Dopo il caso Fassino-Consorte
Lo psicodramma che investe la sinistra, e che da giorni va materializzandosi in una marea di lettere a giornali e siti “d’area”, esige una riflessione che vada al di là delle diatribe su questa o quella figura. Si capisce perfettamente come i militanti Ds possano appassionarsi alle sorti di D’Alema o Fassino, e anche come possano sognare nuovi condottieri, ma è ugualmente vero che perfino tali questioni sono meglio comprensibili all’interno di una riflessione più ampia.
Se le Coop hanno “messo gli artigli” – per richiamare l’espressione impiegata da Fausto Bertinotti in un’intervista apparsa sul Corriere della Sera – questo si deve al fatto che il legame tra partiti ed economia è, in Italia, strettissimo. Le manovre politico-finanziarie di Consorte e le intercettazione dei suoi colloqui con il segretario diessino sono l’esito previsto e prevedibile di un ordine economico in cui lo Stato controlla direttamente il 50% dell’economia ed è in condizione di ricattare e minacciare anche la restante parte.
Se i rapporti tra affari e istituzioni sono del tutto evidenti a destra, allora, non si può pensare che le cose sia poi tanto diverse nell’Unione, il cui leader ha costruito la propria carriera quale manager di Stato targato Dc ed è stato per anni alla guida del maggior gruppo industriale del Paese, l’Iri. Se i Ds hanno le Coop e il Monte dei Paschi, a sua volta la Margherita ha rapporti di grande sintonia (usiamo tale eufemismo…) con Abete, Montezemolo e una larga parte dell’universo confindustriale.
Ma non bisogna scandalizzarsi di fronte a tutto ciò, poiché è chiaro che nell’Italia di oggi le regole “materiali” della lotta politica sono in larga misura scritte da un sistema economico costantemente dominato da decisioni legislative, interventi delle authority, nuove tasse ed altri provvedimenti. E se la politica invade il campo e pretende di “dettare le regole” al mondo degli affari, è scontato che quest’ultimo reagisca e si organizzi in un sistema di lobby. Malversazioni e favoritismi sono la conseguenza diretta di tutto ciò.
D’altra parte, nella storia umana pochi paesi sono stati tanto corrotti come la vecchia Unione sovietica, o anche la Cina attuale. E questo non deriva dal fatto che i comunisti sarebbe sempre cattivi (e quindi anche un po’ ladri e ricattatori), ma è figlio dall’abuso di quei poteri di cui il ceto politico dispone in un’economia largamente statizzata.
Il dramma attuale della sinistra proviene da qui. Ed è un dramma autentico, poiché pone i progressisti di fronte ad un dilemma che essi non vogliono ammettere.
Da un lato, il “popolo di sinistra” vorrebbe difendere quella bandiera della questione morale con cui, da Enrico Berlinguer in poi, ha cercato di supplire al progressivo dissolversi dell’ideologia comunista originaria. Solo raramente è stato rilevato come per la sinistra italiana gli anni Settanta hanno segnato – al tempo stesso – le prime prese di distanza del Pci da Mosca e la costruzione di una nuova identità moralizzatrice: del tutto inimmaginabile quando la sinistra celebrava nel Partito “il nuovo Principe” e vedeva nell’etica stessa solo il sopravvivere di preoccupazioni borghesi.
Ripensatisi giacobini e “scalfariani”, i post-comunisti non possono però pretendere di salvare questa loro pretesa purezza se non buttano a mare quella presenza pubblica nella vita sociale che, ad ogni latitudine, produce i medesimi scandali oggi al centro delle nostre cronache.
Tra i Ds finora molti si erano illusi che ad evitare problemi ed incidenti potessero bastare la silhouette austera di Piero Fassino (i forchettoni sono per definizione un po’ grassocci…) e le sue origini familiari sabaudo-borghesi. Ma le connivenze tra affari e politica discendono direttamente da elementi assai costanti all’interno delle società politiche, poiché le leggi che regolano tutto ciò sono ben più forti dei pregiudizi un po’ snob dietro ai quali la sinistra neo-azionista ha cercato di proteggersi.
Se però la sinistra volesse salvarsi l’anima (e anche la fedina penale), essa dovrebbe pensare ad un futuro dell’Italia in cui i rapporti tra politica ed economia siano radicalmente diversi. E se intende evitare il moltiplicarsi di Tangentopoli ai suoi danni non ha che da smantellare quell’interventismo pubblico che però rappresenta – di fatto – la più pesante eredità ideologica del suo passato.
Poiché non sono disposti a diventare liberali e non vogliono mettere in discussione lo strapotere del ceto politico, gli uomini di sinistra sono costretti a nutrire l’illusione di una loro “diversità antropologica”. Devono quindi inseguire leader carismatici, costruire culti della personalità, moltiplicare icone che in qualche restituiscano qualche frammento dei sogni che – da ventenni – ispirava loro l’immagine romanzesca di Ernesto “Che” Guevara. Oggi sappiamo bene, però, che il rivoluzionario argentino fu un boia sanguinario; e che come insegnavano grandi analisi della società come Edmund Burke o Lord Acton, costruire apparati di potere significa aprire la strada al male.
di Carlo Lottieri
Da L’Indipendente, 6 gennaio 2006


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