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    Cool Rassegna stampa del Giornale sul signoraggio

    Ci vogliono biglietti di Stato per sostenere l’Euro

    lunedì 27 giugno 2005

    Con la Costituzione europea, e con il trattato di Maastricht, la proprietà delle banconote e il relativo signoraggio sono della Bce, mentre quella delle monetine metalliche è degli Stati. Con le Costituzioni nazionali la proprietà delle banconote e delle monetine dovrebbe essere interamente degli Stati. Così non è. Ma questo non è il motivo del mio breve intervento, anche se è preliminare. Il punto che vorrei sottolineare è il seguente: emissione di biglietti di Stato in contemporanea alle banconote della banca centrale di emissione. Esistono almeno due precedenti storici: 1) in Italia negli anni ’30 del XX secolo, con alle spalle la grave depressione economica del ’29, lo Stato tenne in piedi l’economia nazionale mediante l’emissione di numerosi biglietti di Stato, con i quali finanziò, senza indebitarsi, numerosissime opere pubbliche e altro; 2) negli Usa nel 1963 il Presidente Jfk, con l’esecutive order 11110, emise circa 4,3 miliardi di dollari come biglietti di Stato e non come banconote della Fed. I biglietti di Stato hanno il pregio di non indebitare lo Stato e, se emessi in sintonia con la produzione di beni del Paese, anche quello di non provocare inflazione (è molto più rischiosa a questo proposito la riserva frazionaria della tecnica bancaria in vigore). Ovviamente i biglietti di Stato sono conformi alle Costituzioni nazionali ma non alla Costituzione europea e al trattato di Maastricht. Ma vista la gravissima crisi economica e politica in atto, i responsabili politici europei potrebbero agevolmente superare l’impedimento modificandoli adeguatamente. I biglietti di Stato potrebbero essere euro, o anche le vecchie monete nazionali, intese come local money.
    Ci vogliono biglietti di Stato per sostenere l’Euro - Parola Lettori - ilGiornale.it del 27-06-2005



    La mia ultima battaglia contro l’euro

    mercoledì 28 settembre 2005

    La settimana scorsa «il Giornale» aveva intervistato Arrigo Molinari, in occasione dell’udienza presso il tribunale civile su due ricorsi da lui presentati contro Banca d’Italia e Banca centrale europea. Ecco la testimonianza che stava per essere pubblicata.
    Dica la verità, avvocato Molinari: anche lei ce l’ha con Fazio. Infierisce.
    «Neanche per sogno. Io ce l’ho con la Banca d’Italia e con i suoi soci voraci banchieri privati».
    Cos’hanno fatto di così terribile?
    «Hanno divorato l’istituto centrale di Palazzo Koch, rendendolo non più arbitro e non più ente di diritto pubblico. Con un’anomalia tutta italiana».
    Ai danni dei risparmiatori.
    «...che adesso devono sapere esattamente come stanno le cose».
    Ci aiuti a capire.
    «Sta tutto scritto nei miei due ricorsi, riuniti ex articolo 700 del codice di procedura civile, contro la Banca d’Italia e la Banca centrale europea per la cosiddetta truffa del “Signoraggio“, consentita alle stesse fin dal 1992».
    Ricordiamo chi era, allora, il ministro del Tesoro.
    «Era un ministro sottile che ha permesso agli istituti di credito privati di impadronirsi del loro arbitro Bankitalia, e quindi di battere moneta e di prestarla allo Stato stesso con tasso di sconto a favore delle banche private».
    Il “Signoraggio“ è questo?
    «Il reddito da “Signoraggio“ a soggetti privati si fonda su una norma statutaria privata di una società di capitali, e quindi su un atto inidoneo e inefficace per la generalità, per cui i magistrati aditi dei tribunali di Genova, Savona e Imperia non troveranno alcun ostacolo derivante da un atto di legge. L’inesistenza di una disciplina normativa consente di accogliere i tre ricorsi senza problema di gerarchia di fonti».
    Le conseguenze del “Signoraggio“?
    «Rovinose per i cittadini, che si sono sempre fidati delle banche e di chi le doveva controllare».
    Tutta colpa delle banche?
    «Sarò più chiaro, la materia è complessa. Dunque: le banche centrali e quindi la Banca d’Italia, venuta meno la convertibilità in oro e la riserva aurea, non sono più proprietarie della moneta che emettono e su cui illecitamente e senza una normativa che glielo consente percepiscono interessi grazie al tasso di sconto, prestandolo al Tesoro».
    Non si comportano bene...
    «Per niente! Ora i cittadini risparmiatori sono costretti a far ricorso al tribunale per farsi restituire urgentemente il reddito da “Signoraggio“ alla collettività, a seguito dell’esproprio da parte delle banche private italiane che, con un colpo di mano, grazie a un sottile ministro che ha molte e gravi responsabilità, si sono impadronite della Banca d’Italia battendo poi moneta e togliendo la sovranità monetaria allo Stato che, inerte, dal 1992 a oggi ha consentito questa assurdità».
    Un bel problema, non c’è che dire.
    «Infatti. Ma voglio essere ancora più chiaro. L’emissione della moneta, attraverso il prestito, poteva ritenersi legittima quando la moneta era concepita come titolo di credito rappresentativo della Riserva e per ciò stesso convertibile in oro, a richiesta del portatore della banconota».
    Poi, invece...
    «Poi, cioè una volta abolita la convertibilità e la stessa Riserva anche nelle transazioni delle Banche centrali avvenuta con la fine degli accordi di Bretton Woods del 15 agosto 1971, la Banca di emissione cessa di essere proprietaria della moneta in quanto titolare della Riserva aurea».
    Lei sostiene che Bankitalia si prende diritti che non può avere.
    «Appunto. Prima Bankitalia, nella sua qualità di società commerciale, fino all’introduzione dell’euro in via esclusiva e successivamente a tale evento, quale promanazione nazionale della Banca centrale europea, si arroga arbitrariamente e illegalmente il diritto di percepire il reddito monetario derivante dalla differenza tra il valore nominale della moneta in circolazione, detratti i costi di produzione, in luogo dello Stato e dei cittadini italiani».
    Un assurdo tutto italiano, secondo lei.
    «Certamente. Sembra un assurdo, ma purtroppo è una realtà. L’euro, però, è dei cittadini italiani ed europei, e non, come sta avvenendo in Italia, della banca centrale e dei suoi soci banchieri privati».
    Quasi tutto chiaro. Ma che si fa adesso?
    «Farà tutto il tribunale. Dovrà chiarire se esiste una norma nazionale e/o comunitaria che consente alla Banca centrale europea, di cui le singole banche nazionali dei Paesi membri sono divenute articolazioni, di emettere denaro prestandolo e/o addebitandolo alla collettività. L’emissione va distinta dal prestito di denaro: la prima ha finalità di conio, il secondo presuppone la qualità di proprietario del bene, oggetto del prestito».
    Lei, professore, ha fiducia?
    «Certo. La magistratura dovrà dire basta!».
    «La mia ultima battaglia contro l’euro» - Genova - ilGiornale.it del 28-09-2005



