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    Predefinito La «giornata della memoria»

    Paolo Cremonini
    30/01/2006

    Consummatum est.
    Anche quest’anno il rito del 27 gennaio è stato celebrato con precisione e con la partecipazione di tutte le classi dirigenti d’Occidente: rispetto all’anno scorso è stata introdotta solo una piccola significativa variante.
    Dal momento che la celebrazione cadeva di venerdì, i filmati e le trasmissioni commemorative sono state anticipate al giovedì sera, per non turbare la solennità del sabato, giorno sacro degli «eletti», che appunto incomincia alla vigilia del venerdì.
    Per il resto il rituale è stato ripetuto con magica puntualità: i politici dei vari Paesi si sono inchinati ai rispettivi rabbini capi.
    Il ministro Fini (che nel corso degli anni Novanta ha maturato una sincera conversione dal neofascismo italiano del MSI al fascismo israeliano del Likud) ha citato commosso Bertold Brecht, un comunista, ma pur sempre un eletto…
    La massima autorità spirituale di Roma, il rabbino Di Segni, ha esortato ad «aumentare la vigilanza».
    E dal momento che Zundel, Rudolf, Graf sono già in prigione, Irving è stato indotto ad un’autoaccusa di staliniana memoria e Faurisson è già stato selvaggiamente picchiato da una squadra d’assalto, ci si può chiedere cosa il nostro (rabbino) capo intenda per «aumentare la vigilanza».



    In America il nuovo Omero di Hollywood, Steven Spielberg, ha lanciato con «Munich» una appassionata celebrazione cinematografica degli assassinii del Mossad.
    Il film non ha mancato di suscitare polemiche tra gli stessi ebrei…
    L’autore del libro dal quale era tratta la storia ha accusato Spielberg di aver mostrato le spie assassine del Mossad un po’ titubanti nel compiere le loro missioni omicide.
    Invece, nel racconto originario, le spie del Mossad erano fiere di attuare l’«occhio per occhio, dente per dente» (anche contro un cittadino svedese poi rivelatosi assolutamente estraneo all’attentato di Monaco che aveva scatenato la rappresaglia).
    Intanto nelle stesse ore, Hamas prendeva il potere spazzando via la corrotta dirigenza di Al Fatah nella guerra elettorale tra poveri che si è svolta nei due «bantustan» di Cisgiordania e Gaza.
    Adesso l’elite israeliana ha un motivo in più per perseguire il suo obiettivo finale: un conflitto di vaste proporzioni, che permetta di attuare incidentalmente la deportazione della popolazione palestinese nel territorio giordano e di ricostruire il «tempio» dopo aver polverizzato le moschee della spianata.
    Lo Stato che si mostra al mondo come l’agnello dello shoah, eternamente perseguitato e minacciato di sterminio, continua ad affilare le sue armi da drago: contro la stessa volontà maggioritaria nella sua popolazione (se è vero che il 68% dei cittadini israeliani si dice stanco delle esecuzioni mirate e chiede di intavolare trattative con la stessa Hamas).
    La divaricazione tra il fanatismo delle elite e il buon senso dei comuni cittadini ebrei in fondo già si era manifestata negli scorsi anni: mentre sempre più israeliani facevano le valige e partendo dalla «terra santa» si lasciavano alle spalle l’incubo messianico di Eretz Israel, Ariel Sharon con titanica volontà organizzava ponti aerei per portare a Gerusalemme i Falasha etiopici e gli ebreo-russi, dando così il colpo di grazia al fragile equilibrio sociale del suo Stato.



    Questi drammi girano attorno alla «giornata», che ha tutta l’aria di essere il primo obbligo rituale imposto ai goym d’Occidente dai loro fratelli maggiori.
    Il rituale ha i suoi pellegrinaggi: ad Auschwitz, Treblinka; ha il suo santuario centrale: lo Yod Vashem di Gerusalemme.
    Ha i suoi sommi sacerdoti, nelle vesti dei rabbini e degli storici autorizzati.
    Ha ovviamente i suoi demoni da esorcizzare.
    Quelli che infrangono (per ragioni ideologiche, per calcoli ingegneristici, demografici, chimici) il tabù e che non meritano neppure di essere nominati.
    Perché il nominarli troppo spesso potrebbe indurre a prestare attenzione alle loro argomentazioni.
    Ma alla fine diciamolo!
    Questa contro-religione della shoah offende per prime le vittime ebree del nazionalsocialismo: che ci furono, furono tantissime. Le cataste di morti per tifo nel campo di concentramento di Auschwitz non sono fotomontaggi.
    I corpi scheletriti non erano comparse di Hollywood.
    Usare questi cadaveri per perseguire una cieca volontà di potenza nel presente è la più grave offesa dei «figli» rispetto ai «padri».
    I figli di Israele che impongono un clima di terrore contro persone colpevoli solo di aver fatto una perizia chimica ad Auschwitz e di non avervi trovato la minima traccia di sterminio per gas tradiscono i padri che, in quello stesso luogo, furono perseguitati e morirono per effetto di una ostilità che non aveva bisogno del gas per manifestarsi!



