Maurizio Blondet
23/01/2006
Feroce, privo di scrupoli ma non di eleganza, per pagarsi la guerra Silla non esitò a profanare i santuari di Epidauro, Olimpia e Delfi, appropriandosi dei loro tesori inviolabili.
A Delfi, sacro ad Apollo, mandò un suo amico della Focide di nome Caphys, perché prendesse e pesasse ogni oggetto d'oro.
Caphys non osava nemmeno toccare i sacri beni; scoppiò a piangere; gli parve di udire dal fondo del santuario la lira di Apollo; fatto prodigioso di cui si affrettò d'avvertire Silla, sperando di fargli cambiare idea.
Silla gli rispose, ironico, che non aveva capito il segno: Apollo cantava di gioia perché era lieto di dare i suoi beni.
E' lo stesso Silla che ha cara una statuetta d'oro di Apollo, frutto di quei saccheggi, e se la porta sul petto prima di ogni battaglia, baciandola.
Anzi, secondo Plutarco, la pregò così nella battaglia di Porta Collina, decisiva del suo colpo di Stato nell'82, mentre stava per profanare Roma: «Apollo Pizio, dopo aver colmato di gloria il felice Cornelio Silla, vorrai forse la sua disfatta alle porte della patria dove tu stesso l'hai portato?».
Religiosità, miscredenza o superstizione convivono in certi grandi romani in modo enigmatico, al punto da far dubitare che questi termini colgano in qualche modo nel segno.
Silla si diede da sé il nome di Felix - prospero e fortunato - aggettivo di forte risonanza religiosa; si dichiarò epaphroditos, caro ad Afrodite; costruì a Palestrina il tremendo tempio a facciata concava dedicato così: «Sulla Fortunae Suae».
Battè monete d'oro a suo nome con impresso il bastone ricurvo, segno degli auguri, evocatore del primo augure Romolo, il fondatore, e nello stesso tempo privò i governatori del diritto agli auspicii: lui si volle il solo augure supremo, «unico interprete irrecusabile della volontà degli dei», dice Carcopino, in quell'estrazione delle sorti a cui «Roma aveva abbandonato il suo destino» fin dall'inizio.
I concetti di «morale» o «immorale» non si applicano meglio a questi personaggi.
Silla consacrò ad Ercole i magnifici festini della sua vittoria, che durarono per giorni.
Ciò, mentre sua moglie Metella stava morendo.
Perché l'agonia e i funerali non contaminassero la sua casa, Silla mandò l'atto di divorzio alla moglie e la fece trasportare, ancora in vita, a morire altrove.
Feroce insensibilità e «pietas» si intrecciano in questo atto, fanno tutt'uno.
Quando un sogno lo avvertì della sua prossima morte, Silla tranquillo accelerò i suoi affari, tra l'altro facendo strangolare un questore che s'era macchiato di inesattezza.
Difficile capire cosa fosse la religione romana.
Noi moderni possiamo dire che Silla credeva a se stesso, alla sua divinità misteriosa.
Esitò a marciare su Roma, benché le viscere fossero favorevoli; il sacerdote sacrificatore gli aveva teso le mani, esortandolo a tenerlo legato fino alla battaglia e ad ucciderlo, se non avesse avuto vittoria; non bastò.
Ma quella notte Silla sognò Maa, dea violenta della Cappadocia dai romani identificata a Bellona, che gli consegnava il fulmine.
Ormai sicuro, ordinò l'assalto.
Considerava certissime le verità ricevute in sogno.
Raccontò lui stesso a Lucullo che durante la guerra sociale, davanti alla legione, la terra si aprì e ne uscì una vampata.
Gli indovini interpretarono il segno così: un valoroso di singolare bellezza e di assoluto potere avrebbe liberato Roma.
«Sono io quell'uomo», disse immediatamente Silla, «perché ho un tratto di singolare bellezza: capelli biondi come oro».
Cesare brigò e corruppe per ottenere la carica sacrale di «Pontifex Maximus».
