IRAQ LIBERO – COMITATI PER LA RESISTENZA DEL POPOLO IRACHENO



Bollettino del 19 gennaio 2006



http://www.iraqiresistance.info




Questo bollettino contiene:

1. 18 MARZO: MANIFESTARE TUTTI, MANIFESTARE TUTTO – Comunicato dei Comitati Iraq Libero

2. LE INDIGESTE ELEZIONI DEL 15 DICEMBRE

3. LA RESISTENZA ARMATA CONTINUA – Alcuni dati

4. CAPODANNO BIPARTISAN A NASSYRIA

4. INTERVISTA AD AL KUBAYSI, FINALMENTE LIBERO

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18 MARZO

MANIFESTARE TUTTI, MANIFESTARE TUTTO



Il 18 marzo, terzo anniversario dell’inizio dell’aggressione all’Iraq, dovremo essere tutti in piazza.

Primo, perché l’occupazione imperialista deve finire. Secondo, perché il movimento contro la guerra deve far sentire la sua voce a fianco della Resistenza irachena. Terzo, perché a 3 settimane dalle elezioni politiche, è necessario denunciare e smascherare la retorica bipartisan che ha portato in gita a Nassyria l’orribile coppia Casini-Violante.

Per tutti questi motivi i Comitati Iraq Libero invitano alla massima mobilitazione: il 18 marzo non deve essere una scadenza rituale, bensì un grande momento di lotta politica.



C’è invece chi vorrebbe proprio la ritualità, per spegnere il movimento, per renderlo politicamente innocuo, per piegarlo alle esigenze elettorali del centrosinistra.

Non a caso in molti hanno addirittura lavorato per evitare la manifestazione di Roma. L’Iraq è evidentemente una patata troppo bollente per il ceto politico collaterale all’Unione. Non sono potuti arrivare a tanto, ma non per questo il tentativo di sterilizzare la manifestazione (e di farla in sostanza fallire) si è fermato.

A Vienna, nei giorni scorsi, il Social Forum Europeo, a causa del maggior peso delle forze più moderate, ha partorito un documento insulso che arriva al capolavoro di non citare neppure, per una manifestazione dedicata all’Iraq, il fatto principale che ha sconvolto i piani degli strateghi della guerra e del terrore che governano a Washington: la RESISTENZA.

Mentre gli stessi americani riconoscono nei fatti (ovviamente dal loro punto di vista) la necessità di farci i conti, il Social Forum Europeo ha deciso di arretrare addirittura rispetto al documento di un anno fa che perlomeno, pur senza sostenerla, della Resistenza riconosceva almeno la legittimità.

Oggi neppure una parola! Evidentemente il popolo iracheno non ha diritti, specie se questi non collimano con gli orientamenti del centrosinistra europeo, quello stesso centrosinistra che – laddove governa – ha condiviso la chiusura delle porte della “Fortezza Europa” ad Haj Ali, il simbolo dei torturati di Abu Ghraib.



NOI NON SIAMO D’ACCORDO.

Il 18 marzo vogliamo una vera manifestazione contro l’occupazione, per il diritto all’autodeterminazione del popolo iracheno in un paese libero ed unito. Questi obiettivi possono essere raggiunti solo con la vittoria della Resistenza popolare, che alla manifestazione di Roma dovrà finalmente avere diritto di parola. Insomma, il 18 marzo dovremo manifestare tutti ma manifestando tutto, non solo ciò che conviene a quelle componenti del Social Forum vassalle del centrosinistra.



In molti, nel movimento contro la guerra, avvertono esattamente questa esigenza.

Anche per questo porteremo le nostre posizioni e le nostre proposte all’assemblea nazionale preparatoria della manifestazione prevista per sabato 11 febbraio a Firenze.



In ogni caso non accetteremo di certo di stare al gioco di chi vuole una manifestazione fiacca, meglio se piccola, comunque spenta e politicamente insignificante.

La manifestazione del 18 marzo deve anzi rispondere con forza ai cedimenti ed ai silenzi che hanno accompagnato la vergognosa manifestazione filosionista di novembre che ha visto in campo quello stesso schieramento bipartisan che oggi sostiene la politica aggressiva degli Stati Uniti e dell’Europa nei confronti dell’Iran.

