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  1. #1
    Silvioleo
    Ospite

    Predefinito Il dilemma della sinistra

    Dopo il caso Fassino-Consorte

    Lo psicodramma che investe la sinistra, e che da giorni va materializzandosi in una marea di lettere a giornali e siti “d’area”, esige una riflessione che vada al di là delle diatribe su questa o quella figura. Si capisce perfettamente come i militanti Ds possano appassionarsi alle sorti di D’Alema o Fassino, e anche come possano sognare nuovi condottieri, ma è ugualmente vero che perfino tali questioni sono meglio comprensibili all’interno di una riflessione più ampia.

    Se le Coop hanno “messo gli artigli” – per richiamare l’espressione impiegata da Fausto Bertinotti in un’intervista apparsa sul Corriere della Sera – questo si deve al fatto che il legame tra partiti ed economia è, in Italia, strettissimo. Le manovre politico-finanziarie di Consorte e le intercettazione dei suoi colloqui con il segretario diessino sono l’esito previsto e prevedibile di un ordine economico in cui lo Stato controlla direttamente il 50% dell’economia ed è in condizione di ricattare e minacciare anche la restante parte.

    Se i rapporti tra affari e istituzioni sono del tutto evidenti a destra, allora, non si può pensare che le cose sia poi tanto diverse nell’Unione, il cui leader ha costruito la propria carriera quale manager di Stato targato Dc ed è stato per anni alla guida del maggior gruppo industriale del Paese, l’Iri. Se i Ds hanno le Coop e il Monte dei Paschi, a sua volta la Margherita ha rapporti di grande sintonia (usiamo tale eufemismo…) con Abete, Montezemolo e una larga parte dell’universo confindustriale.

    Ma non bisogna scandalizzarsi di fronte a tutto ciò, poiché è chiaro che nell’Italia di oggi le regole “materiali” della lotta politica sono in larga misura scritte da un sistema economico costantemente dominato da decisioni legislative, interventi delle authority, nuove tasse ed altri provvedimenti. E se la politica invade il campo e pretende di “dettare le regole” al mondo degli affari, è scontato che quest’ultimo reagisca e si organizzi in un sistema di lobby. Malversazioni e favoritismi sono la conseguenza diretta di tutto ciò.

    D’altra parte, nella storia umana pochi paesi sono stati tanto corrotti come la vecchia Unione sovietica, o anche la Cina attuale. E questo non deriva dal fatto che i comunisti sarebbe sempre cattivi (e quindi anche un po’ ladri e ricattatori), ma è figlio dall’abuso di quei poteri di cui il ceto politico dispone in un’economia largamente statizzata.

    Il dramma attuale della sinistra proviene da qui. Ed è un dramma autentico, poiché pone i progressisti di fronte ad un dilemma che essi non vogliono ammettere.

    Da un lato, il “popolo di sinistra” vorrebbe difendere quella bandiera della questione morale con cui, da Enrico Berlinguer in poi, ha cercato di supplire al progressivo dissolversi dell’ideologia comunista originaria. Solo raramente è stato rilevato come per la sinistra italiana gli anni Settanta hanno segnato – al tempo stesso – le prime prese di distanza del Pci da Mosca e la costruzione di una nuova identità moralizzatrice: del tutto inimmaginabile quando la sinistra celebrava nel Partito “il nuovo Principe” e vedeva nell’etica stessa solo il sopravvivere di preoccupazioni borghesi.

    Ripensatisi giacobini e “scalfariani”, i post-comunisti non possono però pretendere di salvare questa loro pretesa purezza se non buttano a mare quella presenza pubblica nella vita sociale che, ad ogni latitudine, produce i medesimi scandali oggi al centro delle nostre cronache.

    Tra i Ds finora molti si erano illusi che ad evitare problemi ed incidenti potessero bastare la silhouette austera di Piero Fassino (i forchettoni sono per definizione un po’ grassocci…) e le sue origini familiari sabaudo-borghesi. Ma le connivenze tra affari e politica discendono direttamente da elementi assai costanti all’interno delle società politiche, poiché le leggi che regolano tutto ciò sono ben più forti dei pregiudizi un po’ snob dietro ai quali la sinistra neo-azionista ha cercato di proteggersi.

    Se però la sinistra volesse salvarsi l’anima (e anche la fedina penale), essa dovrebbe pensare ad un futuro dell’Italia in cui i rapporti tra politica ed economia siano radicalmente diversi. E se intende evitare il moltiplicarsi di Tangentopoli ai suoi danni non ha che da smantellare quell’interventismo pubblico che però rappresenta – di fatto – la più pesante eredità ideologica del suo passato.