    Il sistema delle banche tradisce i risparmiatori

    mercoledì 28 settembre 2005

    Ne aveva fatto una battaglia di principio e di sostanza: per Arrigo Molinari, nella veste di avvocato patrocinatore delle cause dei cittadini deboli contro i poteri forti, quella contro la Banca d’Italia e il suo governatore Antonio Fazio era diventata una sorta di sfida da vincere a tutti costi. E l’occasione giusta - come gli piaceva dire - era capitata di recente: per la causa intentata «nell’interesse degli eredi di Pallavicino Maria Teresa e Pallavicino Carlo che hanno numerosi contenziosi civili incardinati nei tribunali di Genova, Savona e Imperia, relativi a rapporti di conto corrente e di mutuo fondiario con numerosi istituti bancari».
    Ci si era dedicato con lo stesso entusiasmo che aveva messo in tanti anni di carriera in polizia. Tanto più che, diceva spesso, «i risparmiatori sono stati traditi, e bisogna che si prendano la loro rivincita». Le sue argomentazioni parevano ineccepibili, magari un po’ ardue da decifrare, ma, di questi tempi, sparare sulle istituzioni creditizie private e pubbliche, nazionali ed europee, poteva incontrare solo consensi. Nel mirino, però, più di tutti, la Banca d’Italia, «un elefante con 8mila addetti che godono di stipendi da 75mila euro all’anno e il cui capo è di fatto completamente inamovibile. Il vero scandalo è una schiera di dipendenti annidati in un vero e proprio carrozzone».
    Molinari aveva affondato il coltello nella piaga, facendo ricorso contro l’istituto centrale e le sue sedi decentrate di Genova, Savona e Imperia, ma accomunando nell’istanza anche la Banca centrale europea. Sosteneva infatti che Palazzo Koch «aveva privato i ricorrenti della tutela amministrativa prevista dalla normativa vigente in materia di vigilanza sugli istituti di credito, stante il conflitto di interesse che si è venuto a creare tra la Banca d’Italia stessa e gli istituti di credito soci della Banca d’Italia».
    In particolare, sottolineava Molinari, «il dibattito che è scaturito sulla cosiddetta vicenda Fazio non è tanto sulla regolamentazione dei poteri e sulla durata in carica del governatore, quanto una meritoria presa di posizione dello Stato italiano di riappropriarsi di risorse, il cosiddetto reddito di “Signoraggio“, nella quale era stato, seppure in parte, espropriato in favore di soggetti privati. Invero e singolare se non addirittura assolutamente inaccettabile che l’istituto di emissione in uno Stato sovrano sia in primis una società per azioni commerciale, nonché partecipata per la maggioranza assoluta da soggetti privati che nulla hanno a che vedere con le ragioni pubbliche che dovrebbero presidiare ogni determinazione relativa alla Banca centrale».
    Ed è questo soprattutto che a Molinari, ormai compreso perfettamente nella parte di paladino dei diritti dei risparmiatori, non andava proprio giù. «Le banche - insisteva l’ex vicequestore di Genova - sono diventate padrone dell’arbitro». Seguivano, nel ricorso, espressioni particolarmente pesanti nei confronti del sistema, definito senza mezzi termini «mafioso». E una vera e propria «cosca mafiosa», con tanto di «sicari» e base a Montecarlo, aveva in qualche modo minacciato «i danti causa dei ricorrenti». Per questo si chiedevano «provvedimenti urgenti in merito alla proprietà della moneta per conseguire il risarcimento del danno da parte della collettività derivante dall’illecita attribuzione del reddito da “Signoraggio“ in favore di soggetti che ab origine e per loro natura non hanno titolo a percepire alcun provento dalla circolazione monetaria».
    Nel portare avanti la sua battaglia anti-Fazio, Molinari si era rivolto anche al Giornale, telefonava in redazione quasi quotidianamente, dichiarando di condividere in pieno le argomentazioni sull’argomento pubblicate nelle nostre pagine. «Bravi. Dobbiamo fare azione comune - insisteva - per far cessare l’ingiustizia». E la fiducia nella causa non gli era mai venuta meno: «La Banca d’Italia, nata per essere pubblica, è in mano alle stesse banche che la Banca d’Italia stessa dovrebbe controllare. Il conflitto di interesse è grave. Una mia cliente - spiegava in dettaglio -, vessata e usurata da un gruppo bancario di primaria importanza, radicato in Liguria, con la quale è stata in rapporto con 18 rapporti di conto corrente e con 9 mutui ipotecari, non era affatto tutelata in quanto il gruppo bancario controlla la Banca d’Italia, essendo socia della stessa al 3,96 per cento». La conclusione era drastica: «Il sistema va riformato. A cominciare dai poteri del governatore».
    «Il sistema delle banche tradisce i risparmiatori» - Genova - ilGiornale.it del 28-09-2005


