Nel suo saggio "Terra e Mare", il giurista tedesco Carl Schmitt notava che l'Uomo è essenzialmente un essere terrestre, dal momento che dalla terra in cui è nato e sulla quale si muove egli non solo trae sostentamento, ma essa rappresenta in un certo qual senso il "terminus ad quem" in virtù del quale egli definisce la propria soggettività, dato che, kantianamente, solo in una prospettiva spazio-temporale l'io ha esatta consapevolezza della propria esistenza ed è unicamente in forza di tale percezione che definisce i rapporti, il più delle volte conflittuali, con ciò che è altro da sé. Questo assunto di base, se proiettato in una dimensione sovraindividuale qual è quella della politica estera intesa nell'accezione nietzscheana come "Grossepolitik", ovvero disciplina volta a regolare i rapporti di forza vigenti tra gli Stati, laddove questi ultimi sono da intendersi essi stessi, secondo la lezione hegeliana, come soggetti di diritto operanti quindi nello scacchiere geostrategico internazionale quali singole individualità, introduce il problema della definizione del "Grossraum", ovvero dello spazio vitale entro e non oltre il quale ogni singolo Stato esercita legittimamente la propria azione nel contesto più generale dell'ordinamento spaziale planetario. E' in questo ambito, delineatosi progressivamente in seno alla riflessione filosofico-giuridica schmittiana a partire dagli anni Trenta del secolo scorso, che prende piede il concetto di "Nomos" inteso come l'ordine giuridico-normativo e quindi formale entro il quale s'inscrive la vita dei corpi politici, siano essi parti sociali, singoli Stati o federazioni, e che il giurista tedesco pone a fondamento del diritto internazionale.

Secondo l'analisi filologica proposta da Schmitt nelle "Categorie del politico", il termine "Nomos" deriva dal verbo "nemein" al quale è possibile attribuire un triplice significato. Nell'accezione strettamente letterale esso definisce l'atto del prendere, del conquistare, tanto che il corrispondente verbo tedesco (nehmen) può essere evidentemente ricondotto alla medesima radice. In seconda istanza suddetto verbo indica l'azione del dividere e del distribuire con esplicito riferimento alla proprietà fondiaria, il che spiega come esso possa essere utilizzato, estensivamente, come sinonimo di produrre, coltivare. Il "nomos" della terra si configura quindi come la struttura risultante dall'unità sintetica dei processi di appropriazione, distribuzione e produzione, tetragono di qualsivoglia formazione economico-sociale. Più precisamente, il fondamento del "nomos" e, con esso, dell'ordinamento internazionale, sta nel primo dei tre momenti menzionati, ovvero quello dell'appropriazione originaria, della conquista della superficie terreste, atto in cui risiede una rilevanza parimenti giuridica ed economica. In ogni tempo e in ogni luogo, infatti, tutti i popoli che si mossero in direzione di nuovi spazi e che al termine dei loro spostamenti divennero stanziali, portarono in qualche modo a compimento una conquista territoriale, tanto che la storia dell'espansionismo coloniale europeo verificatosi nel corso dell'Ottocento e del Novecento può essere vista, nel suo complesso, come una progressiva sequenza di atti di fondazione di ordinamenti nello spazio, culminanti nel radicamento di una popolazione in un territorio.

Sul piano propriamente giuridico esistono, però, due forme distinte di conquista territoriale, a seconda che questa si compia entro i limiti di un ordinamento normativo esistente e riconosciuto come vincolante da tutte le parti in causa, o invece li violi per fondare un nuovo "nomos". In altre parole se è vero che ogni mutamento territoriale è collegato ad una conquista di territorio, non necessariamente ogni modifica di linee confinarie o fondazione di colonia è in grado, di per se stessa, di rappresentare l'atto costitutivo di un "nomos". Sempre secondo Schmitt una conquista territoriale può intendersi come atto creativo di diritto solo in due casi: "verso l'interno" o "verso l'esterno". Nello specifico è lecito parlare di "fondazione di diritto" verso l'interno ogni qualvolta in seno ad un gruppo occupante, con la divisione e ripartizione del suolo, vengono poste le basi per l'ordinamento di tutti i rapporti di possesso e di proprietà. Ora, sia nel caso in cui la prima ripartizione della terra sia condotta secondo i parametri di una concezione privata ed individualistica della proprietà, sia nel caso in cui essa sia concepita come una proprietà collettiva dell'intero gruppo, suddetta proprietà dipende dalla conquista territoriale comune, derivando da un atto giuridico condiviso da tutte le parti contraenti. In questo caso, anche qualora il legislatore riconosca valore alla proprietà privata rivendicata dal singolo, l'occupazione della terra statuisce una sorta di proprietà "super partes" del gruppo occupante nel suo insieme. Al contrario si ha fondazione di diritto verso l'esterno quando il gruppo occupante si trova di fronte ad altri soggetti giuridici che compiono la medesima azione di conquista in senso contrario. In questo caso l'atto di occupazione ha valore normativo sia quando si acquisisce una porzione di territorio priva di "Herrschaft", ovvero giuridicamente libera, sia quando essa viene sottratta "manu militari" al legittimo titolare.

