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  1. #31
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    Citazione Originariamente Scritto da Silvioleo
    si,pero' se il proprietario di un giornale decide di fare quello che vuole della sua proprietà non credo si possa parlare di violazione della libertà di espressione
    Hai ragione, infatti la cosa preoccupante è la reazione, nomntanto degli estremisti e dei beoti che gli corrono dietrt, ma dei "normali" cittadini islamici
    che divengono boicottatori e richiedono sanzioni.
    Valtrumplino sicuramente

    Lombardo forse

    Padano..per quel che resta

    Italiano MAI!

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  2. #32
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    Predefinito l'islam non è solo una religione

    gli 'ulema (da 'ilm = scienza) sono dottori in legge (shari'a).
    la legge per loro non è un prodotto umano per regolare la vita degli uomini ma è legge divina, eterna e immutabile. il corano era in mente dei fin dal principio.
    per mittel (e per chiunque voglia informarsi) voglio postare un mio trattatello su come funziona la mentalità degli arabi (sottesa alla lingua).
    Un’analisi delle lingue semitiche

    La lingua materna non è solo il mezzo per comunicare con tutti coloro che la parlano, ma è anche la finestra dalla quale una persona guarda e interpreta il mondo ed è la grammatica che guida i suoi passi sin dalla prima infanzia, offrendole sia il mezzo per comprendere chi le parla che il punto di vista per interpretare le cose. Le lingue appartenenti a una stessa famiglia linguistica sono tutte discendenti da un medesimo antenato comune, anche se lontano nel tempo più di seimila anni. Ancora adesso tutte presentano sia parte del lessico base del lontano antenato che strutture grammaticali riflettenti un medesimo modo di pensare.
    I linguisti riconoscono parecchie di queste famiglie, fra le quali ci interessano la famiglia indoeuropea e quella semitica.
    Lingue geneticamente imparentate ( non importa di quale famiglia linguistica) che hanno elaborato grammatiche (per così dire) simili, predispongono le persone che le parlano a una interpretazione del mondo che le circonda che differisce di molto poco. Anche se per uno che non è un linguista potrebbe essere difficile crederlo, la finestra linguistica di un bulgaro e quella di un danese danno a chi parla una qualunque di queste due lingue una chiave di lettura del mondo circostante che è la stessa, pur se un bulgaro e un danese non si comprendono parlando fra loro.
    Per avere un’idea su come i parlanti di una certa famiglia linguistica si confrontino con il mondo, sarà doveroso mostrare il funzionamento di quel tale sistema linguistico che, come tutti i sistemi (quale più e quale meno), tende a ingabbiare in una griglia semantica i propri parlanti.
    Se pensiamo ad uomini di stato, uno israeliano e uno egiziano (Barak e Mubarak), al nome di un grande filosofo (Baruch Spinoza), a una celebre famiglia di condottieri cartaginesi (Annibale, Asdrubale e Amilcare Barca) e alla mezzala della nazionale francese di calcio degli anni ’50 (Ben Barek), ben poco ci ( ci = noi : Veneti o Italiani, Inglesi, Tedeschi, Russi e Francesi, insomma Indoeuropei) porterebbe a concentrare in un unico concetto il nome di tutte queste persone. Invece in tutte le lingue semitiche (o in Semitistica che le studia comparativamente) tale concetto esiste ed è “benedizione”.
    Ecco come funzionano le lingue semitiche, da quelle antiche come il Fenicio e l’Ebraico della Bibbia a quelle parlate attualmente come l’Arabo nelle sue varie accezioni dialettali.
    Le RADICI sono delle sequenze di consonanti dette RADICALI che possono essere due, tre, o anche quattro, ma più spesso tre. Per esempio in Arabo classico le radici sono complessivamente 9464 di cui 4905 trilitteri (52%) ed è proprio all’Arabo classico che mi riferirò nella mia analisi perché è la lingua intesa da tutti gli arabi in grado di leggere un quotidiano, un po’ come il Latino nel Medioevo.
