Risultati da 1 a 7 di 7
  1. #1
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    -L'Italia non è un paese povero è un povero paese(C.de Gaulle)
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    Predefinito India-cina-usa, Il Triangolo Magico

    E' il nucleare il vero nocciolo di molti rapporti bilaterali. Lo spiega bene, oltre al caso iraniano in se, quello che riguarda India e Stati Uniti. ma in mezzo resta sempre la Cina.
    Claudio Landi Mercoledi' 1 Febbraio 2006

    L’India rafforza il suo link con gli Stati Uniti: Delhi infatti, dopo varie e diverse oscillazioni, ha deciso, secondo The Hindu, di votare ‘nuovamente contro l’Iran’ in sede Aiea. Premesso che l’India ha deciso questa posizione solamente dopo la dichiarazione congiunta delle Cinque Potenze con diritto di veto di ieri mattina (la dichiarazione congiunta dei Cinque è favorevole al deferimento di Teheran al Consiglio di sicurezza ma con l’intesa che il dossier iraniano verrà discusso dai paesi del Consiglio solamente a marzo: in tal modo russi e cinesi possono mediare ancora con l’Iran e infatti, secondo il ministro degli esteri russo, una delegazione sino russa è già partita per la capitale della Repubblica islamica!!), appare comunque evidente che Delhi sta consolidando il suo rapporto di patnership con Washington. E il nucleare civile è il nocciolo di questo rapporto: ora la questione è nella mani sia della diplomazia dei due paesi che del Congresso americano. Ma l’ostacolo Iran dovrebbe essere ora fuori dal tavolo.

    USA A DELHI Ma se il dossier Iran è fuori dal tavolo India-Stati Uniti, il dossier Usa è sempre più sul tavolo della politica interna indiana. Con tutte le conseguenze del caso: la politica estera può facilmente diventare il detonatore di una grave crisi della maggioranza parlamentare che sostiene il governo di M. Singh. La Sinistra sta aumentando le sue contestazioni alla politica americana del governo e sta organizzando manifestazioni e proteste per la visita di Bush a marzo (la Sinistra è già riuscita ad evitare che il presiedente americano parlasse al Parlamento federale indiano). Il Congresso ritiene il sostegno parlamentare della Sinistra acquisito per via del comune avversario Bjp. Ma è proprio così? In effetti, la Sinistra non vuole certamente favorire un ritorno al potere della destra nazionalista indù, ma a parte che proprio in politica estera si sta creando un inedito rapporto fra Sinistra e destra, il fatto è che le coalizioni multipartitiche che reggono il sistema politico indiano non sono solidissime. In particolare non è solidissima proprio la coalizione del Congresso, l’Upa, l’Alleanza progressista. Proprio in politica estera, alcuni importanti partiti ‘locali’ e castali, primo fra tutto l’SP dell’Uttar Pradesh, sono solidali con la Sinistra e hanno costituito un asse autonomo. E proprio in questi giorni la crisi politica in Karnataka, l’importante stato di Bangalore, (dove il partito alleato del Congresso, lo Janata Secular party si è spaccato e la sua fazione maggioritaria si è alleata con il Bjp), dimostra che l’Upa non ha basi solide. Dunque non appare impossibile una crisi politica dell’Upa e quindi del governo del Congresso: la Sinistra, o meglio l’asse fra Sinistra e alcuni importanti partiti come l’Sp e lo stesso Janata secular, potrebbe diventare il cuore di una diversa architettura del sistema politico indiano. Saranno le prossime elezioni in importanti stati a condizionare pesantemente il futuro del governo, dell’Upa e del sistema politico nel suo complesso. E quindi anche dei rapporto con gli Stati Uniti.