E, guardando all’Italia, la manifestazione dovrà tendere ad unire tutti i movimenti sociali che sono scesi in campo negli ultimi mesi, affinché diano vita ad un’opposizione politica e sociale più che mai necessaria nella prossima legislatura chiunque vinca le elezioni del 9 aprile.

Per questo invitiamo tutte le realtà che condividono questa esigenza di autonomia di tutti gli antimperialisti ad un incontro nazionale che proponiamo si tenga a Firenze domenica 12 febbraio.



Fuori tutte le truppe di occupazione!

No alla balcanizzazione imperialista dell’Iraq!

Per la vittoria della Resistenza popolare!



Comitati IRAQ LIBERO 19 gennaio 2005

iraqlibero@email.it




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LE INDIGESTE ELEZIONI DEL 15 DICEMBRE



Dopo le elezioni farsa del 30 gennaio 2004 passarono ben 14 giorni prima che il risultato elettorale venisse annunciato. Un lasso di tempo giudicato assurdo perfino da una parte dei sostenitori della “democratizzazione” dell’Iraq a suon di bombe.

Ma evidentemente la “democrazia”, insieme ai suoi im(brogli), macina un record dopo l’altro. Siamo ormai ad oltre un mese di distanza dalle elezioni politiche del 15 dicembre ed ancora non si vede l’ombra dei risultati ufficiali.

Buon segno! E’ questa la conferma del fatto che queste elezioni sono andate storte agli occupanti. Certo, aggiusteranno voti e seggi, ma ben difficilmente potranno nascondere la loro sconfitta.

L’Iraq non è sulla via della normalizzazione, anzi sul piano politico la situazione appare oggi più ingestibile di un anno fa e non è un caso che gli stessi uomini di Bush abbiano ormai abbandonato i toni trionfalistici di un tempo.

Un mese fa, subito dopo il voto, esprimemmo il nostro ottimismo pur in presenza di un quadro qualitativamente nuovo e certo non privo di rischi. Oggi possiamo dire che quell’analisi risulta confermata dai fatti: gli USA annaspano alla ricerca di un equilibrio politico che gli dia quantomeno un pò di respiro, mentre sul piano militare la Resistenza continua a colpire gli occupanti.

La partecipazione al voto nelle aree di maggior resistenza popolare all’occupazione non rappresenta un successo degli americani, ma piuttosto il tentativo di inceppare dall’interno la fragilissima architettura istituzionale costruita dagli USA.

In breve: voto e Resistenza sono in questo caso due aspetti della stessa battaglia per liberare l’Iraq. Che questa lettura delle elezioni del 15 dicembre sia tutt’altro che fantasiosa lo attestano alcuni commentatori del campo avverso. Se infatti lasciamo da parte la propaganda filo-americana alla Magdi Allam e leggiamo, ad esempio, l’editoriale di Lucio Caracciolo sull’ultimo numero di Limes, troviamo questa affermazione testuale: “Guerriglia e partecipazione al voto non sono necessariamente contraddittorie, semmai due facce della stessa strategia”.

Detto questo, chiarito come stanno le cose, sbaglieremmo a sottovalutare l’iniziativa politica messa in campo dagli Stati Uniti.

C’è voluto il New York Times del 7 gennaio affinché venissero a galla alcune verità. La più importante di queste è che gli Stati Uniti hanno attivato da qualche mese diversi canali di trattativa con alcuni settori riconducibili alla resistenza. Lo scopo è ovviamente quello di dividerla per reintegrare negli apparati statali una parte del vecchio Baath (inteso come area, non come partito, peraltro sciolto), per arrivare, pur se per vie diverse da quelli inizialmente prefigurate, a quel quadro di (relativa) stabilizzazione che rappresenterebbe la vera premessa alla vittoria americana.

A questo proposito è bene ribadire in cosa consisterebbe tale vittoria: nel sostanziale controllo del paese, attraverso un governo amico che ne assecondi le pretese egemoniche nell’area e garantisca la presenza definitiva delle basi militari di Washington.

Questi sono gli scopi fondamentali che hanno mosso Bush fin dall’inizio. Se essi non verranno raggiunti sarà una sconfitta durissima per l’imperialismo americano. L’analisi della situazione, a quasi tre anni dall’inizio dell’aggressione, ci dice che questi obiettivi sono ben lontani dall’essere raggiunti.