    Poiché non sono disposti a diventare liberali e non vogliono mettere in discussione lo strapotere del ceto politico, gli uomini di sinistra sono costretti a nutrire l’illusione di una loro “diversità antropologica”. Devono quindi inseguire leader carismatici, costruire culti della personalità, moltiplicare icone che in qualche restituiscano qualche frammento dei sogni che – da ventenni – ispirava loro l’immagine romanzesca di Ernesto “Che” Guevara. Oggi sappiamo bene, però, che il rivoluzionario argentino fu un boia sanguinario; e che come insegnavano grandi analisi della società come Edmund Burke o Lord Acton, costruire apparati di potere significa aprire la strada al male.

    di Carlo Lottieri
    Da L’Indipendente, 6 gennaio 2006

  2. #2
    Sono ateo! grazie a Dio Bunel
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    Giovedì 5 Gennaio 2006
    INTELLETTUALI E SINISTRA QUANTA IPOCRISIA
    di VINCENZO CERAMI

    di VINCENZO CERAMI
    MA DOVE si sono nascosti gli scrittori e gli intellettuali di sinistra, ora che finalmente avrebbero qualcosa da dire? I Pasolini e gli Sciascia non esistono più? Queste sono le domande che assillano Franco Cordelli e chi altro si sente in dovere di esternare il proprio disdegno, naturalmente “dall’interno”. Il discorso di Cordelli ( Corriere della Ser a, 3 gennaio) era prevedibile, un film visto già mille volte. Non risulta che lui si possa definire artista da barricata, come lo è stato ad esempio Nanni Moretti. Eccolo all’improvviso uscire dal seminato e prendersela con Eco, con Tabucchi, eccetera. Come mai stanno zitti davanti alla casa che brucia? Come mai lo scandalo non li scandalizza? Non si chiedono, Cordelli e compagni, che forse è più serio stare ancora un po’ alla finestra piuttosto che sparare giudizi alla rinfusa, senza troppi argomenti?
    Poi, francamente, questo fiorire di mammole e verginelle, che si ritraggono scontrosette perché Fassino tifa per la banca delle cooperative o perché D’Alema ha la passione della barca, fa sorridere anche il più bacchettone dei veterocomunisti. Vergogna: la sinistra s’intende di finanza e di scalate, i suoi dirigenti addirittura parlano confidenzialmente con i banchieri. È immorale: banche e scalate le lascino alla destra, che è materia loro. Il politico di sinistra deve andare in giro con scarpe di pessima marca, sul pattino gli se piace il mare, e vestire povero (se ha la sfortuna di non nascere povero). Infatti la barca di Beppe Grillo non scandalizza nessuno, quella di D’Alema fa impressione.
    Questa storia, che almeno fino ad oggi lascia Fassino fuori da ogni indagine giudiziaria, ha subito smosso le coscienze dei benpensanti, colpiti da un possibile “collateralismo” dei Ds: coscienze sensibili, incantate dalla purezza, come se la politica non fosse di questo mondo. E invece è di questo mondo e ha un suo linguaggio omologante e a sua volta dipendente da un modello di sviluppo che sfugge al suo potere. La politica vorrebbe incidere sulla realtà ma spesso ha comportamenti dettati dall’esterno, è condizionata dal mercato e non riesce a rispondere alle forti pressioni dei conflitti sociali. Talvolta costruisce alleanze “insane”, anche immorali. Da quando in qua politica e moralità hanno marciato insieme? Nei casi “buoni” la giustizia è il risultato di una somma di ingiustizie. Quel che oggi c’è da chiedersi, semmai, è se nelle possibilità della politica c’è ancora la creazione di regole che tutelino l’esclusivo interesse dei cittadini. Questo è il problema che gli scrittori e gli intellettuali debbono seriamente porsi.
    Il sospetto che in questi anni la politica giuochi un ruolo subalterno, se non proprio di servizio, rispetto a un sistema economico-finanziario internazionale e globalizzato, non è un’invenzione fantastica. Che sia solo uno strumento, e neanche centrale, di quel sistema dove si giocano le pesantissime partite legate all’approvvigionamento dell’energia, ai grandi mercati, ai riciclaggi di denaro, alle ipocrite esportazioni della democrazia, è un’ipotesi che si fa realtà. Se così è, perfino le differenze tra destra e sinistra diventano secondarie. La partita si svolge altrove, e sempre meno in Parlamento, dove restano le briciole. Noi qui stiamo a far finta di scandalizzarci perché nei toni della conversazione telefonica intercettata c’è troppa confidenza tra Fassino e Consorte. Toni che hanno offeso l’irreprensibilità di Cordelli, scatenando una piedigrotta di luoghi comuni.
    In ogni caso si ha l’impressione che nella testa di alcuni esponenti della sinistra sopravviva un’idea della politica che snatura le istituzioni e inquieta gli elettori. Eco, Tabucchi e Camilleri continueranno a star zitti? Speriamo. Il tono di voce di questi piccoli Savonarola non li tocca, è tutta roba vecchia.

