All’attenzione del Dott. Corrado Augias
Nettuno, 3 novembre 2007
Oggetto: “Enigma” del 1° novembre 2007
Egregio Dottore,
sono rimasto profondamente colpito dalla Vostra trasmissione del 1° novembre scorso dedicata, almeno stando al titolo, ai fatti “enigmatici” verificatisi in quel di Caporetto nel lontano 1917 (http://www.enigma.rai.it/R2_paginaSp...2--413,00.html).
Come ricercatore storico ed Ufficiale riservista dell’Esercito Italiano, sono rimasto perplesso dal “sottofondo” dato alla puntata, che non ha approfondito assolutamente il fatto storico-militare in sé.
Ma non voglio entrare nel merito, non mi interessano trasmissioni che si occupano di “misurare” il sesso di Mussolini ed altri pettegolezzi che con la storia nulla hanno a che fare.
Vi scrivo per esternare la mia protesta di italiano nel sentire le Vostre parole che “elogiano” i popoli che non sanno battersi, che non sanno far la guerra, alludendo al disdicevole comportamento di alcune unità italiane che, secondo la Vostra trasmissione, si arresero senza combattere e furono felici di essere catturate dagli austro-ungarici.
Un’affermazione fatta senza pudore davanti al Col. Antonino Zarcone dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’E.I., che Vi avrebbe risposto per le rime se solo avesse avuto l’opportunità di esporre tutto quello che aveva da dire. Ma è sembrato che la cosa più importante per Voi fosse solo la sua presenza fisica, quasi “pubblicitaria”, non quello che avrebbe sicuramente detto in risposta alle Vostre affermazioni.
I popoli che non sanno battersi, caro Dottore, sono destinati ad essere schiavi, perché un popolo che non porta le proprie armi, finisce per portare quelle degli altri. Così è sempre stato, così sarà sempre. Ma non voglio dilungarmi, Vi consiglio vivamente di leggere il fondamentale contributo di Julius Evola esposto in Metafisica della guerra (Edizioni Ar, Padova 2001) che Vi illustrerà cosa vuol dire per un Uomo – e in particolare per un Europeo – la guerra.
Ma, se lo troverete troppo impegnativo, posso consigliarVi la lettura del pregevole Massimo Fini, Elogio della guerra, (Marsilio, Venezia 1999) che risponderà, sono certo, a tutti i Vostri dubbi.
Dove si giunge al paradosso è alla fine del programma. Annunciata questa, mio sono domandato a cosa era servito un programma su Caporetto se poi questo argomento non era stato trattato. Ma, ripeto, era solo una mia perplessità.
Il paradosso è stato che Voi avete detto che, durante il trasporto della salma del Milite Ignoto, la Nazione italiana ritrovò l’unità, quell’unità che verrà infranta poco dopo, alludendo – almeno penso – all’avvento del fascismo.
Tale affermazione, cioè la ritrovata unità durante il trasporto del feretro dell’eroe, è valida solo per chi non voglia vedere i fatti. Le amministrazioni di sinistra si opposero e boicottarono questa manifestazione borghese, militarista, patriottica e… fascista!
Si perché, mio caro Dottore, anche se Voi non ve ne siete accorto – ma dalle immagini che avete trasmesso era chiarissimo – la scorta al Milite Ignoto venne fatta dagli squadristi, gli stessi che fortemente vollero tale cerimonia e, tanto per citarne una, scrissero quel meraviglioso testo che oggi costituisce la motivazione della Medaglia d’Oro concessa all’eroe senza nome.
Non Vi siete domandato che ci facevano quelle centinaia di figuri in camicia nera, fez e fiamme di combattimento – tutti in prima fila! – intorno alla bara?
Certamente no.
Sempre per parlare di “unità nazionale”, ricordate – se mai lo avete saputo – quando i comunisti assaltarono il corteo funebre che riportava nella Capitale le salma dell’eroica Medaglia d’Oro Enrico Toti? Chi difese la sua salma?
Non affannatevi, rispondiamo noi: i fascisti, quei “loschi” figuri in camicia nera che durante le immagini che avete trasmesso si inchinavano al passaggio del Milite Ignoto…
Ma, addirittura, nella Vostra trasmissione, si è riusciti ad andare oltre. Si è affermato che dopo la traslazione del Milite Ignoto, bisognerà attendere la cerimonia funebre dei caduti di Nassirya per ritrovare un’unità nazionale così forte, una parola “Patria” libera dalla vergogna di cui l’aveva circondata il fascismo con le sue grottesche manifestazioni imperiali e i suoi altrettanto ridicoli richiami alla romanità.
Io non so chi Vi scrive i testi, anche se la firma “Rai Tre” è di per sé una “garanzia storica”, ma mi permetto di chiederVi che ci facevano le bandiere della RSI nelle stanze dei nostri caduti a Nassirya, come mi permetto di farVi notare che oggi la parola “Patria”, come quelle correlate di “Nazione”, “identità nazionale”, “dignità nazionale”, “sovranità nazionale”, non hanno più nessun valore proprio grazie al linguaggio internazionalista dei comunisti e a quello “sovranazionale americanizzante” dei vari Governi democristiani succedutisi alla guida della nostra povera Italia, vilipesa e crocifissa.
Parlare di Patria e di Nazione oggi e poi gonfiarsi il petto quando con tracotanza si parla di società multirazziale, di immigrazione come ricchezza è davvero da sfacciati. Ma poco importa, queste sono mie considerazioni.
Caro Dottore, la parola “Patria” oggi scritta dalle mani dello straniero è priva di significato, come lo era la parola libertà che i nostri padri scrivevano sui muri delle prigioni. Non lo dico io, lo diceva Giuseppe Mazzini, che ben avrebbe risposto alle Vostre affermazioni.
Perdonatemi questo sfogo, ma sono e voglio rimanere un italiano e come tale sento il dovere di difendere la mia Patria. Quella Patria per cui non c’è più spazio in questo Stato sempre più “straniero”, sempre più “democraticizzante”, uno Stato in cui è più importante parlare del membro di Mussolini che della sua Storia.
Distinti saluti.
In fede
Pietro Cappellari
Ricercatore Fondazione della RSI – Istituto Storico
Per chiunque voglia mandare una mail di protesta può scrivere a: www.raitre.rai.it/RaiTre/R3_FAQ




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