turchia dando così prova di non essere “un club cristiano”: curiosa forma di ipocrisia tipicamente protestante quella di farsi bandiera di ogni forma di moralismo pseudoreligioso in casa propria per poi invitare gli altri a dar prova di non essere ciò che si è. Ma non bisogna stupirsene: ritengo logico che gli Usa facciano di tutto per impedire la nascita di un’Europa coesa politicamente e militarmente; mi stupisce di più l’atteggiamento servile di alcuni governi europei, e non parlo solamente dell’Inghilterra. Gli Usa e i circoli mondialisti fanno apertamente il tifo per l’ingresso della Turchia nell’Ue mentre hanno fatto di tutto per creare difficoltà alla Croazia. Ma il fine di questo pressing non è affatto quello di imbarcare in Europa un governo islamico: la Turchia è infatti l’unico caso in cui un’oligarchia di militari massoni (questo erano i “giovani turchi”) abbia non solo fatto un colpo di stato agli inizi del ’900, ma anche cercato di impiantarvi artificialmente l’identità tra nazione, lingua e razza (da qui il genocidio degli armeni) e per far questo abbia combattuto in termini indegni e disgustosi ogni testimonianza esteriore della religione del popolo, quella islamica. Il governo turco è stato ed è uno dei peggiori nemici non solo dell’Islam, ma di ogni esperienza religiosa, come la Chiesa cattolica ancor oggi è costretta ad assaggiare sulla propria pelle. Gli Usa vogliono a tutti i costi la Turchia nell’Ue per imbarcarvi uno stato ad esso succube, che grazie alla propria demografia ed alle proprie condizioni economiche devasti la politica economica ed agricola dell’Ue e trasformi l’Europa in un vassallo della propria politica estera pseudoimperiale, ancor più di quanto già oggi non sia. Tutti buoni motivi per non voler la Turchia in Europa».

  2. #2
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    Il ’15-’18? Imboscati di slancio
    Ma quali eroismi di massa.. Su 5.500.000 uomini mobilitati nel corso del conflitto, se ne sono presentati volontariamente la bellezza di 8.171, meno degli spettatori di un incontro di calcio di serie C