In entrambi i casi, comunque, all'appropriazione di uno spazio ed alla creazione in esso di un ordinamento giuridico, fa seguito quello che Schmitt definisce "Ortung", vale a dire la localizzazione nello spazio del soggetto latore di tale ordinamento. Ecco quindi che s'instaura una stretta correlazione tra "Ordnung" e "Ortung", ovvero tra ordinamento e localizzazione, in forza della quale il diritto tende a vincolare il soggetto giuridico alla terra che così assume i tratti di "madre del diritto", quest'ultimo inteso non già come mera legge, quanto piuttosto come misura concreta dell'agire nel divenire storico. In quest'ottica il "nomos" della terra si caratterizza per l'inscindibile interdipendenza tra Natura e Storia. Nel suo scritto "Parigi, Berlino, Mosca: l'Asse che fa tremare Washington", recentemente tradotto in lingua italiana e pubblicato dall'editore Fazi, il politologo francese Henri de Grossouvre sembra muoversi all'interno del medesimo orizzonte concettuale elaborato dal giurista tedesco laddove, in risposta all'unilateralismo imperialistico della politica estera americana, prospetta, non senza il sostegno di dati oggettivi e armato di una buona dose di realismo politico, un'azione sinergica da parte delle tre principali potenze europee, vale a dire Francia, Germania e Russia, in vista della creazione di un blocco continentale eurasiatico che sappia costituire un'efficace alternativa alla leadership atlantica. La provocatoria tesi avanzata dal giovane studioso gollista, risultato di una rilettura parziale e tendenziosa del pensiero schmittiano certo passibile di alcuni correttivi metodologici sostanziali, ha avuto se non altro il merito di rilanciare il dibattito scientifico relativo alla geopolitica, vale a dire quella branca della sociologia che s'incarica di analizzare le dinamiche relative alle relazioni tra gli Stati in virtù dell'influenza esercitata su di esse dai fattori ambientali, geografici ed antropologici. Questa disciplina ha radici antiche ed annovera tra i suoi estimatori studiosi di rango, ragion per cui chi scrive ritiene non sia peregrino, ai fini di una più dettagliata comprensione del problema che s'intende affrontare in queste pagine, tracciarne una breve retrospettiva tesa ad individuarne i principi fondanti e le principali linee di sviluppo.

Il continente assente

Fondatore della geopolitica intesa come scienza è considerato, per convenzione accademica, il sociologo tedesco Friedrich Ratzel (1844-1904) che nella sua ponderosa opera da titolo "Geografia politica", pubblicata nel 189, si fece promotore di una concezione organica dello Stato, frutto di un'originale sintesi tra il pensiero classico ed il darwinismo sociale, in forza della quale le comunità politiche vengono considerate alla stregua di "corpi viventi", ciascuno dei quali tende istintivamente alla preservazione della propria incolumità ed integrità territoriale attraverso l'applicazione sistematica di una politica estera aggressiva, quasi una sorta di "guerra preventiva" ante-litteram, mirante alla creazione del proprio "lebensraum". Questa teoria, sebbene fosse certamente lungimirante in relazione a quello che era lo stato del dibattito scientifico allora in corso, egemonizzato da una concezione classica e quindi puramente descrittiva e naturalistica degli studi geografici, aveva il forte limite di soggiacere ad un rigido determinismo di matrice materialistico-positivista, tendente a considerare gli Stati come organismi certamente dotati di una propria vita autonoma, ma in qualche modo catastematici, vale a dire invariabilmente uguali a se stessi nelle linee guida del loro agire politico e, in quanto tali, portati ad applicare in ogni tempo e luogo le medesime logiche.