Ma dietro l’accelerazione dei tempi da parte dell’amministrazione americana c’è dell’altro, c’è in particolare la preparazione della nuova aggressione imperialista, questa volta diretta verso l’Iran.

La situazione è dunque in grande movimento. Quel che è certo è che gli strateghi della Casa Bianca potranno raggiungere, almeno in parte, i loro scopi solo ad una condizione: che il processo di tripartizione del paese vada avanti spedito, applicando un modello che – pur in una situazione profondamente diversa – ha purtroppo funzionato negli anni ’90 nei Balcani.

E’ dunque su questo punto, la difesa dell’integrità e dell’unità nazionale dell’Iraq, che si verificherà la credibilità politica delle varie componenti che si oppongono all’occupazione militare. E’ su questo terreno che potrà determinarsi il minimo comun denominatore delle forze della Resistenza. E’ su questo obiettivo, oggi politicamente decisivo, che gli antimperialisti debbono pronunciarsi senza tentennamenti.



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LA RESISTENZA ARMATA CONTINUA

Alcuni dati



Tra i filoamericani più accaniti non mancano gli illusi. Costoro annunciano la sconfitta della Resistenza ad ogni passaggio della guerra irachena. Finora la realtà dei fatti li ha sempre smentiti.

Per noi la Resistenza non è solo lotta armata, ma senza la guerriglia non vi sarebbe alcuna possibilità di vittoria per la lotta di liberazione del popolo iracheno.

Siamo peraltro convinti che la Resistenza potrà infine vincere solo in virtù di un processo politico di unificazione del maggior numero possibile di forze che si battono contro gli occupanti, ma siamo altrettanto convinti della necessità politico-militare di non dare tregua alle truppe imperiali.

Insomma, poiché di una guerra di liberazione si tratta, l’aspetto militare ha una grande rilevanza. Se solo uno sciocco militarismo potrebbe misconoscere gli aspetti politici della Resistenza, soltanto l’opportunismo al cubo di un certo “pacifismo” può far finta di ignorare che senza resistenza armata gli aggressori avrebbero già vinto da tempo la loro partita.

Per misurare l’efficacia della Resistenza non abbiamo mai applicato il body count, caro invece agli strateghi militari americani.

Tuttavia, a quasi tre anni dalle prime bombe su Bagdad, un bilancio delle perdite USA in uomini e mezzi ha il suo significato. Non che l’attuale livello di perdite sia sufficiente a costringere gli americani al ritiro, ma è l’andamento di queste perdite ad indicarci la tenuta della Resistenza in questi anni.

Secondo le stesse fonti americane, nel 2005 il numero degli attacchi della guerriglia si è attestato su una media di circa 60 al giorno, decisamente superiore alla media dell’anno precedente. Dal marzo 2003, il 70% dei 1100 carri armati presenti in Iraq sono stati colpiti in modo più o meno grave. Nello stesso periodo sono stati abbattuti circa 40 elicotteri.

Quando si parla di questi “dati sensibili” occorre essere molto prudenti. E’ certo che gli USA, come già fecero per lunghi anni in Vietnam, riducono consistentemente le loro perdite. Nel novembre scorso dai comandi militari uscì un dato che moltiplicava per quattro (8.100 contro i 2.100 ammessi) il numero dei caduti americani. Ma questa gaffe venne subito oscurata dal sistema mediatico.

Fatta questa premessa, guardiamo i dati ufficiali del comando USA. Secondo questi dati, che riguardano i soli militari ed escludono i cosiddetti contractors, i morti americani sarebbero stati 486 nel 2003, 848 nel 2004, 846 nel 2005. I feriti, 2409 nel 2003, 7989 nel 2004, 5939 nel 2005. A queste cifre bisogna aggiungere le perdite degli alleati (tra i quali l’Italia), per un totale di 201 caduti al 31 dicembre dello scorso anno.

E’ evidente che il numero delle perdite è legato allo svolgimento o meno di grandi operazioni militari, come i due attacchi a Falluja dell’aprile e del novembre 2004, o la battaglia di Najaf dell’agosto dello stesso anno. Nel 2005 l’atteggiamento delle forze di occupazione è stato più prudente: gli attacchi aerei alle zone liberate sono continuati, ma per ridurre le perdite i comandi hanno accettato un minor livello di controllo del territorio. E non è un caso che, nello stesso periodo, le forze armate del governo fantoccio di Bagdad abbiano visto salire quotidianamente le proprie perdite.

