ALITALIA/ANALISI: UN FUTURO PRIVATO PER SPEZZARE IL LEGAME CON LA POLITICA
La travagliata storia di Alitalia degli ultimi due lustri sembra non conoscere fine. Con la precisione di un orologio svizzero e' riesplosa un'altra vertenza sindacale dai toni asperrimi e dagli effetti che rischiano di essere devastanti per la compagnia. La grande novita' pero' e' un nuovo quadro di riferimento, dopo che l'ultimo aumento di capitale ha visto la massiccia presenza di investitori istituzionali che hanno sborsato circa 500 milioni di euro. Il capitolo Alitalia deve essere affrontato nell'ottica di una azienda di servizi che opera sul mercato liberalizzato e che nel proprio capitale vede ormai la presenza dei privati oltre il 50%, anche se la quota pubblica e' ancora molto consistente.
Dunque la nuova mediazione che il governo si accinge a mettere in campo non potra' ignorare il peso del capitale privato che e' stato determinante per avere il via libera dell'Unione europea all'ennesima ricapitalizzazione.
''I lavoratori hanno capito che era l'ultima spiaggia''.
Cosi' poco piu' di un anno fa Giancarlo Cimoli salutava l'accordo sul piano di riassetto tra azienda e sindacati. Il via libera dell'Unione europea al piano e la successiva ricapitalizzazione sembravano aver posto le condizioni, finalmente, per un concreto e strutturale risanamento dell'Alitalia. Un percorso irto di ostacoli che ora rischia di vivere nuove fibrillazioni e tensioni. La nuova vertenza ha riacceso la particolare ''sensibilita''' della politica quando si tratta dell'Alitalia. Tra ministri che esprimono solidarieta' ai dipendenti Alitalia che lasciano gli aerei a terra, e rappresentanti dell'esecutivo che propongono la linea dura, ancora una volta le vertenze Alitalia si trasformano in un braccio di ferro che coinvolge governo e parlamento. L'inizio della campagna elettorale rappresenta un'ulteriore incognita sulle possibili soluzioni. D'altra parte il declino dell'Alitalia e' soprattutto il risultato di non aver disegnato una politica per il trasporto aereo negli ultimi dieci anni, quando e' partita la liberalizzazione europea. Quale assetto deve avere il trasporto aereo italiano? Questa domanda non ha mai avuto risposta e gli effetti sono sotto gli occhi di tutti. In appena dieci anni l'Alitalia ha divorato sette capi azienda, ha accumulato perdite per oltre 2,5 miliardi di euro (solo tre bilanci su undici in attivo e grazie a componenti straordinarie, dalle cessioni agli incassi per l'arbitrato con KLM) ed ha fatto aumenti di capitale per una somma superiore a 4,1 miliardi di euro.
La Francia e la Germania, ma anche la Gran Bretagna, hanno risposto alla deregulation elaborando strategie precise e definendo obiettivi chiari. Ma anche la Spagna non e' rimasta immobile. L'Iberia che dieci anni orsono era tra le cenerentole del trasporto aereo e' diventata un vettore efficiente, che guadagna nonostante alcuni errori macroscopici nella fase di rilancio (la vicenda di Aerolineas Argentina).
E' paradossale che l'Italia abbia un'industria del trasporto aereo sostanzialmente debole nonostante un ricco e crescente mercato. Non a caso la penisola rappresenta il secondo mercato europeo per tutte le principali compagnie del vecchio continente.
E' la politica dunque il grande assente nel trasporto aereo italiano. O meglio la politica intesa come momento di definizione delle strategie e degli obiettivi e quindi delle decisioni. La politica invece si e' ritagliata un ruolo deleterio di mediazione tra interessi spesso inconciliabili.
Due anni fa l'a.d. Franceso Mengozzi di fatto e' stato silurato perche' presento' un piano di riassetto giudicato troppo duro da una larga parte del governo. Le nove sigle sindacali che rappresentano i 20 mila dipendenti Alitalia godono poi di un grande fiuto per capire gli umori politici.
A meta' degli anni '90 fecero saltare il texano Roberto Schisano che non aveva la minima idea dei delicati equilibri politici che governano l'Alitalia. Hanno triturato anche un manager di lungo corso della compagnia come Domenico Cempella, che avevano invocato anni prima a gran voce e che fu l'artefice dei dipendenti azionisti e dello storico ingresso dei sindacalisti nel consiglio di amministrazione.
Anche i governi di centrosinistra non si sono risparmiati nell'imprimere segni negativi. Uno per tutti. Gli scontri plateali, anche in sede comunitaria, tra i ministri dell'ambiente Edo Ronchi dei verdi e quelli dei trasporti, prima Claudio Burlando e poi Pierluigi Bersani, sui decreti che riguardavano la ripartizione del traffico sugli aeroporti milanesi. Tre o quattro diverse versioni di decreti con filosofie diametralmente opposte. Le frizioni dentro il governo sono state alimento per una campagna contro l'Alitalia condotta dai big del trasporto aereo europeo. Ma il
centrosinistra ha anche mancato la grande occasione di privatizzare la compagnia quando venne definita
l'alleanza con Klm.
Alitalia allora capitalizzava in borsa qualcosa come 14 mila miliardi di vecchie lire mentre oggi vale appena 1,3 miliardi di euro e dopo un'iniezione di capitale da un miliardo. Poi e' arrivato il centrodestra con il leghista Bonomi catapultato alla presidenza dell'Alitalia e l'annosa querelle tra Malpensa e Fiumicino come se le strategie aziendali facessero parte dei programmi di governo. Cimoli ogni tanto ripete con una felice immagine che in Italia ci sono piu' di 100 piste ma nemmeno un aeroporto. Ma anche su questo fronte dalla politica non arrivano soluzioni efficaci. Il presente quindi ci ripropone il copione di un brutto film visto troppe volte. La completa e totale privatizzazione resta l'unica via d'uscita. Non perche' sinonimo di maggiore efficienza, quanto per spezzare quel legame perverso con la politica.