Un ulteriore passo in avanti verso la codificazione di una disciplina giuridica interstatale matura fu compiuto dal francese Paul Vidal de la Blanche (1845-1918) che nei suoi "Principi di geografia umana" si pose in aperta polemica con il collega tedesco prospettando una concezione "possibilista" dei rapporti di forza vigenti nell'ordinamento giuridico internazionale, in base alla quale ogni Stato, nel corso della propria storia, si trova perennemente in bilico tra due possibili sviluppi della propria azione strategica uguali e contrari tra loro. Così, ad esempio, mentre la Germania, situata nel cuore dell'Europa, oscilla tra la naturale tendenza al "Drang nach Osten", vale a dire la penetrazione politica, economica e militare verso il mondo slavo e la necessità, parimenti vitale, di rinsaldare i vincoli della partnership con la vicina Francia, la Russia, in forza della sua bicontinentalità, oscilla tra le mire panslaviste volte a stabilire un controllo sui Balcani e a guadagnare nel contempo uno sbocco sul Mediterraneo e l'opposta predilezione per un più stretto rapporto con la Cina. Sul tema della centralità tedesca intesa come meridiano zero per la realizzazione di una politica estera europea comune, insistette diffusamente anche il sociologo svedese Rudolf Kjellen (1864-1922). Fermamente convinto che i tre fattori preposti alla "dinamizzazione geopolitica del mondo" siano l'estensione, la coesione territoriale e la libertà di movimento, egli vedeva nella Germania, luogo di passaggio obbligato per tutte le rotte commerciali del continente in virtù della sua posizione geografica e dotata di un'incontestabile coesione territoriale, il naturale baluardo contro lo strapotere dell'imperialismo coloniale britannico e nel contempo un efficace antidoto alle mire espansionistiche russe.

Nel periodo immediatamente precedente al primo conflitto mondiale la diplomazia guglielmina si mosse evidentemente lungo la strada tracciata da Kjellen, cercando un accordo con gli Imperi Centrali, culminato con la firma della Triplice Intesa, che consentì alla Germania di giocare un ruolo egemone all'interno di un blocco continentale il quale si estendeva trasversalmente dal Mare del Nord al Golfo Persico. Con la stipulazione del trattato di Versailles, cui fece seguito lo smantellamento dell'Impero Ottomano a favore dell'Inghilterra e la frammentazione dei Balcani in un pulviscolo di Stati-Nazione imbrigliati in una serie di alleanze unilaterali facenti capo alla Francia, ebbe fine quella politica dell'equilibrio tra le Potenze le cui origini possono essere fatte risalire al Congresso di Vienna ma il governo tedesco, in virtù della sua innata vocazione continentalista, non cessò di cercare soluzioni analoghe anche in seguito. E' in quest'ottica, infatti, che bisogna leggere anche la firma del Patto Molotov-Ribbentrop il cui regista occulto fu Karl Haushofer (1869-1945) in qualità di consigliere strategico del Ministero degli Esteri tedesco per le questioni dell'Europa dell'Est. Geografo e militare di carriera, dalle pagine della Rivista di Geopolitica da lui stesso fondata nel 1923, si fece promotore della dottrina delle cosiddette "aree omogenee", in base alla quale, a causa della conflittualità ingenerata nello scacchiere strategico dall'azione simultanea degli imperialismi espansivi contrapposti, l'equilibrio internazionale può essere garantito solo tramite la suddivisione del mondo in quattro zone d'influenza: un'Europa strettamente legata dal punto di vista commerciale alla sua propaggine coloniale africana ed egemonizzata all'interno dal tandem franco-tedesco, il blocco sovietico proteso verso Sud ad esercitare un controllo diretto sull'Iran, la Cina ed il subcontinente indiano, un'Asia orientale raccolta intorno al Giappone ed infine l'America, sulla quale gli Stati Uniti avrebbero dovuto esercitare un'egemonia esclusiva in forza della dottrina Monroe.