    Quei diritti d’autore che paghiamo sull’euro

    martedì 17 gennaio 2006

    Caro Granzotto, ci apprestiamo a festeggiare i cinque anni della moneta unica, introdotta il 28 febbraio del 2001. Quando il governo Prodi ce la impose facendoci pagare anche l’eurotassa, molti di noi e io compreso eravamo convinti che l’euro avrebbe sistemato quasi tutti i guai dell’Italia facendoci forse non più ricchi ma più stabili e con i conti più in ordine anche perché c’erano i famosi parametri di Maastricht da rispettare. Purtroppo i fatti hanno smentito i nostri entusiasmi. L’euro ha comportato un aumento dei prezzi in ogni nazione dove circola e ora si dice che forse sbagliammo a fissare il cambio lira-euro. Ciò mi ha fatto pensare che abboccammo all’amo di Romano Prodi senza chiederci cosa fosse, come venisse valutato e che caratteristiche avesse la moneta unica. La quale resta per noi un mistero anche se la maneggiamo tutti i giorni. Lei potrebbe spiegarmelo, anche se ormai è troppo tardi e non si può fare marcia indietro?



    Mai dire mai, caro Ferrarin. L’euro è una convenzione, un accordo, non un giuramento di sangue. Come se ne decise il tasso di conversione - quel dannatissimo 1936,27 lire per un euro - è storia abbastanza nota e sufficientemente complicata: fu innanzi tutto stabilito che la moneta unica avesse lo stesso valore dell’ecu (acronimo per European Currency Unit), unità di conto risultante dalla media delle valute dell’Ue a ciascuna delle quali era attribuita un quota in relazione al peso economico. Essendo il «paniere» soggetto alle oscillazioni dei cambi, al momento opportuno fu adottato l’indice espresso il 31 dicembre del 1998 (a mercato mondiale praticamente fermo), come tasso di conversione - fisso e immutabile - dell’euro. Un po’ una roulette: c’è a chi è andata bene e c’è a chi è andata male. A noi poteva andar meglio. Proprietaria degli euri è la Banca centrale europea che li dà a prestito a un tasso di sconto attualmente del 2,5 per cento. In sostanza avviene questo: per ottenere un miliardo di euri l’Italia deve emettere Obbligazioni per la medesima cifra e depositarle presso la Banca europea la quale, tenendole in pegno, a quel punto accorda il prestito di un miliardo, alleggerito del 2,5 per cento. Si chiama, quello esercitato della Bce, diritto di signoraggio: essa stampa le banconote e le «affitta» a una cifra superiore a quella nominale. In sostanza, per diritto di signoraggio i cento euri che maneggiamo ci sono costati 102,47 euri (valore nominale più 2,5 euri di tasso meno 3 centesimi di costi vivi, carta e stampa). Provi a immaginarsi, caro Ferrarin, il «circolante» degli 11 Paesi aderenti alla moneta unica (quello italiano si aggira sui 90 miliardi di euri) e avrà una idea di quale gigantesco malloppo frutti - a che titolo? - alla Bce quel 2,5 per cento.


