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  1. #1
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    Predefinito Regolamento Congressuale

    REGOLAMENTO
    Partecipano al Congresso Nazionale del MRE con diritto di voto e di parola gli iscritti in regola con il versamento della quota associativa al 31/12/2005. Il mancato pagamento della quota impedisce la partecipazione al Congresso.
    Ogni iscritto ha diritto ad un voto. Partecipano alle votazioni congressuali gli iscritti fisicamente presenti al momento delle deliberazioni. Gli iscritti impossibilitati a presenziare al congresso, potranno delegare un altro iscritto, in regola con le presenti norme, ad esprimere il proprio voto. La delega dovrà contenere le generalità complete del delegante e del delegato, la data e la firma del delegante ed essere accompagnata da fotocopia della tessera di iscrizione e del documento del delegante. Le deleghe dovranno essere presentate alla Commissione Verifica Poteri (CVP) entro le h.10.00 del 15 gennaio 2006; la Commissione, verificata la regolarità della delega e della iscrizione del delegante, procederà alla consegna della scheda di votazione. Ciascun iscritto potrà ricevere fino ad un massimo di 2 deleghe.
    Le deliberazioni sono assunte a maggioranza dei voti espressi.
    La Commissione Verifica Poteri è composta da 5 membri nominati dal Presidente del Congresso subito dopo l’insediamento della Presidenza. La Commissione ha il compito di consegnare le schede di votazione e di attribuire i voti congressuali dopo aver verificato la regolarità dell’iscrizione degli associati e delle deleghe. La Commissione redige verbale delle proprie attività e computa i voti congressuali complessivi. Nomina al suo interno un Presidente.
    La Presidenza del Congresso è designata dal Segretario Nazionale del MRE.
    Tutti gli iscritti, come previsto dal primo paragrafo del presente regolamento, hanno diritto di prendere la parola in Congresso. Le iscrizioni a parlare dovranno essere presentate alla Presidenza del Congresso dall’apertura dell’Assemblea e fino alle ore 17,00 del 14 gennaio 2006. Gli interventi dovranno avere la durata massima di 5 minuti salvo eccezioni stabilite dalla Presidenza.
    Le mozioni, i documenti e gli ordini del giorno da sottoporre alla votazione alla Congresso dovranno essere consegnati alla Presidenza del Congresso entro le ore 10.00 del 15 gennaio 2006.
    La scheda di votazione dovrà essere composta di più tagliandi: sia la scheda che i tagliandi dovranno essere controfirmati da 2 membri della CVP. Per ogni delega sarà consegnata una scheda aggiuntiva.
    La relazione del Segretario Politico dovrà pervenire agli iscritti (unitamente alla convocazione del Congresso riportante data, luogo, ordine del giorno e regolamento congressuale), almeno 7 giorni prima della apertura del Congresso. Tutti i documenti indicati dovranno essere pubblicati sul sito internet del MRE. Le integrazioni o modifiche alla relazione del Segretario saranno pure pubblicate sul sito e tempestivamente comunicate senza particolari formalità.
    Coloro che si iscriveranno a parlare dovranno consegnare l’intervento scritto alla presidenza, allo scopo di facilitare la conservazione e la diffusione degli atti del Congresso.

  2. #2
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    Leggo:
    «La relazione del Segretario Politico dovrà pervenire agli iscritti (unitamente alla convocazione del Congresso riportante data, luogo, ordine del giorno e regolamento congressuale), almeno 7 giorni prima della apertura del Congresso».
    A voi è arrivata?

  3. #3
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    Immagino che neppure a voi sia arrivata, visto il silenzio, visto che non c'è sul sito e visto che nessuno la ha postata.
    Mi sembra molto grave, molto scorretto...sperando che poi a qualcuno non venga voglia di impugnare il risultato del congresso, cosa che probabilmente si potrebbe fare tranquillamente.

  4. #4
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    No, non è arrivata neanche a noi.

    Tuttavia per martedì sera è stata convocata una riunione allargata dell'Esecutivo dell'MRE delle Marche per discutere della relazione e del congresso, quindi immagino che entro domani la relazione sarà disponibile.

  5. #5
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    sì, anche da noi va così.

