Maurizio Blondet
30/01/2006

Nuova Delhi - Ancora poche settimane fa, la classe politica dell'India si rallegrava di aver trovato un alleato superpotente: gli USA.
Ora comincia a domandarsi se Washington tratta l'India da alleato oppure da lacché.
Tutto è cominciato qualche giorno fa, quando David Mulford, l'ambasciatore americano a Delhi, ha fatto una dichiarazione che si può riassumere così: se l'India non vota contro l'Iran - come vuole Washington - alla riunione della IAEA prevista per il 2 febbraio, può dire addio al grosso affare dello sviluppo del nucleare civile in collaborazione indo-americana (1).
Come noto, la giunta Bush vuole ottenere una condanna esplicita del programma atomico iraniano, come preludio a sanzioni economiche e a interventi militari, davanti alla IAEA, l'agenzia ONU che controlla la non-proliferazione.
E con la Cina e forse Mosca contrarie, Washington non è sicura di avere i voti nella sessione.
Perciò storce il braccio del suo nuovo «alleato», l'India.
Ma lo ha fatto, in modo esplicito e troppo brutale.
Prima Condy Rice ha avvertito Delhi (che evidentemente nicchia, pensosa del petrolio iraniano) che dovrà affrontare «scelte dure» se vuole l'amicizia della Casa Bianca; poi Mulford con il suo ricatto: l'India tiene molto alla cooperazione nucleare con gli USA, per rammodernare la sua vecchia tecnologia e saldare anche più forti legami economico-militari.
E il patto è stato già firmato dal Primo ministro indiano nella sua recente visita a Washington.
Ma Mulford ha detto: il Congresso potrebbe bocciare la collaborazione, se l'India non vota nel modo «giusto» contro l'Iran.
Insomma, un bell'esempio di diplomazia neocon, poca carota e tanto bastone, «o con noi o contro di noi» (non a caso l'ambasciatore Mulford è ebreo, e come Wolfowitz fa gli interessi di Israele).
Risultato: un disastro.



Il governo indiano, sotto la pressione di una stampa nazionale inferocita e di tutti i partiti d'opposizione, ha dovuto prendere le distanze dalla Casa Bianca, per non sembrare troppo asservito ai diktat di Washington.
Il portavoce del ministero indiano degli Esteri ha dovuto dichiarare: «il diritto dell'Iran a sviluppare un uso pacifico dell'energia nucleare per il proprio sviluppo, in maniera coerente con i suoi obblighi e impegni internazionali deve essere rispettato».
Ed ha lodato la «volontà dell'Iran di collaborare con la IAEA per rimuovere ogni problema».
Insomma il contrario di ciò che l'America voleva ottenere col suo ricatto.
«Nelle due settimane passate», ha aggiunto il portavoce, «l'India ha intrapreso attive consultazioni con tutti i membri della IAEA e con l'Iran, allo scopo di evitare conflitti e promuovere il più ampio consenso possibile sulla questione del nucleare iraniano».
Sarcastico, il grande giornale «The Hindu» ha commentato: «dopo la notevole uscita di Mulford, chi può ancora dubitare che il patto [di cooperazione nucleare con Washington] esige che l'India si comporti come una marionetta? Obbligata, ad ogni svolta degli eventi internazionali, ad agire contro il proprio interesse e istinto nazionale, per paura di offendere Washington? Oggi ci si chiede una 'fatwa' contro l'Iran, domani sarà un diktat contro il piano dell'India di separare i suoi impianti nucleari civili e militari, cosa che non piace all'ambasciatore Mulford».
«The Asian Age», altra rivista indiana: «succede che quando ripeti troppe volte una cosa, finisci per dirla anche nel sonno. E' quel che sembra essere successo all'ambasciatore Mulford, che ha messo in difficoltà il suo governo e il nostro. Collegando l'applicazione della collaborazione nucleare al voto contro l'Iran, Mulford ha tagliato all'India la possibilità di andare avanti in entrambi».