    La Banca europea, proprietaria della moneta unica, è di fatto una banca privata, senza nessun rapporto con gli organi comunitari, con la Commissione europea o l’Europarlamento. Una pura e semplice azienda che ha per azionisti le banche centrali (a loro volta istituti privati, non pubblici). Si va dalla Deutsche Bundesbank che ne detiene il 23,40 per cento alla Banque Centrale du Luxembourg che ne ha lo 0,17 per cento, passando dalla Banque de France (16,52 per cento), la Banque Nationale de Belgique (2,83), Bankitalia (14,57) e altre nove banche centrali. Il bello (bello? Mah) è che azionisti della Bce risultano anche le banche centrali inglese, svedese e danese, nazioni che non essendo «entrate» nell’euro campano felici e contente con le loro monete nazionali. Però posseggono il 20,36 per cento dell’istituto di emissione della moneta unica. Influenzandone le scelte e intascando oltre un quinto dei diritti di signoraggio. Praticamente una pacchia. Resta infine un piccolo mistero che non sono riuscito a chiarire. Se lei nota, sulle banconote, prima delle sigle plurilingue della Bce, compare il simbolo © che indica il copyright. S’era mai vista, una roba del genere? Cosa significa, che paghiamo alla Banca centrale europea anche i diritti d’autore? Sarebbe (e forse lo è) davvero il colmo.
    Quei diritti d’autore che paghiamo sull’euro - Parola Lettori - ilGiornale.it del 17-01-2006



    Ecco la moneta che vale il doppio dell’euro

    martedì 10 aprile 2007

    (...) che gli è stato usurpato con l’assegnazione alla banca centrale della potestà di battere moneta».
    Fosse per lei, Riccobaldi, cambierebbe tutto?
    «Eccome. È venuto il momento di rimettere le cose a posto. A cominciare dal ripristino del potere al cittadino di trasformare in credito quello che ora, a tutti gli effetti, è un debito».
    Andiamo con ordine. Si spieghi.
    «Mi spiego. La facoltà di battere moneta risale al 1694, quando in pratica oro e argento vennero sostituiti come mezzi di pagamento da altri strumenti più pratici: le banconote, appunto, e le divise di metallo non pregiato e valore convenzionale».
    Non si potrebbe cominciare da tempi più recenti?
    «E allora parliamo del 1994, quando la Banca d’Italia e il suo governatore vennero denunciati per falso in bilancio, truffa, usura e istigazione al suicidio».
    Su quale base giuridico-economiche, di grazia?
    «Elementare! Sulla base del concetto che la proprietà della moneta non è della Banca centrale, ma del cittadino. È il cittadino che dà valore alla moneta, non viceversa».
    Bankitalia, invece...
    «Molti, quasi tutti, pensano che sia, come dire?, lo Stato. E invece è un insieme di istituti privati che non hanno nessun diritto esclusivo».
    Lo diceva anche Auriti. Ma non gli ha dato retta nessuno.
    «Non è esatto. Auriti è stato un grande, l’hanno anche proposto per il premio Nobel. Era un professore universitario in discipline giuridiche che, una volta in pensione, ha elaborato un’originale teoria sulla moneta».
    Mi pare che avesse preso qualcosa dal poeta Ezra Pound.
    «Infatti. Partendo dagli argomenti trattati da Pound, aveva sostenuto che le banche centrali ricaverebbero profitti indebiti dal signoraggio sulla cartamoneta, dando origine in tal modo al debito pubblico».
    L’idea, allora, era stata quella di rivolgersi al tribunale.
    «Auriti voleva che i magistrati dichiarassero la moneta, all’atto dell’emissione, di proprietà dei cittadini italiani, e illegittimo l’attuale sistema di emissione che trasforma la Banca centrale da ente gestore addirittura a proprietario dei valori monetari».
    Istanza bocciata in pieno. Se non sbaglio, il professore fu anche condannato al pagamento di 10 milioni di lire.
    «Un’ingiustizia. Ma non è finita lì, c’è stato un lungo e importante seguito».
    Le chiederei di essere breve.
    «Cito due progetti di legge, nel 1995 e nel 1997 che hanno riproposto le tesi di Auriti, ma soprattutto l’iniziativa dello stesso professore abruzzese che nel 2000 sperimentò nella città natale di Guardiagrele il Simec, moneta ceduta alla pari in cambio di lire e ritirata al doppio del valore originario».
    Poi è intervenuta la Guardia di finanza.
    «...che ha interrotto l’esperienza. Auriti fui ingiustamente condannato a 4 mesi. Ma non vuol dire».
    Vuol dire, visto che lei, una volta eletto sindaco, farebbe più o meno la stessa cosa a Genova.
    «Certo. Introdurrò il San Giorgio, la moneta dei genovesi».
    Come funzionerà?
    «Il cittadino viene e scambia il San Giorgio alla pari con l’euro. Ma la somma in San Giorgio diventa il doppio per convenzione accettata da tutti, perché se tutti accettano che valgano il doppio, il valore effettivo sarà questo».
    Ne parla anche Beppe Grillo. Ma non fa ridere.
    «Tra qualche anno non riderà più nessuno».
    «Ecco la moneta che vale il doppio dell’euro» - Genova - ilGiornale.it del 10-04-2007