  6. #6
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    Da noi (Emilia Romagna) è circolato un comunicato secondo il quale il documento sarebbe apparso su Sito Nazionale entro la giornata di domenica 8 gennaio.
    In vista di ciò anche noi avremo un Coordinamento regionale per domani.

    Il problema è che ho appena verificato, ma sul Sito Nazionale non c'è niente.

    Sarà buffo, si presenteranno a Roma attivisti e quadri del Movimento con in tasca i documenti più diversi e disomogenei.

  7. #7
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    Personalmente trovo grottesco il limite di cinque minuti per gli interventi e l'obbligo di consegnarne il testo scritto.

    E' un regolamento congressuale, per certi versi, demenziale.

  8. #8
    ALTRA FACCIA DELLA MONETA
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    Relazione Congressuale
    08/gen/2006
    Relazione Congressuale del Segretario Nazionale MRE: on. Luciana Sbarbati

    --------------------------------------------------------------------------
    MOVIMENTO REPUBBLICANI EUROPEI
    CONGRESSO STRAORDINARIO - 14/15 gennaio 2005

    Fieri del nostro passato, proiettati nel futuro.
    Con questo slogan abbiamo affrontato le sfide difficili di questi ultimi anni, densi di avvenimenti, cambiamenti repentini dello scenario politico nazionale e internazionale. Fieri del nostro passato perché non abbiamo nulla di cui farci perdonare: errori sicuramente ne abbiamo fatti in politica, ma tradimenti dei principi mazziniani mai. La tradizione politica repubblicana e la sua azione civile si è sempre collocata nello spazio della sinistra democratica italiana, laica, moderna.
    Coerenza, fermezza, dignitosa compostezza hanno informato il nostro agire politico. Quando abbiamo colto che nel vecchio e glorioso PRI stava avvenendo una pilotata mutazione genetica, frutto di greve ignoranza da parte di molti e di basso calcolo partitocratico, alieno alla migliore tradizione repubblicana, ma anche di reazione istintiva e rancorosa alla supponenza di alcuni partiti del centro sinistra, che ci consideravano ingombranti e superati, abbiamo difeso e rivendicato con orgoglio una autonoma posizione repubblicana nel centro sinistra.
    La collocazione a sinistra non è il frutto della compiacente accoglienza di qualcuno. Essa è sempre stata la collocazione storica del Partito Repubblicano e lì, nonostante le incomprensioni e gli atteggiamenti di sufficienza di troppi, che poi di sono rivelati “vuoti a perdere”: siamo restati a lavorare per un paese migliore. Dopo il Congresso di Bari, in cui è stato miseramente svenduto il simbolo storico dell’Edera che racchiude i valori della Costituzione repubblicana, della laicità, della giustizia sociale, e della tolleranza, ci siamo rimboccati le maniche e abbiamo deciso di non mollare. Non ci sarebbe oggi nessun movimento repubblicano con cui dialogare senza il coraggio di tutti voi e di poche amiche e amici che, assieme a me, hanno voluto raccogliere la più genuina matrice mazziniana delle regioni storiche del repubblicanesimo per riproporla in un progetto nuovo, che si affacciava nell’incrostato panorama politico italiano: l’Ulivo.
    Con l’Ulivo Romano Prodi lanciava una sfida e una speranza alla classe politica italiana, oramai autroreferenziale, tramortita da tangentopoli, incapace di uscire da una crisi endemica. Noi lo abbiamo compreso e sostenuto subito, generosamente, senza contropartite fin dal ’95, quando, al Congresso di Roma, la Voce Repubblicana usciva con il titolo “Ulivo alleanza provvisoria!”