Risultati da 1 a 8 di 8
  1. #1
    senza dio, senza patria
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    Predefinito il tramonto del Dalai Lama

    La solitudine del Dalai Lama
    di Pio D'Emilia

    Stanco, amareggiato per non aver dato la libertà al suo popolo. Ora
    anche 'evitato' dai leader nel mondo. Il Dalai Lama parla alla
    vigilia del suo viaggio in Italia

    Del Tibet non si parla più. Forse il mio popolo ha riposto troppe
    aspettative su di me. Il mondo intero ha sopravvalutato le mie forze.
    Non c'è l'ho fatta. Non sono riuscito a restituire la libertà
    al mio popolo. Ecco la prova che non sono un dio, e nemmeno un leader
    politico. Sono solo un povero rifugiato politico, un monaco buddista
    sulla soglia della pensione e con tanta amarezza in corpo. Tenzin
    Gyatso, il Dalai Lama, parla a Okinawa, l'isola che qualcuno
    chiama il Tibet del Giappone, al centro dell'arcipelago delle
    Ryukyu. È stato invitato da alcuni movimenti per la pace, alla vigilia
    della visita di Obama. Nonostante mantenga inalterati il suo senso
    dell'humour, il suo sarcasmo, le sue efficaci doti maieutiche, il
    Dalai Lama, che il 17 novembre sarà di nuovo in Italia per il
    Congresso Mondiale dei Parlamentari per il Tibet, sembra stanco e
    amareggiato. Né Obama né Hatoyama, il nuovo premier del Giappone,
    hanno voluto incontrarlo, e anche in Italia non è previsto alcun i
    ncontro ufficiale, nemmeno con il Papa.


    Santità, anche se lei si è affrettato a giustificare questa scelta, a
    livello umano come l'ha presa? Nessuno sembra più interessarsi al
    Tibet, eppure la situazione è ancora molto tesa.

    "Comprendo le difficoltà di Obama, di Hatoyama e di tutti gli
    altri leader mondiali. E non voglio creare loro problemi. Incontrare
    prima me dei leader cinesi avrebbe creato loro qualche imbarazzo. E
    poi mi sono arrivate pressioni anche da Pechino".


    Da Pechino?

    "Siamo in contatto con molti cinesi, anche ad alto livello. E
    anche loro ci hanno chiesto di non forzare questo tipo di incontri. Il
    governo è fermo, immobile sulle sue posizioni di assoluta e miope
    chiusura, ma l'opinione pubblica sta cambiando. Ci sono molti
    imprenditori, molti intellettuali che stanno lavorando ai fianchi del
    regime, cercando di far capire ai leader che è nell'interesse
    della Cina cambiare atteggiamento. Una grande potenza deve affrontare
    e risolvere la questione dei diritti umani e delle minoranze
    etniche".


    Pure i leader europei non fanno a gara per incontrarla. Sarkozy si è
    fatto rappresentare da Carla Bruni. In Italia incontrerà qualcuno?

    "In Europa è diverso, soprattutto in Italia, a volte le cose
    cambiano all'ultimo momento. Un incontro salta, un altro si
    realizza all'improvviso. Io non faccio pressioni, incontro chi lo
    vuole, anche in segreto".


    Sono vent'anni dalla caduta del Muro, e dal suo Premio Nobel, il
    mondo è cambiato.

    "Sì, ma in peggio. Ero a Berlino, il 9 novembre, ho assistito a
    quello storico evento in diretta. Poi il giorno dopo sono andato a
    Berlino Est, da solo, con alcuni amici e senza scorta. Le guardie del
    corpo che mi aveva fornito il governo federale si rifiutarono di
    accompagnarmi al di là del Muro. Confesso di aver avuto un po'
    paura: magari mi rapiscono, mi dicevo, e mi ritrovo in prigione a
    Pechino. Quante aspettative, quante speranze. Cambiare il corso della
    storia senza ricorrere alla violenza: è quanto auspico da sempre per
    il Tibet. Ero commosso. Poi però le cose non sono cambiate. C'è
    ancora molta sofferenza, molta violenza".


    Dopo il secolo del sangue doveva essere il secolo del dialogo, questo:
    ricordo un suo discorso, qualche anno fa.