    Le colpe dei banchieri e quelle dei politici

    domenica 06 settembre 2009

    Figurarsi se ci preoccupiamo del possibile scontro istituzionale tra governo e banche. Spesso zittire i contrasti alimenta il conflitto più che calmarlo. C’è poco da scandalizzarsi nel crescendo di polemica tra il ministro dell’Economia Giulio Tremonti e la categoria, difficilmente identificabile nella sua vastità, dei banchieri. Tremonti ogni giorno lancia una provocazione. Per la verità la sua polemica nacque in tempi lontani, quando a governare la Banca d’Italia c’era Antonio Fazio e l’allora ministro teneva polemicamente sulla sua scrivania una barattolo di conserva Cirio. Il ministro ha aggiunto al suo carnet di «nemici» anche gli economisti, rei di non aver previsto la crisi, ma di continuare a pontificarne sopra. Posizioni che hanno una grande ragionevolezza: i banchieri sempre considerati degli intoccabili indipendentemente dagli errori, e gli economisti, come nota bene uno di loro, Zingales, poco inclini all’autocritica.
    Ieri da Londra ha rincarato la dose: «Non è possibile che le banche comandino sui governi e sulla politica». Sempre da Londra è giunto un messaggio congiunto del G20 di introdurre un limite alle gratifiche che i banchieri con generosità si autoriconoscono. In tutto il mondo la tendenza a demitizzare il ruolo del banchiere è comprensibilmente forte. Poco importa lo strumento utilizzato per colpirli: il controllo dei bonus per via politica rappresenta chiaramente una caduta demagogica. E in alcuni casi, come in quello americano, non si capisce per quale motivo da una parte l’amministrazione centrale lotti contro i bonus e dall’altra la stessa amministrazione foraggi con danaro pubblico i vecchi banchieri affinchè i loro uffici non falliscano. Invece di occuparsi delle gratifiche non sarebbe stato più opportuno liberarsi completamente di una generazione di banchieri che hanno creato i pasticci della crisi finanziaria? Ebbene questo non è certo il caso italiano: in cui le banche non hanno preteso, fino ad oggi, neanche un euro pubblico.
    Il problema dunque è che il furir tremontiano non si sviluppa a Washington, ma tra Roma e Milano. Davvero le nostre banche sono causa della crisi? Qualcuno crede davvero che le banche abbiano condizionato la politica? O non è successo piuttosto il contrario? Si può rimproverare molto al nostro sistema creditizio: la sua arretratezza, la sua ipocrisia (vero signor Passera? perchè quando biasima l’eccesso di gratifiche aziendali non ricorda quelle che Lei ha ricevuto?) e l’onerosità per i correntisti. Ma pensare che la crisi economica italiana dipenda dal settore bancario è una semplificazione che non regge.
    Vi è un altro elemento di debolezza nella polemica tremontiana nei confronti delle banche. Il governo di cui è tra i principali esponenti, è forse uno dei pochi della storia repubblicana ad avere pochi contatti con il milieu bancocentrico. Proprio sul Giornale, ci divertimmo anni fa ad elencare tutti i banchieri che si erano messi in fila per le primarie della sinistra. Soltanto Cesare Geronzi (oggi numero uno di Mediobanca) ne aveva fatto a meno. Per il resto fu un rincorrersi davanti ai gazebo democratici: una categoria che in genere tende a non mostrarsi neanche al cinema, si mise diligentemente in fila. Questo governo, e Tremonti lo sa meglio di tutti, non ha alcun debito nei confronti del sistema bancario, e non potrà esserne mai condizionato. È, per così dire, geneticamente altra cosa rispetto al potere creditizio. Se ciò però porta ad un sberleffo continuo, si rischia di perdere di vista l’obiettivo finale, che non può ridursi alla distruzione del sistema bancario italiano.
    Le colpe dei banchieri e quelle dei politici - Interni - ilGiornale.it del 06-09-2009



