Stendiamo un “velo” pietoso…
L’Islam fa paura. E’ innegabile che nella coscienza di ognuno si è insediata questa diffidenza verso una cultura che negli ultimi anni è “esplosa” nel vero senso della parola: fra attacchi terroristici e barbari omicidi, fra donne kamikaze e dichiarazioni di guerra al grido di “Allah è grande”, è normale che l’uomo occidentale si stia seriamente interrogando sul problema dei rapporti con un mondo che tanto lontano non è.
Fa paura militarmente, perché capace di atroci e disumane manifestazioni. Ma a questo sembra che gli Americani abbiano trovato subito una soluzione: i poliziotti del mondo non si sono lasciati sfuggire l’occasione di snellire il proprio arsenale militare per espandere il proprio potere in terre molto ricche di petrolio. Lungi quindi da voler risolvere veramente il complicato rapporto con questa cultura, gli Americani hanno costruito un nemico insormontabile, il terrorismo islamico, lo hanno “internazionalizzato”, si sono elevati a difensori della libertà e della civiltà occidentale, hanno ricattato i paesi europei più prudenti imponendo la scelta fra democrazia o terrorismo, non hanno mai cercato un altro tipo di approccio.
E così, grazie all’appoggio dei media, l’opinione pubblica ha formulato valutazioni totalmente deviate dall’appiattimento con cui certe notizie e informazioni vengono date: l’Afghanistan, la Palestina, l’Iraq, la Cecenia, per l’uomo qualunque sono la stessa cosa e lo steso nemico.
Ma per fortuna non siamo tutti Americani, un sussulto dell’antico spirito europeo sembra essere scaturito da questo vecchio corpo che ancora sopravvive, attaccato alle “macchine” (della burocrazia, dell’economia), certo, ma pur sempre vivo. L’Europa sa che il complicato rapporto con l’Islam non si risolve solo militarmente. L’Europa, che tiene alla sua identità perché, al contrario dell’America, ne ha una da difendere, sa che il problema è assolutamente di tipo culturale. Sa che non c’è solo un Islam armato e fondamentalista, ma c’è anche quell’Islam che è già dentro di noi, che si definisce moderato solo perché non ha in mano delle armi, ma che persegue ugualmente, in modo silenzioso, degli obbiettivi pericolosi per l’Europa, per la cultura europea.
La cultura di una civiltà non è solo la lingua o la tradizione, ma è soprattutto il modo di concepire il mondo e il ruolo dell’uomo nel mondo, il modo di organizzare la società e di renderla armonica. L’idea guida della civiltà europea è sempre stata la tripartizione delle funzioni fondamentali dell’uomo. Le tre categorie, che lo storico George Dumezil riassume in oratores, bellatores, laboratores, rappresentano i tre campi dell’azione umana: la religione, la politica, l’economia. Tre aspetti complementari, ma assolutamente separati. Come diceva Aristotele, l’uomo è un animale politico. La politica è l’aspetto fondamentale dell’uomo, è alla base dell’organizzazione sociale e dell’armonia. L’uomo europeo aveva subito capito il pericolo di una sovrapposizione dei tre aspetti: quando la religione invade la politica si cade nel fondamentalismo, quando l’economia invade la politica si giunge alla creazione di formule economiche che si crede possano risolvere i problemi del mondo, e sull’altare di queste teorie (che hanno portato all’ideologizzazione del capitalismo e del comunismo) sono state sacrificate troppe vittime.
Perché la politica è soprattutto concreta: non è teoria economica né fede religiosa. La politica è lo strumento con cui si perseguono gli interessi del proprio popolo.
L’uomo europeo, dunque, di fronte all’Islam, ha capito che il problema è di tipo culturale. Ci siamo sentiti feriti nella nostra identità e anche nella nostra tradizionale tolleranza, quando il mondo islamico europeo da più parti ha sollevato il problema del crocifisso nelle scuole e nei luoghi pubblici, come se il Cristo morente fosse un’arma appesa al muro pronta a decapitare gli infedeli. Ci siamo sentiti offesi e abbiamo provato rancore per questa cultura che nasconde la bellezza femminile e che pretende rispetto per le proprie tradizioni, quando nelle terre islamiche non c’è l’ombra di una Croce dove un Cristiano possa trovare conforto per la sua anima. Abbiamo subìto tutte queste provocazioni e abbiamo avvertito l’esigenza di rispondere a questi attacchi.