    Le RADICI esprimono un campo semantico più o meno vasto : per portare degli esempi KTB (kataba = egli scrisse, usato come paradigma fondamentale del trilittero) dà l’idea dello scrivere e BRK (baraka = egli benedisse) della benedizione, come abbiamo visto prima. Ma attenzione : se KTB fa convergere il concetto su tutto ciò che è “scrivere” , BTK punta a tutto ciò che è “urto”. Non sono ammesse permutazioni fra i RADICALI , perché il significato della RADICE cambia.
    Gli SCHEMI , immessi nelle RADICI, formano tutte le parole (nomi, verbi e tutto il resto) tranne le preposizioni.
    Nel lavoro di spiegazione userò solo trilitteri di Arabo classico i cui RADICALI indicherò con R1R2R3 . A questo punto ho bisogno di rendere la differenza fra vocali lunghe (che in arabo vengono scritte) e vocali brevi (che non vengono scritte). Per le vocali lunghe userò il carattere sottolineato e per le vocali brevi il carattere normale. Inoltre mi serve spiegare il suono “Kh” (considerato come un’unica consonante) simile alla acca molto aspirata degli Slavi .
    Lo SCHEMA di “nome d’agente” (colui che compie una certa azione) è per un trilittero R1aR2iR3 . Allora da KTB avremo KaTiB col significato di scrivano, scriba o segretario. Da KhDM avremo KhaDiM = servo. Da SMM avremo SaMiM col significato di avvelenatore. Da HMD avremo HaMiD = colui che loda.
    Lo SCHEMA di “nome del luogo” (luogo ove viene fatta una certa cosa) è maR1R2aR3 . Allora, sempre dal trilittero KTB, maKTaB è il luogo dove si scrive, l’ufficio.
    Lo SCHEMA maR1R2uR3 è quello del “participio passivo”. Allora maKTuB sarà la cosa scritta, la lettera ; maSMuM l’avvelenato e maHMuD il lodato.
    Il lettore, consapevole che kataba significa “egli scrisse” e katib “scrivano”, non avrà alcuna difficoltà a formare dal trilittero QR’ (il segno ‘ rappresenta una chiusura della glottide) che significa leggere, tanto “egli lesse” (qara’a) che “lettore” (qari’ ).
    Il lettore si può anche sbizzarrire nel cercare collegamenti tra shahada che è l’atto di fede, il primo pilastro dell’Islam che ritengo opportuno citare qui, ashhadu (ash-ha-du) an la ilah illallah wa muhammadan rasulullah = faccio testimonianza che non c’è altro dio fuori che Allah e che Maometto è il profeta di Allah, e shahid = testimone (martire). Secondo quanto abbiamo appreso, dal trilittero di base deriva shahada (egli credette, fece testimonianza), mentre ash-ha-du (io credo, faccio testimonianza) è la prima persona singolare del presente indicativo. E’ opportuno far notare la differenza semantica tra il credere degli Indoeuropei e il credere degli Arabi : per noi credere deriva dalla radice dell’Indoeuropeo ricostruito kred (cuore) mentre per loro deriva da testimonianza che è il concetto base del trilittero (Sh H D). E ancora lo stesso fenomeno avviene tra salam (pace), islam (sottomissione) e muslim (colui che si è sottomesso,mussulmano) dalla radice (S L M) oltre che tra ‘ilm (scienza) e ‘ulama (dotti in discipline teologiche e giuridiche) dalla radice trilittera che segniamo in parentesi tonda ( ‘ L M ) per finire a jihad (sforzo personale nella retta via e in senso lato guerra dell’Islam contro gli infedeli), mujahid (colui che si è sforzato) e mujahiddin (plurale di mujahid), dalla radice (J H D).
    Il modo di procedere della psicologia semitica nella costruzione grammaticale delle proprie lingue può (gli schemi possono essere diversi nelle diverse lingue semitiche, antiche e moderne) essere con facilità matematicizzato. Esiste l’insieme delle RADICI ed esiste l’insieme degli SCHEMI dalla cui intersezione nascono tutte le parole. Ovviamente non tutte le intersezioni possibili danno luogo a parole effettivamente in uso. Per esempio applicando alla radice HMD lo schema del “nome del luogo” (maR1R2aR3) si otterrebbe maHMaD, ossia il luogo dove si loda (per così dire il “laudatoio”), luogo che non c’è.