    Un discorso diverso si può applicare ai tedeschi: questi tedeschi di oggi che si inchinano al «potere» mondiale costituito non sono diversi, sono identici ai loro padri che si inchinarono al potere sfolgorante del Reich millenario.
    Questi tedeschi che fingono di non vedere quante oppressioni, quante persecuzioni provochi in Oriente l’ideologia della shoah sono gli stessi che nel secolo scorso finsero di non vedere il pugno di ferro nazista sugli ebrei perseguitati.
    Furono gli stessi che «obbedirono agli ordini», con una conformistica voluttà di obbedienza che li rende «pastori tedeschi», più che connazionali di Goethe e Schiller.
    Forse davvero la stragrande maggioranza dell’umanità è destinata a peccare, per viltà, per conformismo.
    Forse davvero appartiene a pochi individui il privilegio di mostrarsi giusti.
    Date le premesse che abbiamo fatto e i popoli ai quali ci siamo riferiti vorremmo citare due «giusti», un ebreo e un tedesco.
    Un ebreo di talento, un ebreo famoso, il musicista Gilad Atzmon qualche giorno fa è andato in Germania, a Langendreer. Ha premesso Atzmon che «se non siamo sufficientemente coraggiosi da affrontare il passato da uomini adulti, allora non siamo abbastanza maturi da affrontare ciò che io chiamo il vero male del nostro tempo».
    Dopodiché ha fornito indiretta un bell’esempio di coraggio: ha contestato il mito dei6.000.000 di ebrei uccisi col gas.



    A quel punto la platea si è infuocata: i figli e i nipoti dei ferventi nazisti degli anni Trenta hanno rumoreggiato contro Atzmon con la stessa compattezza ubbidiente con la quale inneggiavano a Goebbels negli anni Trenta.
    Per poco Atzmon, questo ebreo libero, questo nobile figlio di Abramo non è stato azzannato dai (pastori)-tedeschi!
    Ma forse - a differenza di quanto si mostra in «Schindler’s List» - non tutti i Tedeschi sono vili e demoniaci. Citiamo un «giusto» del recente passato: Martin Broszat, tedesco di Baviera.
    Era uno storico serio (Direttore dell’Istituto di Storia Contemporanea di Monaco) e nel contempo un sincero antinazista.
    Broszat il 19 agosto del 1960 fece la cosa giusta.
    Prese carta e penna per scrivere a un quotidiano di vasta diffusione, «Die Zeit»; e scrisse la verità: «Né a Dachau, né a Bergen-Belsen, ne a Buchenwald ebrei o altri detenuti sono stati gassati».



    In pratica Broszat smentiva Norimberga, i suoi «testimoni», le sue «prove evidenti», per tutti i lager della Grande Germania.
    Si limitava a confermare la tesi della gasazione per i lager posti nella Polonia, sorvegliati dalle milizie comuniste, rigorosamente vietati a storici indipendenti.
    Era un buon compromesso…e un passo avanti verso la verità.
    I guai sono incominciati quando la cortina di ferro è caduta, gli archivi di Mosca si sono aperti, Auschwitz ha smesso di essere un oggetto lontano non identificato.
    Leuchter e Rudolf hanno fatto perizie tecniche per trovare tracce di sterminio per gas; e - da autentici criminali quale sono - non le hanno trovate.
    Che dire di tutto ciò?
    Dovremmo essere coraggiosi come l’ebreo Atzmon, dovremmo essere sinceramente conseguenti come il tedesco Broszat.
    Dovremmo…
    Ma siamo pur sempre i placidi europei, sempre inclini all’ordine costituito, ossequienti al potere che sfolgora nel presente.
    Siamo i figli e i nipoti di quelli che perfettamente intruppati gridavano Sieg Heil.
    E allora diciamo di credere allo sterminio per gas: ai sensi della legge Mancino, ai sensi della legge Fabius.
    Del resto se un parlamento ha istituito una legge, quella legge è più forte delle perizie chimiche di un Leuchter e dunque delle leggi di natura.
    Speriamo però in un angolo sincero della nostra anima che il coraggio di un ebreo, Atzmon, il rigoroso amore per la verità di un tedesco, Broszat, le virtù proprie ad individui d’eccezione, valgano ad attirare una salvezza storica anche per la nostra smidollata umanità.



    Paolo Cremonini




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  2. #2
    Totila
    Ospite

    Predefinito

    Ottimo articolo.
    Nemmeno un ebreo (Gilad Atzmon o Norman Finkelstein) ci salverà. Ormai siamo eterodiretti e lobotomizzati.

 

 

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