Insomma, anche a voler prendere per buoni – e sappiamo perfettamente che sono abbondantemente sottostimati – i dati degli invasori, la forza militare della Resistenza non è certo in calo. Insufficiente per vincere senza l’insurrezione urbana, essa è stata sufficiente però ad insabbiare la più potente macchina da guerra della storia.

Scusate se è poco.



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CAPODANNO BIPARTISAN A NASSYRIA



L’importanza dei simboli in politica è nota.

Ed i protagonisti dell’ultrasimbolica visita bipartsan a Nassyria non sono degli improvvidi ragazzini.

Casuale non è stata neppure la data: il giorno di Capodanno, quasi a voler indicare la priorità dell'anno che si apre, quella di un’Italia unita attorno alle truppe di occupazione inviate a dar manforte agli americani.

Per la prima volta una delegazione di questo tipo, composta dal presidente della camera Casini e dal presidente della commissione difesa Luigi Ramponi (An), ha visto al proprio interno un membro di quella che si vorrebbe fosse l’“opposizione parlamentare” e cioè il capogruppo Ds a Monteccitorio, Luciano Violante.

Il brindisi bipartisan di Camp Mittica parla più di cento mozioni parlamentari e più di mille annunci sul ritiro delle truppe dopo l’attesa vittoria elettorale dell’Unione.

Il servilismo atlantico unionista diverge da quello sfacciato dei berlusconiani solo per le forme più sobrie, ma la sostanza è identica. Non a caso l’Unione (con il Prc che tace e accossente) parla di “ritiro graduale e concordato”, una formula identica a quella del governo, un trucco assai palese per eludere impegni e date e soprattutto per dare ogni assicurazione ai padroni della Casa Bianca.

All’orribile coppia del pranzo di Capodanno a Nassyria un solo augurio: che tutto gli vada di traverso!



PS: Al momento di inviare questo bollettino apprendiamo delle dichiarazioni del ministro della difesa, Martino, sul ritiro di 1000 soldati a giugno e di tutti gli altri a dicembre 2006. Non entriamo qui nel merito della credibilità di questo annuncio. Quel che è certo è che l'Unione, tacendo ogni riferimento a numeri e date, ha fatto certamente di peggio.




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INTERVISTA AD AL KUBAYSI, FINALMENTE LIBERO



Alla fine di dicembre, Jabbar al Kubaysi, segretario generale dell’Alleanza Patriottica Irachena, è stato finalmente rilasciato dagli americani insieme ad altri importanti prigionieri politici. Era stato sequestrato dalle forze speciali USA la notte del 3 settembre 2004. In tutto questo periodo è stato detenuto nel carcere della base americana di Camp Cropper, presso l’aeroporto di Bagdad.

Quella che pubblichiamo di seguito è la sua prima intervista dopo la scarcerazione.



"Diversi prigionieri sono morti per le torture"



intervista di Kulu al-Arab*

Bassora, 28 dicembre 2005



"Gli interrogatori e le procedure erano estenuanti. Gli interrogatori cambiavano continuamente, e le loro sessioni duravano oltre 20 ore, un periodo di tempo che dovevamo sempre passare con mani e piedi legati e con gli occhi bendati. Gli interroganti erano costituiti da gruppi di quattro americani della CIA o di altre agenzie, e cambiavano continuamente. Ci chiedevano informazioni sulla resistenza o sulle moschee di Falluja, e altre domande concrete. A un certo punto, la discussione iniziava a girare attorno all’occupazione stessa."



Kulu al-Arab (K al-A.): Potresti riassumerci il tuo periodo di incarcerazione?



Abdel Jabbar al-Kubaysi (A al-K): Sono stato incarcerato per 16 mesi nel carcere all’aeroporto internazionale di Baghdad, a Camp Cropper, che è anche la più grande base statunitense nel paese. All’inizio della mia prigionia, gli interroganti americani mi mostravano delle cartelle che, a loro dire, avrebbero contenuto informazioni su di me a partire dal 1960. Il mio interrogatorio è durato sei mesi, e nel complesso è stato di natura politica. Mi hanno anche chiesto di personalità arabe e straniere. Durante l’ultima parte dell’interrogatorio, mi hanno detto che non credevano a una parola di ciò che avevo detto loro. Risposi: “il problema è vostro”.