    CHINDIA A DAVOS C’è poi un altro aspetto che deve essere attentamente considerato: le recenti scelte indiane comportano una adesione indiana ad una strategia di ‘contenimento’ politico verso la Cina? Non sembra assolutamente: alla fin fine, Delhi ha deciso un voto positivo a Vienna solamente dopo che Cina e Russia avevano concordato la dichiarazione congiunta. E alla fin fine, è sempre bene avere a mente quello che un grande imprenditore indiano ha detto a chiare lettere a Federico Rampini a Davos. Ripetiamo quelle parole: ‘la vera novità della crescita parallela di Cina e India è che unendo le potenzialità dei nostri due miliardi e 300 milioni di abitanti diventeremo sempre meno dipendenti da voi occidentali e dai vostri mercati’. È lo scenario di Chindia, appunto. Uno scenario che può cambiare radicalmente l’assetto del sistema, politico ed economico, mondiale. Uno scenario che potrebbe essere favorito da un rallentamento dell’economia americana (gli ultimi dati parlano di una crescita del Pil americano dell’1,1 per cento) e da una crescita intensa del mercato interno di Cina e India, magari favorita da una strategia di riequilibrio sociale e territoriale dei due giganti asiatici emergenti. Ovviamente Cina e India sono anche rivali, in molti campi: sono nazioni che nascono da civiltà antichissime e differenti; sono entrambe grandi potenze emergenti che competono per attrarre investimenti finanziari e che hanno problemi di confini tuttora non totalmente risolti; sono circondate entrambe da paesi e società in crisi o sotto stress geopolitica di varia natura. Insomma Cina e India hanno molti terreni di competizione o di conflitto politico. E quindi non è detto che la cooperazione, o addirittura l’integrazione economica, sino indiana prevarrà in futuro sulla competizione o sul conflitto. Ma, come ha detto quel grande imprenditore indiano, Cina e India hanno un interesse convergente molto forte, quello relativo all’autonomia e all’indipendenza dall’’Occidente’.

    MORALE, L’’OCCIDENTE’ DEVE RIORIENTARSI Come spiega un altro giornalista italiano residente da molto tempo a Pechino, Francesco Sisci, della Stampa, in un suo pezzo per www.atimes.com, l’’Occidente’ in effetti farebbe molto bene a prepararsi per tempo ai nuovi scenari asiatici, ‘deve riOrientarsi’, scrive Sisci. Una notizia che viene dall’India, conferma proprio questa forte tendenza verso una sempre maggiore cooperazione economica panasiatica: l’India siglerà un accordo economico, un patto di patnership fortemente ‘comprensivo’, con l’Asean. Il ministro delle finanze indiano, per l’occasione incontrando il presidente dell’ADB, l’Asia development bank, ha detto, ‘noi necessitiamo di una forte area economica panasiatica. L’Asean è il cuore di questo processo.
    Addio Tomàs
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  2. #2
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    Predefinito Energia, La Cooperazione Fra Il Dragone E L’elefante