. Fu allora che iniziò lo scontro politico, che durò per sei lunghi e sofferti anni, tra chi, con me, sosteneva con intransigente coerenza la linea politica ulivista, e chi già era pronto a compiere la storica virata a destra, fiutando la vittoria di Berlusconi. Non abbiamo avuto paura né di essere soli, né di essere sempre minoranza negli organismi di partito. Eravamo coscienti di essere maggioranza tra il popolo repubblicano con il quale c’era un comune sentire, un legame di valori mai persi per i quali bisognava rafforzare il nostro impegno politico. Con la forza che ci veniva dal riconoscerci nei sentimenti e negli ideali del nostro patrimonio storico, non ci siamo arresi alla prepotenza e all’inganno. Abbiamo raccolto la nostra bandiera, l’abbiamo inserita tra le stelle dell’Europa, le edere sono diventate cinque in attesa di poterci ricongiungere in una sola. E così sarà. Abbiamo chiamato a raccolta attorno all’Ulivo quanti non volevano rinunciare alla loro dignità politica e alla responsabilità dell’impegno. Così è nato il Movimento che è rapidamente cresciuto in tutto il paese, che oggi ha una struttura semplice e snella, diffusa in tutte le regioni, che conta un deputato europeo, due deputati italiani, consiglieri regionali e assessori, consiglieri provinciali e qualche sindaco. Tutto senza mai aver usufruito, fino a ieri, del finanziamento pubblico dei partiti e senza cortesie da parte degli alleati.
    Il Movimento ha voluto raccogliere l’eredità culturale e politica del repubblicanesimo e l’ha rilanciata dopo anni di ambiguità, con una linea politica chiara, che i cittadini hanno compreso e premiato, che ha consentito a tanti e a tante di ritornare, e a molti, soprattutto giovani, di arrivare a noi con convinzione.
    Un Movimento nuovo dalle radici antiche, così lo abbiamo definito, in grado di sprigionare nuove potenzialità ed energie, di parlare con autorevolezza ad un’area sociale vasta, rimasta per troppo tempo orfana, senza interlocutori politici credibili per un confronto aperto e rigoroso. Un’area sociale ansiosa di trovare risposte alle inquietudini di un secolo che ha paura della scienza e dello sviluppo, ma che sciupa la sua vitalità nell’edonismo e nel consumismo, becero e immorale.
    Il MRE ha consentito al pensiero e alla cultura repubblicana di essere ancora al servizio del paese, con tenacia e umiltà, ma anche con l’orgoglio della propria storia, senza mai chiedere rendite di posizione.
    Siamo convinti che un filone di idee e di uomini come il nostro, sempre minoritario, ma vivo, e il più delle volte decisivo nella storia italiana, possa e debba dare ancora il suo visibile contributo, soprattutto nel momento in cui c’è la possibilità di dare vita ad una grande aggregazione riformista democratica, forte e autorevole, baricentro dell’Unione.
    Per questo Prodi, Fassino, Rutelli ci hanno voluto nell’Ulivo, non per cortesia, ma per un atto di consapevolezza del ruolo politico svolto dal pensiero repubblicano nella storia italiana e della sua forte attualità nella situazione che stiamo vivendo.
    Siamo, come diceva un amico, come un’essenza, piccole gocce che sono però un ingrediente essenziale nel progetto che si sta costruendo che vede la nostra vicenda ultrasecolare, definita da molti storici “fiume carsico”, intrecciarsi con le sfide presenti e future dell’Ulivo e del Partito Democratico.
    Nel 1983 Giovanni Spadolini pubblicava un libro intitolato “Il Partito della Democrazia”. E’ la storia del tentativo repubblicano di creare in Italia una forza laica, democratica, riformista.
    Questo titolo è ripreso da un articolo di Luigi Salvatorelli, storico e giornalista, che fu tra i fondatori del Partito d’Azione. Le persone a cui si rivolge il Partito della Democrazia, nelle parole di Salvatorelli, “possono essere, anzi sono, liberarli, ma non accettano la versione conservatrice del PLI, possono essere credenti, anche cattolici praticanti, ma non accettano il confessionalismo democristiano, possono essere, anzi sono, profondamente persuasi della necessità di una larga, innovatrice politica sociale, socialisti in senso ampio, ma non del classismo marxistico”. Salvatorelli sosteneva che se tale forza non fosse decollata, il quadro politico italiano sarebbe rimasto anomalo e bloccato.
    Era il ’45. Oggi sappiamo quanto queste parole fossero vere e lungimiranti!
    Bisogna riconoscere che i tentativi di fondere diverse tradizioni politiche in un unico partito sino ad oggi non sono ben riusciti, perché è sempre mancata una formula adeguata. Con innesti nei corpi già esistenti non si è mai arrivati alla auspicata semplificazione, anzi si è favorita la frammentazione.