    Appare così evidente che ci sono delle RADICI a campo semantico molto largo (come KTB) ove le intersezioni a significato nullo saranno poche e RADICI a campo semantico più limitato con grande spreco di possibilità linguistiche, vanificate dal sistema.
    Da quello che si è detto la formazione di parole come week-end e soft-ware, ma anche parole, entrate nell’uso da più tempo, come idrogeno e ossigeno, microscopio, fotografia e tantissime altre sono incompatibili col funzionamento delle lingue semitiche perché DUE RADICI, che rappresentano DUE CLASSI SEMANTICHE per definizione diverse nel loro significato di base, non possono essere fuse per formare un nuovo concetto che è diventato una parola svincolata e autonoma rispetto al significato delle due RADICI di partenza.. Non bisogna dimenticare che il metodo di formazione delle parole nelle lingue semitiche consiste nel calare, volta per volta, UNO SCHEMA in UNA RADICE.
    Questo modo di procedere delle lingue semitiche nella formazione delle parole non esclude per i parlanti di queste stesse lingue la possibilità di affrontare pensieri profondi come la nozione filosofica di zero o l’invenzione del dio personificato unico e solo che non a caso sono scoperte dovute agli Arabi la prima e agli Ebrei la seconda. Sono solamente i concetti di tipo specialistico e tecnologico a soffrire di questa mancanza di possibilità linguistiche.
    Ecco per esempio come in arabo si rende la parola “idrogeno” : muwallad al ma’ ove muwallad è un passato di terza forma dal verbo WLD (walada = egli nacque), ma’ significa acqua e al è la specificazione. (non si dimentichi che il segno ‘ rappresenta una chiusura della glottide)
    Per inciso anche il nome del Profeta (Muhammad) è un passato di terza forma dalla radice HMD col canonico “mu” del passato (come Mubarak) ma impreziosito dal raddoppio di R2 , mentre invece per dire semplicemente “il lodato” sarebbe bastato Mahmud. In effetti Muhammad significa esattamente “ il Lodato da sempre nell’intenzione di Allah”.
    Ossigeno invece si dice muwallad al humuza dove humuza significa ruggine.
    Dalle righe precedenti si evince che pur trattandosi degli stessi elementi chimici fondamentali, nel modo usato dalle lingue indoeuropee per nominarli è linguisticamente spontaneo l’accostamento (idro-genos) di due campi semantici per dar vita a una parola composta che assume una sua personalità svincolata dai componenti, mentre nell’Arabo e nelle altre lingue semitiche ciò non è possibile e perciò è obbligatorio ricorrere a una più o meno lunga perifrasi. Questa è la difficoltà più vistosa nelle quale si stanno dibattendo i linguisti arabi che cercano di riformare e modernizzare la loro lingua. L’operazione viene condotta con estrema cautela da parte degli addetti ai lavori perché l’Arabo classico è la lingua in cui è scritto il Corano, Libro che era presso Allah fin dal principio. Era presso Allah come scritto ab aeterno, anche se non aveva alcuna possibilità di esser letto.
    A riprova di ciò, basta guardare lo SCHEMA dell’infinito nominale (il bere, il sognare…) col quale si forma la parola kitab = libro dal trilittero KTB. Anzi, questo SCHEMA se lo trovi il lettore, svolgendo un utile esercizio. Il lettore può anche permettersi di pesare la differenza linguistica tra KiTaB (libro) e maKTuB (lettera) analizzando puntigliosamente il metodo di formazione delle parole, secondo l’intersezione SCHEMI/RADICI .