    Martedi' 10 Gennaio 2006
    Il ministro del petrolio indiano è arrivato, lo scorso 8 gennaio, nella capitale cinese. All’ordine del giorno dei colloqui c’è la cooperazione fra Dragone e Elefante in una materia estremamente delicata e importante, l’energia. A dir la verità, i due giganti asiatici hanno da tempo iniziato un discorso comune di collaborazione per limitare la forte rivalità. Ad esempio, ora, India e Cina hanno iniziato a collaborare anche sul fronte siriano: le maggiori compagnie petrolifere di Pechino e Delhi, rispettivamente la China National Petroleum Corporation e l’India Oil and Natural Gas Corporation, hanno annunciato, lo scorso 20 dicembre, di avere costituito una joint venture per acquisire dalla PetroCanada, importanti diritti di sfruttamento dei giacimenti di gas della Siria.
    ‘Questo è un importante pietra miliare – ha affermato il ministro del petrolio indiano – noi guardiamo – ha poi continuato – ad altri progetti per lavorare insieme’. L’annuncio è importante per molte ragioni: in primo luogo, perché conferma la tendenza di India e Cina a cooperare in un settore altamente strategico per le rispettive economie e per la rispettive strategie di politica internazionale. La questione diventa ancora più interessante se si guarda alla competizione per il controllo delle fonti di energia che comunque c’è fra Cina e India. Nonostante una ovvia e evidente tendenza competitiva, Pechino e Delhi comunque sono orientante a cercare la cooperazione reciproca piuttosto che un mero ‘bilanciamento’ politico.
    C’è poi, ovviamente, la questione della collaborazione panasiatica: India e Cina continuano così a manifestare una tendenza comune alla creazione di un ‘sistema’ energetico panasiatico indipendente dagli Stati Uniti. È evidente che è bene vedere questo annuncio assieme con altre scelte: ad esempio quella del gasdotto della pace fra India, Pakistan e Iran, una altra scelta in vista del ‘sistema’ energetico panasiatico che abbiamo avuto più volte modo di sottolineare.
    Infine, c’è la questione geopolitica collegata alla realtà mediorientale: la Siria, recentemente, è stata sottoposta a una vera offensiva politica da parte delle potenze ‘occidentali’, Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia in testa e unite, dopo l’inchiesta Onu sull’omicidio Hariri. In sede di consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, come si ricorderà, Cina e Russia agirono congiuntamente per bloccare qualsiasi ipotesi di sanzioni al regime di Assad e riuscirono ad ottenere una risoluzione del consiglio critica verso Damasco ma dove non vi era una parola in tema appunto di ‘sanzioni internazionali’. Il regime siriano di Assad rimane nel mirino delle potenze ‘occidentali’: questo fatto rende la cooperazione sino indiana sul fronte siriano politicamente significativo.
    Ma non c’è solamente la Siria: il 13 gennaio, quando il ministro indiano lascerà Pechino, si saprà qualcosa di più sul tema cruciale della politica internazionale del 21 ° secolo, l’autonomia energetica e quindi strategica dell’Asia emergente.
    Addio Tomàs
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  3. #3
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    Predefinito Cina E Russia, Amici Anzi Alleati

    Come era facile prevedere, le crisi nucleari, Iran e Corea del Nord, stanno favorendo rapporti di cooperazione politica e strategica prima impensabili. Ad esempio, quelli fra Pechino e Mosca.
    Claudio Landi Martedi' 27 Settembre 2005

