E' il nucleare il vero nocciolo di molti rapporti bilaterali. Lo spiega bene, oltre al caso iraniano in se, quello che riguarda India e Stati Uniti. ma in mezzo resta sempre la Cina.
Claudio Landi Mercoledi' 1 Febbraio 2006
L’India rafforza il suo link con gli Stati Uniti: Delhi infatti, dopo varie e diverse oscillazioni, ha deciso, secondo The Hindu, di votare ‘nuovamente contro l’Iran’ in sede Aiea. Premesso che l’India ha deciso questa posizione solamente dopo la dichiarazione congiunta delle Cinque Potenze con diritto di veto di ieri mattina (la dichiarazione congiunta dei Cinque è favorevole al deferimento di Teheran al Consiglio di sicurezza ma con l’intesa che il dossier iraniano verrà discusso dai paesi del Consiglio solamente a marzo: in tal modo russi e cinesi possono mediare ancora con l’Iran e infatti, secondo il ministro degli esteri russo, una delegazione sino russa è già partita per la capitale della Repubblica islamica!!), appare comunque evidente che Delhi sta consolidando il suo rapporto di patnership con Washington. E il nucleare civile è il nocciolo di questo rapporto: ora la questione è nella mani sia della diplomazia dei due paesi che del Congresso americano. Ma l’ostacolo Iran dovrebbe essere ora fuori dal tavolo.
USA A DELHI Ma se il dossier Iran è fuori dal tavolo India-Stati Uniti, il dossier Usa è sempre più sul tavolo della politica interna indiana. Con tutte le conseguenze del caso: la politica estera può facilmente diventare il detonatore di una grave crisi della maggioranza parlamentare che sostiene il governo di M. Singh. La Sinistra sta aumentando le sue contestazioni alla politica americana del governo e sta organizzando manifestazioni e proteste per la visita di Bush a marzo (la Sinistra è già riuscita ad evitare che il presiedente americano parlasse al Parlamento federale indiano). Il Congresso ritiene il sostegno parlamentare della Sinistra acquisito per via del comune avversario Bjp. Ma è proprio così? In effetti, la Sinistra non vuole certamente favorire un ritorno al potere della destra nazionalista indù, ma a parte che proprio in politica estera si sta creando un inedito rapporto fra Sinistra e destra, il fatto è che le coalizioni multipartitiche che reggono il sistema politico indiano non sono solidissime. In particolare non è solidissima proprio la coalizione del Congresso, l’Upa, l’Alleanza progressista. Proprio in politica estera, alcuni importanti partiti ‘locali’ e castali, primo fra tutto l’SP dell’Uttar Pradesh, sono solidali con la Sinistra e hanno costituito un asse autonomo. E proprio in questi giorni la crisi politica in Karnataka, l’importante stato di Bangalore, (dove il partito alleato del Congresso, lo Janata Secular party si è spaccato e la sua fazione maggioritaria si è alleata con il Bjp), dimostra che l’Upa non ha basi solide. Dunque non appare impossibile una crisi politica dell’Upa e quindi del governo del Congresso: la Sinistra, o meglio l’asse fra Sinistra e alcuni importanti partiti come l’Sp e lo stesso Janata secular, potrebbe diventare il cuore di una diversa architettura del sistema politico indiano. Saranno le prossime elezioni in importanti stati a condizionare pesantemente il futuro del governo, dell’Upa e del sistema politico nel suo complesso. E quindi anche dei rapporto con gli Stati Uniti.
CHINDIA A DAVOS C’è poi un altro aspetto che deve essere attentamente considerato: le recenti scelte indiane comportano una adesione indiana ad una strategia di ‘contenimento’ politico verso la Cina? Non sembra assolutamente: alla fin fine, Delhi ha deciso un voto positivo a Vienna solamente dopo che Cina e Russia avevano concordato la dichiarazione congiunta. E alla fin fine, è sempre bene avere a mente quello che un grande imprenditore indiano ha detto a chiare lettere a Federico Rampini a Davos. Ripetiamo quelle parole: ‘la vera novità della crescita parallela di Cina e India è che unendo le potenzialità dei nostri due miliardi e 300 milioni di abitanti diventeremo sempre meno dipendenti da voi occidentali e dai vostri mercati’. È lo scenario di Chindia, appunto. Uno scenario che può cambiare radicalmente l’assetto del sistema, politico ed economico, mondiale. Uno scenario che potrebbe essere favorito da un rallentamento dell’economia americana (gli ultimi dati parlano di una crescita del Pil americano dell’1,1 per cento) e da una crescita intensa del mercato interno di Cina e India, magari favorita da una strategia di riequilibrio sociale e territoriale dei due giganti asiatici emergenti. Ovviamente Cina e India sono anche rivali, in molti campi: sono nazioni che nascono da civiltà antichissime e differenti; sono entrambe grandi potenze emergenti che competono per attrarre investimenti finanziari e che hanno problemi di confini tuttora non totalmente risolti; sono circondate entrambe da paesi e società in crisi o sotto stress geopolitica di varia natura. Insomma Cina e India hanno molti terreni di competizione o di conflitto politico. E quindi non è detto che la cooperazione, o addirittura l’integrazione economica, sino indiana prevarrà in futuro sulla competizione o sul conflitto. Ma, come ha detto quel grande imprenditore indiano, Cina e India hanno un interesse convergente molto forte, quello relativo all’autonomia e all’indipendenza dall’’Occidente’.
MORALE, L’’OCCIDENTE’ DEVE RIORIENTARSI Come spiega un altro giornalista italiano residente da molto tempo a Pechino, Francesco Sisci, della Stampa, in un suo pezzo per www.atimes.com, l’’Occidente’ in effetti farebbe molto bene a prepararsi per tempo ai nuovi scenari asiatici, ‘deve riOrientarsi’, scrive Sisci. Una notizia che viene dall’India, conferma proprio questa forte tendenza verso una sempre maggiore cooperazione economica panasiatica: l’India siglerà un accordo economico, un patto di patnership fortemente ‘comprensivo’, con l’Asean. Il ministro delle finanze indiano, per l’occasione incontrando il presidente dell’ADB, l’Asia development bank, ha detto, ‘noi necessitiamo di una forte area economica panasiatica. L’Asean è il cuore di questo processo.




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