Anche, però in un solo 3d ci vanno bene i commenti ad un solo gruppo di racconti secondo me, si rischia confusione altrimenti


Anche, però in un solo 3d ci vanno bene i commenti ad un solo gruppo di racconti secondo me, si rischia confusione altrimenti


Metafora (dal greco metaphérein = trasferire): è un traslato che indica la sostituzione di una parola con un’altra, con la quale abbia una relazione di significato. Essa provoca sorpresa nel lettore, di cui cattura l’attenzione e coinvolge la capacità interpretativa, permettendogli di accedere all’immaginario del poeta; inoltre procura al testo un arricchimento complessivo, un surplus semantico che va ben oltre il livello denotativo di cui, nella sua ambiguità, supera le rigide costrizioni. La metafora, come la metonimia e la sineddoche, comporta un meccanismo di spostamento semantico, tramite un termine intermedio, sottinteso, che accomuna le proprietà (P) dei due elementi della sostituzione; la metafora è una sostituzione per similarità, la metonimia una sostituzione per contiguità.
La metafora si effettua in tre fasi: un’associazione, un’abbreviazione (poiché si sottintende come) e una sostituzione, in quanto si sostituisce il termine proprio con un termine trasferito da altro campo semantico (campi semici diversi).
La metafora può quindi consistere:
1) nell’accostamento di due sostantivi uniti dalla preposizione di: "capei d’oro" (Petrarca);
2) nella giustapposizione di sostantivo e aggettivo: "magre vigne" (Calvino);
3) nell’assegnazione di un’azione non pertinente a un determinato soggetto: "parole più nuove / che parlano gocciole e foglie" (D’Annunzio);
4) in un’intera frase in cui l’identità è realizzata con il verbo essere: "il mare è un giardino fiorito" (Cardarelli);
5) in un solo termine, sottintendendo l’altro termine di confronto: "il palpitare lontano di scaglie di mare" (Montale);
Inoltre la metafora può essere:
1) a quattro termini se l’analogia è strutturata in maniera chiara: la vecchiaia è la fine della vita (come) la sera è la fine del giorno.
Similitudine: è un metasemema che istituisce un paragone tra immagini, attraverso la mediazione di avverbi di paragone o di locuzioni avverbiali (a somiglianza di, simile a ecc.). Da esso, per abbreviazione, deriva la metafora se, come scrive il Gruppo µ, si tratta appunto di una similitudine di tipo metaforico ("il suo volto è bello come il sole") o derivano la sineddoche e l’antonomasia se è di tipo metalogico (è violento come un Attila = è un Attila). La similitudine, pertanto, mette in relazione due esseri (animati o inanimati), due eventi, qualità, atteggiamenti, di cui uno noto e l’altro sconosciuto, cogliendo del primo aspetti che lo rendono simile al secondo. Quando la similitudine è molto articolata negli elementi di paragone e soprattutto è reversibile da un termine all’altro, allora si definisce più propriamente comparazione o paragone. La similitudine invece non è reversibile (Luca è scaltro come una volpe).
similitudine
"e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre"
(D’Annunzio)
paragone
"Come sul capo al naufrago
l’onda s’avvolve e pesa...
tal su quell’alma il cumulo delle memorie scese"
(Manzoni)
Allegoria (dal greco allegoría = parlare diversamente): è un metalogismo, relativo cioè al contenuto logico; consiste nella soppressione del significato di base, quello denotativo, per aggiungervi un significato profondo e nascosto (connotazione). Più che una metafora continuata, come era stata interpretata dal Lausberg (1969), risulta da un insieme di simboli astratti. Per esempio, l’allegoria tradizionale della nave che attraversa un mare in tempesta indica la vita degli uomini che cercano, tra mille pericoli, di giungere alla salvezza (il porto). L’allegoria è tipica dei miti, delle parabole ed anche è evidente nelle favole, dove il mondo degli animali sta a rappresentare quello degli uomini. L’allegoria può essere metafisica (rappresentazione delle idee), teologica (come nel Medioevo), filosofica ecc.; si deve distinguere dall’interpretazione figurale, perché nell’allegoria un elemento sta per un altro (il veltro di Dante sta per riformatore spirituale); la figura, invece, di origine biblica, indica un elemento accanto ad un altro: Beatrice nel Paradiso è una figura perché la sua identità storica coesiste con ciò che rappresenta, la grazia rivelata, la fede.
