La crisi dell'Alitalia

Il sindacato responsabile del dissesto della compagnia di bandiera. Tra tutte le analisi tecniche e le dichiarazioni politiche fatte sull'Alitalia e sui danni irreparabili causati dagli scioperi e dall'incredibile cancellazione di centinaia di voli, a noi pare che manchi qualche considerazione elementare e di buon senso. Perciò riteniamo di doverla fare. Con una frequenza crescente * prima ogni qualche anno, ora ogni qualche mese * la compagnia di bandiera ha bisogno di essere ricapitalizzata, perché le perdite di gestione ne hanno eroso il capitale di rischio. Per superare le perplessità della Commissione europea, l'amministratore delegato (anch'esso rinnovato con frequenza crescente) ogni volta fa un nuovo piano di ristrutturazione e lega la delibera di ricapitalizzazione a un'approvazione del piano da parte del consiglio di amministrazione. Ogni volta, lodevolmente, la presidenza del Consiglio dà il suo appoggio politico alla società e, prima che il piano sia approvato, si fa carico di ottenere da qualche esponente sindacale un pallido gradimento del piano stesso. Subito dopo, l'aumento di capitale viene versato e prontamente speso.



Il problema è che in realtà il sindacato non si è affatto impegnato nella sostanza politica vera, nuda e cruda, del taglio chirurgico necessario, cosicché aspetta acquattato che arrivino i soldi e poi ricomincia a bloccare tutto. Anzi, più soldi arrivano, più il sindacato si fa i conti di quanto eclatanti possono essere la protesta e il relativo danno per la società. Ricapitolando, se i soldi non arrivano, la protesta s'acquieta, l'Alitalia si avvicina all'insolvenza (crisi finanziaria) e al commissariamento, ma intanto migliora i conti (aumento della produttività, risanamento della gestione industriale). Più i soldi arrivano e la tensione finanziaria si allenta, più gli scioperi divampano, la crisi economica si avvita e la ricapitalizzazione evapora.

Teoricamente, si sarebbe dovuta lasciare per un paio d'anni la società impiccata senza soldi, magari dopo aver fatto un accordo sotterraneo con tutti i tribunali fallimentari d'Italia perché omettessero la dichiarazione d'insolvenza, e lasciare così che il sindacato si cuocesse nel brodo suo. Oggi come oggi, invece, che soldi all'Alitalia gliene sono stati dati troppi, bisognerebbe farle un salasso finanziario. Il ministero dell'Economia e Finanze potrebbe per cortesia commissionare lo studio di una simile operazione alle stesse banche d'affari che hanno curato la ricapitalizzazione alla fine dell'anno scorso?

Qualcuno potrebbe obiettare che queste considerazioni arrivano tardive, che noi sedendo nel governo avremmo dovuto dirle per tempo. Altri potrebbero polemizzare con noi, accusandoci di essere poco leali verso il governo. Tranquillizziamo tutti: il governo sa bene cosa pensiamo, perché l'abbiamo espresso riservatamente nelle sedi giuste, e sa anche tutta la nostra lealtà, non ne dubita minimamente. Il problema è che sull'Alitalia il governo si è sempre comportato un po' troppo signorilmente, prendendo sul serio i provocatori. Salvo che poi, ogni tanto, Silvio Berlusconi si toglie i panni del signore e gliele conta di santa ragione.

Ogni volta, si punta a scavalcare la data delle elezioni di turno, ripromettendosi di prendere il toro per le corna subito dopo. Ma poi, ci se ne dimentica e il gioco ricomincia. Questa volta, bisogna inventarsi una qualche operazione di ingegneria finanziaria all'incontrario, adesso, prima delle elezioni. E cambiare rotta.

di Riccardo Gallo
Roma, 25 gennaio 2006
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tratto da "Il Portale di Nuvola Rossa"
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