All'indomani della Seconda Guerra Mondiale Hausofher trovò un valido esegeta nella persona del Generale De Gaulle. Eletto Presidente della Repubblica francese nel 1956, durante il suo discorso d'insediamento dichiarò che la Francia era seriamente intenzionata a riappropriarsi del proprio destino, svincolandosi dagli arbitrati internazionali. Per far questo era di vitale importanza proseguire lungo la strada intrapresa sei anni prima con la creazione della CECA e della CED, rafforzando il vincolo della collaborazione franco-tedesca ed arginando nel contempo l'eccessivo protagonismo della Gran Bretagna che agli occhi di De Gaulle agiva a discapito dell'Europa continentale, preferendo ad essa un rapporto privilegiato con gli Stati Uniti. Tali propositi trovarono fattiva applicazione nella firma, avvenuta il 22 Gennaio 1963, del Trattato dell'Eliseo che sanciva l'istituzione del cosiddetto Asse Parigi-Bonn, il quale nelle intenzioni dei suoi promotori doveva rappresentare il primo passo verso la creazione di un blocco continentale europeo svincolato dagli Usa e presidio contro la minaccia militare sovietica. A ciò si aggiunse il veto opposto dal governo francese all'ingresso dell'Inghilterra nella Comunità Europea (5 Maggio 1963) ed infine l'uscita della Francia dalla CEE e dalla Nato. Solo le dimissioni del Generale De Gaulle, sopraggiunte il 28 Aprile 1969, permisero al nuovo Presidente Pompidou di ricucire lo smacco con gli Alleati favorendo il reinserimento della Francia in seno alla Comunità Europea. Quanto detto sinora dimostra come l'opzione continentalista, lungi dall'essere una romantica fantasticheria coltivata in seno a conventicole intellettuali tanto ristrette quanto ininfluenti, abbia rappresentato una concreta possibilità nella storia delle relazioni internazionali interne all'Occidente, alla quale evidentemente anche De Grossouvre aderisce in maniera entusiastica, complice la sua formazione gollista. Il suo conclamato fallimento può essere ascritto al fatto che quanti la sostennero, sia nel campo della dottrina che in quello della prassi politica, basarono la loro analisi su tre errori prospettici di fondo.

Come ha acutamente osservato in una recente intervista lo storico tedesco Ernst Nolte, è quantomeno fuorviante pensare, come pure gli studiosi di geopolitica hanno fatto, all'Europa come se si trattasse di un monoblocco granitico le cui diverse componenti, vale a dire gli Stati-Nazione, potessero agire sinergicamente. Anche nel caso in cui l'ipotesi prospettata dal politologo francese dovesse realizzarsi, l'Asse Parigi-Berlino-Mosca si troverebbe, per ragioni fin troppo ovvie, ad essere eccessivamente sbilanciato a favore della Russia la quale finirebbe per rapportarsi agli "alleati" occidentali con lo stesso atteggiamento invasivo assunto nei confronti dei Paesi dell'Est ai tempi del Patto di Varsavia. L'Europa occidentale si troverebbe così pericolosamente esposta alla minaccia di una politica panslavista per controbilanciare la quale sarebbe giocoforza costretta a rinsaldare ulteriormente i vincoli con gli Stati Uniti. In secondo luogo, dal momento che non è mai esistita storicamente alcuna possibilità concreta di realizzare una qualsivoglia forma d'indipendenza politica senza che questa sia accompagnata e sostenuta da una reale autonomia economica, non bisogna dimenticare, prosegue Nolte, che tanto la Francia, quanto la Germania e la Russia sono Paesi aderenti al libero mercato le cui leggi sono fissate dagli Stati Uniti in quanto Potenza egemone e i cui meccanismi d'integrazione sono a tal punto avanzati da rendere le diverse componenti del sistema interdipendenti in maniera inestricabile, sempre ammesso, ovviamente, di non considerare come alternativa credibile al capitalismo l'introduzione di un sistema economico di stampo nordcoreano. A parte ciò, non si può non rilevare che gli studiosi di geopolitica hanno lasciato del tutto irrisolta una questione di fondamentale importanza, ovvero quella relativa allo status giuridico dei mari, che solo Carl Schmitt pare aver colto in tutta la sua destabilizzante complessità.

Oltre il punto di non ritorno

La rivoluzione spaziale planetaria seguita alla scoperta del Nuovo Mondo ha, secondo l'opinione del giurista tedesco, alterato in maniera irreversibile i termini ultimi del vincolo tra ordinamento e localizzazione, introducendo il tema del "Seenhame", vale a dire del possesso dei mari, quale architrave delle relazioni internazionali, laddove il mare è, a differenza della terra, assolutamente libero, ovvero privo di delimitazioni sia fisiche che concettuali che ne delimitino la sua estensione in zone o aree distinte. Ciò ha dato via libera alla totale manipolabilità, ritenuta assolutamente legittima in linea teorica, dei confini dell'ordinamento, esponendo la terra ai rischi di uno stato generalizzato, talvolta latente talaltra conclamato, di guerra civile planetaria permanente. A ciò va aggiunto che la comparsa di immensi spazi liberi nei territori d'oltreoceano è stata accompagnata dalla disgregazione dell'unità ecumenica dell'Occidente simboleggiata dalla diarchia tra Papato ed Impero, cui ha fatto seguito, a partire dal XVI secolo, l'edificazione degli Stati nazionali ciascuno dei quali, operando sul piano giuridico internazionale come persone morali depositarie uniche dello "jus belli", si contrappongono gli uni verso gli altri senza essere sottoposti ad alcuna autorità sopranazionale comune, ma presentandosi come soggetti sovrani egualmente "giusti", in virtù del principio che "par in parem non habet jurisdictionem". Ora, in una condizione di potenziale anarchia qual è quella così delineatasi, in che misura è lecito parlare di un ordinamento internazionale legittimo in epoca moderna o, se lo si preferisce, in che modo è fattualmente possibile limitare l'esercizio della guerra tra Stati sovrani, essendo questi ultimi titolari di pari diritti?

