Metz Yeghern
Domenico Savino
27/01/2006
Deportati armeni in un campo improvvisato nel deserto siriano nel 1915Oggi si celebra la «giornata della memoria» e tutti sanno cos'è la Shoah.
Ma se chiedete a qualcuno cosa significa Metz Yeghern nessuno lo sa.
Si tratta di quasi due milioni di persone scomparse, oltrechè dalla faccia della terra, anche dalla storia, un autentico genocidio della carne e della memoria, che ha avuto non pochi complici.
Così oggi, affinchè il 27 gennaio sia giornata della memoria di tutti gli orrori che il secolo XX ha prodotto contro la creatura umana, fatta a immagine e somiglianza di Dio, quella storia ve la raccontiamo noi.
Nell'estate del 1915, mentre le nazioni europee, sospinte da interessi a loro estranei si scannano a vicenda nell'«inutile strage» del primo conflitto mondiale, nella parte orientale dell'impero ottomano si consuma silenziosamente il primo di tutti gli olocausti del XX secolo, quello degli armeni, progettato e messo in atto dai turchi con una premeditazione e una ferocia inaudite.
Tra il 1915 e il 1917 dei circa due milioni e 100mila armeni residenti nelle province dell'impero ne restavano in vita solo 600mila.
Per dirla con Vittorio Messori «una percentuale dell'orrore che non ha pari, in età moderna, per alcun altro popolo».
A queste vanno aggiunte le 300.000 vittime delle persecuzioni del 1894-1896 e quelle dei massacri in Cilicia del 1909.
Un popolo sopravvissuto a secoli di dominazioni straniere giunse in pochi mesi alla soglia dell'annientamento.



Ci sono stragi che non contano e di cui non si trova traccia nei libri di storia: il genocidio degli armeni è una di queste.
Forse perché l'Armenia fu il primo regno cristiano del mondo.
La tradizione fa risalire il primo annuncio del Vangelo in Armenia agli apostoli Taddeo e Bartolomeo, ma sarà solo a seguito dell'apostolato di san Gregorio l' Illuminatore, che nel 301 battezzò il re Tiridate III e la sua corte, che il cristianesimo fu - per la prima volta nella storia - religione di Stato.
Questa scelta, oltre che per la posizione geografica dell'Armenia, sono state per il popolo che l'abitava causa di molte persecuzioni e guerre.
Ma l'Armenia rimase fino alla fine fedele.
Con il declino dell'Impero romano, gli armeni caddero sotto l'influenza di Bisanzio, poi sotto quella persiana e dall'VII secolo sotto quella araba, conservando però sempre una forte identità cristiana e costituendo una chiesa nazionale.
Ancora, durante il medioevo gli armeni riuscirono a ricostituire per brevi periodi dei regni autonomi, ma dal XVI secolo in poi gran parte del loro territorio venne conquistato dai turchi ottomani.
In quanto sudditi cristiani, gli armeni dovettero assoggettarsi alla «Sharia», la legge coranica, quale unica fonte del diritto e conseguentemente non godevano dei «diritti civili» riconosciuti ai musulmani, non avevano titolo al possesso della terra, dovevano allo Stato un'imposta fondiaria e la loro parola non costituiva testimonianza valida nei tribunali mussulmani.



Nonostante ciò, come altre popolazioni cristiane dell'impero (greci, bulgari, rumeni, assiro-caldei, serbi e macedoni) e al pari degli ebrei, la loro identità non era messa in discussione dai sultani turchi.
A partire dal XVIII secolo la formidabile compagine dell'Impero ottomano entrò in crisi.
Il «grande malato» divenne oggetto di attenzione delle potenze europee, che mentre favorivano il sorgere dei nazionalismi nei Balcani, allo scopo di sottrarre all'impero i possedimenti europei, dall'altro temevano però le mire espansioniste della Russia zarista sul versante caucasico.
Nel 1876 salì al potere il sultano Abdul Hamid e solo due anni dopo i russi inflissero una grave sconfitta agli eserciti della «Sublime Porta» nelle regioni del Caucaso, abitate dagli armeni.
Nel successivo Congresso di Berlino (1878), la proposta di costituire una nazione armena fallì per l'opposizione del primo ministro inglese di origine israelita Benjamin Disraeli.
Lo zar ottenne solo che nei trattati internazionali venisse inserita una clausola che permetteva alla Russia di esercitare un diritto di «protezione» nei riguardi degli armeni, in quanto cristiani.
Se, nonostante fosse cristiana, la nazione armena era fino ad allora considerata la «millet-y-sadyka», «la comunità più fedele», da allora crebbero, invece e a torto, i sospetti di collaborazionismo con la Russia, mentre iniziavano a manifestarsi segni di risveglio del sentimento nazionale armeno, oltre alla rivendicazione - soprattutto da parte della classe media - di quei diritti civili fino ad allora negati.
Interprete di questo movimento fu anche il patriarcato armeno di Costantinopoli, che rappresentava la causa armena sulla scena internazionale.
Il sultano Abdul Hamid, temendo una ulteriore perdita di territori e sfruttando il pretesto di alcuni attentati provocati da nazionalisti armeni, diede il via, tra il 1894 e il 1896, a una serie di massacri, fatti eseguire dagli Hamidiés (battaglioni curdi appositamente costituiti dal sultano).
Le vittime furono circa 300.000, senza contare le conversioni forzate all'Islam che però non ebbero seguito.
A causa delle persecuzioni si assistette ad una forte ondata emigratoria.
Fu solo l'inizio di una serie di massacri che durerà da allora per trent'anni sotto tre diversi regimi turchi.