    Le ultime notizie non lasciano dubbi in merito. La Russia e la Cina hanno pienamente cooperato in sede del consiglio Aiea, sulla mozione riguardante l’Iran: e questo è un dato molto importante perché concerne la più importante crisi politica internazionale sul tavolo e perché la collaborazione Mosca-Pechino va in collisione con le politiche degli Stati Uniti. Ma c'è anche la notizia che la Gazprom costruirà gasdotti in Cina. L’annuncio, importante come è facile immaginare, è di questi giorni. Ciò significa che i collegamenti russo-cinesi in tema di energia e petrolio ormai si estendono alle reti infrastrutturali dell’energia, un elemento da sempre chiave nel ‘governo’ del mondo. Gazprom, oltretutto ha anche offerto, nei giorni scorsi, di costruire il famoso ‘gasdotto della pace’ fra Iran e India, osteggiato dall’amministrazione Bush: se si unisco le due notizie si comprende meglio quello che sta accadendo in Asia. Infine, la Russia ha annunciato di essere disposta a costruire il reattore nucleare ad acqua leggera in Corea del Nord, l’oggetto del contendere che ancora ostacola il pieno accordo per la soluzione della crisi nucleare nordcoreana, ‘con i paesi che saranno disponibili’ hanno annunciato a Mosca.
    Tutto ciò impone una riflessione. In teoria, la Russia (come spiega con dovizia di ragionamenti e di analisi storiche, il grande politologo neorealista John Mearsheimer nel suo saggio ‘Logica di potenza’), dovrebbe considerare suo obbiettivo strategico prioritario, il ‘bilanciamento’ della crescente influenza della vicina Cina. In teoria. L’analisi è certamente valida, ma, come insegna la filosofia, la realtà spesso supera le teorie. Il fatto è che gli Stati Uniti stanno conducendo da anni una strategia volta a entrare pesantemente, come potenza leader, nell’ex Impero interno dell’Urss. *** In questi anni gli Stati Uniti (a dir la verità sia con l’amministrazione Clinton che con l’amministrazione Bush, anche se quest’ultimo governo, tanto per cambiare, ha accentuato questo processo) hanno stretto legami politici e militari con paesi che Mosca, da sempre, dal tempo degli Zar, ritiene, ‘roba propria’, la Georgia, l’Azebaigian, poi l’Ucraina, la Kirghisia e il Tagikistan. Questa presenza americana in regioni chiave dell’ex impero interno sia nel Caucaso che nell’Asia centrale, ovviamente, segue un preciso interesse geopolitico (il controllo del ‘cuore del mondo’) sia un interesse economico-strategico (il controllo delle riserve energetiche e delle relative vie di trasporto del Centroasia).
    Ma, così agendo, la Russia si è trovata, probabilmente, di fronte ad una alternativa secca: o accettare il ruolo da repubblica delle banane che Washington gli offriva (e pretende tuttora di offrigli) o ritornare, sotto un’altra forma, alla contrapposizione con gli Stati Uniti. Entrambe queste strade erano precluse a Mosca: la prima per ovvie ragioni di potere e politica interna; la seconda per l’evidente impossibilità internazionale. Per tutta l’epoca di Boris Eltsin, la Russia è rimasta bloccata; Vladimir Putin invece sembra aver trovato la strada per superare l’alternativa secca e impossibile: ha deciso di lanciare la sfida con gli Stati Uniti dove era possibile, per esempio nell’ambito delle crisi nucleari, Iran e Corea. Ma per fare ciò, Mosca aveva ed ha bisogno di un appoggio potente e in ascesa, di un sostegno anche economico, di una ‘sponda’ strategica (non essendo più la grande potenza globale di un tempo): la Cina, la superpotenza nascente.
    E poi c’è l’economia, o meglio ci sono gli affari. La patnership con Pechino oltretutto permette al Mosca di vendere tante armi e di vendere ancora più gas e petrolio. Insomma a rimpinzare le sue risorse finanziarie. Ma così, la Russia valorizza molto di più i fattori convergenti con la Cina, rispetto a quelli competitivi (pur esistenti), smentendo in tal modo le analisi teoriche dei politologi (almeno per ora); Russia e Cina tendono sempre di più a integrarsi economicamente, energeticamente e in un futuro prossimo pure demograficamente.
    La morale è ovvia: gli Stati Uniti si sono creati, con la loro strategia ‘antirussa’, un ‘polo’ potenzialmente alternativo e parzialmente competitivo nella grande arena della politica e dell’economia globale. Con la sua strategia, Washington ha spinto la Russia nelle braccia della Cina. Purtroppo questo processo geopolitico non sembra facilmente modificabile. Gli Stati Uniti, a questo punto, non possono certamente ritirarsi dal Caucaso e dell’Asia centrale. Forse sta nascendo il vero 21° Secolo.

    http://www.lettera22.it/showart.php?id=3365&rubrica=96


    *** Vale a dire....un babbeo come bush vale tanto oro quanto pesa...(per la Cina)
    Addio Tomàs
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  4. #4
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    LA NUOVA ASIA AL VERTICE DI KUALA LUMPUR
    Quanto peserà l'assenza degli Usa? E la presenza della Russia, il rafforzamento della Cina?
    In Asia, suggerisce l'immagine, non si può più stare solamente a guardare. Gli equilibri cambiano in fretta.