    Il Pound editore le cantava belle alle banche usuraie

    giovedì 29 ottobre 2009

    Il Deuteronomio è chiaro come il sole: «Tu presterai a molte genti, e tu non prenderai nulla in prestito; e signoreggerai sopra grandi nazioni, ed esse non signoreggeranno sopra te» (15,6). Ecco fatto: è nata l’economia. Peggio, sono nate le banche.
    Il lettore non tema, la foliazione del Giornale non è impazzita. Qui di economia si tratta, è vero, ma di quella particolare economia «eretica» e in fondo poeticamente utopica che porta la firma di un sottoscrittore (né di bond argentini, né di altre diavolerie...) che più eretico non si può: Ezra Pound. Per il quale non vale l’antico adagio «nomen omen» in quanto, pur chiamandosi Pound, cioè «sterlina», si rifiutò di battere moneta, preferendo battersi contro la moneta. Cioè contro l’usura. E non ci riferiamo tanto al saggio di Giano Accame Ezra Pound economista. Contro l’usura (Settimo Sigillo, 1995), quanto a una chicca ora proposta per la prima volta in italiano e dal titolo inequivocabile: Storia dei crimini monetari (excelsior 1881, pagg. 262, euro 15,50, traduzione di Luca Gallesi).
    L’autore di questo volume che potrebbe con pieno diritto fregiarsi del sottotitolo «Il libro nero delle banche» è Alexander Del Mar (1836-1926), definito così dal «miglior fabbro» dei Cantos: «Il più grande storico americano, che prosegue l’opera di Mommsen e, come Louis Agassiz e Leo Frobenius, mette in pratica l’insegnamento di Alexander von Humboldt di raccogliere e ordinare un gran numero di fatti isolati per riuscire poi a costruire delle idee generali». L’affinità elettiva che legava i due si materializzò quando mister Sterlina era diventato... mister Dollaro. Ecco come.
    Dopo la prigionia pisana, fu l’ospedale criminale federale di St. Elizabeths (Washington) a spalancare le porte al poeta, accusato di alto tradimento. Fu una detenzione di lavoro: Pound ne approfittò per dirigere una nuova collana della piccola casa editrice newyorkese Kasper and Horton che si chiamava... «Square Dollars Series». E fra i volumi a buonissimo mercato (un dollaro, appunto) covati e fatti dischiudere da lui, spicca proprio quello di Del Mar, dalle origini spagnole ed ebree e dal piglio, economicamente parlando, poco yankee. La carriera di Del Mar non fu quella del classico studioso emarginato e solitario. Segretario del Tesoro e membro della Commissione monetaria, creò e diresse l’Ufficio di statistica degli Stati Uniti. Fu inoltre delegato ai congressi internazionali monetari di Torino (1866) e di San Pietroburgo (1872). Insomma, un pezzo grosso.
    Ma un pezzo grosso con in testa una convinzione poco progressiva (oggi diremmo poco creativa...) della finanza. In particolare delle finanze dello Stato e dei singoli cittadini. «Del Mar credeva - dice Francesco Merlo nella “Prefazione” all’edizione di excelsior 1881 - che qualsiasi cambiamento del valore della moneta fosse un attentato alla sovranità dello Stato, al benessere dei cittadini e alla solidità delle banche». Egli «sognava una moneta immodificabile, non convertibile in metallo: valore assoluto». Qualcosa, insomma, da non affidare, pena una criminale instabilità, a mani private. Il titolo originale del suo libro era Barbara Villiers, or a History of Monetary Crimes. La Villiers, spiega Gallesi, «era l’amante di Carlo II, il sovrano Stuart chiamato a restaurare la monarchia dopo la parentesi repubblicana di Cromwell. A lei il re concesse di usufruire delle rendite del signoraggio, e tramite questa dama la nuova
    élite emergente di orafi e banchieri riuscì a ottenere che il privilegio dell’emissione di denaro, fino allora prerogativa reale, passasse in mani private».
    La decadenza dell’Occidente origina da quel momento. E Pound, estimatore di Del Mar, per parte sua fissa una data precisa: il 1694, l’anno della fondazione della Banca d’Inghilterra. Sappiamo che l’autore dei Cantos le cantava belle ai fan del mercato. Per esempio: «I liberali che non sono tutti usurai, dovrebbero spiegarci perché gli usurai sono tutti liberali...». Sappiamo anche che, come Clifford Douglas, riteneva che la differenza fra salario e potere d’acquisto dovesse essere colmata dallo Stato con l’emissione corrispondente in carta moneta di un «credito sociale». Sappiamo però anche che il poeta non prediligeva, diversamente da Del Mar, la moneta immortale, bensì, come Silvio Gesell, quella «prescrivibile»: una moneta emessa dallo Stato e affrancata ogni mese con una marca da bollo pari all’1 per cento del suo valore nominale, pena la sua invalidità, così che in cento mesi la moneta esaurisca il proprio corso e venga sostituita.
    Gli pareva una bella idea, tanto che dopo l’armistizio, il 10 settembre 1943, propose alla Repubblica di Salò di adottarla. Non se ne fece nulla. Dieci anni prima, rivolgendosi direttamente a Mussolini, gli aveva indicato il sistema per «non far pagare le tasse ai cittadini, tassando il denaro alla Banca centrale al momento dell’emissione». Come tutti sanno, non se n’era fatto nulla neanche allora...
    Il Pound editore le cantava belle alle banche usuraie - Cultura - ilGiornale.it del 29-10-2009