    Nella formazione delle parole per le lingue indoeuropee i metodi usati sono a dir poco molteplici per ogni singola lingua, anche se spesso trovano riscontro in altre lingue della famiglia. Inoltre alcuni metodi di formazione delle parole (nelle lingue indoeuropee) col passare del tempo diventano obsoleti, cadono in disuso e se ne inventano altri a prendere il loro posto. Le parole formate col metodo obsoleto rimangono nella lingua e testimoniano con la loro presenza l’antichità del procedimento caduto in disuso. Nell’Arabo e nelle altre lingue semitiche invece gli SCHEMI di formazione delle parole sono in generale molto più duraturi a testimonianza di una evoluzione delle lingue molto più lenta, con tutto quello che ne può conseguire. Non è casuale che per la formazione delle parole delle lingue indoeuropee si usi la locuzione “metodi di formazione” mentre per l’equivalente semitico si usi “SCHEMI DI FORMAZIONE”. In un certo senso il “metodo” è umano e lo “SCHEMA” è divino. Questo spiega anche la “caducità” del metodo e la straordinaria “durata” dello SCHEMA. Anche l’uomo è la misura di tutte le cose per gli Indoeuropei e Islam (sottomissione ad Allah) per gli Arabi Semiti sono un retaggio del diverso modo di pensare sotteso alle categorie grammaticali delle due famiglie linguistiche. Se poi pensiamo che il termine arabo per libertà (hurriya) prima del XX secolo significava solo affrancamento dalla schiavitù, e che fu usato per la prima volta in senso occidentale per un trattato commerciale, possiamo farci una ulteriore idea su come idee liberali possano farsi strada nei popoli della umma islamica.
    Faccio inoltre notare la differenza profonda nel concetto di “libro” tra gli Indoeuropei e i Semiti . Dell’idea dei Semiti abbiamo già diffusamente parlato; ora mettiamo in chiaro l’idea degli Indoeuropei che non hanno una parola comune per “libro”, ma l’idea sì. In Latino si dice liber, in Inglese book (in Tedesco buch è lo stesso) e in Ittita parkuituppi. Tutte queste differenti parole indicano la corteccia di faggio o di betulla, usata come supporto per lo scritto. Il termine che rende meglio l’idea indoeuropea è quello della lingua indoeuropea più antica, l’Ittita, (testimoniata dall’inizio alla fine del secondo millennio a. C.) secondo cui parkui significa betulla e tuppi documento ; anche se la parola composta parkuituppi è relativa alle tavolette d’argilla scritte in cuneiforme, essa è memore però della corteccia di betulla sulla quale venivano riportate con precedente e diverso metodo grafico le cose importanti da ricordare.
    Infine c’è da dire che la percezione della sacralità della scrittura, che è tipica delle lingue semitiche, è lontana dalla sensibilità degli Indoeuropei che la pensavano piuttosto secondo il detto latino : verba volant, scripta manent.
    Da questo breve saggio appare evidente che l’analisi grammaticale con conseguente pesatura di ogni parola è un fatto naturale per un arabo, sia quando parla (se ne è cosciente, e gli Imam lo sono) che quando scrive nella sua lingua. Sta a noi ascoltare e leggere con attenzione.

  3. #33
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    voglio sperare che qualcuno riesca a vincere la pigrizia mentale per capire gli arabi, il corano, l'islam e la mentalità generale degli islamici.
    è arrivato il momento di capire.

  4. #34
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    Ringrazio Dime per le interessantissime spiegazioni linguistiche. Solo una domanda: "baraka" in un libro che ho a casa significa "sottomissione, ubbidienza". E' corretto? Forse è un concetto derivato da " egli benedisse", dove "Egli" è Allah? Grazie per una delucidazione, sto scrivendo un saggio sulle scuole coraniche in Marocco e non vorrei riportare cose errate.

  5. #35
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    no. sottomissione è islam, cofronta con salam, muslim. da (SLM) trilittero base con le variazioni connesse agli schemi di formazione delle parole.
    leggiti il trattatello e fallo circolare. baraka (BRK) è in relazione anche con la famiglia di annibale. (hannibal ad portas)

 

 
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