    Il vertice di Kuala Lumpur (si vedano in questa sezione gli articoli precedenti) si è concluso con una dichiarazione finale che pone le basi per il ‘Forum dell’Asia orientale per la cooperazione strategica’. La dichiarazione comune ovviamente è importante, ma fino a un certo punto. La questione politicamente assai rilevante è piuttosto data dalle presenza e dalle assenze: il vertice di Kuala Lampur è il primo vertice multilaterale panasiatico senza gli Stati Uniti, al di fuori della struttura Apec. A Kuala Lumpur, gli Usa non sono stati invitati, mentre era presente la Russia, come invitato speciale.
    L’assenza americana e la presenza russa, che verrà stabilizzata con il Meeting Russia-Asean, ha un evidente significato politico e strategico: la Cina punta alla leadership regionale e gli Stati Uniti dovranno fare nuovi conti geopolitici. Non sfugge a nessuno le implicazioni della faccenda. A dir la verità, a Kuala Lumpur erano ben presenti paesi e governi alleati di Washington: la dichiarazione di KL infatti è stata siglata da 16 capi di governo tra cui il primo ministro giapponese, il primo ministro australiano e il primo ministro neozelandese. Giappone, Australia e Nuova Zelanda sono considerati alleati fedeli degli Stati Uniti. Ma fino a un certo punto: il Giappone è vero che sta sempre di più rafforzando i suoi legami strategico con gli Usa, ma contemporaneamente consolida sempre di più i suoi legami economico con la Cina. A vedere le cose con distanza, sembra quasi che Tokio ‘usi’ Washington e l’alleanza con gli Usa proprio per poter stringere i contatti con Pechino in una situazione politicamente più gestibile e non per una scelta strategica filoamericana e antiasiatica. L’Australia, dal canto suo, pur essendo uno strettissimo patner politico degli Stati Uniti, sta rafforzando i suoi collegamenti, in particolare economico-energetici con la Cina (i cinesi sono fortemente interessati, ricambiati, al settore uranifero australiano): anche per Canberra vale una legge simile, politicamente vicini agli americani, economicamente (e a livello energetico) vicini ai cinesi (a Canberra si ama l’immagine del ‘ponte’ fra Cina e Usa…). Quanto alla Nuova Zelanda, vale solo la pena di ricordare gli orientamenti fortemente pacifisti della società neozelandese.
    A Kuala Lumpur l’influenza cinese ha fatto un altro passettino in avanti. Mentre il peso americano ha fatto registrare un passettino indietro. Ma forse è solamente un ‘segno dei tempi’, la Cina è la grande potenza emergente, gli Usa sono la superpotenza dominante. O forse, più probabilmente, è il frutto dei diversi approcci geopolitici: ‘multilateralista’ e ‘multipolarista’ quello cinese, ‘unilateralista’ quello bushiano.
    Addio Tomàs
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  5. #5
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    SULL'ENERGIA, L’ASIA FA SUL SERIO

    L’Asia fa sul serio. Le più importanti potenze asiatiche stanno cercando di avviare una strategia di vera autonomia energetica: India, Cina, Corea del sud, Giappone sono coinvolti nell’idea di una ‘rete asiatica del gas e dell’energia’, assieme ai grandi paesi produttori di petrolio e gas, dalle repubbliche dell’Asia centrale alla Russia, e in futuro fino all’Arabia Saudita.
    Nei giorni scorsi (15 giorni or sono per la precisione), a Delhi (anche questo è un elemento importante da tenere bene a mente: l’India è parte importante di questa idea, nonostante i suoi accordi nucleari con Washington), si è tenuto un nuovo meeting internazionale a livello governativo sul tema dell’energia e della sicurezza per l’Asia. E’ stato il secondo incontro del genere: vi hanno partecipato India, Cina, Corea del sud, Giappone e alcuni paesi produttori, Kazachistan, Uzbekistan, Azerbaigian e ovviamente Russia. Il ministro indiano del petrolio è stato chiaro, ‘l’era nella quale la nostra produzione era controllata da altri, l’era nella quale il consumo mera guidato da altri è finita’. Il ministro sudcoreano del commercio, industria e energia è stato altrettanto chiaro, ‘Nel commercio internazionale del petrolio, l’Asia è ancora marginale. Il lavoro, urgente da fare, necessita di un grande piano che potremo definire Sistema di Trasporto di petrolio e gas panasiatico’.
    Gli obbiettivi economico-strategici sono chiari: le potenze asiatiche vogliono rendersi indipendenti dal potere energetico americano; vogliono essere in grado di gestire autonomamente le loro necessità di energia. Per questo le potenze asiatiche emergenti intendono avviare contratti e cooperazione indipendente con alcuni paesi grandi produttori di petrolio e gas; per questo intendono costruire gasdotti e porti per il trasporto internazionale dei combustibili; per questo intendono cooperare fra di loro. Per esempio in Sudan, dove compagnie cinesi, indiane e malesi da tempo agiscono in accordo; per esempio in Siria, dove indiani e cinesi hanno intenzione di ripetere l’esperienza di collaborazione.
    Ovviamente (e gli analisti di Atimes.com che hanno parlato del meeting di Delhi lo scrivono chiaramente), in particolare fra Cina e India c’è una forte rivalità politica ed economica: sono entrambe grandi nazioni emergenti e hanno avuto, recentemente, controversie di confine piuttosto serie. Quindi la cooperazione panasiatica non avrà vita facile e non è neppure detto che avrà pieno successo. Ma una cosa dovrebbe essere chiara: l’Asia emergente fa sul serio.
    Addio Tomàs
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  6. #6
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    LA STRATEGIA AMERICANA IN ASIA
    Teoria e pratica del co-engagement: ‘engagement’ (impegno costruttivo, economico) e ‘contenimento’ (politico) nei confronti della Cina. Secondo Condy Rice.