Ma all’inizio ancora non avevamo capito se il problema era più politico o religioso. Di istinto abbiamo rispolverato i Crocifissi dal cassetto, li avremmo appesi ovunque, li volevamo veramente usare come un’arma… Eravamo caduti nella trappola, eravamo diventati “religiosamente” intolleranti, stavamo quasi cadendo dalla parte del torto.
Dovevamo capire che il problema è politico. L’Islam da sempre si è costruito su quella pericolosa sovrapposizione fra religione e politica, e da sempre la religione è uno scudo col quale questa “civiltà” si fa strada nelle sue conquiste politiche e territoriali. La religione è un’ideologia, che non riguarda solo la sfera spirituale ma che influisce sulle scelte e sui comportamenti collettivi e sui rapporti con gli altri. L’uomo europeo vincerà la provocazione islamica quando darà delle risposte politiche e non si farà prendere da un eccessivo fervore religioso.
Un esempio ce lo fornisce la Francia con la legge che proibisce alle donne islamiche di indossare il velo nelle scuole pubbliche. In verità, la legge vieta l’ostentazione e l’esposizione di qualsiasi “bandiera” religiosa. Il provvedimento, dunque, colpisce tutte le confessioni e non solo l’Islam.
Ma con una grossa differenza, che è poi la differenza che intercorre fra il modo di essere di noi cristiani europei e il modo di essere degli islamici. Noi possiamo storcere il naso, possiamo sentirci privati di qualcosa, ma dopo poco ci abituiamo, sappiamo distinguere cosa è veramente importante: la nostra Croce la portiamo dentro di noi, nel nostro modo di essere e di rapportarci con gli altri, ci sono i sacramenti che ci rendono partecipi dell’esperienza di Cristo, non una croce appesa. Ma per gli islamici no: questa decisione politica, laica, fa loro più male di qualsiasi repressione religiosa. La Francia può essere accusata di intolleranza religiosa? No, il provvedimento è laico, equidistante da ogni confessione. E’ stato un gesto politico per allontanare un pericolo politico.
Per noi latini e soprattutto per noi italiani è difficile arrivare ad una decisione di questo genere. Giustamente, per noi la fede in Cristo non è solo un fatto privato e individuale, è un patrimonio di tutto il popolo, è un segno della nostra identità. Da piccoli, entrando in classe, prima di cominciare la lezione abbiamo sempre detto la preghiera del mattino davanti al Crocifisso, senza che nessuno ci abbia mai accusato di nulla, è sempre stato così… Rifiutiamo l’idea di uno stato neutrale, il troppo laico ci sa di anti-religioso, di a-morale. Non vogliamo uno stato confessionale, ma vogliamo uno stato buono, e questa parola si avvicina molto all’idea che abbiamo di Cristo… Ci siamo sentiti attaccati nella nostra genuina ingenuità. E avvertiamo l’esigenza, in questo momento, fondamentale per la situazione internazionale ma anche per la costruzione dell’Europa, di dare una risposta. Non dobbiamo per forza “copiare” i cugini d’oltralpe: la Francia ha sicuramente una maggiore presenza islamica, ma soprattutto ha una tradizione laica nella gestione della cosa pubblica (che ha le sue colonne nell’età dei Lumi e nella Rivoluzione) che le consente di fare operazioni drastiche di questo tipo.
Non dobbiamo cadere nemmeno in un fanatismo laico, che è forse la religione peggiore che esista. Dobbiamo solo essere noi stessi: dopotutto la Francia, per giusta o sbagliata che sia, ha dato una risposta a questo problema coerentemente con la sua storia politica e con la sua impostazione.
La cosa fondamentale, dunque, non è la sostanza, non è il contenuto della legge, ma è l’approccio, i binari entro i quali si muove, ovvero la risposta politica.
Perché, caro Mohamed, tu non vuoi levarmi il crocifisso dall’aula o dalla stanza dell’ospedale, a te non dà fastidio l’immagine di Cristo; ti dò fastidio io che non copro il volto di mia moglie, che non mutilo il mio corpo e che mangio quello che voglio. Tu non vuoi cancellare la mia fede, ma la mia terra. E allora, che lo spirito europeo, che l’animale politico che è in noi, si risvegli, ora!




Rispondi Citando