Nei primi sei mesi del mio imprigionamento, sono stato messo in una baracca di legno costruita all’interno di una cella un po’ più grande. Ma ho trascorso i primi 11 giorni in una cassa di legno in cui riuscivo a entrare a stento.

Dopo i primi sei mesi, mi hanno trasferito dove si trovavano i prigionieri politici. In quel periodo di carcere, ho potuto parlare con tutti loro, tranne Tareq Aziz e Taha Yasin Ramadan, che ho visto da lontano, ma con cui non mi sono mai incontrato. Ho parlato spesso con Qays al-Aazami, Humam Abdel Kader, Humam Abdel Jalek, Abdel Atawab Hwich, Amhed Mortada, Hussam Mohamed Amin, Sutam Alhammud e Abd Hammud, oltre a diversi ufficiali dei servizi segreti iracheni. In tutto, ci sono 103 persone in questo carcere.

Prima di liberarci, ci hanno chiesto se avevamo una destinazione di preferenza. Io e cinque altri abbiamo scelto Baghdad, altri cinque hanno scelto Tikrit; altri ancora hanno scelto Amman, [Giordania] tra cui le donne, Huda Saleh Ammash e Rihab Taha, perché temevano di essere assassinate dalle Brigate Badr.

Nel carcere [presso l’aeroporto di Baghdad] ci sono ancora circa 65 [dirigenti del deposto governo e del partito Baath] che aspettano di essere giudicati. Ma è probabile che alcuni di loro saranno rilasciati, come Mohamed Mahdi Saleh (già ministro del commercio), Abdel Atawab Hwich e Saad Abdel Majid al-Faysal (ex-impiegati civili del ministero degli esteri), Fadel Mahmud Gharib e Jalil Sarhan (membri della direzione del partito Baath), e Hamed Challah (comandante dell’aeronautica). Ci sono in tutto 12 prigionieri che non sono ancora comparsi davanti a un giudice, ma potrà succedere in futuro che avvenga.

La caratteristica fondamentale di questo centro di incarcerazione è il suo totale isolamento dal resto del mondo. Il prigioniero vede solo soldati statunitensi – anche se in seguito mi hanno permesso di contattare la mia famiglia per dieci minuti ogni 40 giorni e hanno fatto lo stesso con gli altri prigionieri, che potevano vedere le proprie famiglie per 20 minuti ogni quattro mesi. Queste misure hanno avuto effetto su tutti.



K al-A: Come ti hanno trattato gli occupanti appena prima di liberarti?



A al-K: Prima della mia liberazione, gli americani mi hanno chiesto di firmare una dichiarazione contro la violenza, in cui promettevo di non agire contro il governo iracheno o contro le forze di occupazione multinazionale, e dove dovevo giurare di non promuovere alcuna attività contro di loro e di promettere tutto questo davanti alle forze di sicurezza [irachene]. Dovevo inoltre astenermi da ogni espressione politica nei media per un anno e mezzo.

Ho chiesto loro come potevano pensare che sarei diventato un loro confidente, e mi sono rifiutato di firmare quel documento. Ho anche detto a un generale statunitense che se mi avevano già tenuto in carcere per tanto tempo per essermi rifiutato di accettare ciò che mi proponevano, come potevano pensare che potevano trasformarmi in una loro spia a questo punto. E ho aggiunto, “Credi che io possa tacere di ciò che sta succedendo al mio paese?” Ho lasciato la sala degli interrogatori e sono andato nella mia cella. Il generale mi ha seguito e mi ha detto, “va bene, firma quello che vuoi e cancella quello che non vuoi".

Uno dei punti del documento parlava di “sostenere una riconciliazione nazionale in un Iraq unito” e un altro punto diceva che ero stato “informato che il partito Baath era stato messo fuorilegge”. Un altro punto faceva riferimento alla mia “disponibilità a presentarmi davanti a un tribunale se ciò venisse richiesto”, anche se durante tutto il tempo della mia incarcerazione, avevo scritto lettere al Comitato Internazionale della Croce Rossa (ICRC) chiedendo di venire scarcerato o giudicato da un giudice iracheno. Così ho firmato il mio consenso su questi punti e ho cancellato gli altri.