    E’ stato detto da Prodi e dai diversi leaders dell’Ulivo che occorreva dare piena dignità nel metodo e nel merito alle diverse culture e tradizioni politiche per dare forma e sostanza vera a questo processo. Solo se ogni forza poteva partecipare a questo progetto pluralista, con piena visibilità e possibilità di contributo, avremmo avuto una sintesi vera ed efficace.
    Le diversità, concepite come valore aggiunto e quindi con effetti potenzialmente moltiplicativi. Così è nata la FED, sintesi di contributi visibili e di identità chiare, non solo di partiti storici che non si confondevano o si annullavano, ma si mettevano a fattore comune, assieme ai movimenti della società civile.
    Certamente ogni processo di aggregazione comporta qualche sacrificio per i contraenti, che può essere compensato dal cambiamento che l’Ulivo è in grado di produrre per il paese. Il progetto è destinato a colmare una lacuna storica: l’incontro e la collaborazione politica tra laici e cattolici.
    A fronte dei tentennamenti dimostrati dai partiti e delle loro continue lacerazioni interne esiste, per fortuna, un largo elettorato ulivista, molto più avanti degli stessi partiti, che chiede che l’Ulivo sia interprete delle speranze e dell’Italia che vorrebbe.
    I Repubblicani Europei chiedono che ci sia più ascolto per questa Italia, che si faccia prevalere una politica degna di questo nome, senza la quale non si compirà la piena modernizzazione del paese e senza la quale resteremo una democrazia anomala, zoppa, spesso incomprensibile ai più. Non saremo in grado di affrontare le sfide e cogliere le opportunità della globalizzazione e giocare un ruolo positivo nelle tensioni mondiali.
    Come hanno dimostrato le Primarie, sono tanti i cittadini che hanno chiara l’importanza di questo processo, ma sono insoddisfatti per come esso è gestito e per i tentativi incomprensibili di chiusura e arroccamento dei partiti più grandi.
    Del resto quale sarebbe l’alternativa a questo processo: un nuovo centro moderato, con due ali a sinistra e a destra, che si alternano ad appoggiarlo? Somiglia troppo ad un film già visto e di certo non sarebbe una democrazia dell’alternanza, dove i cittadini possono scegliere la coalizione di governo.
    Forse si pensa che gli italiani non siano maturi per questo. Noi siamo di parere contrario. Lavoreremo per questo nonostante i recenti passi del gambero che l'Ulivo ha fatto, perché tale progetto possa convincere e coinvolgere sempre di più.
    L’obiettivo è portare nell’Ulivo la nostra visione laica, l’attenzione per le politiche dello sviluppo e della solidarietà, del rigore e del merito, l’esigenza di apertura della politica alla società civile e ai suoi complessi problemi e bisogni, non solo materiali, la voce delle donne, dei giovani, degli esclusi e dei superflui per una nuova giustizia sociale.
    Se l’Ulivo deve essere il baricentro democratico-riformista dell’Unione appare del tutto evidente la necessità che esso possa e debba contare su una tradizione autenticamente laica e democratica come quella dei Repubblicani Europei, nonché sull’apporto fresco e generoso dei movimenti e della società civile.
    Non possiamo perciò negare l’evidenza di una fase di incredulità, rabbia e delusione, che dopo il grande successo della lista unitaria alle europee e alle regionali, abbiamo provato nello stop che, prima delle Primarie, si è determinato nel processo di capillare costruzione della FED.
    La battuta di arresto è stata replicata anche dopo le Primarie, con un colpo allo stomaco che ha fiaccato lo slancio ideale e programmatico, nella volontà partigiana di ridefinire l’Ulivo come alleanza o meglio cartello esclusivo di due grandi forze politiche, DS e Margherita.
    Una negazione patente di quell’Ulivo plurale, coinvolgente, aperto alla società, ai movimenti, alle forze riformiste per cui tutti abbiamo lavorato.
    Allo stato dei fatti, e alla vigilia di una campagna elettorale difficile, si impone una riflessione seria e urgente per superare questa situazione di disagio diffuso e di profonda ambiguità, che lo sbandierato Partito Democratico non è sufficiente a dissipare.