    Condoleezza Rice, segretario di stato americano, prima ancora di diventare consigliere per la sicurezza nazionale di George W. Bush, aveva elaborato (fa fede un suo articolato intervento su Foreign Affairs, la rivista di politica internazionale americana) una dottrina strategica molto precisa con particolare riguardo alla Cina, il ‘co-engagement’, l’insieme magari un po’ contradditorio ma sicuramente interessante e non ideologico, di elementi di ‘engagement’ (impegno costruttivo) e di ‘contenimento’ (politico) nei confronti della potenza nascente, il Dragone cinese: engagement economico, contenimento politico, in estrema sintesi.
    Dopo l’epoca dei neocons radicali, la scuola di coloro che hanno preso sul serio l’ideologia dell’Impero, a Washington è arrivata l’ora della Condy e della sua dottrina strategica. La Rice, appena insediata, si è immediatamente data da fare: ha stretto nuovi rapporti con il Giappone, è volata a Delhi (incontrandosi con Sonia Gandhi) per iniziare a riprendere un qualche discorso con l’India, ha sollecitato nuovi rapporti con tutti i paesi vicini alla Cina, ma timorosi della crescente influenza economico-strategica del Dragone.
    Washington, sotto la sua regia (qui approfondiamo solamente i casi dei paesi ‘minori’ perché la loro politica dà molto l’idea dell’approccio asiatico al Grande Gioco del 21° secolo), ha preso nuovi contatti con il Vietnam, il vecchio nemico degli Stati Uniti che solamente l’odiato, ma abile Clinton aveva osato riavvicinare; ha preso la palla al balzo degli aiuti del dopotsumani per riallacciare le relazioni con l’Indonesia (la cui alleanza militare era stata messa in sordina dopo l’ennesimo massacro a Timor est); ha persino preso nuovi e solidi contatti con la Mongolia, paese chiave al confine fra Russia e Cina, le due potenze protagoniste della SCO, l’Organizzazione di cooperazione di Shanghai.

