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Roma, 11 gennaio, solo pochi giorni fa. Forse ricorderete cosa dicono in quell’occasione i principali leader della Quercia: durante la direzione dei Ds Massimo D’Alema si profonde in una appassionata difesa della scalata dell’Unipol alla Bnl. Il presidente dei Ds dice che certo quell’operazione non avrebbe «riformato» il capitalismo italiano, però lo avrebbe svecchiato in modo decisivo; difende il manager rosso, Giovanni Consorte con una battuta ad effetto: «Consorte non è il compagno G.»; aggiunge che il Paese sarebbe stato molto meglio se la Banca fosse finita nelle italianissime mani delle Coop, piuttosto che in quelle straniere (spagnole) dei suoi concorrenti; spiega che fin dai giorni del suo governo la sua politica è stata quella di favorire il rinnovamento, e poi aggiunge: «Nessuno di noi conosce nessuno. Io non conoscevo Colaninno, quando scalò la Telecom. Semmai conoscevo Bernabè».
E lo ripete per sostenere, in tutto il suo ragionamento, una cosa che gli sta molto a cuore: «Certo non l’ho favorito».
Il fatto è che la ricostruzione di D’Alema contiene almeno due importanti inesattezze e un retroscena interessante. La cosa sorprendente è che a mettere in dubbio questa versione - oggi - non è qualche pericoloso organismo «spionistico» berlusconiano, ma un settimanale della sinistra, Diario di Enrico Deaglio (che, per la cronaca, è nato addirittura come costola de l’Unità). Nell’ultimo numero, Diario dedica ben quattro delle sue «inchieste vecchio stile» alla vicenda Unipol e a quella che definisce (che cattivacci...) la «strambata» del gruppo dirigente diessino.
Uno degli articoli si occupa di quella che Romano Prodi definì «la madre di tutte le privatizzazioni». E lo fa per stabilire che l’atto di nascita della scalata «dei furbetti» fu proprio quella cessione. Titolo emblematico: «La prima volta di Consorte». Fu proprio al termine di quella campagna acquisti, infatti - documenta la ricostruzione del settimanale - che il supermanager rosso strinse le alleanze decisive che sarebbero durate fino alle inchieste con Colaninno, Gnutti, Ricucci e Fiorani. E fu al termine di quell’operazione che Consorte e il suo vice Sacchetti si misero in tasca una cifra paurosa, 48milioni di euro giunti dalla Hopa gnuttiana, una «consulenza» (questa è la versione difensiva per scongiurare l’accusa di tangente) su cui i magistrati stanno indagando: «Per il pagamento estero su estero - ricorda Diario - presta i suoi buoni uffici la Banca Popolare di Lodi di Fiorani, che entra in questa fase a pieno titolo negli affari e negli scambi di titoli fra Consorte e bresciani vari».
Il dettaglio decisivo che il settimanale di Deaglio riporta alla luce, confutando a D’Alema la sua ricostruzione è questo: per evitare la scalata dei «bresciani» a Telecom, Bernabè aveva convocato nell’aprile del 1999 «una assemblea straordinaria per deliberare un’Opa di Telecom sulla controllata Tim». La mossa avrebbe fatto «andare alle stelle il prezzo di Telecom, rendendo di fatto impossibile l’Opa di Colaninno». E qui viene il bello: chi fa naufragare il sogno di Bernabè? Guarda caso, proprio «il suo amico» Massimo D’Alema, che ordina al Tesoro (dove c’era come direttore generale Mario Draghi) di non presentarsi all’Assemblea.
Dopo questa mossa la fine è nota: l’operazione Bernabè fallisce (raggiunge il 29% degli azionisti, gli manca proprio il 2%), Risultato finale? «L’assemblea saltò - riassume Diario - la Telecom fu conquistata dalla rude razza padana». Domanda ironica del settimanale: «D’Alema fu davvero neutrale?». Un dubbio che certo non può essere fugato da quello che l’ex presidente del Consiglio ha raccontato l’11 gennaio («Il governo da me presieduto rimase neutrale, decise il mercato»).
Il bello è che tutta l’inchiesta dei magistrati di Milano ruota intorno a un episodio successivo e forse collegato: Colaninno, che ha scalato Telecom proprio grazie a questo aiuto decisivo (quando nel luglio del 2001 venderà a Tronchetti Provera), darà un bell’aiutino a Consorte sotto forma di consulenza miliardaria. Ma Diario non si ferma qui: prima documenta che D’Alema e Colaninno - al contrario di quanto affermato dal presidente dei Ds in direzione - si conobbero «prima del Natale 1998 e «a portarlo da D’Alema fu Bersani»). Poi recupera un dettaglio decisivo dal libro di Giovanni Pons e Giuseppe Oddo (L’affare Telecom Sperling&Kupfer) da cui risulta che «al Tesoro arrivò una lettera di indirizzo della presidenza del Consiglio» (che inibiva la partecipazione al tentativo di difesa di Bernabè).
E che fine ha fatto - vi chiederete – questa lettera in cui D’Alema inibiva il Tesoro a partecipare all’assemblea convocata da Bernabè il 10 aprile del 1999? Diario lo spiega molto semplicemente: «È scomparsa». Un curioso smarrimento che adesso aiuta il presidente dei Ds nel suo tentativo di ricostruire la storia a modo suo. Si sa, gli archivi, in Italia, spesso dimenticano. Chi non dimentica invece è Deaglio, che conclude il suo editoriale con grande amarezza: «Oggi Fassino e D’Alema fanno autocritica. Non avevano capito. Ci si augura che il futuro governo Prodi non li nomini in importanti dicasteri che si occupano di economia, finanza, e autonomia dell’informazione».
TRAVAGLIO: "BISOGNA ASPETTARE FERRARA PER CHIEDERE A CONSORTE DA DOVE ARRIVANO QUEI 50 MILIONI DI EURO? ALL'ESTERO ERRORI COME QUELLO DEI DIRIGENTI DS SI PAGANO CON LE DIMISSIONI” –
Le sale sono le stesse della direzione Ds di mercoledì, quella in cui Fassino e D'Alema hanno ammesso qualche errore ma difeso l'integrità del partito. Solo che stavolta all'Hotel Quirinale non ci sono Piero e Massimo ma il vecchio Achille Occhetto e il suo Cantiere, l'ala movimentista dei girotondi.
Ospite, il giornalista Marco Travaglio che, come al solito, non fa sconti: "All'estero errori come quello dei dirigenti Ds si pagano con le dimissioni. Qui è finito tutto a tarallucci e vino". Applausi. Fuori dalla sala Occhetto completa il ragionamento: "E' necessario un ricambio della classe dirigente Ds". Applausi anche per lui da chi non è riuscito ad entrare e si accalca sotto il cartello vicino alla porta: "Per una politica pulita sottoscrivi per finanziare il convegno".
Ma è Travaglio a graffiare di più. Parla della telefonata tra Fassino e Consorte: "Il problema non è quello che c'è nell'intercettazione ma quello che non c'è. 'La banca è nostra' può essere una battuta ma Consorte confessa un reato: aver rastrellato il 51% delle azioni prima di lanciare l'Opa. Fassino non risponde nulla".
Giudizio severo anche per D'Alema: "Sbaglia a parlare di spionaggio, non c'è nessun Watergate: c'è stata solo un'illecita fuga di notizie, ma non possiamo limitarci a parlare della fuga e ignorare le notizie". Un esempio? "Bisogna aspettare Giuliano Ferrara per chiedere a Consorte da dove arrivano quei 50 milioni di euro? Dobbiamo credere davvero che si tratta di consulenze? E chi è, Kissinger?"
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