    E’ pur vero che l’ultima freccia avvelenata della legge elettorale proporzionale, ha cambiato lo scenario e reso un po’ più difficile sia la vittoria, che la governabilità futura.
    E’ però ancor più evidente che chi crede nell’Ulivo e vuole costruire il Partito Democratico non può permettersi né di escludere senza motivo chi nell’Ulivo è sempre stato, sostenendone tutte le battaglie, dalle Europee alle Regionali, come l’MRE conquistando al progetto un’importante fascia di elettorato che non si riconosce né nei DS né nella Margherita, né la società civile, che oggi con noi chiede a Prodi, Rutelli e Fassino, di andare oltre la contingenza elettorale e condividere da subito gli indirizzi di un progetto più chiaro e forte, grazie all’impegno di tutti.
    Il popolo degli oltre quattro milioni di elettori delle primarie, ha certamente votato Romano Prodi anche per reazione contro la tracotanza berlusconiana sulla nuova legge elettorale, sulla devolution, sulla “Salva Previti”, la par condicio, ma ha anche dato fiducia a quegli stessi partiti che sostenevano Prodi, appunto DS, Margherita, SDI e Repubblicani Europei.
    Così le Primarie, nelle quali pochi avevano creduto, sono diventate la via maestra, il fiume impetuoso, con cui un nuovo soggetto politico è entrato in campo con entusiasmo, a confermare agli scettici che Prodi non era un leader residuale, per mancanza di alternative, bensì il vero antagonista di Berlusconi. E’ lui che oggi intercetta il bisogno di fiducia degli italiani, poiché ha ampiamente dimostrato, in Italia e in Europa, responsabilità di governo, visione europea, occidentale, moderna. Per questo oggi tocca a lui raccogliere da subito la sfida degli oltre quattro milioni di voti, governando le diversità, non consentendo ciniche prevaricazioni, tenendo insieme nell’unità del progetto, dei valori e del programma, le forze uliviste, non consentendo immotivate esclusioni o, peggio, chiusure.
    O Prodi è il leader, con facoltà e poteri, o l’Ulivo non c’è e il Partito Democratico rischia di essere solo una promessa elettorale. All’Ulivo serve unità, apertura, certezza della guida, chiarezza degli obiettivi, risolta identità pluralista, il contrario dell’unione di due forze in continuo braccio di ferro, per continuare ad essere credibile e parlare all’intera società. Romano Prodi deve essere all’altezza del risultato delle Primarie, così come Fassino e Rutelli della loro grande tradizione politica.
    Il mandato ricevuto dalle Primarie, così forte e chiaro, esige un colpo d’ala.
    La prudenza, l’equilibrio, di cui il nostro leader è ricco e di cui c’è certamente bisogno a garanzia del buon governo, non può però comprimere il dovere della chiarezza.
    O l’Ulivo è il luogo politico, aperto, dove, attraverso passaggi diversi può nascere il Partito Democratico che assomma le diverse facce del riformismo italiano, una forza nuova, moderna, di matrice europea, che supera definitivamente l’eredità del ‘900 per dare una prospettiva di futuro al paese, o è altro, ma allora non ci interessa.
    Non bastano due soggetti, ancorchè i più grandi, ad interpretare le ragioni dell’Ulivo. Senza una modifica dell’attuale situazione, che si è determinata con decisione unilaterale, che ci vede in una ambigua posizione di “ospiti”, mentre fino a ieri eravamo partners con le altre forze riformiste, dobbiamo domandarci qual è la strategia di chi ha fatto e di chi consente questa scelta e il perché è stata fatta. Quale è allora il nostro ruolo, perché i repubblicani tutto possono accettare fuorchè la mortificazione della loro dignità politica, che è la stessa dignità della loro grande storia, che non è in vendita per un posto in più e che chiede il rispetto che merita.
    Il Partito Democratico come grande forza di sinistra unita, riformista, inattaccabile sotto il profilo etico, moderna sotto il profilo istituzionale ed economico, sicura sotto il profilo internazionale, non è solo nei nostri cuori da sempre, ma è oggettivamente indispensabile al Paese per risalire la china.