    Il primo ministro vietnamita arriva nella capitale americana in estate, alla fine di giugno per la precisione, apre Wall Street, si incontra con il capo del Pentagono, Rumsfeld e sigla un accordo per l’addestramento di qualche reparto militare viet. Insomma Hanoi e Washington avviano importanti contatti, politici e strategici. Passano poche settimane, siamo all’inizio di novembre per la precisione, e ad Hanoi arriva il presidente cinese Hu Jintao: Cina e Vietnam firmato allora una lunga serie di accordi, tra cui l’intesa per la ricerca e lo sfruttamento di giacimenti di petrolio e gas nel Mar cinese meridionale. Hanoi, inoltre, aderisce pienamente alla politica ‘one China’ di Pechino.
    Agli inizi del 2005, l’allora vicesegretario alla difesa americano Paul Wolfowitz, in una delle sue ultimissime missioni, arriva a Giacarta e fa da apripista per la ripresa della collaborazione militare con l’Indonesia: la gestione del dopotsumani ha infatti permesso agli americani di ‘entrare’ nei cuori dei musulmani dell’arcipelago e Washington non intende farsi scappare la ghiotta occasione. Giustamente.
    Il vice di Rumsfeld, dunque, arriva nella capitale indonesiana e pochi mesi dopo gli Usa decidono di riattivare i programmi di addestramento dei militari indonesiani. Non passano che poche settimane e gli indonesiani (è luglio), anzi lo stesso presidente Susilo Bambang Yudhoyomo in persona, arriva a Pechino e discute di cooperazione militare con i vertici cinesi.
    Finiamo con Ulan Bator: Bush arriva, il 21 novembre, nella capitale mongola, porta un ricco assegno e vola via. Passano otto giorni e il presidente mongolo vola a Pechino dive firma un lungo elenco di dichiarazioni congiunte con il vertici cinesi.
    La morale pare evidente: Vietnam, Indonesia, Mongolia, ovvero tre paesi ben diversi quanto a storia (il Vietnam è un regime comunista che ha avuto una lunga storia recente di guerre con gli americani; l’Indonesia è una democrazia pluralista magari debole ma interessante che è stata a lungo stretta alleata degli americani; la Mongolia è un paese ex comunista a lungo stato satellite dell’Urss), che però hanno un problema e una chance geopolitica alquanto simile: sono tutti vicini alla Cina e hanno tutto la grande opportunità di integrarsi nello sviluppo tumultuoso dell’Impero di mezzo.
    Che cosa combinano i tre paesi, diversissimi, ma con un evidente interesse geopolitico affine? Si assicurano a Washington e si mettono d’accordo con Pechino. Nel loro ‘piccolo’ adottano la strategia del ‘doppio forno’. Il ‘co-engagement’ americano allora diventa semplicemente una polizza strategica per potere giocare meglio e con carte migliori la partita asiatica, con Pechino come banco.
    Addio Tomàs
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  7. #7
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    L'OPACA POLITICA AMERICANA IN ASIA
    Mentre Bush incassa un colpo basso, Putin ne batte uno a Tokio. Strategie geopolitche in un continente in movimento