E l'«Indian Express»: «l'India e l'America sono democrazie litigiose. Dichiarazioni pubbliche dall'una e dall'altra parte finiscono subito per accendere la politica interna e complicano i negoziati tra i due Stati. L'India e gli USA hanno fatto progressi negli anni scorsi perché hanno tratto una lezione dalle difficoltà del passato: evitare l'uno verso l'altro dichiarazioni da gradassi in pubblico. Le parole di Mulford sono una deviazione allarmante da questa da regola giudiziosa».
Ora, il primo marzo Bush andrà in visita ufficiale a Nuova Delhi, con questo scottante «successo» confezionatogli dalla sua, chiamiamola così, diplomazia.
Ma è l'intero approccio forzuto degli USA alla non-proliferazione, unito alla strategia neocon «o con noi o contro di noi», a cominciare a crollare.
Singolare e significativa in questo senso è una dichiarazione di Rupert Scholz, già ministro della Difesa sotto il governo Kohl fra l''88 e l''89: «la Germania ha oggi bisogno di un proprio arsenale nucleare», ha detto (2).
E ha ricordato: la Germania ha rinunciato all'arma atomica perché, durante la guerra fredda, «altre nazioni» (leggi: USA) e la NATO avevano dato garanzie di difendere il Paese col loro ombrello nucleare.
Ma c'è da chiedersi se questa garanzie siano ancora in vigore nella nuova situazione (evidentemente anche Scholz non si fida troppo del super-alleato che vuole tutti sue marionette).
«Dobbiamo chiederci come possiamo reagire in modo adeguato alla minaccia nucleare proveniente da uno Stato terrorista», ha aggiunto Scholz: «senza le adeguate garanzie di protezione da parte dei nostri partner, la questione del nostro deterrente atomico deve essere discussa apertamente».



Chi sa quale sarà lo «Stato terrorista» da cui Scholz teme una minaccia nucleare.
E' difficile che l'Iran o la Corea del Nord abbiano mai interesse a incenerire i tedeschi; ne è credibile che Bin Laden o il mullah Omar, dalle loro caverne afgane, sentano mai l'urgenza di spendere una loro ipotetica atomica contro Berlino.
Posto che poi Mosca non è più una minaccia per la Germania, c'è chi si chiede se Scholz non stia pensando agli stessi Stati Uniti - i cui atteggiamenti anti-tedeschi hanno inciso fortemente durante il cancellierato Schroeder - o magari ad Israele, con le sue 300-400 testate atomiche, in parte stivate nei sommergibili (dono della Germania) che circolano nel Mediterraneo pronti a un secondo
colpo nucleare (3).
In ogni caso, la dichiarazione dell'ex ministro non suona come un atto di ferma fiducia nell'«alleato» americano, e nemmeno dell'«amica» Israele.
Forse per questo i politici tedeschi si sono affrettati a criticare l'ex ministro.
«So di stare affrontando un tabù, ma questa questione merita un serio dibattito», ha replicato Scholz.

Maurizio Blondet




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Note
1) Ehsan Ahrari, «USA shows India its iron fist», Asia Times, 27 gennaio 2006.
2) Kate Connolly, «Germany 'needs a nuclear arsenal of its own'», Telegraph, 27 gennaio 2006.
3) Scholz ha alluso goffamente al «pericolo che armi di distruzione di massa possano finire in mano a terroristi», tante volte evocato anche dall'amministrazione americana. Ma non si vede come una minaccia di ritorsione nucleare possa agire da deterrente per terroristi senza Stato. Dove buttare la bomba di rappresaglia? Quanti milioni di esseri umani incenerire, per vendicare un attentato terroristico? La dottrina nucleare, un tempo lucida (mutua distruzione assicurata) ha urgente bisogno di una chiarificazione concettuale un po' più intelligente. Oppure non si può dire «chi è» il nemico minacciato di ritorsione?




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