    Il Messaggero
    lupocattivo

  3. #3
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    Predefinito dalla "Voce" in edicola domani ....



    Partito riformista, se Scafari ci crede

    E’ davvero singolare come alcuni commentatori, additati quali esempi della cultura e del giornalismo laico, lentamente abbiano assunto toni dogmatici ed apodittici nelle tesi che sostengono, escludendo ogni ragionevole dubbio e sottovalutando ogni possibile obiezione. Un esempio sempre più continuo di questo assolutismo della propria ragione lo fornisce, con forbita eloquenza e anche una certa efficacia, il fondatore stesso del quotidiano "la Repubblica". Egli, nel suo ultimo articolo, ci spiega come tesi indiscutibile che, per quanto non sarà un’operazione semplice “fondere in uno stesso contenitore due culture politiche e due esperienze storiche profondamente diverse che derivano una dal Pci e l’altra dalla Dc”, tale operazione è tuttavia "la sola capace di dare vita ad un forte partito riformista, tanto più necessario in un paese che di un riformismo serio ha bisogno”. Poi aggiunge che, tra gli effetti positivi, vi sarà anche quello “di facilitare la nascita di un partito conservatore moderno, adeguando finalmente la democrazia italiana ai modelli del bipolarismo e del bipartitismo che da molto tempo caratterizzano le democrazie occidentali al di là e al di qua dell’Atlantico”. E’ Scalfari, ma sembra Zaratustra, se non c’è la possibilità del contraddittorio. Non certo per dare torto, ovviamente, ad una figura di tale rilievo intellettuale, ma solo così, per capire meglio e per svolgere quella funzione basata sulla dialettica che dovrebbe distinguere gli spiriti laici, appunto, da quelli codini.
    Allora noi prendiamo atto che Scalfari riconosce una certa difficoltà a fondere due culture tanto diverse come quelle derivate dalla Dc e dal Pci, anche perché, ci perdoni, furono anche culture avverse, a tal punto che molti esponenti della Dc trasmigrarono in formazioni che assicurassero loro l’alto tasso di conflittualità che aveva caratterizzato i rapporti fra quei due storici partiti. Magari Scalfari riterrà questo un riflesso passatista, un vizio assurdo, ma tant’è. Prendiamo atto che egli pone l’accento sulla difficoltà, e non stiamo a divagare tanto. Anche perché, quello che davvero non si capisce, è perché da due partiti che non sono mai stati riformisti nella loro storia, dovrebbe scaturire una generazione di riformisti da entrambi. E' questo aspetto che Scalfari dovrebbe spiegare, e con argomenti consistenti, perché stupisce sentire che la Dc sia stata riformista (con che fatica il centrosinistra, quello storico, riuscì a portarla ogni tanto su questo terreno); ed il Pci, fu sì rivoluzionario, poi di governo, poi alternativo, ma riformista davvero mai. Poi, nel caso ci sbagliassimo su questa ipotesi storica e Scalfari ci dicesse come e perché egli ritiene Pci e Dc mallevadori del riformismo, ci dovrebbe poi spiegare quale riforme potrebbero fare insieme in un solo partito Ds e Margherita. Escluderemmo nel campo dei diritti civili, visto che su bioetica, fecondazione e pacs hanno posizioni contrapposte. Potrebbero forse fare una riforma in campo economico, contro la precarietà, cancellando la legge Biagi, ma a quello ci penserà semmai Bertinotti, e non si vanterà certo per questo del titolo di riformatore. E’ vero invece - e bisogna convenire con Scalfari - che semmai si vedesse un forte partito riformista, potrebbe anche vedersi costituire un forte partito conservatore. Ma se servisse un partito riformista, come ci spiega Scalfari, cosa c’è da conservare in Italia di così importante, tanto da costruire un grande partito ispirato a principi conservatori? I beni culturali, forse, ma a questi ci pensa già Sgarbi. Del resto nel campo avverso al centrosinistra si parla di partito moderato, non conservatore, il che significa che si ha un certo dubbio che l’Unione possa davvero produrre un partito riformatore, piuttosto che - come ha detto l’onorevole Amato - un essere ermafrodita che sia dunque al tempo stesso riformista e conservatore. E che questo non nasca perché sono incompatibili tali termini fra loro, tanto da non potersi ripetere anche in Italia quel bipartitismo che caratterizza il resto del mondo occidentale. Infatti, sia al di qua che al di là dell’Atlantico, non c’era né un forte partito comunista, né la chiesa cattolica. E solo l’assenza di queste due strutture è alla base di un progetto riformatore di massa, quale è il partito democratico negli Usa. Ma Scalfari non avrà tempo per leggere tali annotazioni e tantomeno per risponderci.

 

 

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