    La vera notizia del viaggio di Bush in Asia, è che la Russia si sta posizionando molto bene tra due dei maggiori protagonisti dell’area, la Cina e il Giappone, mentre Washington stenta a mostrare una strategia credibile. Un segno di debolezza che i cinesi hanno ripagato rendendo il viaggio di Bush a Pechino praticamente invisibile. Un indice dell’incapacità americana di negoziare la sua presenza sulla scena asiatica che non si vedeva da anni.
    Così, mentre Bush si consolava ieri col nuovo alleato mongolo, concludendo la sua visita a Giappone, Corea e Cina nella lontana Ulan Bator, Putin scendeva prepotentemente in un’arena nella quale Mosca ha deciso di giocare a tutto tondo. Sfruttando la fame energetica dei colossi asiatici – Cina, Giappone e India - e le atout di un paese che macina petrolio e gas naturale in discreta quantità. Il capo del Cremino è infatti in grado di tenere il piede in più di una scarpa, come si è visto dalle mappe che illustrano il progetto di pipeline che porterà energia all’Asia orientale. Da Skovorodino, fermata della Transiberiana a 7.220 chilometri da Mosca, la pipeline potrebbe proseguire verso Daqing in Cina oppure verso Nakhodka, a Est di Vladivostok, sulla costa orientale pacifica. Per ora la vicenda è sospesa con pressioni dalle due parti per decidere dove dovranno andare i tubi. Tokio pensa che l’oleodotto potrebbe portare 1,6 milioni di barili al giorno a un porto, quello di Nakhodka, vicino alla costa giapponese, spingendo sull’acceleratore dell’interscambio tra i due paesi che adesso vede la Russia molto arretrata rispetto a Stati Uniti e Cina.
    Se Putin dunque batte un colpo, cercando una nuova strategia in oriente, il presidente americano ha finito invece per incassare un viaggio opaco che sembra figlio di una certa indecisione strategica in un momento in cui le carte si stanno mescolando velocemente. Del suo discorso ai cinesi su dissidenti e diritti umani è rimbalzata l’eco solo sui giornali occidentali, mentre Pechino l’ha totalmente oscurato. Sul piano commerciale poi i risultati sono stati ancora meno esilaranti, con un cahier de doleance ignorato che va dall’invasione di merci cinesi negli Usa alla questione della moneta del Celeste impero, che gli Stati Uniti continuano a considerare largamente sottovalutata dagli abili registi finanziari di Pechino. Ma anche in Corea del Sud le cose non sono andate così bene. Gli americani non sembrano infatti essere i mediatori giusti nel contenzioso che sta opponendo i suoi due alleati più preziosi in estremo oriente, il Giappone ipernazionalista di Koizumi, e una Seul che morde il freno alla ricerca di un riconoscimento politico che le renda giustizia. E faccia pesare la sua presenza sulla scena asiatica ben al di là della crisi nucleare innescata da Pyongyang.
    La questione sul tappeto resta, per gli Stati Uniti, di decidere qual è la nuova politica degli Usa in Asia, soprattutto nei confronti della Cina. Esauritasi l’opzione “Gran Bretagna dell’Asia”, quella cioè con cui Washington avrebbe puntato tutte le carte sul ruolo del Giappone come principale pedina nel contiene, bisogna decidere cosa fare con la Cina e con l’India. Con quest’ultima l’Amministrazione ha iniziato un nuovo approccio consolidatosi nell’accordo sul trasferimento di know how nucleare che, secondo alcuni, avrebbe già dato qualche risultato col voto contrario di Delhi all’Iran in sede Aiea. Ma i passi sono ancora timidi anche perché Washington deve scontare una solida amicizia col Pakistan e un’antica reciproca diffidenza che risale ai tempi del rapporto privilegiato tra Delhi e l’Urss. Quanto alla Cina, gli Usa non sembrano ancora aver deciso se la politica giusta debba esser quella del contenimento (di cui si era inizialmente fatta paladina la Rice quando era consigliere per la sicurezza) o quella di un gioco più collaborativo, che si è fatto spazio più recentemente, che coinvolga Pechino su diversi dossier. Tira da questa parte l’evoluzione dei negoziati sulla Corea (dove Pechino gioca un ruolo fondamentale) ma le frizioni su altri fronti, primo fra tutti l’atteggiamento unipolare degli Stati Uniti, restano intatte.
    Intanto i cinesi lavorano a tutto campo cercando di recuperare su diversi fronti il tempo perduto: con l’India le relazioni sono ad ottimi livelli e sebbene, specie sul fronte energetico, i due colossi giochino ognuno la propria partita, le intese non mancano anche nel comparto sensibile degli approvvigionamenti di fonti primarie. Cinesi e indiani non si pestano i piedi in Africa e, nel cuore dell’Asia, stanno preparando lo sviluppo della grande pipeline dell’amicizia che, partendo dai porti caldi dell’Iran, dovrà portare energia in India via Pakistan e, da lì, passando per la Birmania (paria internazionale da entrambi corteggiato) fino in Cina. L’interscambio tra i due paesi è volato: una decina di anni fa lo scambio commerciale sino-indiano totalizzava un milione di dollari l’anno. Adesso questa cifra si raggiunge in meno di un mese e i due paesi stanno lavorando a un processo di unificazione dei mercati all’insegna dell’abolizione di tasse e tariffe. La Cina poi si sta affacciando anche alla porta di diversi organismi regionali: lo ha già fatto con l’Asean (l’associazione di dieci paesi del Sudest) e lo sta facendo ora con la Saarc che comprende India, Pakistan, Bangladesh, Nepal, Bhutan, Maldive, Sri Lanka e, dall’ultimo vertice appena conclusosi a Dacca, Afghanistan. Vorrebbe inserirsi con il rango di “osservatore”, il primo passo per avere più voce in capitolo anche nell’Asia meridionale.
    In questo gioco che sembra vedere in vantaggio cinesi e indiani, Mosca si sta muovendo con discrezione ed eleganza. E a oriente sembra guardare sempre di più anche l’Iran, paese che tradizionalmente aveva in Medio oriente il suo bacino di influenza e che guardava all’Europa come possibile interlocutore. Gli asiatici possono offrire a Teheran (Cina e Russia specialmente ) la sponda politica di cui Teheran ha bisogno nella sua partita con gli americani. E’ il nuovo grande gioco asiatico. Dove non c’è un solo croupier a distribuire le fiches.
    Addio Tomàs
    siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i 5 stelle

 

 

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