Nel suo trionfo del 46, il padrone di Roma sale al Campidoglio, con atto di umiltà mai vista, percorrendo la gradinata in ginocchio. Svetonio tuttavia lo accusa di «arrogantia», poco meno che miscredenza, mostrandolo irridente davanti agli auspici.
Una volta che il sacrificatore gli disse che nell'animale non era stato trovato il cuore - «prodigium sinistrum», infausto al massimo grado - Cesare rispose: non si parli di prodigio solo perché a una bestia manca il cuore, mi occuperò io stesso di rendere gli auspici favorevoli.
Ma Plutarco, parlando di questo stesso presagio (che colloca alla vigilia delle Idi di marzo) non riporta alcuna parola di Cesare.
Narra però che in sogno, Cesare si vide in coito con sua madre, segno infausto.
E dice che Cesare, presa una decisione, non si lasciava distogliere dai presagi sinistri.
Forse, è questa la chiave giusta.
Rovesciare gli «omina», renderli «laetiora» (favorevoli) quando erano cattivi, era una forza riconosciuta dei grandi patrizi romani.
In Africa Cesare, sbarcando alla caccia di Pompeo, inciampa e cade dalla nave davanti alla truppa: segno di malaugurio assoluto.
Ma nel cadere, ha la presenza di spirito di gridare: «teneo te, Africa!», Africa ti afferro!
Così l'«omen» viene rovesciato e diventa propizio.
Qui è forse il più sottile segreto della «superstizione» romana: il carattere è il vero destino di ciascuno.
Pronti e grandi caratteri si fanno il loro destino.
Ne abbiamo un indizio contrario, che riguarda Pompeo.
Nella notte che precede la battaglia di Farsalo contro Cesare, Pompeo sogna sé stesso a Roma mentre, fra gli applausi del popolo, dedica ricche spoglie belliche a Venere Victrix.
Gli amici e gli aruspici si congratulano con lui: è segno di vittoria certa.
Ma Pompeo dubita: vi sono due modi di offrire le spoglie.
Se il vincitore le offre, è il vinto a fornirle; ed è la «Gens Julia» di Cesare, ricorda, che discende da Venere.
In quel segno fausto, Pompeo legge la propria sconfitta, freudianamente dubita della sua Fortuna. Psicologicamente, ci è più vicino di Silla e di Cesare: oggi anche noi siamo così, spezzati nell'intimo.
C'è da chiedersi se la nostra «fede» devota e così «morale» non nasca da questa frattura segreta del carattere.
Forse abbiamo bisogno di una religione più adatta alla nostra debolezza.
Anche Plutarco, sacerdote di Apollo, sente che gli oracoli non rispondono più, che gli dei lasciano il mondo, la fine del mondo antico.
E spiega: «desinunt isti non pereunt», gli dei non muoiono, ma si ritirano da un'umanità ormai diversa.
Anche Cesare, alla fine, è sconfitto.
Ma in modo diverso.
Ancora Plutarco narra che alla vigilia del suo assassinio Cesare cena a casa di Lepido; come per caso (ma evidentemente le voci già correvano a Roma, città «che tutto sa e nulla tace»), la conversazione cade su un tema malinconico: quale è la morte migliore?
«E' la meno attesa», replica Cesare prima che altri possano rispondere.
Plutarco si chiede perciò se Cesare sapesse e desiderasse morire.
Ci pare indubbio.
Cesare aveva voluto il potere per creare un sogno politico universale, che Roma non aveva capito. Se Silla aveva elevato un tempio alla sua Fortuna, Cesare ne aveva dedicato uno alla Clemenza, «Clementia Caesaris»: e tutti coloro cui aveva usato la sua generosa clemenza tramavano contro di lui, nel nome di una «repubblica» di cui restava solo il nome.
A che allora il potere?
Non era da Cesare desiderarlo per sé.
Volle morire.
E come sempre, si diede da solo l'auspicio.
La morte migliore?
«E' quella che meno devi attendere».
Il giorno dopo, sotto i pugnali, si coprì il volto con la toga.
Maurizio Blondet
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