Quando sono uscito dal carcere, mi hanno dato un certificato che diceva che ero stato prigioniero, con un numero di telefono da chiamare nel caso in cui i soldati avessero deciso di arrestarmi di nuovo.



Gli interrogatori



K al-A: Che tipo di discussioni hai avuto con gli interroganti?



A al-K: Gli interrogatori e le procedure erano estenuanti. Gli interrogatori cambiavano continuamente, e le loro sessioni duravano oltre 20 ore, un periodo di tempo che dovevamo sempre passare con mani e piedi legati e con gli occhi bendati. Gli interroganti erano costituiti da gruppi di quattro americani della CIA o di altre agenzie, e cambiavano continuamente.

Ci chiedevano informazioni sulla resistenza o sulle moschee di Falluja, e altre domande concrete. A un certo punto, la discussione iniziava a girare attorno all’occupazione stessa e al denaro rubato dall’Iraq (ho detto loro più volte che erano ladri, e l’interrogante mi rispose che era una menzogna; la volta successiva, gli gettai in faccia che lui e suo padre e il suo presidente erano tutti ladri.)

Per giustificare la mia incarcerazione, gli interroganti hanno mosso delle accuse che non si sono mai trasformate in accuse penali, perché sapevano che non erano vere, e non perché mi rifiutavo di confermarle: mi accusavano infatti di mobilitare forze arabe ed europee contro l’occupazione, o di aver avuto incontro con Saddam Hussein per organizzare le azioni della resistenza in seguito all’occupazione, o di essere il coordinatore politico degli islamisti, dei sadristi e dei baathisti, oltre a essere un teorico politico della resistenza.

Uno degli interroganti ha presentato alcuni dei miei scritti come prova che ero un teorico politico della resistenza, testi in cui avevo sollevato alcuni punti riguardo alla creazione delle condizioni per espellere gli occupanti. Non nego di sostenere la resistenza fino all’espulsione dell’ultimo soldato americano e iraniano dal mio paese, ma dall’altro canto, non so chi è che costituisce la resistenza.

In qualche articolo, avevo scritto che occorrevano quattro condizioni per porre fine all’occupazione: innanzitutto, le attività armate della resistenza andavano estese geograficamente e dovevano crescere fino a diventare una resistenza nazionale senza differenze religiose; secondo, si dovevano promuovere le azioni qualitative in modo da infliggere il massimo danno alle forze statunitensi sul piano umano e materiale; terzo, l’Iraq non si doveva isolare dai paesi circostanti per motivi storici o per la geopolitica [regionale] e quindi tutto ciò che avviene in Iraq avrebbe avuto un effetto su tutta la regione; questo avrebbe costretto i governi mediorientali fedeli agli Stati Uniti a spiegare [all’amministrazione Bush] i rischi che avrebbero corso continuando a occupare l’Iraq le conseguenze del rafforzamento della resistenza irachena, in modo che gli USA avrebbero capito che l’entità sionista, che gli Stati Uniti proteggevano conducendo la guerra per loro conto, era in pericolo; e quarto, che gli USA avevano perso credibilità. Nel suo insieme, questi fattori avrebbero spinto la società statunitense a respingere l’occupazione e la guerra in Iraq.

Poi mi ha chiesto: "Perché non combatti contro l’occupazione iraniana?" e io gli ho risposto che l’occupazione iraniana sarebbe finita un minuto prima del ritiro americano dall’Iraq, perché si tratta di un’occupazione timida che è arrivata dopo la vostra, quella americana, e che cesserà non appena l’esercito statunitense si logora e fugge dall’Iraq. È un’occupazione coperta dall’elmetto del soldato statunitense e sostenuta dai servizi segreti iraniani e dalle organizzazioni e istituzioni controllate da tali servizi, che ricevono decine di milioni di dollari.