    Quella sovranità della moneta in mani private

    venerdì 11 dicembre 2009

    Abbiamo ricominciato a tremare per le banche. Abbiamo ricominciato a tremare addirittura per gli Stati, a rischio di fallimento attraverso i debiti delle banche. Si è alzata anche, in questi frangenti, la voce di Mario Draghi con il suo memento ai governanti: attenzione al debito pubblico e a quello privato; dovete a tutti i costi farli diminuire. Giusto. Ma l’unico modo efficace per farli diminuire è finalmente riappropriarsene. Non è forse giunta l’ora, dopo tutto quanto abbiamo dovuto soffrire a causa delle incredibili malversazioni dei banchieri, di sottrarci al loro macroscopico potere? Per prima cosa informando con correttezza i cittadini di ciò che in grande maggioranza non sanno, ossia che non sono gli Stati i padroni del denaro che viene messo in circolazione in quanto hanno delegato pochi privati, azionisti delle banche centrali, a crearlo. Sì, sembra perfino grottesca una cosa simile; uno scherzo surreale del quale ridere; ma è realtà. C’è stato un momento in cui alcuni ricchissimi banchieri hanno convinto gli Stati a cedere loro il diritto di fabbricare la moneta per poi prestargliela con tanto di interesse. È così che si è formato il debito pubblico: sono i soldi che ogni cittadino deve alla banca centrale del suo paese per ogni moneta che adopera. La Banca d’Italia non è per nulla la «Banca d’Italia», ossia la nostra, degli italiani, ma una banca privata, così come le altre Banche centrali inclusa quella Europea, che sono proprietà di grandi istituti di credito, pur traendo volutamente i popoli in inganno fregiandosi del nome dello Stato per il quale fabbricano il denaro. Ha cominciato la Federal Reserve (che si chiama così ma che non ha nulla di «federale»), banca centrale americana, i cui azionisti sono alcune delle più famose banche del mondo quali la Rothschild Bank di Londra, la Warburg Bank di Berlino, la Goldman Sachs di New York e poche altre. Queste a loro volta sono anche azioniste di molte delle Banche centrali degli Stati europei e queste infine, con il sistema delle scatole cinesi, sono proprietarie della Banca centrale europea. Insomma il patrimonio finanziario del mondo è nelle mani di pochissimi privati ai quali è stato conferito per legge un potere sovranazionale, cosa di per sé illegittima negli Stati democratici ove la Costituzione afferma, come in quella italiana, che la sovranità appartiene al popolo.
    Niente è segreto di quanto detto finora, anzi: è sufficiente cercare le voci adatte in internet per ottenere senza difficoltà le informazioni fondamentali sulla fabbricazione bancaria delle monete, sul cosiddetto «signoraggio», ossia sull’interesse che gli Stati pagano per avere «in prestito» dalle banche il denaro che adoperiamo e sulla sua assurda conseguenza: l’accumulo sempre crescente del debito pubblico dei singoli Stati. Anche la bibliografia è abbastanza nutrita e sono facilmente reperibili sia le traduzioni in italiano che i volumi specialistici di nostri autori. Tuttavia queste informazioni non circolano e sembra quasi che si sia formata, senza uno specifico divieto, una specie di congiura del silenzio. È vero che le decisioni dei banchieri hanno per statuto diritto alla segretezza; ma sappiamo bene quale forza pubblicitaria di diffusione la segretezza aggiunga alle notizie. Probabilmente si tratta del timore per le terribili rappresaglie cui sono andati incontro in America quegli eroici politici che hanno tentato di far saltare l’accordo con le banche e di cui si parla come dei «caduti» per la moneta. Abraham Lincoln, John F. Kennedy, Robert Kennedy sono stati uccisi, infatti (questo collegamento causale naturalmente è senza prove) subito dopo aver firmato la legge che autorizzava lo Stato a produrre il dollaro in proprio.
    Oggi, però, è indispensabile che i popoli guardino con determinazione e consapevolezza alla realtà del debito pubblico nelle sue vere cause in modo da indurre i governanti a riappropriarsi della sovranità monetaria prima che esso diventi inestinguibile. È questo il momento. Proprio perché i banchieri ci avvertono che il debito pubblico è troppo alto e deve rientrare, ma non è possibile farlo senza aumentare ancora le tasse oppure eliminare alcune delle più preziose garanzie sociali; proprio perché le banche hanno ricominciato a fallire (anche se in realtà non avevano affatto smesso) e ci portano al disastro; proprio perché è evidente che il sistema, così dichiaratamente patologico, è giunto alle sue estreme conseguenze, dobbiamo mettervi fine. In Italia non sarà difficile convincerne i governanti, visto che più volte è apparso chiaramente che la loro insofferenza per la situazione è quasi pari alla nostra.
    Provocazione Quella sovranità della moneta in mani private - Economia - ilGiornale.it del 11-12-2009
    Gli Arya seggono ancora al picco dell'avvoltoio.