Le potenze europee, paralizzate dal timore di compromettere il fragile equilibrio internazionale, già caldissimo per via della questione balcanica, non intervennero contro l'impero ottomano.
Ma un nemico ancor più temibile del sultano avrebbe segnato la vita del popolo armeno: «i Giovani Turchi» ed il loro partito «Unione e Progresso» (Ittihad ve Terakki).
I giovani Turchi si ispiravano anche nel nome agli ideali della società segreta mazziniana Giovine Italia.
Nel suo libro «Cronache dell'Anticristo» Maurizio Blondet ricorda come «il Risorgimento italiano non è soltanto un movimento di riscatto nazionale, ma anche e soprattutto un grandioso movimento sociale, che entra nel quadro di un più vasto movimento europeo; e per gli ebrei, Risorgimento non significava solo l'unità d'Italia, ma anche e soprattutto emancipazione (cioè estensione alla minoranza ebraica della cittadinanza e di pari diritti civili e politici con gli altri cittadini). Tutti gli ebrei partecipano a questa lotta; fanno parte di società segrete». (1)
E' ancora Blondet a svelare come nella nascita dei «Giovani Turchi» l'elemento ebraico svolga un ruolo determinante.
E non si tratta di un elemento ebraico qualsiasi.
Sono i Dunmeh, che in turco significa apostati, ebrei apparentemente convertiti all'Islam, seguaci di Shabbatai Zevi, uno dei molti falsi messia, che popolarono il giudaismo a partire dal XVII secolo.
La sua dottrina che predica la «santa apostasia», la presenza di un messia peccatore e la trasgressione della «legge» è la premessa ad un'azione che predica la trasformazione del mondo: «quando le rivoluzioni moderne - scrive G. Scholem - ebbero aperto ai sabbatei nuovi orizzonti e li avvertirono di metodi più concreti per modificare il corso della storia, che la violazione in segreto della Torah, essi cominciarono a preoccuparsi di rovesciare la struttura della società». (2)



I Dunmeh, che già sono molto influenti e sono medici e avvocati o detengono il monopolio del commercio, cominciano a rivestire ruoli importanti nell'amministrazione pubblica e nell'esercito e divengono giudici e membri del Consiglio di Stato.
Furono loro l'anima progressista, relativista, modernizzatrice dell' intellighenzija turca, loro che proclamarono per la prima volta l'idea di repubblica e di riformismo.
Citando Scholem, Blondet ricorda che «i dunmeh hanno esercitato un ruolo importante nel Comitato Unione e Progresso, l'organizzazione dei Giovani Turchi che ebbe origine a Salonicco, il centro culturale dei sabbatei. Le 'idee riformatrici' si propagarono soprattutto nell'esercito ottomano». (3)
Il panturchismo dei Giovani Turchi ritiene che l'impero possa risorgere solo attraverso l'esaltazione del sentimento nazionale ed etnico.
L'idea, che si accompagna al ritorno del mito di Turan, leggendario capostipite dell'etnia turca, è quella di ricomporre sotto di esso tutti i popoli che si riconoscono nella lingua, nella religione e nella razza turca: uzbeki, tagiki, kazaki e azeri.
Ma a frapporsi fra i turchi e le etnie che si riconoscono in Turan, ci sono, oltre ai curdi, gli armeni.
Nella propaganda dei Giovani Turchi, sono soprattutto gli armeni l'ostacolo, perché sono cristiani e quindi implicitamente alleati delle potenze europee, oltreché a forte rischio di «secessione», come insegnavano i recentissimi avvenimenti, che avevano visto la nascita della Bulgaria e della Serbia, distaccatesi definitivamente dal dominio ottomano durante le guerre balcaniche di inizio secolo.



Il nazionalismo esasperato, unito a dottrine marxiste e socialiste, fa sì che i Giovani Turchi non possano contare sul sultano per realizzare il loro progetto politico, poiché il suo governo è corrotto e debole.
All'inizio del '900, poi, i possedimenti ottomani in Europa si ridussero a un fazzoletto di terra intorno a Costantinopoli e l'impero venne così a perdere ancor più la sua connotazione multietnica, facendo diventare l'elemento turco del tutto dominante.
I Giovani Turchi nel 1908 presero allora il potere con un colpo di Stato, cui inizialmente gli armeni, sperando nell'avvento di un regime che riconoscesse loro i diritti civili, diedero appoggio.
Il sultano non venne spodestato, ma esautorato.
Chi davvero venne a detenere il potere venne salutato dal francese conte Ostrorog con un caloroso saluto «a nome dell'Europa liberale e della Francia repubblicana» per «l'entrata della Turchia nella via della Libertà e dell'Uguaglianza».
La delegazione che depose il sultano, composta di tre personalità appartenenti ai Giovani Turchi, comprendeva l'ebreo Emmanuel Carasso, mentre uno dei leader più in vista dei Giovani Turchi, Mehmet Talat Pascià (1827-1921) era il gran maestro del Grande Oriente di Turchia, affiliato al Grande Oriente di Francia, amico di quel Gelfand Israel Lazarevitch, detto Parvus, che finanzierà la rivoluzione bolscevica. (4)
La filigrana della rivoluzione appare simile a tante altre che hanno scosso le nazioni del vecchio continente.
La «modernità» dei Giovani Turchi, rispetto al decadente ed impotente sultanato di civiltà islamica, li rende ben accetti in Europa, perché proclamano di voler riformare l'impero, laicizzare le istituzioni, imponendo al sultanato un regime costituzionale.



In un primo momento gli armeni ottengono teoricamente lo «status» di cittadini a tutti gli effetti e nell'Armenia vengono formate sei entità vagamente autonome, chiamate villayet.
I Giovani Turchi sembrano intenzionati a creare una federazione di tutti i popoli precedentemente inclusi nell'impero, ma la prova delle loro vere intenzioni si ha nel 1909 in Cilicia, dove 30.000 cristiani armeni vengono massacrati.
Una delle poche voci che si alzano in questo periodo in difesa degli armeni e dei curdi è quella di Benito Mussolini, allora giornalista e socialista rivoluzionario.
Al convegno di Tessalonica del 1910 il ministro degli Interni Taalat delinea il principio di omogeneizzazione della Turchia tramite la forza delle armi e la segretissima convenzione del Politbüro del partito organizzerà il genocidio.
In primo luogo viene approvata una legge che permette lo deportazione di popolazioni in caso di guerra.
Poi nel 1913, esautorando quasi completamente il sultanato, i Giovani Turchi danno vita ad una dittatura militare guidata da Djemal, Enver Pascià e da Talaat Pascià, futuri ministri della Marina, della Guerra e dell'Interno.
Infine il ministro Enver Pascià costituisce la Teškilati Mahsusa, un'organizzazione guidata da due medici, Nazim e Beheaddine Chakir, che ufficialmente risulta creata per compiere azioni di guerriglia in caso di conflitto, mentre è in realtà una vera e propria macchina di sterminio, nella quale, per ammissione del colonnello tedesco Stang, vengono assoldati trentamila avanzi di galera.



La cosa insospettisce le potenze europee, che minacciano ritorsioni in caso di pericolo per gli armeni.
Allora per i Giovani Turchi si tratta di attendere l'occasione per l'annientamento.
Il loro odio aumenta perché nel febbraio del 1914 la Russia li costringe a firmare un trattato che impone loro il controllo di ispettori stranieri sulle province armene, a tutela della minoranza cristiana.
Il clima internazionale è rovente, lo scoppio della Grande Guerra imminente.
Quando il conflitto ha inizio i partiti armeni cercano invano di opporsi.
L'impero turco si schiera con gli imperi centrali.
La Terza Armata turca, impreparata e male equipaggiata, viene mandata allo sbaraglio in condizioni climatiche ostili a Sarikamish, dove il 15 gennaio 1915 viene sbaragliata dalle forze russe.
I russi penetrano in territorio turco sotto la guida di quattro legioni formate da armeni, sudditi dello zar, ma senza che gli armeni di Turchia siano complici di questa strategia.
Ciononostante, l'esercito turco indica i responsabili della disfatta proprio negli armeni e l'accusa di tradimento è la molla che fa scattare un piano di sterminio premeditato da tempo e ora favorito dalla situazione internazionale.
Tra il 24 ed il 25 Aprile, ben 2345 notabili armeni vengono arrestati, deportati verso l'interno e uccisi, decapitando così l'intellighenzija della nazione.
Poi tra il maggio ed il luglio del 1915 vengono sterminati gli armeni delle province orientali di Erzerum, Bitlis, Van, Diyarbakir, Trebisonda, Sivas e Kharput.
Si salveranno solo i residenti della provincia di Van, che riescono a riparare in Russia grazie ad una provvidenziale avanzata dell'esercito zarista.
Quanto ai militari essi vengono inizialmente privati delle armi.
Ridotti in squadre di 300 o 500 unità, sottoposti a lavori forzati per sostenere l'esercito turco, vengono infine sistematicamente eliminati dalle squadre delle organizzazioni speciali.
Nell'estate del 1915 tutti gli armeni arruolati sono stati già passati per le armi.



La seconda parte del piano prevedeva il completamento del genocidio.
Tra l'agosto del 1915 ed il luglio del 1916 gli armeni sopravvissuti e sparsi nei distretti orientali, vengono catturati, riuniti in carovane e in condizioni inumane vengono costretti a raggiungere Aleppo, mentre un'altra parte di deportati viene mandata verso Deir es-Zor, in Mesopotamia.
Assaliti durante il viaggio dalle bande della Teškilati Mahsusa di Nazim e Chakir, lasciati per giorni senza cibo o costretti a marce forzate, solo il 10% giunse a destinazione, dove peraltro trovò comunque la fine: molti furono gettati in caverne e bruciati vivi, altri annegati.
L'unica resistenza fu quella dei cinquemila armeni assediati per un mese e mezzo sulla montagna del Mussa-Dagh (la montagna di Mosè), a nord del Libano, messi in salvo da una nave francese allertata da una bandiera issata dagli assediati, che recava la scritta: «christians in distress: rescue!» (cristiani in pericolo, soccorso!).
Gli appelli di Papa Benedetto XV per salvare il popolo armeno caddero nel vuoto, mentre i turchi avevano proclamato la guerra santa.
Giacomo Gorrini, console generale d'Italia a Trebisonda e testimone oculare dei fatti ricorda: «dal 24 giugno, giorno della pubblicazione dell'infame decreto, fino al 23 luglio, giorno della mia partenza da Trebisonda, io non avevo dormito: non avevo mangiato più, ero in preda ai nervi, alla nausea, tanto era lo strazio di dover assistere ad una esecuzione in massa di creature inermi, innocenti. Il passaggio delle squadre degli armeni sotto le finestre e davanti la porta del consolato, le loro invocazioni al soccorso senza che né io né altri potessimo fare nulla per loro, la città essendo in stato d'assedio, guardata in ogni punto da 15mila soldati in pieno assetto di guerra, da migliaia di agenti di polizia, dalle bande dei volontari e dagli addetti del comitato Unione e Progresso; i pianti, le lacrime, la desolazione, le imprecazioni, i numerosi suicidi, le morti subitanee per lo spavento, gli impazzimenti improvvisi, gli incendi, le fucilate in città, la caccia spietata nelle case e nelle campagne; i cadaveri a centinaia trovati ogni giorno sulla strada dell'internamento, le giovani donne ridotte a forza musulmane o internate come tutti gli altri, i bambini strappati alle loro famiglie o alle scuole cristiane e affidati per forza alle famiglie musulmane, ovvero posti a centinaia sulle barche con la sola camicia, poi capovolti e affogati nel mar Nero o nel fiume Dére Méndere, sono gli ultimi incancellabili ricordi di Trebisonda, ricordi che, ancora, a un mese di distanza, mi straziano l'anima, mi fanno fremere».



L'ambasciatore americano di origine ebraica Henry Morgenthau nel suo libro di memorie ricorda come «villaggi dopo villaggi e città dopo città, furono spogliati della loro popolazione armena, in condizioni simili. Durante questi sei mesi, da quanto si può sapere, circa 1.200.000 persone furono indirizzate verso il deserto della Siria. 'Pregate per noi', dicevano, abbandonando i focolari che 2.500 anni prima avevano fondato i loro avi. 'Non torneremo mai più su queste terre, ma noi ci ritroveremo un giorno. Pregate per noi!'. Avevano appena abbandonato il suolo natale che i supplizi cominciavano; le strade che dovevano seguire non erano che dei sentieri per muli dove procedeva la processione, trasformata in una ressa informe e confusa. Le donne erano separate dai bambini, i mariti dalle mogli. I vecchi restavano indietro esausti, i piedi doloranti. I conduttori dei carri trainati dai buoi, dopo avere estorto ai loro clienti gli ultimi quattrini, li gettavano a terra, loro e i loro beni, facevano dietro front e se ne tornavano ai villaggi,alla ricerca di nuove vittime. Così, in breve tempo, tutti, giovani e vecchi, si ritrovavano costretti a marciare a piedi; e i gendarmi che erano stati inviati, per così dire, per proteggere gli esiliati, si trasformavano in veri carnefici. Li seguivano, baionetta in canna, pungolando chiunque facesse cenno di rallentare l'andatura. Coloro i quali cercavano di arrestarsi per riprendere fiato, o che cadevano sulla strada morti di fatica, erano brutalizzati e costretti a raggiungere al più presto la massa ondeggiante. Maltrattavano anche le donne incinte e se qualcuna, e ciò avveniva spesso, si accovacciava ai lati della strada per partorire, l'obbligavano ad alzarsi immediatamente e a raggiungere la carovana. Inoltre, durante tutto il viaggio, bisognava incessantemente difendersi dagli attacchi dei musulmani. Distaccamenti di gendarmi in testa alle carovane partivano per annunciare alle tribù curde che le loro vittime si avvicinavano e ai paesani turchi che il loro desiderio finalmente si realizzava. Lo stesso governo aveva aperto le prigioni e rilasciato i criminali, a condizione che si comportassero da buoni maomettani all'arrivo degli armeni. Così ogni carovana doveva difendere la propria esistenza contro più categorie di nemici: i gendarmi di scorta, i paesani dei villaggi turchi, le tribù curde e le bande di cetè o briganti. Senza dimenticare che gli uomini che avrebbero potuto proteggere questi sfortunati erano stati tutti uccisi o erano stati arruolati come lavoratori, e che i malcapitati deportati erano stati sistematicamente spogliati delle armi. A qualche ora di marcia dal punto di partenza, i curdi accorrevano dall'alto delle loro montagne, si precipitavano sulle ragazze giovani e, spogliandole, stupravano le più belle, come pure i bambini che piacevano loro, e rapinavano senza pietà tutta la carovana, rubando il denaro e le provvigioni, abbandonando così gli sfortunati alla fame e allo sgomento».



L'annientamento era compiuto e la guerra volse al termine.
La Turchia, alleata della Germania che aveva inviato propri consiglieri militari a sostenere l'azione dei Giovani Turchi, uscì anch'essa sconfitta.
Approfittando della rivoluzione in corso in Russia, gli armeni che erano riparati sotto il controllo dell'impero zarista, il 28 maggio 1918 dichiararono la propria indipendenza e dopo la conquista di alcuni territori nell'Armenia turca, venne proclamata la repubblica armena, che nel 1920 sarà però sovietizzata.
Se durante i lavori del Trattato di Sevrès venne perfino riconosciuta l'indipendenza al popolo armeno e la sua sovranità su gran parte dei territori dell'Armenia storica, il successivo Trattato di Losanna (1923) annullò quelle decisioni, negando al popolo armeno persino il riconoscimento della sua stessa esistenza.
Sarà solo nel settembre del 1991, dopo il crollo dell'Unione Sovietica, che l'Armenia potrà dichiarare la propria indipendenza, divenendo l'attuale repubblica d'Armenia.
Torniamo un attimo ancora indietro.
Quando la Grande Guerra finì nel 1918, l'ascesa alla guida della Turchia di Kemal Ataturk non cambiò, se non in peggio, il destino degli armeni rimasti in territorio turco, che tra il 1920 ed il 1922, con l'attacco alla Cilicia armena ed il massacro di Smirne, vennero definitivamente sterminati.
Dopo questi ultimi crimini quasi nessun armeno rimase vivo in Turchia (tranne pochissimi che si erano convertiti all'Islam).



Metz Yeghern (il Grande Male) è il termine con cui gli armeni chiamano il loro olocausto, compitosi nel breve spazio di pochi mesi e che fu causa della formazione di una vasta diaspora armena in tutto il mondo.
Il massacro degli armeni venne definito nel rapporto della Commissione dei Diritti dell'Uomo all'ONU (settembre 1973) come il primo genocidio del XX secolo perpetrato a danno di un popolo fortemente legato al perdono evangelico.
Le atrocità commesse dai turchi nei loro confronti portarono gli alleati ad introdurre il concetto di «crimes against humanity», in seguito usato durante il processo di Norimberga.
Ma il processo che si celebrò per il genocidio armeno ebbe ben altra risonanza e ben altri risultati, rispetto a ciò che sarebbe avvenuto a Norimberga.
Dopo la disfatta ottomana, infatti, i principali responsabili del genocidio ripararono in Germania.
A loro carico venne intentato un processo, svoltosi nel 1919 a Costantinopoli, ma nei confronti dei condannati non vennero mai presentate richieste di estradizione e successivamente i verdetti della Corte vennero annullati.
Lo scopo era evidentemente solo quello di addossare la responsabilità dell'accaduto sulle spalle dei Giovani Turchi, scagionando al tempo stesso la nazione turca in quanto tale e il nuovo regime di Ataturk.
Fu così che gli armeni decisero di farsi giustizia da soli.
Il partito Dashnag creò un'organizzazione di giustizieri che si incaricò di eliminare alcuni dei principali responsabili del genocidio.
Vennero assassinati a freddo Behaeddin Chakir, Djemal Azmi (il boia di Trebisonda), Djemal Pascià (componente del triumvirato dirigente dei Giovani Turchi) e l'ex ministro degli Interni Talaat, ucciso per le strade di Berlino il 15 Marzo del 1921.
Ma l'assassino di quest'ultimo venne assolto per l'omicidio compiuto, perché i giudici riconobbero che le colpe di cui Talaat si era reso responsabile erano di una efferatezza indescrivibile.

Poi sono passati quasi ottant'anni di silenzio.
Domandiamoci: chi ha messo il silenziatore all'olocausto cristiano d'Armenia?
Chi continua nel genocidio della memoria?
Quali sono le cause di questo silenzio?
Vittorio Messori ne individua due: l'importanza strategica della Turchia per USA, Israele ed Europa e l'influsso della lobby ebraica USA, che rifiuta di mettere Metz Yeghern a paragone con la Shoah, per il rischio di veder sminuita, se non proprio invalidata, l'unicità di quest'ultima. (5)
Il 3 maggio 2000 la Provincia di Roma ha organizzato un convegno che ha visto come relatore l'onorevole Giancarlo Pagliarini e la partecipazione del professor Giuliano Vassalli.
A seguito dell'iniziativa l'ambasciata turca ha diramato una nota in cui si legge testualmente che «gli armeni in Turchia non furono vittime di un genocidio: si trattò, in realtà di una tragedia umana condivisa da due popoli in circostanze di guerra».
Ed ancora, all'interno dello stesso comunicato, si dice che si trattò di «una tragedia comune che causò sofferenze reciproche e migliaia di vittime da ambedue le parti».
Secondo l'ambasciata turca il genocidio armeno non può essere definito tale in quanto mancherebbe l'elemento essenziale, ovvero «l'intenzione di distruggere un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso».



Perché si permette impunemente alla Turchia di mentire?
La volontà di annientamento degli armeni venne dichiarata con inequivocabile, agghiacciante determinazione: «è dovere di noi tutti - dichiarò il ministro dell'Interno Talaat Pascià il 18 novembre 1915 - effettuare nelle sue linee più ampie la realizzazione del nobile progetto di cancellare l'esistenza degli armeni che per secoli hanno costituito una barriera al progresso
e alla civiltà dell'impero… Siamo criticati e richiamati ad essere pietosi; questa semplificazione è una sorta di ingenuità. Per coloro che non cooperano con noi troveremo un posto che stringerà la fibra dei loro cuori delicati».
Concetto che ribadì il 1 dicembre 1915: «il luogo di esilio di questa gente sediziosa è l'annientamento».
E il Comitato Unione e Progresso nell'assemblea del 25 marzo 1915 già aveva deliberato che «…la Jemiet (assemblea) ha deciso di salvare la madrepatria dalle ambizioni di questa razza maledetta e di prendersi carico sulle proprie spalle patriottiche della macchia che oscura la storia ottomana. La Jemiet, incapace di dimenticare tutti i colpi e le vecchie amarezze, ha deciso di annientare tutti gli armeni viventi in Turchia, senza lasciarne vivo nemmeno uno e a questo riguardo è stato dato al governo ampia libertà d'azione…».
La fine riservata agli armeni era nota a tutti, al punto che il console USA Leslee Davis il 24 luglio 1915 affermò che «non è un segreto che il piano previsto consisteva nel distruggere la razza armena in quanto razza».
Ma torniamo ai giorni nostri.

Solo il 17 novembre 2000 la Camera dei deputati italiana ha riconosciuto ufficialmente quel genocidio, approvando, dopo anni di lunghe insistenze, un documento presentato già nel '98 dall'onorevole Pagliarini (Lega Nord) e sottoscritta da 165 deputati di vari partiti che chiede formalmente alla Turchia di riconoscere il genocidio degli armeni e di ristabilire relazioni diplomatiche e commerciali con la repubblica armena, abolendo l'embargo attuato contro di essa.
Perché si è lasciato che il governo turco definisse la mozione approvata «infelice» ed il comportamento del Parlamento Italiano «poco serio», senza pretendere scuse ufficiali?
Perché, mentre il mondo si indigna per le dichiarazioni sulla Shoah del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, alla Turchia è stato impunemente consentito di negare fino ad oggi addirittura che l'olocausto armeno sia avvenuto?
Perché David Irving viene incarcerato per aver negato le proporzioni della Shoah e Orhan Paruk, famoso scrittore turco, viene incriminato in questi giorni per «vilipendio alla nazione», proprio per aver denunciato invece lo sterminio dei curdi e degli armeni nella Turchia del 1915?
Perché Bernard Lewis, professore emerito presso la Princeton University, nonché autorevole studioso ebreo della storia dell'Islam, quando nega il genocidio armeno viene condannato in Francia, ma non provoca lo sdegno internazionale provocato da Irving e Faurisson?
Perché all'interno di Alleanza nazionale l'onorevole Antonio Serena è stato espulso per aver inviato a tutti i deputati un video con l'autobiografia di Erich Priebke e per contro l'allora presidente della commissione politiche europee della camera Sandra Fei, di ritorno da una visita in Turchia, rilasciava impunemente le seguenti dichiarazioni: «il genocidio degli armeni non è basato su prove scientifiche» e definiva la mozione presentata dall'onorevole Pagliarini «sbagliata perché non si può riconoscere per legge il genocidio degli armeni senza prove scientifiche?».



Perché il 21 ottobre 2000 la camera dei rappresentanti degli Stati Uniti «ha ritirato il documento, che prevedeva il riconoscimento del genocidio armeno, in conseguenza delle minacce della Turchia di sospendere le forniture di elicotteri di imprese texane ed ipotizzando addirittura l'interdizione ai mezzi NATO della base aerea di Incirlik? Perché si è permesso al ministro turco Sabahattin Camakoglu di ringraziare gli statunitensi per aver sconfitto 'la lobby armena'? (6)
Perché ancora nel settembre scorso un tribunale turco (a seguito della denuncia di un avvocato nazionalista, membro dei Lupi Grigi, la stessa organizzazione cui apparteneva Alì Agca, l'attentatore di Giovanni Paolo II) voleva vietare lo svolgimento di una conferenza puramente accademica all'Università del Bosforo sul genocidio degli armeni?» (7).
Lo storico turco Taner Akçam, costretto ad emigrare in America, afferma che «il collegamento tra la fondazione dellarepubblica e i massacri ha contribuito a trasformare il genocidio armeno in un tabù. Funzionari della repubblica non hanno esitato a fare dichiarazioni pubbliche in questo senso. Uno dei capi del partito Ittihad ve Terakki, Halil Mentese, ha dichiarato: 'Se non avessimo ripulito la parte orientale dell'Anatolia dai miliziani armeni che hanno collaborato con i russi, la formazione della nostra repubblica nazionale non sarebbe stata possibile'. Allo stesso modo,
nel corso della prima assemblea nazionale della repubblica, si sono sentiti discorsi di questo genere: 'per salvare la patria, abbiamo accettato il rischio di essere considerati assassini' ».
Tra le ragioni del silenzio - prosegue Akçam - vi è il fatto che «lo stato kemalista è dominato da una burocrazia civile e militare laica sì, però tutt'altro che democratica. Essa si identifica con lo Stato, per cui la sovranità non risiede nei cittadini, titolari di diritti, ma appartiene alle autorità, non elette, maldisposta a condividerle con i partiti politici. I vari colpi di Stato militari, che si sono succeduti con cadenza regolare durante la storia repubblicana, sono serviti soprattutto a rafforzare il potere autocratico di questa casta».



Chi scorda le parole di Armin. T. Wegner, il fotografo tedesco che immortalò lo sterminio del popolo armeno: «è a nome della nazione armena che io mi appello a voi, come uno dei pochi europei che sia stato testimone oculare, fin dal suo inizio, dell'atroce distruzione del popolo armeno nei fertili campi dell'Anatolia; oso rivendicare il diritto di farvi il quadro delle scene di sofferenza e di terrore che si sono snodate davanti ai miei occhi per circa due anni, che nonsi potranno mai cancellare dalla mia memoria... io non accuso il popolo semplice di questo Paese, il cui animo è profondamente onesto, ma io credo che la casta di dominatori che lo guida non sarà mai capace, nel corso della storia, di renderlo felice, perché essa ha distrutto totalmente la nostra fiducia nelle loro capacità di incivilire ed ha tolto alla Turchia, per sempre, il diritto all'autogoverno».
Chi vuole la Turchia in Europa?
L'ingresso della Turchia nell'Unione Europea, fatta di Stati a tradizione cristiana, farebbe sì che con i suoi ottanta milioni di cittadini musulmani la nazione più popolosa sarebbe l'unica musulmana ed extraeuropea.
Chi ha interesse a questo?
Forse gli stessi che non hanno voluto l'inclusione della menzione delle radici cristiane nella costituzione europea?
Forse coloro che vorrebbero, dopo il genocidio fisico e della memoria armena, anche il genocidio della fede cristiana?
Forse gli eredi culturali dei Giovani Turchi e dei dunmeh?
Un ultima notizia: il Parlamento Europeo nello scorso mese di settembre, a cinque giorni dalla data prevista per l'avvio del processo di adesione della Turchia all'UE, ha approvato una risoluzione nella quale dà via libera ai negoziati.
Con una mozione chiede alla Turchia di riconoscere ufficialmente il genocidio degli armeni come precondizione per entrare nell'Unione Europea.
Peccato che la mozione approvata non sia impegnativa. (8)
Ecco perché la memoria deve essere memoria per tutti.

Domenico Savino




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Note
1) Maurizio Blondet, Cronache dell'Anticristo, Effedieffe edizioni, pagine 26-31. Il testo così prosegue: «a Firenze i fratelli Paggi stampano opuscoli e manifesti clandestini per incitare alla lotta; a Vercelli il Collegio Foà diventa una vera fucina di patriottismo. Tutti gli ebrei che viaggiano normalmente per i loro affari diventano i naturali intermediari fra le diverse società segrete; essi offrono continuamente armi e denaro. Fra i primi combattenti ebrei del Risorgimento italiano dobbiamo ricordare: Abramo Fortis, Israel Latis e Angelo Levi… A Modena Angelo Usiglio e suo fratello Enrico sono collaboratori di Ciro Menotti; si può dire che tutto il movimento dei patrioti modenesi è finanziato da banchieri ebrei. Ora la causa degli ebrei è più che mai legata a quella dei patrioti italiani: se un governo reazionario crolla, le leggi antiebraiche vengono abrogate. Intanto il movimento di liberazione va affermandosi nella coscienza degli italiani. Giuseppe Mazzini fonda la Giovine Italia. Il Mazzini, da principio non ha molta simpatia per gli ebrei, forse per l'influenza di Guerrazzi, come apprendiamo da una sua lettera inviata da Londra a sua madre. Ma poi si ricrede e conta tra i suoi migliori amici degli ebrei. Nell'esilio di Londra egli ha come compagno Angelo Usiglio; il passaporto l'ha avuto dal rabbino di Livorno; a Londra egli stringe saldi vincoli di amicizia con la famiglia del banchiere Nathan, la cui casa era aperta a tutti gli esuli italiani. Sarina Nathan diverrà la sua più fida consigliera, ed egli chiuderà la sua travagliata esistenza a Pisa in casa di Jeannette Nathan Rosselli, figlia di Sarina (con ogni probabilità il figlio di Sarina, Ernesto Nathan, iniziato alla loggia Propaganda Massonica, 33 del Rito Scozzese, cittadino britannico e tuttavia sindaco di Roma nel 1907, era seme di Mazzini e fu sindaco straniero, massone ed ebreo, eloquente messaggio delle logge al Papa!»).
2) Maurizio Blondet, opera citata, pagina 21.
3) Maurizio Blondet, opera citata, pagina 23.
4) Maurizio Blondet, opera citata, pagina 23.
5) http://www.totustuus.biz/users/rasse...2003/pag20.htm e Il Giornale, 30 agosto 2005, pagina 42.
6) http://freeweb.dnet.it/liberi/genoc_armeno/novita.
7) http://www.comunitaarmena.it/comunic...20turchia.html.
8) http://www.corriere.it/Primo_Piano/E...-turchia.shtml.




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