

Originariamente Scritto da Sùrsum corda!
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Editoriale
L’ultimo numero di Sodalitium uscì a cavallo tra gli ultimi giorni di Karol Wojtyla (per l’edizione italiana) e i primi di Joseph Ratzinger (per l’edizione francese).
Giovanni Paolo II si era presentato al giudizio di Dio il 2 aprile, ed il successivo 5 aprile il nostro Istituto pubblicava un comunicato con il quale invitava tutti i fedeli a pregare e a far penitenza, nella speranza sovrannaturale che il Conclave potesse dare alla Chiesa un legittimo Pontefice. Il giorno dopo l’elezione di Joseph Ratzinger al Soglio pontificio, avvenuta il 19 aprile, rivolgendosi agli elettori, Benedetto XVI manifestava chiaramente la sua intenzione, la sua “ferma volontà”, di continuare nel compito di mettere in opera il Concilio Vaticano II. Inevitabilmente, il giorno stesso il nostro piccolo Istituto dichiarava pubblicamente di non poter riconoscere, in Benedetto XVI, l’Autorità divinamente assistita per reggere e governare la Chiesa di Cristo.
Molti mesi sono ormai passati da quei giorni di primavera, mesi che hanno confermato appieno il discorso del 20 aprile. Solo chi non vuol vedere, solo chi si vuole illudere (e sono molti nei ranghi dei fedeli alla tradizione della Chiesa che hanno voluto illudersi in questi mesi, come altri lo fecero dopo l’elezione di Giovanni Paolo II), solo chi vuole ingannare e illudere magari, può non aver visto come Joseph Ratzinger abbia fatto in pochi giorni ciò che Giovanni Paolo II ha fatto in lunghi anni. Le rivoluzionarie innovazioni del predecessore (o degli immediati predecessori) sono ormai una nuova “tradizione”. La visita alla Sinagoga, i cordiali messaggi al rabbino Di Segni, la dottrina sulla “sana laicità dello Stato”, la revoca della decisione di Giovanni Paolo II (!) di beatificare Padre Dehon, accusato dagli ebrei di antisemitismo, la pratica costante dell’ecumenismo e della collegialità, la sacrilega comunione data in Piazza San Pietro al pastore protestante di Taizé Roger Schutz (ora defunto), sono fatti che non stupiscono più nessuno. Come non ha stupito nessuno neppure lo scandaloso, perché amichevole incontro col vecchio sodale Hans Küng, eretico formale confesso! Con Hans Küng, infatti, il giovane Ratzinger condivise la stagione conciliare, quando finalmente furono abbattuti – così auspicava un maestro di Ratzinger, l’ex gesuita Hans Hurs von Balthasar – i bastioni della Chiesa Cattolica, sotto i colpi di piccone di quei moderni, iconoclasti teologi.
In quei giorni, ormai lontani, seguiva da vicino il Concilio – non come teologo, ma come giornalista – un sacerdote missionario, Ralph M. Wiltgen, che pubblicò nel 1967 col dovuto imprimatur, negli Stati Uniti, un suo personale resoconto dell’assise conciliare; nel 1973 le Editions du Cèdre ne prepararono l’edizione francese.
Padre Wiltgen intitolò così il suo libr Il Reno si getta nel Tevere. Nella prefazione alla prima edizione, scritta nel 1966, Padre Wiltgen spiega la sua scelta: “Cento anni prima della nascita di Cristo, Giovenale, in una delle sue Satire, scriveva che l’Oronte, il principale fiume della Siria, si era gettato nel Tevere. Con quelle parole voleva dire che la cultura siriana, che disprezzava, era riuscita a penetrare la cultura della sua amata Roma. Quello che è accaduto su di un piano culturale al tempo di Giovenale, è accaduto oggigiorno sul piano teologico. Ma, questa volta, l’influenza è venuta dai paesi bagnati dal Reno – Germania, Austria, Svizzera, Francia e Paesi Bassi – e dal non distante Belgio. È perché i cardinali, vescovi e teologi di questi sei paesi sono riusciti ad esercitare sul Concilio Vaticano II un’influenza predominante, che ho intitolato il mio libro ‘Il Reno si getta nel Tevere’”.
