Di tanto in tanto, il mondo ultras si trasforma in un campo minato dal quale conviene stare alla larga. Si rischia di saltare in aria, o di restare contaminati da pericolose radiazioni. Quand’è così, in quegli spazi off-limits diventano legittimi esclusivamente l’azione di polizia o il reportage giornalistico indignato. Gli striscioni imbecilli di domenica scorsa all’Olimpico, certamente, portano vagonate d’acqua a chi da tempo ha deciso che l’universo delle curve è un problema, anzi, uno dei problemi più gravi dell’Italia contemporanea, che va affrontato e risolto una volta per tutte con gli strumenti della repressione. Senza spendere nemmeno un minuto a cercare – almeno cercare – di comprendere che cosa esprime, a uno sguardo meno superficiale, un fenomeno in grado di catalizzare, domenica dopo domenica, anno dopo anno, l’attenzione e l’entusiasmo di decine di migliaia di giovani. Sui mezzi d’informazione, in questi giorni, più che la violenza è la “politica” nel mondo ultras a muovere il dibattito: estrema destra ed estrema sinistra che si confrontano ai bordi del terreno di gioco, un piccolo spaccato di fratture sociali più ampie. In una recente trasmissione televisiva, lo scrittore Antonio Pennacchi ha sostenuto una tesi semplice ma difficilmente smentibile: gli stadi non sono “zone neutre” della società, ma luoghi in cui i conflitti, le forme di appartenenza, le identità culturali e anche politiche si riversano tanto quanto negli altri ambiti del sistema sociale. Come del resto affermano “classici” come Le tribù del calcio di Desmond Morris, illudersi di sterilizzare gli stadi espellendone ogni forma di conflitto, dunque, è un’impresa impossibile. Ma tant’è, il prurito allarmistico dei mezzi d’informazione a volte è una pulsione irresistibile. Tempo fa, l’allenatore della Juventus, Fabio Capello, aveva proposto una ricetta di fronte a manifestazioni d’intolleranza all’interno degli stadi: ignorarle. È stata rifiutata. Il sociologo Sabino Acquaviva è convinto che sia questa, invece, la strada da percorrere: «Se continuiamo a dare rilievo mediatico a striscioni o cori offensivi, facciamo propaganda gratuita ai loro artefici. E penso sia questo lo scopo che si prefiggono gli autori di certe azioni». Prosegue lo psicanalista Claudio Risé: «Certamente, ignorare televisivamente certi episodi in alcuni casi non solo sarebbe opportuno, ma per certi versi anche doveroso. Se qualcuno viene insultato od offeso, la sarabanda mediatica che ripropone ossessivamente le immagini dell’insulto non fa che moltiplicare i suoi effetti negativi, soprattutto sulle vittime delle offese. Certamente, non dobbiamo dimenticare che in alcuni casi, come quello di domenica scorsa a Roma, abbiamo a che fare con eventi gravi, che evocano mostruosità del passato e rompono la solidarietà che regola la vita di una comunità». D’accordo. Però la legislazione sulla violenza nel calcio è già durissima. Non si esagera a chiedere ulteriori interventi per contenere i fenomeni d’intolleranza? «Eccedere nella richiesta di uno Stato di polizia non è mai una cosa buona. Anche perché, spesso, le limitazioni alla libertà personale, al di fuori di ambiti specifici come la lotta al terrorismo, si rivelano inefficaci o, peggio, rischiano di radicalizzare i conflitti». «La questione è più ampia – prosegue Acquaviva – in ogni epoca c’è una frangia della società, di solito giovanile, minoritaria ma non per questo meno significativa, che tende alla violenza. Queste forme di violenza, nel corso del tempo, si spostano: vanno da sinistra a destra, dal mondo politico a quello dello sport, e così via. È un fenomeno quasi fisiologico. Faccio l’esempio dei sassi gettati dai cavalcavia: le prime pagine, l’ossessività del dibattito, hanno moltiplicato i fenomeni d’imitazione. L’unica vera forma di prevenzione è quella di tenere sotto controllo i mezzi d’informazione, per evitare che amplifichino a dismisura la portata negativa di certi eventi». Lo studioso delle subculture giovanili Valerio Marchi ritiene che, oggi, l’ultras assolva a una precisa funzione di “folks devil” su cui scaricare tutto il peso, e la colpa, delle tensioni negative che attraversano la società. Il capro espiatorio è lì, ben identificabile, e