    "E invece la violenza domina ancora. E la guerra viene ancora
    considerata uno strumento per la risoluzione delle controversie,
    contraddicendo la maggior parte delle Costituzioni vigenti. E pensare
    che all'indomani del'11 settembre avevo scritto al mio amico
    Bush, supplicandolo di non reagire con violenza a quel tragico evento.
    Purtroppo non mi ha ascoltato ed ora c'è la guerra in Iraq, in
    Afghanistan. Le intenzioni saranno buone, ma i metodi sono sbagliati.
    La democrazia non si può imporre dall'alto, e tantomeno con gli
    eserciti. Deve essere conquistata con il dialogo, e non può esserci
    dialogo se non c'è fiducia e rispetto reciproco. Il giorno che
    riusciremo a riconoscere che anche il nostro peggior nemico è animato
    dallo stesso nostro desiderio, quello di raggiungere pace, serenità e
    felicità, il mondo sarà più tranquillo. Bisogna abbandonare la
    violenza, e ricorrere sempre e comunque al dialogo. La guerra, la
    violenza, innescano spirali incontrollabili, effetti collaterali
    disastrosi e imprevedibili. Oggi c'è un Bin Laden, domani ce ne
    saranno dieci, cento".


    Nella sua vita ha incontrato molti leader. Ce n'è qualcuno verso il
    quale nutre particolare stima?

    "Mao. Era un grande leader, sicuro di sé, con una visione che
    abbracciava il mondo. Ero molto attirato dalla sua figura, e ci
    incontrammo più di una volta, tra il 1954 ed il 1956. In una di
    queste, e non scherzavo, gli dissi che ero pronto ad appoggiare
    formalmente il Partito Comunista, se avesse garantito
    l'indipendenza del Tibet. C'erano anche Chu En Lai e Deng Xiao
    Ping".


    Non se ne fece nulla, e nel 1959, la Cina vi ha 'liberato'.

    "Non penso sia stata una decisione di Mao. Spesso i leader non
    decidono da soli. Penso sia andata come per Bush. Decidono i
    consiglieri e sbagliano".


    Oltre a Mao?

    "Il Pandhit Nehru, il leader birmano U-Nu e Khan Gheffar Kan. Il
    leader pacifista Pashtun amico e alleato di Gandhi. Era un personaggio
    incredibile. Non possedeva nulla, girava con un fagotto, nel quale
    aveva un cambio e i suoi appunti. Più sobrio di me".


    Tutti leader asiatici.

    "Anche in Europa ho avuto e ho tanti amici. Willy Brandt, ad
    esempio. Un grande uomo, un grande leader. Con i suoi gesti coraggiosi
    ha aiutato il mondo ad evitare nuove guerre. La sua capacità di
    mantenere il dialogo costante con l'Urss è stata determinante per
    i rapporti Est-Ovest, magari fossi riuscito anch'io a fare lo
    stesso, con le autorità cinesi".


    E in Italia?

    "Papa Giovanni Paolo II. Ah non era italiano, vero? L'ho
    incontrato cinque o sei volte e sempre ne uscivo arricchito. Ammiro la
    capacità della Chiesa di fare politica, e soprattutto il suo ruolo
    determinante nell'insegnamento, nella diffusione della cultura nel
    mondo anche se talvolta ha esagerato, imponendo con le armi il
    credo.Tra i politici non me la sento di fare nomi, a parte il mio
    amico Marco Pannella, che con il suo partito è stato sempre molto
    vicino alla causa tibetana, e Luis Durnwalder, il governatore
    dell'Alto Adige. Anche con lui ci siamo incontrati più volte, e
    ogni volta resto affascinato dal modello di autonomia che siete
    riusciti a trovare per quella ragione. È esattamente ciò che auspico
    per il Tibet. Autonomia reale in tutti i settori, tranne che politica
    estera e difesa. Ricordo che gli abbiamo chiesto la traduzione in
    cinese dello statuto, per 'girarlo' al governo di
    Pechino".


    Lei ha citato il papa precedente. E con quello attuale? Nessun
    contatto? Neanche in occasione della sua visita in Italia?