Anafora (dal greco anaphéro = ripeto): ripetizione retorica di una o più parole in principio di verso o di periodo, effettuata per una rimarcatura enfatica. Es.: "Per me si va nella città dolente/ per me si va nell’eterno dolore/ per me si va tra la perduta gente" (Dante). Si confronti anche la voce iterazione.
Ho trovato due sorprendenti metafore in un libro recente che racconta un viaggio in Islanda scritto da Valeria Viganò. Mette a paragone due poeti W. H. Auden e T. S. Eliot e per far capire la differente poetica utilizza queste parole: “I due avevano un passo diverso e, nei campi della poesia inglese degli anni tra le guerre e oltre, risuonavano due andature. La prima aveva il ritmo del soldato e del prete, il rimbombo degli stivali, l’impronta decisiva da carro armato. L’altra, che seguiva, lasciava la scia delle scarpette di una ballerina sul palcoscenico, che nei volteggi graffia con le punte d’acciaio. Ma avevano anche molte cose in comune e soprattutto la concezione di cosa dovesse essere la poesia. Non lo sdolcinato autoriferirsi dei Romantici, non le più piccole sfumature dell’intimo, ma la voracità di chi dal mondo apprende e al mondo restituisce”.
Nello stesso libro c’è una citazione da Le onde di Virginia Woolf. E’ così introdotta: “Per questo guido lentamente e assaporo l’intuizione che mi ha sempre accompagnato, la consapevolezza che la perfezione duri pochissimo nel presente e moltissimo nella memoria. Neville, uno dei sei personaggi di cui narra Virginia Woolf in Le onde, il più sensibile e ricercato, colto e amaro dice: ‘Sarebbe una vita gloriosa il dedicarsi alla perfezione: seguire la curva della frase dovunque ci voglia portare, nei deserti, tra le tempeste di sabbia, senza curarsi di lusinghe, di seduzioni’”.


Appunti su simbolo e mito e sulle trame fondamentali della narrazione*
Simbolo
Simbolo è una parola di origine colta che ha mantenuto fino a oggi solo alcuni dei significati che aveva nelle culture classiche. In greco antico symbolon indicava genericamente una connessione, e veniva usato per indicare la tessera di riconoscimento che i giudici di Atene presentavano in tribunale per essere poi pagati. Era detto symbolon anche l’oggetto che veniva spezzato in due, consegnandone una metà a ciascuna delle parti. Infine, symbolon significava - come poi il latino simbolum o e l’italiano simbolo – segno, segnale, insegna, bandiera.
Nell’italiano trecentesco, il simbolo era ancora il Credo della cristiana, ma questa accezione si è persa nella lingua comune. Oggi il simbolo è soprattutto un tipo di segno: un oggetto o un animale sono simbolo di qualcosa quando rappresentano questo qualcosa secondo le culture della loro: la croce è il simbolo del Cristianesimo, la mezzaluna è il simbolo dell’Islam, la bilancia è il simbolo della giustizia. Anche le persone possono diventare simboli delle qualità o delle caratteristiche che le hanno rese famose. Nelson Mandela è diventato il simbolo della lotta al razzismo in tutto il mondo. Ci sono poi le immagini simboliche, le immagini sacre o le icone che sono simboli religiosi. In senso scientifico e tecnico, i simboli sono espressioni grafiche che rappresentano oggetti concreti o astratti. Di solito il rapporto tra i simboli e ciò che rappresentano è convenzionale, non legato all’imitazione: la lettera A dell’alfabeto non è simbolo del suono ‘a’ perché in qualche modo lo suggerisce o lo ricorda, e il segno ‘+’ potrebbe essere il simbolo della sottrazione piuttosto che quello dell’addizione: l’importante è che il suo valore venga condiviso da chi lo usa. In alcuni casi può esistere una somiglianza tra il simbolo e il suo significato: i simboli cartografici, ad esempio, rappresentano monti, ferrovie e strade che riproducono in modo semplificato nel disegno delle mappe. Piuttosto ristretti all’uso scientifico sono i simboli chimici, che designano l’elemento e sostanze con le iniziali del loro nome più il numero di che entrano nei composti: ad esempio, CO2 è il simbolo dell’anidride carbonica, che è composta da un atomo di carbonio e due di ossigeno.