a portata di mano. Che questa sia una visione riduttiva non c’è dubbio. Che poi venga sottoscritta dalla maggioranza degli osservatori è un altro paio di maniche: «Chiedersi perché ci si sforzi poco di comprendere gli ultras, come tutte le subculture giovanili, mi sembra quasi una domanda retorica – continua Risé – Il nostro modello di società e di cultura è pochissimo interessato ai giovani e alla giovinezza, allo sviluppo tanto individuale quanto collettivo di novità. Detto in altri termini: la nostra società è fondata sul prolungamento infinito della vita come vecchiaia, ed è completamente indifferente a quello che accade nell’infanzia e nell’adolescenza. Ciò che fanno i giovani, al limite, dà pure fastidio: il risultato è che milioni di adolescenti e post-adolescenti si chiudono in casa, rifiutando una società che non li degna della minima attenzione o si limita a condannare tout court i loro comportamenti. Questo, ovviamente, accade anche rispetto agli ultras. Che, tra l’altro, si prestano perfettamente a fungere da capri espiatori». Si spieghi: «L’ultras, come tutte le sottoculture di protesta, fonda la sua identità sul rifiuto del mondo circostante. È una forma di ribellismo che però possiede alcune peculiarità. Il luogo d’aggregazione, la curva, è un luogo chiuso, in un certo senso claustrofobico, in cui la contrapposizione tra le squadre di calcio e i loro tifosi offre il vantaggio di avere il “nemico assicurato”. Il nemico ce l’hai già, è definito in partenza, non devi andartelo a cercare, come invece succede nel nomadismo dello spazio politico metropolitano. Questa componente chiusa, fissa, restringe la capacità espressiva e rappresentativa degli ultras, impedisce un movimentismo che dilaghi nel resto della società». Però ci sono state occasioni in cui il movimento ultras si è costituito come fatto sociale, ad esempio nelle manifestazioni “contro il calcio moderno”, o “neocalcio”, come lo definiscono Guido Liguori e Antonio Smargiasse, la spettacolarizzazione e commercializzazione del mondo del pallone, che hanno unito in un solo coro – è il caso di dirlo – tutte le curve italiane: «Questi sono fatti positivi. In questo modo l’universo ultras, uscendo dal suo recinto, si fa attore sociale dinamico, e può sfuggire alla condizione di capro espiatorio predestinato, di vittima “perfetta”». Lo conferma anche Acquaviva: «Se uno guardasse ai movimenti giovanili con meno pigrizia, si accorgerebbe che anche le curve producono fenomeni interessanti, originali e creativi. Anche questa è una costante della storia delle società occidentali libere. Dalla contestazione di Berkeley negli Stati Uniti degli anni Settanta, tutti i fenomeni di mobilitazione subculturale delle nuove generazioni hanno generato tendenze che hanno cambiato il costume della società in cui si sono manifestati. Le subculture giovanili, certamente, possono anche dar luogo a fenomeni patologici. Ma questo è nell’ordine delle cose, altrimenti vivremmo in una società sovietizzata, in cui ogni forma di dissenso è proibita». E i simboli politici, di ogni colore, esposti nelle curve? «Vanno contestualizzati per quello che sono, e spesso non sono nemmeno simboli nel senso proprio del termine », chiude Risé. «Certo, quando uno vede certe esibizioni imbecilli, condannarle è il minimo che si possa fare. Ma ogni cosa, ancora una volta, va contestualizzata. Il razzismo, ad esempio, che è un elemento purtroppo presente “naturalmente” in società complesse. C’è negli stadi, ma soprattutto c’è fuori. E gli ululati negli stadi non sono la sua manifestazione peggiore… In ogni caso, utilizzare le categorie della politica per definire la simbologia degli ultras è quantomeno fuorviante». «Attribuire una valenza politica ai simboli che di tanto in tanto troviamo esposti nelle curve è un errore. Sono fatti prepolitici che lasciano il tempo che trovano», è il giudizio di Acquaviva, «simboli che cementano l’identificazione di gruppo, ma che con le ideologie del passato hanno poco a che fare. Vale, pertanto, per la faccia del “Che” quanto per le croci celtiche. Ripeto: spesso il problema non sono i simboli, ma la loro esaltazione mediatica ».
ANGELO MELLONE




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