    Fra due anni cadrà il novantesimo anniversario della fine della Prima guerra mondiale. In realtà grandi feste si dovrebbero fare per i 100 anni ma figuriamoci se il potere romano, in fregola di patriottismo bipartisan, si lascerà scappare l’occasione di anticipare il botto di 10 anni. Al Quirinale forse non ci sarà più Ciampi ma è sicuro che sarà stato sostituito da un probo cittadino, altrettanto affettuoso verso le più care memorie patrie.
    La guerra del 1915-’18 - sintomaticamente ricordata come la Grande Guerra - ha rifinito l’unità italiana: qualcuno la ricorda anche come la quarta guerra di indipendenza, con la quale si è concluso il grande e sfolgorante disegno di unificazione sotto un unico paterno Stato di tutte le parti di mondo che si trovano all’interno dei “sacri confini”, la cui definizione qualcuno attribuisce con un eccesso di autobenevolenza e con qualche acrobazia teologica al Buon Dio in persona. Con scarsa coerenza patriottica ma con un insperato sussulto di buon senso non si parla più di una quinta crociata nazionale per “liberare” il Canton Ticino, Nizza, la Corsica e San Marino, irriverente foruncolo di libertà dentro al corpo della grande Matria tricolore.
    Uno degli aspetti più sventolati del grande tormentone quindici-diciottesco è costituito dai martiri e dagli eroi, dagli esponenti della maschia gioventù che si sono lanciati nell’avventura e immolati sull’altare della riunificazione, sorta di “ultimo chilometro” di una gara iniziata tanti anni prima da Garibaldi, Mazzini e comitiva cantante.
    Ci è stato ripetuto (a scuola, nei discorsi ufficiali, sui libri, al cinema e in televisione, in tutta l’agiografia celebrativa) che un intero popolo si era buttato verso il confine per strappare le penne all’odiata aquila austriaca e per liberare Trento e Trieste. Ci è anche stato detto fino alla noia che quei fratelli irredenti non facevano altro che anelare di essere appunto redenti.
    Tutte balle. Colossali patriottiche balle.
    Senza neppure scomodare il fatto che la maggioranza dei cittadini da redimere contro voglia neppure parlava italiano (o una lingua neolatina), che anche quelli che la parlavano stavano bene dove erano e - tolta qualche sgomitante minoranza di studenti e di esagitati - non avevano mai manifestato alcuna intenzione di diventare sudditi italiani, basterebbe dare un’occhiata a quanti di loro abbiano veramente preso parte alla grande guerra nazionale per capire che da quasi un secolo ci vengono propinate solo patriottiche fandonie.
    Cominciamo dai volontari di guerra. Ci fanno vedere entusiasmanti filmati di torme di giovani che vanno alla guerra cantando assiepati su treni ricoperti di patriottici graffiti, ci raccontano di folle oceaniche inneggianti al rito purificatore, torme di interventisti infuocati dai discorsi di D’Annunzio. Ebbene: su un totale di circa 5.500.000 uomini mobilitati nel corso del conflitto, quelli che si sono presentati volontariamente sono stati la bellezza di 8.171, sì proprio ottomilacentosettantuno, meno degli spettatori di un incontro di calcio di serie C. Se si pensa che i renitenti alla leva e i disertori denunciati sono stati circa 330.000, cui vanno sommati non si sa quanti imboscati e riformati fasulli, non si ha l’impressione di un grande slancio popolare verso la guerra patriottica.
    Ma, su quegli 8.171, quanti erano gli “irredenti” che non vedevano l’ora di ricongiungersi con la Madrepatria e combattere l’odiato tognitto? Quanti giovani cuori italiani hanno cioè attraversato le inique frontiere e hanno chiesto di indossare il grigioverde italiano? Un’inezia: 650 trentini e 2.107 istriani e dalmati (per la precisione, 1.047 triestini, 410 istriani, 324 goriziani, 111 fiumani e 215 dalmati).
    Da uno studio recentemente pubblicato (Fabio Todero, Morire per la Patria) si ricava poi che meno della metà di costoro erano cittadini asburgici e che la restante parte era composta da “regnicoli” (cittadini del Regno d’Italia che si trovavano nell’Impero per ragioni di lavoro o altro) e da uomini non meglio identificati, ma quasi sicuramente anch’essi “regnicoli”, visto che non compaiono nella diligente anagrafe austriaca.
    In buona sostanza risulterebbe che gli “irredenti” che si sono dati da fare per la propria redenzione non siano stati più di 1.500-1.600. Fra i cittadini imperiali vanno annoverati anche i 463 militari asburgici che - presi prigionieri dai russi - erano riusciti a raggiungere “dopo una lunga e triste odissea” il Csieo (Corpo italiano in estremo oriente) dopo la Rivoluzione di ottobre: degli “irredenti” un po’ sui generis. Naturalmente gli esuli fuggiti dall’Impero sono anche stati di più, ma se ne sono guardati bene dall’arruolarsi.
    Di questo migliaio di uomini (escludendo chi era finito in Cina) molti sono caduti in guerra, ma solo quattro di loro sono stati catturati dagli austriaci, processati per tradimento e giustiziati: Cesare Battisti, Damiano Chiesa, Fabio Filzi e Nazario Sauro. Dopo la morte dei primi tre, i volontari “irredenti” sono stati allontanati dal fronte per evitare che altri potessero fare la stessa fine. In realtà i volontari in generale erano molto mal visti dagli altri soldati che li associavano con gli interventisti che avevano voluto la guerra. Spesso erano oggetto di atti di ostilità e al riconoscimento di quelli catturati (il fatto è sicuro nel caso di Battisti) non sono stati estranei gli stessi commilitoni.
    A fronte di questi ragazzi che, con coerenza e coraggio, avevano scelto la causa italiana, ci sono però stati anche 2.662 casi di soldati italiani che hanno disertato e sono “passati al nemico”. Non sapremo mai quanti di loro lo abbiano fatto per ragioni ideologiche o per istinto di sopravvivenza: si tratta in ogni caso di un numero piuttosto significativo.
    Ai quattro martiri citati lo Stato italiano ha dedicato strade e piazze, monumenti e ogni sorta di memoria ufficiale. A quelli che hanno scelto di passare dall’altra parte, ma anche alle centinaia di migliaia di disertori e alle decine di migliaia di fucilati e di decimati è riservato solo il silenzio e l’oblio. Quasi peggio è cercare di fare passare i 650.000 morti (la grandissima parte dei quali ne avrebbe certo fatto a meno ed è stata costretta a partecipare alla “redenzione della Patria” con la forza) come eroici alfieri dell’italianità, come i consapevoli artefici dell’ultima guerra risorgimentale.
    Anche di questi fatti e di questi numeri ci dobbiamo ricordare quando ci verranno a sventolare il tricolore per festeggiare un terribile macello organizzato per legittimare scelte politiche fatte da pochi a solo vantaggio dei propri interessi.

    Gilberto Oneto

  3. #3
    Totila
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    Ottimo articolo. Questa volta niente da eccepire a Nonno Oni...

 

 

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