I sei paesi dell’Alleanza Europea avevano questo in comune: le tracce profonde che vi aveva lasciato il protestantesimo. L’influenza del protestantesimo, poi del giansenismo, del protestantesimo liberale, del modernismo, infine del neo-modernismo della nouvelle théologie condannata da Pio XII, era profonda. I cardinali Liénart (Francia), Suenens (Belgio), König (Austria) e soprattutto Frings (Germania), furono i principali artefici della rivoluzione conciliare. E tra i teologi, spiccano due nomi: Joseph Ratzinger, esperto dell’arcivescovo di Colonia, Frings, e Karl Rahner, esperto dell’arcivescovo di Vienna, König.
Rivedendo le immagini di Benedetto XVI navigare sul Reno a Colonia, prima di penetrare nella locale Sinagoga, non ci si poteva impedire di pensare che veramente e compiutamente, con la sua elezione, il Reno si è gettato nel Tevere!
Da Colonia a Roma. Ma Roma è ancora Roma, ci si chiede, vedendo quella che un tempo era l’incoronazione del Sommo Pontefice. In Piazza San Pietro nessuno cinge della Tiara la fronte di Joseph Ratzinger, che ha voluto innovare persino sui suoi immediati predecessori: la Tiara scomparirà anche dalle armi pontificie, sostituita dal pallio arcivescovile. Non si tratta di un dettaglio araldico. Il “prefetto della congregazione per la dottrina della Fede” aveva già espresso il suo pensiero, secondo il quale il papato doveva “ritornare” al primo millennio. Rinnegare la tiara vuol dire rinnegare il papato come maestosamente si mostrò al mondo con San Gregorio VII, Innocenzo III, Bonifacio VIII… fino a Pio XII. Il papato che già Giovanni Paolo II voleva riformare (Ut unum sint) non è più quello di prima. Il Papa non sarà più monarca nella Chiesa, “il Papa non è un sovrano assoluto”, ha detto prendendo possesso della basilica del Laterano (assoluto, no, monarca sì: vedi articolo p. 18, nota 51 a p. 46). “Questo Papa che non parla mai di ‘pontificato’ ma sempre di ‘ministero petrino’, che ha abolito la tiara dallo stemma, che non manca mai di sottolineare che egli è prima e innanzitutto il ‘vescovo di Roma’, ha spiegato di non essere un monarca assoluto, ma un servitore. (…) Il mondo ortodosso e orientale [eretico e scismatico, n.d.r.] attendeva un ritorno all’immagine del papato anzitutto come ministero del vescovo di Roma, che in quanto tale conferma i fratelli, conserva e trasmette, insieme all’intero collegio dei successori degli apostoli, la fede in Cristo unico salvatore e redentore del mondo” (A. Tornielli, Il Giornale, 8 maggio 2005, p. 13). La Collegialità episcopale sarà senza dubbio uno dei punti fondamentali dell’azione di Benedetto XVI, e anche per questo Sodalitium dedica un lungo articolo al concetto di episcopato nel Vaticano II, e ai rapporti tra la collegialità e il primato.
Non sappiamo se Benedetto XVI accorderà una maggiore libertà alla celebrazione della Messa, come lo hanno fatto pensare i suoi scritti precedenti l’elezione, e il suo incontro con Mons. Fellay alla fine di agosto. Sappiamo però per certo che egli, ogni giorno, celebra col rito riformato, e non ricusa di dare la comunione anche nella mano, e persino a dei non cattolici.
Sodalitium festeggia i vent’anni dell’Istituto Mater Boni Consilli. L’anniversario è stato solennizzato a Verrua sabato 5 novembre con la solenne ordinazione di due novelli sacerdoti: Deo gratias! Ma non mettiamo – tuttavia – la nostra speranza nel nostro Istituto. La nostra speranza è, e resta, nella Chiesa, e nelle promesse fatte alla Chiesa dal Suo fondatore, Gesù Cristo. A Lui il compito di salvare la Sua Chiesa. Siamo sicuri che non l’abbandonerà. Malgrado le note tristi di questo editoriale, la nostra Fede ci sorregge e ci sorreggerà ancora. Non abbiamo alcuna speranza umana in Ratzinger e in quanti sono in comunione con lui. Ma sappiamo che Colui che ha trasformato il persecutore Saulo nel grande Apostolo San Paolo potrà, come e quando vorrà, far trionfare la fede laddove adesso è umiliata. Non sarà allora un trionfo del persecutore, ma una vittoria miracolosa della Grazia di Dio. Portae inferi non *praevalebunt!


Sede Vacante!


Un'editoriale veramente bello (i sedeplenisti di ritorno sono serviti) ed il numero è molto ricco: presto lo analizzeremo pezzo per pezzo su questo forum.
Guelfo nero