Alla famiglia di simbolo appartengono alcune parole importanti, come l’aggettivo simbolico che significa proprio del simbolo, o che ha valore di simbolo. Simbolico, sovente contrapposto a pratico, sostanziale, entra in espressioni comuni come fare un gesto simbolico o attribuire un valore simbolico a qualcosa. Va ricordato infine il simbolismo, un movimento culturale nato in Francia alla fine del secolo scorso che si proponeva di esprimere sensazioni e stati d’animo attraverso l’uso simbolico di parole e immagini.
IL SIMBOLO IN MIRCEA ELIADE
di Gianfranco Bertagni –
(pubblicato in Arkete, anno 1, n. 3, 1999)
Sommario - Una delle principali scoperte che Mircea Eliade fa nel suo periodo indiano è l'importanza del simbolo. L'articolo presenta la teoria eliadiana del simbolo, elemento mediano tra il sacro e l'uomo. Particolare rilevanza riveste il 'sistema simbolico' all'interno del quale ogni simbolo agisce e senza il quale questo perde il suo più profondo significato; e ancora l'«evoluzionismo simbolico» che sembra a volte presentarsi nell'opera eliadiana. Da sottolineare inoltre l'operatività nascosta del simbolo, agente nella totalità della struttura psichica dell'uomo, e quindi non solo nella parte cosciente. Solo grazie al simbolo e al simbolismo all'uomo è permessa un'esperienza religiosa totale, nella quale il sacro sia «ovunque e in nessun luogo».
Eliade scopre, nella sua permanenza in India, anche l'importanza dell'uomo neolitico nelle successive fasi culturali dell'umanità. Quegli archetipi antichissimi, originari delle spiritualità arcaiche dei popoli, tornano con nuovi nomi anche nelle tradizioni religiose ad esse posteriori. Una volta conosciuto il mondo degli archetipi, l'uomo non potrà mai liberarsene; egli potrà viverlo ritualmente attraverso la riattualizzazione dei miti e la trasfigurazione del tempo profano in tempo sacro, potrà esserne contemporaneo grazie alla ripetizione dei gesti degli esseri soprannaturali per dare valore alle sue attività quotidiane, come potrà ritrovarli inconsciamente nella nostra epoca secolarizzata grazie ai sogni, alle opere artistiche o in quelle situazioni oggi desacralizzate ma originariamente religiose; in ogni caso, le intuizioni del mondo arcaico sopravvivono in ogni epoca: "L'uomo potrebbe sfuggire da ogni cosa, meno che dalle sue intuizioni archetipiche, create nel momento in cui ha preso coscienza della sua posizione nel Cosmo. [...] La spiritualità arcaica, così come l'abbiamo decifrata, assetata di ontico, continua fino ai giorni nostri"i.
"I simboli possono rivelare una modalità del reale o una struttura del mondo che non sono evidenti sul piano dell'esperienza immediata. [...] I simboli religiosi [...] svelano il lato miracoloso, inesplicabile della Vita e ad un tempo la dimensione sacramentale dell'esistenza umana"
L'esempio classico, su cui Eliade torna più volte, è la luna: "La grande importanza della luna nelle mitologie arcaiche, e soprattutto l'integrazione in un unico 'sistema', da parte del simbolismo lunare, di realtà diverse tra loro come la donna, le acque, la vegetazione, il serpente, la fertilità, la morte, la 'ri-nascita', ecc.". Ma qui è da sottolineare quanto non sia un semplice fatto naturale a connettere diverse realtà tra loro, ma un simbolismo, che forma quella rete di collegamenti, grazie alla quale si può parlare giustamente di 'sistema'. È il simbolismo, e non la luna, che fonda la possibilità, ad esempio, di legare la donna alla terra: "Un complesso simbolismo, dalla struttura antropocosmica, associa la donna e la sessualità ai ritmi lunari, alla Terra (assimilata alla matrice) e a ciò che dobbiamo chiamare il 'mistero' della vegetazione". La struttura simbolica di qualsiasi complesso religioso non è cioè una sorta di religione naturalistica, ma trova origine in una intuizione archetipica, pre-razionale, che è alla base della metafisica a struttura platonica della religiosità arcaica; la caduta del simbolismo in una interpretazione esclusivamente 'fattuale' è invece sinonimo di degradazione.
Il simbolismo, comunicandoci la nostra natura paradossale e limitata, ci mette in contatto con la nostra situazione esistenziale: "Lo studio del simbolismo persegue [lo scopo di] decifrare [...] la situazione esistenziale che ne ha reso possibile la costituzione"; è questo aspetto che tocca più da vicino la natura umana, facendo sì che essa si senta pienamente coinvolta, chiamata in causa: essa non ha più a che fare con qualcosa che le è esterno, ma che invece la investe totalmente. Anche per questo aspetto, il simbolismo non è oggettivo: così il simbolismo religioso ha un valore esistenziale, infatti "un simbolo allude sempre a una realtà o ad una situazione tale da impegnare l'esistenza umana". È innanzi tutto qui che i simboli si distinguono dai concetti. Il simbolo non solo comunica ma "dà anche un significato all'esistenza umana". Attraverso il simbolismo, l'uomo esce dalla sua contingenza particolare, cosmicizzandosi: "«Vivere» un simbolo e decifrarne correttamente il messaggio implica l'apertura verso lo Spirito e alla fine l'accesso all'universale".
Eliade considera gli archetipi influenti, oltre che sulla vita spirituale, anche su quella subcosciente. Essendo l'attività dei simboli anche inconscia, ed essendo l'uomo il produttore di simboli, anche in un periodo non religioso come quello moderno si può continuare a parlare di un uomo che, seppur profano, "rimanendo uomo, produce ugualmente simboli; si tratta però di simboli degradati, che, non essendo consapevolmente riconosciuti, non possono svolgere pienamente la loro funzione. Solo il simbolo religioso è vissuto coscientemente, nella pienezza del suo significato.
Mito: Termine filosofico e religioso, derivato da , favola, racconto, leggenda, con cui si indica l’enunciazione in forme irrazionali e fantasiose di determinate verità morali, storiche, sociali e religiose. In senso religioso il M. e un racconto favoloso di avvenimenti od avventure che hanno come protagonisti personaggi divini, semidivini o sovrumani. Tale contenuto distingue il M. dalla saga e dalla semplice favola. Il M. non è mai opera di in individuo, ma di una collettività umana o di una società. In esso si esprimono le tradizioni culturali, il patrimonio spirituale e religioso della comunità, ed esiste solo nella tradizione vivente di questa. Spesso non è che la narrazione rituale delle origini e delle leggi di una tribù. Determinante è il problema dell’interpretazione del M., in quanto si distinguono in: Interpretazioni filosofiche, giù in auge nell’antichità (Varrone), che spiegano i M. in base al significato etimologico dei nomi che in essi appaiono, o che studiano le connessioni tra le mitologie di uno stesso ceppo linguistico (Müller); Interpretazioni storiche, che cercano di individuare dietro la veste favolosa l’enunciazione e la testimonianza di determinati eventi storici, sedimentati nella tradizione (fondazioni di città, migrazioni di popoli, ecc.). Già usato dagli storici antichi, ed in particolare da Erodoto, da Polibio, e dai Padri della Chiesa, tale metodo venne teorizzato dalla scuola di K.O. Müller, e divenne corrente nell’Ottocento; Interpretazione naturalistica, che legge dietro i personaggi e le figure del M. i simboli di elementi naturali e di eventi fisici. Quest’ultima è la tendenza adottata dalla moderna scienza delle religioni, ed è chiaramente ispirata allo scientismo positivistico. Per il Petazzoni ad esempio, il M. sarebbe l’espressione favolosa di concezioni cosmologiche prescientifiche. Queste interpretazioni hanno originato diverse classificazioni dei M. in base sia al contenuto che al significato. Vengono così distinti: M. teoretici, che descrivono l’origine degli dei (v. Teogonia) o degli uomini (Antropogonia), oppure danno ragione dei diversi fenomeni astronomici e naturali (così in Oriente il ciclo delle stagioni viene rappresentato dal dio che muore e risorge); M. storici, che contengono un nucleo di verità storica (come la fondazione di Roma); M. etiologici, che spiegano le origini di un rito (M. culturali), il perché di una figurazione (M. iconici), o l’etimologia di un nome (M.M. etimologici). Più filosoficamente importante è l’interpretazione del M. in rapporto al logos, ovvero al discorso della verità. Si tratta di una problematica che affonda le sue origini nella filosofia greca, confondendosi con le origini stesse della filosofia. Nel periodo della filosofia presocratica, assistiamo ad una critica di tipo razionalistico ed umanistico del M., che da Senofane giunge fino ai Sofisti. Viene criticato l’antropomorfismo dei M. in Omero ed in Esiodo, e viene riconosciuta l’origine umana della mitologia e della religione. Platone opera invece una restaurazione del M. tradizionale, riconoscendone la peculiare funzione filosofica, e mettendo in relazione M. e logos. Il M. assolve una importante funzione logica, in quanto supera l’insufficienza della ragione in rapporto a verità di ordine superiore e pratico, in quanto dotato di potere di suggestione che incanta l’anima e la invita a correre il rischio della fede (Fedone). Tuttavia esso resta ad un grado di conoscenza puramente verosimile nei riguardi di queste verità trascendentali. Il rapporto del M. rispetto al logos è insomma contemporaneamente di superiorità e di inferiorità. La concezione della realtà come mimesi che permea il pensiero dell’ultimo Platone, tende infine a spostare a favore del M. questo rapporto di equilibrio. Nel Timeo il filosofo giunge a presentare la propria visione del mondo come un M. verosimile. Aristotele polemizza con la concezione platonica del M., e lo identifica con la favola, che la scienza deve sfatare seguendo un metodo rigorosamente razionale. Nel Medioevo prevale l’interpretazione allegorica del M., come offuscamento della verità di fede. Bacone resta ancora legato all’interpretazione allegorica, mentre Cartesio, profeta di un nuovo razionalismo, relega il M. tra gli orpelli poetici. Solo con il Vico, e soprattutto con l’idealismo romantico, ritroveremo una rivalutazione filosofica del M: Per il Vico M., poesia e linguaggio sono invenzioni storiche di un’umanità ancora legata ad uno stadio prelogico e fantastico. Il M. non corrisponde alla storia, ma ne è la prima manifestazione. Per Schlegel il M., in quanto manifestazione spontanea, è l’analogo della spontaneità creatrice della natura, e costituisce l’essenza della poesia ingenua degli antichi: la poesia moderna dovrà trovare i suoi miti nella filosofia (idealismo). Suggestioni romantiche rivivono, ma con irrazionalistici e naturalistici, in Nietzsche ed in Rosemberg: il M. diventa espressione dellla volontà di potenza. All’opposto Sorè, che cerca di dare un’interpretazione rivoluzionaria del M. (sciopero generale), in cui vede un’aspirazione collettiva di gruppi e società storiche. La reazione all’irrazionalismo si esprime in una svalutazione del M. come forma di pensiero opposto alla ragione. Per Paci il M. è una falsa forma di fuga di fronte all’angoscia, che viene superata nella dialettica del lavoro. Un ritorno alla posizione platonica è invece riscontrabile in Cassirer, che postula una comune matrice simbolica tra M. e pensiero razionale: il M. è una funzione simbolica che non si conosce come tale; la matrice del M. è il sentimento, comune a M. e religione. Le interpretazioni sociologiche di Durkheim riducono il M. ad una forma prelogica di pensiero, corrispondente ad un livello di fusione animistica con la natura. La società è invece l’origine del M. nelle interpretazioni più recenti di Malinowsky, per il quale il M. è una giustificazione delle origini culturali di un gruppo: come tale non è una forma di pensiero limitata ai primitivi, ma tende a riprodursi nelle varie culture.