    "Per ora no. Come ho già detto, non voglio forzare nessun
    incontro. Anche il Vaticano, come gli Usa ed il Giappone, è coinvolto
    in trattative delicate con la Cina. Non voglio creare problemi. Io
    sono pronto in ogni momento. E lo stesso vale per il governo cinese.
    Al primo gesto di reale, sincera apertura, sono pronto ad andare a
    Pechino".


    Lei insiste molto sui temi spirituali. In particolare, mostra
    attenzione e rispetto per la scienza, ipotizzando una via
    'laica' alla salvezza e all'illuminazione. Un messaggio in
    controtendenza rispetto alle spinte fondamentaliste di altre
    religioni, da quella cattolica all'Islam.

    "È vero. La religione è utile, ma non indispensabile.
    L'importante è raggiungere lo scopo, che è quello
    dell'illuminazione, della verità. La religione non deve mai
    chiudersi nel dogma. Per questo dobbiamo essere grati alla scienza, a
    tutti coloro che ci aiutano a spiegare la realtà. Più religioni sono
    meglio di una religione unica, assoluta. Ciascuna ha i suoi metodi, le
    sue tecniche, c'è chi prega in piedi, chi sdraiato, chi medita. E
    chi invece non fa nulla di tutto questo, ma è comunque una brava
    persona. Dobbiamo avere rispetto per tutte i credenti delle varie
    religioni, ma anche per i non credenti. La maggior parte della gente,
    oggi, è su posizioni agnostiche. E non ha tutti i torti, visto che le
    religioni hanno fallito il loro compito. Forse è giunto il momento di
    riconoscere che valori come tolleranza, compassione, perdono sono
    valori umani, non religiosi".


    A proposito di laicità. In Italia c'è polemica sui crocefissi nelle
    aule scolastiche. La Chiesa ha protestato contro una recente sentenza
    europea che ne chiede la rimozione.

    "È una questione difficile. Mi viene in mente la questione del mio
    ritratto, che i tibetani metterebbero ovunque, non solo nelle scuole,
    e che le autorità cinesi ovviamente vietano. Forse bisogna distinguere
    tra religione e cultura. Non si può negare che l'Europa abbia
    radici giudaico-cristiane. Ma parliamo di cultura, non di religione.
    Perché lo stesso crocefisso, che per i cristiani rappresenta il
    sacrificio supremo di Gesù, per gli ebrei assume ben altro
    significato. E poi non possiamo nascondere il fatto che siamo oramai
    in una società multietnica e multireligiosa e che bisogna rispettare
    la sensibilità di tutti, compresa quella dei laici, senza imporre
    inutili e ingiuste sofferenze a nessuno".

    Fonte: L' Espresso del 13 novembre 2009

  2. #2
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    Predefinito Rif: il tramonto del Dalai Lama

    Citazione Originariamente Scritto da anarchico_dissacratore Visualizza Messaggio
    La solitudine del Dalai Lama
    di Pio D'Emilia

    Stanco, amareggiato per non aver dato la libertà al suo popolo. Ora
    anche 'evitato' dai leader nel mondo. Il Dalai Lama parla alla
    vigilia del suo viaggio in Italia

    Del Tibet non si parla più. Forse il mio popolo ha riposto troppe
    aspettative su di me. Il mondo intero ha sopravvalutato le mie forze.
    Non c'è l'ho fatta. Non sono riuscito a restituire la libertà
    al mio popolo. Ecco la prova che non sono un dio, e nemmeno un leader
    politico. Sono solo un povero rifugiato politico, un monaco buddista
    sulla soglia della pensione e con tanta amarezza in corpo. Tenzin
    Gyatso, il Dalai Lama, parla a Okinawa, l'isola che qualcuno
    chiama il Tibet del Giappone, al centro dell'arcipelago delle
    Ryukyu. È stato invitato da alcuni movimenti per la pace, alla vigilia
    della visita di Obama. Nonostante mantenga inalterati il suo senso
    dell'humour, il suo sarcasmo, le sue efficaci doti maieutiche, il
    Dalai Lama, che il 17 novembre sarà di nuovo in Italia per il
    Congresso Mondiale dei Parlamentari per il Tibet, sembra stanco e
    amareggiato. Né Obama né Hatoyama, il nuovo premier del Giappone,
    hanno voluto incontrarlo, e anche in Italia non è previsto alcun i
    ncontro ufficiale, nemmeno con il Papa.


    Santità, anche se lei si è affrettato a giustificare questa scelta, a
    livello umano come l'ha presa? Nessuno sembra più interessarsi al
    Tibet, eppure la situazione è ancora molto tesa.

    "Comprendo le difficoltà di Obama, di Hatoyama e di tutti gli
    altri leader mondiali. E non voglio creare loro problemi. Incontrare
    prima me dei leader cinesi avrebbe creato loro qualche imbarazzo. E
    poi mi sono arrivate pressioni anche da Pechino".


    Da Pechino?

    "Siamo in contatto con molti cinesi, anche ad alto livello. E
    anche loro ci hanno chiesto di non forzare questo tipo di incontri. Il
    governo è fermo, immobile sulle sue posizioni di assoluta e miope
    chiusura, ma l'opinione pubblica sta cambiando. Ci sono molti
    imprenditori, molti intellettuali che stanno lavorando ai fianchi del
    regime, cercando di far capire ai leader che è nell'interesse
    della Cina cambiare atteggiamento. Una grande potenza deve affrontare
    e risolvere la questione dei diritti umani e delle minoranze
    etniche".


    Pure i leader europei non fanno a gara per incontrarla. Sarkozy si è
    fatto rappresentare da Carla Bruni. In Italia incontrerà qualcuno?

    "In Europa è diverso, soprattutto in Italia, a volte le cose
    cambiano all'ultimo momento. Un incontro salta, un altro si
    realizza all'improvviso. Io non faccio pressioni, incontro chi lo
    vuole, anche in segreto".


    Sono vent'anni dalla caduta del Muro, e dal suo Premio Nobel, il
    mondo è cambiato.

    "Sì, ma in peggio. Ero a Berlino, il 9 novembre, ho assistito a
    quello storico evento in diretta. Poi il giorno dopo sono andato a
    Berlino Est, da solo, con alcuni amici e senza scorta. Le guardie del
    corpo che mi aveva fornito il governo federale si rifiutarono di
    accompagnarmi al di là del Muro. Confesso di aver avuto un po'
    paura: magari mi rapiscono, mi dicevo, e mi ritrovo in prigione a
    Pechino. Quante aspettative, quante speranze. Cambiare il corso della
    storia senza ricorrere alla violenza: è quanto auspico da sempre per
    il Tibet. Ero commosso. Poi però le cose non sono cambiate. C'è
    ancora molta sofferenza, molta violenza".


    Dopo il secolo del sangue doveva essere il secolo del dialogo, questo:
    ricordo un suo discorso, qualche anno fa.

    "E invece la violenza domina ancora. E la guerra viene ancora
    considerata uno strumento per la risoluzione delle controversie,
    contraddicendo la maggior parte delle Costituzioni vigenti. E pensare
    che all'indomani del'11 settembre avevo scritto al mio amico
    Bush, supplicandolo di non reagire con violenza a quel tragico evento.
    Purtroppo non mi ha ascoltato ed ora c'è la guerra in Iraq, in
    Afghanistan. Le intenzioni saranno buone, ma i metodi sono sbagliati.
    La democrazia non si può imporre dall'alto, e tantomeno con gli
    eserciti. Deve essere conquistata con il dialogo, e non può esserci
    dialogo se non c'è fiducia e rispetto reciproco. Il giorno che
    riusciremo a riconoscere che anche il nostro peggior nemico è animato
    dallo stesso nostro desiderio, quello di raggiungere pace, serenità e
    felicità, il mondo sarà più tranquillo. Bisogna abbandonare la
    violenza, e ricorrere sempre e comunque al dialogo. La guerra, la
    violenza, innescano spirali incontrollabili, effetti collaterali
    disastrosi e imprevedibili. Oggi c'è un Bin Laden, domani ce ne
    saranno dieci, cento".


    Nella sua vita ha incontrato molti leader. Ce n'è qualcuno verso il
    quale nutre particolare stima?

    "Mao. Era un grande leader, sicuro di sé, con una visione che
    abbracciava il mondo. Ero molto attirato dalla sua figura, e ci
    incontrammo più di una volta, tra il 1954 ed il 1956. In una di
    queste, e non scherzavo, gli dissi che ero pronto ad appoggiare
    formalmente il Partito Comunista, se avesse garantito
    l'indipendenza del Tibet. C'erano anche Chu En Lai e Deng Xiao
    Ping".


    Non se ne fece nulla, e nel 1959, la Cina vi ha 'liberato'.

    "Non penso sia stata una decisione di Mao. Spesso i leader non
    decidono da soli. Penso sia andata come per Bush. Decidono i
    consiglieri e sbagliano".


    Oltre a Mao?

    "Il Pandhit Nehru, il leader birmano U-Nu e Khan Gheffar Kan. Il
    leader pacifista Pashtun amico e alleato di Gandhi. Era un personaggio
    incredibile. Non possedeva nulla, girava con un fagotto, nel quale
    aveva un cambio e i suoi appunti. Più sobrio di me".


    Tutti leader asiatici.

    "Anche in Europa ho avuto e ho tanti amici. Willy Brandt, ad
    esempio. Un grande uomo, un grande leader. Con i suoi gesti coraggiosi
    ha aiutato il mondo ad evitare nuove guerre. La sua capacità di
    mantenere il dialogo costante con l'Urss è stata determinante per
    i rapporti Est-Ovest, magari fossi riuscito anch'io a fare lo
    stesso, con le autorità cinesi".


    E in Italia?

    "Papa Giovanni Paolo II. Ah non era italiano, vero? L'ho
    incontrato cinque o sei volte e sempre ne uscivo arricchito. Ammiro la
    capacità della Chiesa di fare politica, e soprattutto il suo ruolo
    determinante nell'insegnamento, nella diffusione della cultura nel
    mondo anche se talvolta ha esagerato, imponendo con le armi il
    credo.Tra i politici non me la sento di fare nomi, a parte il mio
    amico Marco Pannella, che con il suo partito è stato sempre molto
    vicino alla causa tibetana, e Luis Durnwalder, il governatore
    dell'Alto Adige. Anche con lui ci siamo incontrati più volte, e
    ogni volta resto affascinato dal modello di autonomia che siete
    riusciti a trovare per quella ragione. È esattamente ciò che auspico
    per il Tibet. Autonomia reale in tutti i settori, tranne che politica
    estera e difesa. Ricordo che gli abbiamo chiesto la traduzione in
    cinese dello statuto, per 'girarlo' al governo di
    Pechino".


    Lei ha citato il papa precedente. E con quello attuale? Nessun
    contatto? Neanche in occasione della sua visita in Italia?

    "Per ora no. Come ho già detto, non voglio forzare nessun
    incontro. Anche il Vaticano, come gli Usa ed il Giappone, è coinvolto
    in trattative delicate con la Cina. Non voglio creare problemi. Io
    sono pronto in ogni momento. E lo stesso vale per il governo cinese.
    Al primo gesto di reale, sincera apertura, sono pronto ad andare a
    Pechino".


    Lei insiste molto sui temi spirituali. In particolare, mostra
    attenzione e rispetto per la scienza, ipotizzando una via
    'laica' alla salvezza e all'illuminazione. Un messaggio in
    controtendenza rispetto alle spinte fondamentaliste di altre
    religioni, da quella cattolica all'Islam.

    "È vero. La religione è utile, ma non indispensabile.
    L'importante è raggiungere lo scopo, che è quello
    dell'illuminazione, della verità. La religione non deve mai
    chiudersi nel dogma. Per questo dobbiamo essere grati alla scienza, a
    tutti coloro che ci aiutano a spiegare la realtà. Più religioni sono
    meglio di una religione unica, assoluta. Ciascuna ha i suoi metodi, le
    sue tecniche, c'è chi prega in piedi, chi sdraiato, chi medita. E
    chi invece non fa nulla di tutto questo, ma è comunque una brava
    persona. Dobbiamo avere rispetto per tutte i credenti delle varie
    religioni, ma anche per i non credenti. La maggior parte della gente,
    oggi, è su posizioni agnostiche. E non ha tutti i torti, visto che le
    religioni hanno fallito il loro compito. Forse è giunto il momento di
    riconoscere che valori come tolleranza, compassione, perdono sono
    valori umani, non religiosi".


    A proposito di laicità. In Italia c'è polemica sui crocefissi nelle
    aule scolastiche. La Chiesa ha protestato contro una recente sentenza
    europea che ne chiede la rimozione.

    "È una questione difficile. Mi viene in mente la questione del mio
    ritratto, che i tibetani metterebbero ovunque, non solo nelle scuole,
    e che le autorità cinesi ovviamente vietano. Forse bisogna distinguere
    tra religione e cultura. Non si può negare che l'Europa abbia
    radici giudaico-cristiane. Ma parliamo di cultura, non di religione.
    Perché lo stesso crocefisso, che per i cristiani rappresenta il
    sacrificio supremo di Gesù, per gli ebrei assume ben altro
    significato. E poi non possiamo nascondere il fatto che siamo oramai
    in una società multietnica e multireligiosa e che bisogna rispettare
    la sensibilità di tutti, compresa quella dei laici, senza imporre
    inutili e ingiuste sofferenze a nessuno".

    Fonte: L' Espresso del 13 novembre 2009
    bho a me nn mi è stato mai simpatico....

  3. #3
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    Predefinito Rif: il tramonto del Dalai Lama

    Un buffone.
    Come può un leader che si definisce "per la libertà"
    farsi fotografare in atteggiamenti amichevoli con
    assassini come Bush




    e coi sionisti oppressori della Palestina

    Dalai Lama visits Israel, asks Hamas to renounce violence - Haaretz - Israel News

    C'è anche una sua foto in atteggiamenti sorridenti con il criminale
    Peres..ma non la trovo.

    Poi basta sapere che in Europa è supportato da sionisti e affini(Alemanno per esempio..) oltre che dai radicali.

  4. #4
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    Predefinito Rif: il tramonto del Dalai Lama



    Eccola!

  5. #5
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    Predefinito Rif: il tramonto del Dalai Lama

    Citazione Originariamente Scritto da Nazionalistaeuropeo Visualizza Messaggio
    Un buffone.
    Come può un leader che si definisce "per la libertà"
    farsi fotografare in atteggiamenti amichevoli con
    assassini come Bush




    e coi sionisti oppressori della Palestina

    Dalai Lama visits Israel, asks Hamas to renounce violence - Haaretz - Israel News

    C'è anche una sua foto in atteggiamenti sorridenti con il criminale
    Peres..ma non la trovo.

    Poi basta sapere che in Europa è supportato da sionisti e affini(Alemanno per esempio..) oltre che dai radicali.
    ma sbaglio o ha anche approvato la guerra in iraq?

  6. #6
    Cancellato
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    Predefinito Rif: il tramonto del Dalai Lama

    Citazione Originariamente Scritto da blobb Visualizza Messaggio
    ma sbaglio o ha anche approvato la guerra in iraq?
    Così dicono,ma in mancanza di prove certe
    di andrei coi piedi di piombo.

  7. #7
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    Predefinito Rif: il tramonto del Dalai Lama

    Citazione Originariamente Scritto da Nazionalistaeuropeo Visualizza Messaggio
    Così dicono,ma in mancanza di prove certe
    di andrei coi piedi di piombo.
    infatti la mia non era una affermazione ma piuttosto una domanda

  8. #8
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    Predefinito Rif: il tramonto del Dalai Lama

    Sull'Iraq ricordo che era stato riportato qualcosa nella vecchia POL.
    Questo vecchio arnese sta perdendo i colpi.
    Da un lato spera di riprendersi il suo feudo in Tibet (tanto a morire ci vanno i soliti fessi, fermo restando che il Tibet ha il diritto di autodeterminarsi), ma intanto se la spassa servito e riverito.
    Quando portano una sottana, bianca o arancione, bisogna sempre diffidare.

 

 

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    Di antoninus nel forum Il Termometro Politico
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    Ultimo Messaggio: 29-06-06, 23:39

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