A prima vista la risoluzione di questo problema sembra legata al filo sottile dei trattati, vale a dire alla volontaria - e quindi assolutamente accessoria - sottomissione al principio "pacta sunt servanda" da parte dei singoli soggetti statali. Da ciò deriva il carattere problematico e particolarmente precario assunto dal diritto interstatale nel quadro di una comunità internazionale costituita da egoisti, per i quali la capacità di eludere i propri obblighi diventa un'arte sottile. Fintanto che l'esercizio arbitrario della propria libertà da parte dei singoli Stati, formalmente illimitato, è rimasto vincolato ad una concezione dello spazio legata al possesso fisico della terra, la solidità strutturale del "nomos" non è stata comunque compromessa, ma l'apertura delle rotte commerciali oltreatlantiche ha esposto il continente europeo, con il suo particolarissimo status giuridico connesso ad una concezione del mondo di stampo aristotelico e quindi autoriferita, di fronte alla percezione della vastità potenzialmente illimitata del globo ed alla consapevolezza dell'esistenza, al di là di una superficie marina non suscettibile di occupazione fisica e sulla quale, quindi, nessuna giurisdizione poteva essere fatta valere, di terre rimaste libere e in quanto tali occupabili al di fuori dei meccanismi di autoregolamentazione vigenti tra le Potenze continentali. Inizialmente si tentò di circoscrivere le modificazioni spaziali così intervenute all'interno dell'ordinamento giuridico dato, tramite il ricorso alla prassi delle conferenze di pace, nell'ambito delle quali le grandi Potenze procedevano ad una legittimazione di fatto delle acquisizioni territoriali tramite un riconoscimento giuridico formale, fondato sull'idea di una unità spaziale e culturale europea, in virtù del quale esse venivano inscritte nell'orizzonte concettuale, se non fisico, dell'Occidente europeo.

Ma ormai, per le ragioni fin qui esposte, il Vecchio Continente aveva smarrito l'idea di una direttrice spaziale unitaria e la dialettica degli imperialismi espansivi contrapposti a suo tempo denunciata da Haushofer fece il resto, introducendo una concezione del tutto inusitata del diritto bellico. In polemica con il ginevrino Hans Wehberg il quale, in ossequio ad una chiave interpretativa di derivazione kantiana definiva come "anarchico" ogni uso della forza in campo internazionale, Carl Schmitt riconobbe piena legittimità alla guerra in osservanza del principio che, essendo il fine ultimo del diritto quello di risolvere i conflitti e ristabilire la pace, l'uso della violenza organizzata, ovvero la guerra, diviene uno strumento giuridico lecito per raggiungere il risultato cui tende il diritto ogni qualvolta esso non possa essere soddisfatto per mezzo di trattative diplomatiche o mezzi di pressione psicologica. Il problema di fronte al quale si trova il moderno pensiero filosofico - giuridico non è quindi quello del riconoscimento del valore normativo della guerra in se, essendo quest'ultimo del tutto ovvio, quanto piuttosto l'individuazione del valore "totalizzante" da essa assunto nel contesto giuridico internazionale seguito alla scoperta del Nuovo Mondo che, come si è detto, è caratterizzato dal venir meno del legame tra ordinamento e localizzazione. In un'ottica siffatta viene a mancare l'idea stessa della guerra terrestre continentale intesa come pura guerra di combattenti, ovvero scontro tra eserciti statali contrapposti che riconosca il valore dell'avversario come "justus hostis" e la separazione della sfera militare da quella civile e religiosa. Essa viene soppiantata da una guerra d'annientamento totale, scatenata il più delle volte, per una sorta di paradosso, in nome di ideologie tendenti all'eliminazione della guerra e resa ancora più distruttiva dalla sua stretta relazione con la tecnica.

Un nuovo "nomos" della terra?

Al problema della rivoluzione spaziale planetaria il diritto interstatale dello "jus publicum Europaeum" aveva tentato di far fronte elaborando istituti giuridici adatti, presumendo, del tutto arbitrariamente, che il diritto potesse avere sempre un valore normativo rispetto ai rivolgimenti storico-politici. