Piroette a sinistra
Dunque: sull'Unità del 4 marzo 2002 (quasi quattro anni fa, nemmeno tanti) la Lega di Umberto Bossi veniva descritta come un movimento «xenofobo, razzista, antisemita», il suo popolo pervaso e intossicato da sentimenti analoghi se non identici al «nazismo spontaneo dei gruppi armati e delle bande che hanno preceduto l’avvento di Adolf Hitler». E ancora: l’attitudine mentale dei leghisti si materializzava nella pratica ossessiva e violenta della «caccia al diverso », i militanti del Carroccio «gente che offre in vendita svastiche e testi nazisti»; insomma un partito repulsivo e infrequentabile, ma così infrequentabile «che nessuna destra d’Europa accetta di incontrarlo».
Ecco, nessuno accetterebbe di incontrare nazisti e antisemiti che smerciano svastiche, figurarsi poi se per parlarne bene. Ma sempre sull’Unità, quattro anni dopo, viene descritto, e nemmeno con toni particolarmente allarmati, un incontro molto particolare: quello tra il responsabile economico dei Ds, Pierluigi Bersani, e il popolo della Lega riunito a festa in quel di Busto Arsizio. Incontro allietato da «applausi » così calorosi all’indirizzo del dirigente diessino che «un militante lumbard a fine serata si è sentito in obbligo di regalargli una bandiera del Carroccio» (con la «svastica», o senza?) ricevendone sorprendentemente in cambio il sincero attestato democratico idealmente sottoscritto da Bersani: «Questo testimonia la forza del popolo».
Lo stesso Bersani, del resto, immemore forse di quel giudizio così severo vergato quattro anni orsono («Nessuna destra d’Europa accetta di incontrare» la Lega), si era già sbilanciato nel corso di un’ampia intervista alla Padania in un sincero apprezzamento per il movimento di Bossi capace, a suo dire, «di stare in mezzo alla gente». Un’apertura positivamente commentata («Nelle parole di Bersani leggo la speranza di una Lega buona, in futuro») in un’intervista a Roberto Zuccolini del Corriere della Sera concessa da Furio Colombo: proprio l’autore di quegli sferzanti e inappellabili giudizi sulla Lega «xenofoba, razzista, antisemita» e inquinata da «nazismo spontaneo» sull’Unità del 2002, giornale di cui era direttore.
Si può naturalmente cambiare idea. Ma cambiare idea con tanta radicalità esige una spiegazione: o si esagerava a definire «nazista» un movimento che quattro anni più tardi donerà un proprio stendardo ai dirigenti diessini ben lieti di riceverlo, oppure dietro un capovolgimento così macroscopico di giudizi e prospettive si percepisce il sentore di qualcosa che stride con la virtù della coerenza. Certo, è ovvio che quando le elezioni si avvicinano la caccia al voto può comprendere anche qualche scivolata propagandistica, simile al temerario accreditamento della Lega «costola della sinistra» nel bel mezzo della rottura tra Bossi e Berlusconi.
E forse è eccessivo associare questa nuova corrispondenza diessina d’amorosi sensi con i «nazisti» di quattro anni fa alla solidarietà del comune errore compiuto in questi mesi dalla Lega e dai Ds (e in particolare dallo stesso Bersani e dai settori della Quercia di cui è autorevolissimo esponente) nella valutazione dell’offensiva Fiorani- Fazio-Consorte, peraltro sconfessata dai Democratici di sinistra in una recente e meritoria «autocritica». Inoltre, proprio la sinistra ha criticato in questi anni Berlusconi e Bossi per essersi riavvicinati dopo momenti di gelo e di feroci insulti. Ma allora, come si fa a vellicare con tanta disinvoltura la «parte buona» di un movimento bollato fino a poco tempo fa come un’accozzaglia di biechi «antisemiti» e repellenti seguaci dell’hitlerismo?
Purtroppo, non è la prima volta di piroette culturali così vistose e imbarazzanti. E non ci sarà ultima volta fino a che non verrà riconosciuto dalla sinistra cresciuta alla scuola del Pci (certo, la storia di Colombo è diversa) l’errore di scomunicare o riabilitare gli avversari (come dimenticare il caso di Cossiga, alternativamente con o senza K?) a seconda delle convenienze: prima «nazisti» e poi «popolani», un tempo «antisemiti» e adesso non privi di una parte «buona». Residui del passato che non permettono di dichiarare definitivamente superata una stagione da chiudere per sempre.
Corriere.it
Pierluigi Battista
27 gennaio 2006




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