
Originariamente Scritto da
patatrac
Il cavaliere oltranzista Berlusconi adotta l'arma della delegittimazione
di Pierluigi Battista
Non si capisce se per puro calcolo o per una inconsapevole metamorfosi, ma è un fatto che Silvio Berlusconi finisce per assomigliare ogni giorno di più allo spettro dei suoi nemici. Il premier non si lamentava forse della furia delegittimatrice dei suoi avversari, della loro veemenza denigratoria fatta di forsennati attacchi ad personam edi demonizzazione finanche «antropologica» del berlusconismo? Ma ora è lui che delegittima, con una feroce campagna elettorale volta alla demolizione ad personam degli avversari. I giustizialisti non erano forse gli altri, adusi alla sleale manipolazione politica dell'arma giudiziaria, alla strumentalizzazione dell'azione delle Procure e delle «toghe rosse»? Ma adesso è lui, la vittima del giustizialismo, a calcare le stanze della Procura, non già per denunciare (per sua stessa ammissione) condotte penalmente rilevanti da imputare ai suoi avversari sul caso Unipol ma per alimentare simbolicamente quel circuito mediatico- giudiziario di cui sovente si è sentito (e a ragione) bersaglio.
Un'irrefrenabile pulsione imitativa impone a Berlusconi di ricalcare ogni tratto negativo dell'immagine terrificante che lui stesso aveva cucito sui suoi avversari. E ora si aggiunge un'altra acrobazia mimetica. Non erano infatti gli altri i portatori insani di una deformazione ideologistica della lotta politica? E non era compito dei moderati liquidare questo vizio ideologico per sottrarre la politica all'oltranzismo allucinato di uno scontro finale tra due sistemi antagonistici? Ma stavolta è lo stesso Berlusconi a fare dell'oltranzismo una necessità e un destino quando sostiene che le prossime elezioni si configurano inevitabilmente come uno «scontro di civiltà tra due opposte concezioni del mondo». Non una competizione, anche dura, tra due schieramenti che si contendono fieramente il primato ma si riconoscono reciprocamente in una comune cornice di valori fondamentali, come è naturale in una democrazia bipolare, ma un conflitto per la vita e per la morte tra nemici che vivono l'eventuale prevalenza dell'avversario come un'irruzione barbarica nella cittadella sguarnita della civiltà, una catastrofe irrimediabile per scongiurare la quale ogni mezzo appare lecito.
Le parole di Berlusconi non appaiono eccessive per una questione di stile, o di toni troppo elevati da smorzare, come usa dire, ma per il loro inevitabile richiamo concettuale ed emotivo a una guerra totale al termine della quale chi soccombe rischia di essere annientato. Nel duello televisivo con Francesco Rutelli andato in onda ieri sera a «Matrix», il premier ha addirittura evocato uno scenario di terrore nel caso di una vittoria dei «comunisti», dipinti come «l'armata rossa» che, ha detto rivolgendosi a un esponente moderato del centrosinistra, «spazzerà via la Margherita». Aggiungendo che, in caso di vittoria della sinistra, molti italiani saranno costretti a «espatriare», ha arricchito il repertorio apocalittico della sua previsione terrorizzante con un sovrappiù di carica ideologicamente ansiogena, quasi a richiamare gli stessi moderati del campo avversario a non cadere nel baratro di un destino comune ma ineluttabile: la fine in Italia della democrazia occidentale così come l'abbiamo storicamente conosciuta sin qui. Uno scontro totale, appunto, che non ammette mediazioni e compromessi. La prospettiva di una prevalenza elettorale degli avversari vissuta come un verdetto di morte. Magari fosse solo una questione di «toni».
21 gennaio 2006
da
www.corriere.it