  2. #2
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    Predefinito Rif: Rassegna stampa del Giornale sul signoraggio

    molto interessante.
    non abbiate Paura !
    http://www.effedieffe.com/

  3. #3
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    evitate di postare libri interi, comunque x quel che ho letto(la prima parte), deduco che berlusconi sta tirando troppo la corda, dopo tutto fino a non molto tempèo fa era pappa&ciccia con i mondialisti e i sionbanchieri quindi o recita o la prostata gli ha mandato in overloud il cervello e questo lo fa credere robin hood.
    naturalmente ha tutta la mia simpatia e sostegno x quello che vuol fare, il punto è se lo faranno fare e se lo farà.

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da virus97 Visualizza Messaggio
    evitate di postare libri interi, comunque x quel che ho letto(la prima parte), deduco che berlusconi sta tirando troppo la corda, dopo tutto fino a non molto tempèo fa era pappa&ciccia con i mondialisti e i sionbanchieri quindi o recita o la prostata gli ha mandato in overloud il cervello e questo lo fa credere robin hood.
    naturalmente ha tutta la mia simpatia e sostegno x quello che vuol fare, il punto è se lo faranno fare e se lo farà.
    Non sei obbligato a leggere tutto, era solo per far notare che il Giornale si sta occupando parecchio dell'argomento.
    Gli Arya seggono ancora al picco dell'avvoltoio.

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da virus97 Visualizza Messaggio
    evitate di postare libri interi
    Basterebbe che l'autore avesse l'accortezza di sottolineare e grassettare le parti più significative.
    Comunque il signoraggio è un male ma non la radice di tutti i mali , non è che stampando in proprio il denaro l'Italia si rimette in moto e poi mi si deve spiegare come mai alcuni paesi hanno un rapporto/debito bassissimo ed altri altissimo.
    Però si potrebbe risparmiare ed è cosa che va fatta.

    Quando servono banconote lo Stato chiede il denaro ai cittadini tramite la normale emissioni di titoli , creando da sè le banconote e non come fa adesso che le fa stampare da enti privatistici.
    CLAUDIA CONTE, TI AMO!

  6. #6
    .
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    Citazione Originariamente Scritto da Robert Visualizza Messaggio
    Basterebbe che l'autore avesse l'accortezza di sottolineare e grassettare le parti più significative.
    Comunque il signoraggio è un male ma non la radice di tutti i mali , non è che stampando in proprio il denaro l'Italia si rimette in moto e poi mi si deve spiegare come mai alcuni paesi hanno un rapporto/debito bassissimo ed altri altissimo.
    Però si potrebbe risparmiare ed è cosa che va fatta.

    Quando servono banconote lo Stato chiede il denaro ai cittadini tramite la normale emissioni di titoli , creando da sè le banconote e non come fa adesso che le fa stampare da enti privatistici.

    Dico solo una cosa: il debito pubblico italiano si aggira oggi intorno ai 1800 miliardi di euro

    5:
    Ultima modifica di donerdarko; 30-12-09 alle 22:41
    Segni particolari: "macchina da espansione razziale euro-siberiana" (Giò91)

  7. #7
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    Predefinito Rif: Rassegna stampa del Giornale sul signoraggio

    Citazione Originariamente Scritto da donerdarko Visualizza Messaggio
    Dico solo una cosa: il debito pubblico italiano si aggira oggi intorno ai 1800 miliardi di euro

    5:
    cifre assurde che non hanno senso.

  8. #8
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    Citazione Originariamente Scritto da Robert Visualizza Messaggio
    Basterebbe che l'autore avesse l'accortezza di sottolineare e grassettare le parti più significative.
    Comunque il signoraggio è un male ma non la radice di tutti i mali , non è che stampando in proprio il denaro l'Italia si rimette in moto e poi mi si deve spiegare come mai alcuni paesi hanno un rapporto/debito bassissimo ed altri altissimo.
    Però si potrebbe risparmiare ed è cosa che va fatta.

    Quando servono banconote lo Stato chiede il denaro ai cittadini tramite la normale emissioni di titoli , creando da sè le banconote e non come fa adesso che le fa stampare da enti privatistici.
    forse altri paesi hanno meno debiti, perchè hanno semplicemente pagato più che lo Stato Italiano.
    quindi in questo siamo meglio degli altri.
    non abbiate Paura !
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  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da virus97 Visualizza Messaggio
    cifre assurde che non hanno senso.
    hanno senso finchè ci sarà qualcuno che vanterà questi "crediti".
    non abbiate Paura !
    http://www.effedieffe.com/

 

 

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