    Questo è in profondità lo stesso messaggio che Prodi ha lanciato con l’Ulivo.
    La campagna elettorale è già iniziata.
    Il paese è più attento di quanto non pensino i partiti. Gli italiani a breve dovranno decidere se votare per il centrodestra o per il centrosinistra, per Berlusconi o per Prodi. In questi ultimi tempi è mancata una forte azione di contrasto agli errori e alle insufficienze del governo della Casa della Libertà. Altri temi stanno occupando la scena politica, importanti e inquietanti, ma non devono distoglierci dall’impegno collegiale e serio di una campagna elettorale difficile ed aspra.
    Contrasteremo efficacemente Berlusconi solo se lo chiameremo a confronto sulle questioni reali del paese, opponendogli la nostra cultura istituzionale, fatta di senso dello stato e di etica laica, di difesa convinta della Costituzione repubblicana.
    Lo contrasteremo non solo se sapremo rimproverargli di non aver risolto il conflitto di interessi, di aver aumentato di colpo stipendi e salari di alcune categorie di lavoratori, a fronte dell’incapacità dimostrata a recuperare il tragico debito accumulato, ma anche se sapremo opporgli l’unica strada alternativa allo scontro sociale, che è la politica dei redditi e la concertazione che occorre ritrovare ed estendere, come sostiene Prodi, nel suo messaggio sull’Europa sociale. Se gli chiederemo conto di come ha risposto agli immensi problemi posti dalla globalizzazione, che vede avanzare le tigri dello sviluppo, che costruiscono in Asia un unico grande mercato, che rappresenterà oltre il 50% della popolazione mondiale e rafforzerà il peso di quell’area nella economia globale.
    Berlusconi si è accodato agli interessi della Francia e della Germania per mandare all’aria il patto di stabilità europeo, invece di integrarlo con il patto dello sviluppo chiesto da Prodi.
    Ciò che servirà al governo dell’Unione è un’eccezionale potenziamento della risorsa necessaria per reggere la competizione globale, l’unica risorsa che è veramente indispensabile nella nuova economia della conoscenza: il capitale umano, come ha ben evidenziato il vertice di Lisbona.
    L’Ulivo, con l’Unione, dovrà varare un politica economica totalmente nuova, in cui la politica, e non gli affaristi, dettino le regole del mercato, traducendole contestualizzandole alla realtà globale, chiarendo confini e spazi di intervento, ruolo della finanza e delle banche e ruolo delle imprese, poteri e responsabilità delle autorità di controllo, la cui nomina va sottratta al gioco ignobile delle “lottizzazioni concordate”.
    Se senza sviluppo non c’è solidarietà, serve però un nuovo approccio al welfare e un nuovo rapporto con il Terzo Settore che ne accentui l’universalità, senza mercantizzarlo, un’apertura politica e giuridica ai nuovi bisogni e ai nuovi diritti emergenti che poggi su un coraggioso spostamento di risorse sul terreno da cui dipende l’avvenire del paese: la ricerca scientifica, tecnologica, l’ambiente come bene primario, l’università, i laboratori scientifici in cui si ritrovino i “cervelli” oggi costretti ad emigrare, i distretti tecnologicamente avanzati, la carriera per merito e competenze, la distribuzione dei fondi pubblici senza clientelismi, l’attivazione fiscale della ricerca privata, la formazione permanente e, prima di tutto, la scuola.
    L’ignoranza è la più grande povertà e rende gli uomini schiavi.
    Contrasteremo infine Berlusconi, se dimostreremo con convinzione che l’euro non ha nessuna colpa, anzi ha funzionato come un ammortizzatore.
    La crescita del PIL reale nei dodici paesi dell’euro, è stata superiore al 3% nei primi due anni di vita della moneta unica.
    Il tasso di crescita dell’Italia, nei sei anni trascorsi dall’introduzione della moneta unica è stato grosso modo uguale a quello registrato nei sei anni che hanno preceduto il lancio dell’euro.
    L’euro non c’entra. Il paese risente di una struttura produttiva e di una organizzazione delle esportazioni ancora troppo specializzata nei beni a basso valore aggiunto e di anni di eccessivo aumento dei costi nei settori manufatturieri. Ciò ha ridotto la sua capacità di trarre vantaggio dall’espansione del commercio mondiale, che ha invece favorito gli scambi di beni ad alto valore aggiunto.
    L’Italia ha dimostrato in passato di essere in grado di superare le difficoltà e gli italiani possono ancora contare, come dice il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, sullo spirito imprenditoriale e sull’inventiva che è loro propria per uscire dalla crisi.
    Occorre però un governo che governi e che abbia una strategia, anche verso l’Europa, per affrontare la duplice sfida posta dall’economia mondiale, che da un lato vede il risveglio economico della Cina e dell’India e dall’altro l’invecchiamento della popolazione nei nostri paesi.
    Occorre un programma di riforme in linea con il processo di Lisbona, mantenere l’impegno per una finanza pubblica solida e per la riforma del patto di stabilità e crescita.
    Dentro questo binario può ancora essere salvato il modello sociale europeo e contrastata la visione iperliberista della CDL, che poggia sullo scetticismo europeo e concepisce la politica estera semplicemente come la ricerca di una intesa a due, Berlusconi Bush, prescindendo dall’Europa.
    L’Ulivo e l’Unione, in questa campagna elettorale, dovranno contrapporre all’antipolitica berlusconiana, il ruolo chiaro che vogliono far giocare all’Italia nell’Europa e nell’Occidente di fronte ai grandi problemi del mondo, senza interrompere quel cammino storico che l’Italia democratica ha conosciuto per cinquant’anni.
    La difesa dei valori della civiltà occidentale è un nostro preciso dovere, come lo sono la lotta al terrorismo, all’illegalità diffusa, all’emarginazione dei più deboli, le corrette politiche economiche e monetarie, le politiche per lo sviluppo delle aree più povere e depresse del mondo, il grande problema storico del nostro secolo.
    Per risolverlo abbiamo bisogno sia della saggezza dell’Europa politica, che deve dotarsi della sua cornice costituzionale, sia del dinamismo economico dell’America, nella collaborazione derivante dalla riproposizione di nuove politiche multilaterali, senza concessioni, né al nuovo nazionalismo americano, né al vecchio nazionalismo francese.
    L’incapace governo della CDL ha perduto la battaglia per la Costituzione europea e ha stravolto la Costituzione italiana.
    Spetta a noi oggi sostenere in Europa la ripresa del percorso costituzionale e collaborare per restituire all’ONU e alle grandi agenzie internazionali, il ruolo e la funzione che debbono avere.
    Come spetta a noi lavorare per cancellare, mediante lo strumento referendario, l’oltraggio fatto alla Costituzione repubblicana.
    Su questi indirizzi programmatici e su questi obiettivi, i Repubblicani hanno lavorato da soli e con le altre forze dell’Ulivo, coinvolgendo intellettuali, esponenti della cultura e del mondo imprenditoriale, categorie, lavoratoti, sindacati, cittadini, per portare un contributo fresco ed insieme robusto.
    Ci muove la consapevolezza che il ruolo di uno stato laico, come spesso ripete il Presidente della Repubblica, è quello di garantire il pluralismo delle idee, il rispetto dei diritti di cittadinanza, e la sicurezza, senza ledere le libertà individuali, lo sviluppo della scienza, la molteplicità delle fedi, non assumendo alcuna religione come religione di stato.
    La sua essenza è l’autonomia da ogni fede, la tolleranza e la difesa della libertà di culto e di espressione religiosa per tutti, anche per quelli che non ce l’hanno o dichiarano di non averla. Nella sua “religione civile” incidono profondamente i contenuti religiosi, sia individuali che collettivi, ma debbono farlo orientando la formazione dei comportamenti e non imponendo visioni o giudizi particolari. La morale sovrasta la religione.
    Appare evidente che oggi non si tratta soltanto di un problema di politica economica, sociale o del ripristino della legalità fortemente compromessa, poiché la questione è più a monte.
    La società fatica ad individuare chi e che cosa può assicurare quella stabilità e sicurezza senza le quali non c’è respiro, né futuro.
    Dimostrare che il centrosinistra, l’Unione, l’Ulivo, possono garantirli, che sono in grado di ancorare stabilmente il paese, riformarlo in una visione laica, non laicista, della modernità, è il grande, pregiudiziale problema politico a cui oggi va data una risposta, dopo il fallimento di Berlusconi.
    E si tratta di un problema che va ben al di là di un lenzuolo programmatico. Il punto é che cosa sia il blocco di visioni, idee, culture e persone che garantisce, per mezzo del Partito Democratico, un avvenire più sicuro al sistema Italia, entro la fantastica, ma ansiogena, continua trasformazione delle nostre società e del mondo.
    Su questo Berlusconi ha perso la fiducia del paese e su questo l’Unione deve conquistarla alle prossime elezioni.
    La questione preliminare dell’insicurezza e quella conseguente degli indirizzi di governo, non possono essere separate. D’altra parte nelle democrazie moderne il leader fa corpo con il progetto e progetto con il leader. Staccarli, o fondarsi solo sulle caratteristiche della figura del leader è l’errore che Berlusconi sta pagando.
    Prodi ha un grande vantaggio: il suo curriculum personale non è quello di un creativo, ma di un uomo adatto a rappresentare un blocco di affidabilità e serietà che oggi è atteso con ansia.
    I gesti che ha compiuto dopo le regionali, e le recenti, responsabili, prese di posizione rispetto alle ultime vicende sulla commistione affari-politica, hanno contribuito ad accreditarlo ancora una volta nel senso giusto: un uomo che non è solo di parte.
    Non dubitiamo che egli rispetterà gli impegni politici e morali, senza farsi logorare dalle strutture pesanti del partitismo.
    Se si diffondesse l’idea che l’Ulivo rappresenta solo i partiti DS e Margherita, e dipende strettamente da loro, si darebbe di nuovo a Berlusconi un’arma di recupero elettorale formidabile e ai cittadini l’ennesima delusione, che induce al disimpegno.
    Il centrosinistra-Ulivo, non più socialdemocratico e non più liberalsocialista, ma semplicemente democratico, è l’unico ad avere in Europa senso politico e presenza vincente, perché è l’unico in grado di governare in concreto la riforma della società. Sarebbe davvero ora che si affermasse, con il Partito Democratico, la tradizione riformatrice in cui è tutta la storia del nostro pensiero e della nostra tradizione politica, che ha portato l’Italia alla sua vita moderna e che fosse finalmente riconosciuto il primato che ha avuto nella vicenda politica dell’occidente.
    Voglio concludere con le parole di Ugo La Malfa, che regalo a Prodi e a quanti hanno in animo veramente la costruzione del Partito Democratico: “Il compito di chi guarda alla democrazia come problema angoscioso della vita italiana, è di non perdere le sementi democratiche risorgimentali e postrisorgimentali che ancora esistono e di costruire su di esse il partito di una civile e moderna Italia”.

    Viva i Repubblicani Europei, viva l’Ulivo, viva il Partito Democratico, viva l’Italia.

    Luciana Sbarbati



    FONTE: SITO NAZIONALE MRE

  9. #9
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    Predefinito

    [QUOTE=LUCIO]Relazione Congressuale
    08/gen/2006
    Relazione Congressuale del Segretario Nazionale MRE: on. Luciana Sbarbati

    --------------------------------------------------------------------------
    [Noi lo abbiamo compreso e sostenuto subito, generosamente, senza contropartite fin dal ’95, quando, al Congresso di Roma, la Voce Repubblicana usciva con il titolo “Ulivo alleanza provvisoria!”.

    Si tratta sicuramente di un refuso, perchè la Voce Repubblicana uscì con questo titolo al Congresso di Roma del 1999 e non a quello del 1995.

  10. #10
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    Predefinito Giuseppe,

    Non lo so cosa aveva compreso la Sbarbati,però ha ragione;
    infatti la presenza dei repubblicani nell’Ulivo è stata provvisoria,anzi,col senno di poi,non pochi nel PRI, pensano che forse sarebbe stato meglio se non ci fosse mai stata…
    omar proietti

 

 
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