Evo Morales si insedia domenica come presidente della Bolivia. Primo indio ad assumere la massima carica dello Stato nel Paese più indio del Sudamerica, Morales ha dalla sua il 54% dei voti ottenuti alle elezioni e il 65% dell'appoggio popolare, ma dovrà confrontarsi con le immense aspettative create dalla sua elezione presso le comunità indigene e le fasce più povere della popolazione, e una povertà endemica che nemmeno i recenti progressi dell'economia hanno intaccato.

Morales, un indio Ayamarà di 46 anni che non ha concluso la scuola elementare, riceve oggi a La Paz la fascia presidenziale e il medaglione d'oro e pietre preziose (che ricordano i tempi d'oro della Bolivia, quando era una potenza mineraria mondiale) alla presenza di undici capi di Stato, da Hugo Chavez del Venezuela a Luiz Inacio Lula da Silva del Brasile, da Alvaro Uribe della Colombia a Nestor Kirchner dell'Argentina che insieme disegnano il volto di un'America latina profondamente mutata nei suoi assetti politici e sociali e sempre più consapevole del proprio ruolo e della propria autonomia.

La sua vera investitura Morales l'ha però ottenuta sabato, quando a Tiwanaku, su un altipiano a quattromila metri di altitudine, è stato incoronato capo spirituale e politico di tutte le comunità indigene del Paese. Commosso, a piedi nudi, vestito con una tunica rossa indossata solo dai più prominenti sacerdoti, Morales ha promesso di lavorare per «raggiungere l'uguaglianza e la giustizia». Salutato dalla folla festante, Morales, fiero avversario degli Stati Uniti, ha definito la sua affermazione elettorale una vittoria per le popolazioni indigene di tutto il mondo. «Con l'unità della popolazione, siamo destinati a porre fine allo stato coloniale e al modello neoliberale», ha affermato parlando in uno spagnolo intercalato da qualche saluto in lingua aymara. Morales ha anche ricordato la figura di Ernesto Che Guevara. «È venuto il momento di cambiare questa terribile storia di saccheggio delle nostre risorse naturali, discriminazione, umiliazione, odio e rancore», ha detto il presidente-eletto boliviano. Morales è entrato a piedi nudi nella piramide Akapana, dove ha ricevuto dai sacerdoti un bastone che, come uno scettro, è simbolo del potere che sta per assumere. È poi sceso con dei sandali ai piedi ed ha salutato la folla

Simbolicamente, indios Aymarà hanno ripulito a fondo il centro di La Paz, e in particolare la Plaza Murillo, dove si trova il Palacio Queimado, sede del presidente, «perchè la città sia degna di ricevere il nostro presidente», e migliaia di minatori assicureranno il servizio d'ordine con una catena umana lungo il percorso delle autorità. Il Mas, con il quale si è eletto Morales, più che un partito è in realtà una federazione variopinta di movimenti sociali abbastanza disparati: dalla Confederazione Sindacale Unica e altri cento sindacati alla Confederazione delle donne campesinas, dalle Cooperative minerarie alla Federazione dei pensionati, dalla Coordinazione dei popoli etnici (eufemismo ufficiale per gli indigeni) a sei Federazioni di cocaleros.

Morales dovrà quindi affrontare le istanze e i problemi che tutti questi movimenti gli porranno, senza per questo lasciare da parte le questioni che riguardano la Bolivia come Paese. Il nuovo presidente riceve un Paese in pieno ricupero economico dopo anni di recessione (Pil + 4% nel 2005), ma con un tasso di povertà del 64%, la disoccupazione al 12% e il salario minimo a 24 dollari. Allo stesso tempo dovrà cercare di «preservare l'unità della Bolivia», riavvicinando la parte occidentale del Paese, abitato quasi esclusivamente da Aymarà e Quechua, e quella orientale, meticcia e europeizzata, che negli ultimi anni minacciavano di separarsi in modo anche violento. E riavvicinare anche ricchi e poveri, perchè da questo dipenderà il successo dei suoi programmi sociali. Quello che l'aspetta non sarà un tappeto di petali di fiori come quello su cui ha camminato ieri nella cerimonia di investitura secondo le antiche tradizioni Aymarà.