Mi ha risposto: "allora può scoppiare una guerra civile." Gli ho detto: "Lascia che ci ammazziamo tra di noi. In Iraq non ci siamo mai sentiti sciiti o sunniti, abbiamo cominciato ad ascoltare queste cose solo quando siete arrivati voi e avete portato il governo iraniano di al-Jaafari e i partiti iraniani, però tutto questo finirà quando lascerete il mio paese. Voi siete i nemici adesso e la vostra espulsione è l’unico modo che abbiamo per uscirne, e sarete espulsi dalla resistenza”. Dopo poco, mi ha insultato e io ho insultato lui, e io gli ho detto che lui non ci poteva fare niente, tranne spararmi alla testa.

Più tardi, un altro interrogante è venuto dalla CIA e mi ha detto che l’Iraq era in pericolo e che gli USA stavano per essere sopraffatti, e che loro rispettavano la nostra analisi della situazione. Ha addirittura promessa di portarla a Washington.



Torture



K al-A: Riguardo alla tortura, cosa succedeva in quel carcere?



A al-K: Personalmente, non ho visto torturare nessuno, salvo quattro persone: Taha Yasin Ramadan, vicepresidente della Repubblica – ho visto il suo corpo ricoperto di sangue mentre cercava di lavarsi le ferite con acqua e sale; Jamis Sarhan, un dirigente del partito Baath e residente di Falluja; il dottor Hazem Achaij [al-Shaykh] Arrawi, uno scienziato impegnato nel programma biologico; e Mohamad Al-Saghir, un ufficiale dei servizi segreti. Non parlo della normale pratica di bendare gli occhi e di legare le mani dietro la schiena ai prigionieri, per poi legarli con i piedi in una cassa di legno dentro un altro buco scuro e piccolo. No, non parlo di queste pratiche, che abbiamo sperimentato tutti durante i giorni degli interrogatori e che anch’io personalmente ho subito.

Devo anche dire che quando mangiavamo, non ci slegavano le mani, né ci toglievano le bende. Solo che, invece di legarci le mani dietro la schiena, ce le legavano davanti e dovevamo usare le mani alla cieca per mangiare. Il pranzo durava 10 minuti e subito dopo ci legavano di nuovo le mani dietro la schiena.



K al-A.: Sai se qualcuno è morto sotto le torture?



A al-K: Sì, diverse persone sono morte sotto tortura, tra cui Adel Al-Duri, che aveva più di 60 anni e che era un membro del direttivo del partito Baath; Hamza Zubaidi, ex primo ministro che aveva più di 70 anni; e Waddah Achaij [al-Shaykh], un ufficiale dei servizi segreti, che aveva circa 58 anni.



K al-A: Quanti prigionieri di alto rango c’erano in quel carcere?



A al-K: C’erano 103 prigionieri, oltre ai membri della resistenza che stavano isolati in un padiglione separato, come ero io durante i primi sei mesi. Questo gruppo consisteva di circa 17 uomini e 9 donne.

Quando mi hanno rilasciato, loro sono rimasti in isolamento e non so nulla di ciò che è successo loro.



K al-A: A parte le torture, ci sono stati tentativi di corrompere i prigionieri. È successo anche a te?



A al-K: Ovviamente. Mi hanno offerto denaro e un posto nel [nuovo] governo. Ancora di più, mi hanno detto: “Tu ci puoi criticare, ma dacci l’approvazione per la partecipazione al processo politico e alle elezioni del [15 dicembre] 2005.” Io ho respinto l’offerta. Per questo mi hanno detto che non mi avrebbero rilasciato prima delle elezioni, e così è successo.

Ho anche detto loro che sono a favore della resistenza, e che avrei lottato contro di loro anche se ci fossero voluti 30 anni. Uno dei loro generali mi ha risposto: “Forma pure due battaglioni e lotta contro di noi, ma non scrivere contro di noi”. Io ho detto loro: “Io non sono un militare e ho più di sessant’anni, quindi l’unica cosa che posso fare è scrivere. E questo continuerò a fare."



K al-A: Cosa fa soffrire di più i prigionieri?



A al-K: L’alimentazione: i prigionieri soffrono una fame inimmaginabile. Ci servono una cucchiaiata di riso a testa e dai 20 a 30 chicchi di grano, oltre a un pezzo di carne. Non esagero. Quando hanno cambiato il menù, ci hanno dato tre cucchiaiate di pasta. Questa è una delle preoccupazioni dei prigionieri, che si riflette nelle lettere indirizzate al Comitato Internazionale della Croce Rossa.



[* Pubblicato la prima volta su al-Basra.net]