Mitologia: , favola, racconto, e discorso. Complesso dei miti (v.) di un popolo o di una particolare civiltà, comprendente la M. classica, indiana, nordica, ecc.
Da La ricerca della lingua perfetta di Umberto Eco, Laterza, 1993:
Il documento più sconfortante per l’avvenire di una lingua delle immagini è forse il rapporto steso nel 1984 da Thomas A. Sebeok per l’Office og Nuclear Waste Isolation e per un gruppo di altre istituzioni che erano state incaricate di elaborare suggerimenti circa un quesito posto dalla U.S. Nuclear Regulatory Commission. Il governo americano aveva scelto alcune zone desertiche degli Stati Uniti per seppellirvi (amolte centinaia di metri di profondità) delle scorie nucleari. Il problema non era tanto di proteggere la zona da intrusioni imprudenti oggi, bensì che le scorie rimarranno radioattive per diecimila anni. Ora, si sono visti grandi imperi e fiorenti civiltà tramontare in periodi assai più brevi, abbiamo visto come alcuni secoli dopo la scomparsa degli ultimi faraoni i geroglifici egizi fossero divenuti incomprensibili, e potrebbe darsi che tra diecimila anni la Terra abbia subito rivolgimenti tali da essere abitata da popolazioni tornate a uno stato di barbarie, non solo, ma che venga visitata da viaggiatori provenienti da altri pianeti. Come informare questi visitatori “alieni” che la zona è pericolosa?
Sebeok ha subito escluso ogni comunicazione verbale, segnali elettrici perché richiederebbero energia costante, messaggi olfattivi perché di breve durata, qualsiasi forma di ideogramma riconoscibile solo in base a precise convenzioni. Ma anche i linguaggi pittografici si prestano a seri dubbi, Se pure si sostenesse che qualsiasi popolo possa comprendere alcune configurazioni fondamentali (figura umana, schizzi di animale, eccetera), Sebeok riporta un’immagine dalla quale è impossibile decidere se gli individui rappresentati stiano lottando, danzando, cacciando o compiendo qualche altra attività. Una soluzione sarebbe stabilire segmenti temporali di tre generazioni ciascuno (calcolando che in qualsiasi civiltà la lingua non cambia sensibilmente tra nonno e nipote) e fornire istruzioni perché allo scadere del periodo i messaggi vengano riformulati adattandoli alle convenzioni semiotiche del momento. Ma questa soluzione presuppone proprio quella continuità sociale e territoriale che il quesito mette in questione.
Altra soluzione è di infittire nella zona messaggi di qualsiasi tipo, in ogni lingua e sistema semiotico, speculando sulla possibilità statistica che almeno uno dei sistemi rimanga comprensibile ai visitatori futuri; se anche rimanesse decifrabile un solo segmento di un solo messaggio, la ridondanza dell’insieme rappresenterebbe per i visitatori futuri una sorte di stele di Rosetta. Anche questa soluzione presume tuttavia una certa sia pur esile continuità culturale.
Non resterebbe che istituire una sorta di casta sacerdotale, formata da scienziati nucleari, antropologi, linguisti, psicologi, che si perpetui nei secoli per cooptazione e mantenga viva la conoscenza del pericolo, creando miti, leggende e superstizioni. Costoro col tempo si sentirebbero impegnati a tramandare qualcosa di cui hanno perduto l’esatta nozione, così che nel futuro, anche in un consorzio umano tornato alla barbarie, potrebbero oscuramente sopravvivere imprecisi ma efficaci tabù.
E’ curioso che, dovendo scegliere tra varie e possibili lingue universali, l’ultima soluzione sia di tipo “narrativo” e riproponga quello che di fatto è avvenuto nei millenni passati. Scomparsi gli egizi, scomparsi i detentori di una lingua primigenia, perfetta e santa, se ne è perpetuato il mito, etsto senza codice, o dal codice ormai perduto, capace di tenerci in uno stato di veglia nello sforzo di una disperata decifrazione.
Le madri di tutte le storie: solo sette trame
Christopher Booker, accademico inglese, scrittore e saggista è autore di un’indagine scientifica su ogni forma di narrazione esistente al mondo, dalla mitologia al folklore popolare, dal teatro classico ai romanzi, dal cinema alla tivù, dall’antichità ai nostri giorni.
L’ascesa
La storia di un individuo ordinario e spesso povero che dalle dalle stalle alle stelle facendo così emergere il vero se stesso. Esempi: Cenerentola, David Copperfiel, My Fair Lady.
La commedia
Non un termine generico ma una forma precisa di plot che segue le proprie regole tra equivoci disastri e lieto fine ironico o dolceamaro. Esempi: Le comiche di Charlot, Tre uomini in barca, A qualcuno paice caldo.
Il viaggio
Un viaggio lungo e pericoloso alla ricerca di un obiettivo imperscrutabile come un tesoro, un amore, la conoscenza del mondo o di sé. Esempi: Odissea, Il giro del mondo in 80 giorni, I predatore dell’arca perduta.
La rinascita
Qualcuno cade perda di un sortilegio di una sfortuna o di un potere maligno, finché uno sviluppo miracoloso o inatteso lo fa risalire verso al luce. Esempi: La bella addormentata, il brutto anatroccolo, La ballata di Natale.
La tragedia
Un archetipo di racconto che attraverso cinque fasi giunge alla morte o alla distruzione. Il protagonista trascinato da passione o cupidigia o desiderio di potere, distrugge se stesso o gli altri. Esempi: Macbeth, Re Lear, Il dottor Faustus.
L’avventura
Una caduta, un naufragio, un incidente fanno precipitare l’eroe o l’eroina in un mondo nuovo, sconcertante e anomalo. Esempi: Alice nel paese delle meraviglie, Robinson Crusoe, La macchina del tempo.
Il mostro
L’eroe o l’eroina sconfiggono un mostro nonostante una preponderante disparità di forze, salvando se stessi, un amato, l’umanità intera. Esempi: davide e Golia, Lo squalo, James Bond.
Lady Beryl Bainbridge, affermata scrittrice di saggi e romanzi ritiene che la tesi sostenuta abbia un senso: “Che siano sette o poco meno o poco più, è comunque evidente che le trame fondamentali sono poche. Ma ciò che si riesce a trarre da ciascuna di esse permette uno straordinario numero di variazioni sul tema ed è in questo che si esprimono la creatività, l’immaginazione e la fantasia”.


Della Metafora
Giudice: - Imputato, racconti con sue parole come è avvenuto il fatto...
Imputato: - Oh, porca della miseria... 'rivo a casa, a me mi pare che sento dei rumori strani in camera da letto e ci vado a vedere: oh non c'è quello stronzo del vicino che si sta scopando mia moglie...
Giudice: - Imputato, moderi il linguaggio, non sia scurrile...
Imputato: Io non scorreggio, ma quello stava chiavandomi la... (il Giudice lo interrompe)
Giudice: - Eh, ma allora non capisce... usi altri termini meno sconci... parli per metafora, per ME-TA-FO-RA!
Imputato: - Macché meta fora e meta fora, ce l'aveva messo tutto dentro quel porco...


Per il prossimo esercizio io proporrei di usare tutti le stesse 3 parole. Vediamo che sorte fori...
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Gli zeri, per valere qualcosa,
devono stare a destra.


Morning, ho qualche problema a postare il materiale preparato per il prossimo esercizio. Dovrei essere più libero mmercoledì sera o giovedì.
A questo punto possiamo :
- Aspettare
- Vi do l'esercizio nudo e crudo (è comune stavolta)
- Fate vobis..


boh secondo me non c'è fretta, anzi, meglio non sovraccaricare i partecipanti, altrimenti si rischiano defezioni.
oppure se vuoi intanto posta l'esercizio che iniziamo a rifletterci e poi con calma il materiale ma la scadenza la stabiliamo a partire dal momento in cui c'è tutto il materiale disponibile..


Ok, allora posto l'esercizio con la scadenza e senza il materiale..
Aspetto un po per le eventuali rimostranze.


Posta, posta.
Per le rimostranze c'è sempre tempo![]()
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Gli zeri, per valere qualcosa,
devono stare a destra.


Leggi l'altro 3d, sfaticatoOriginariamente Scritto da marcejap
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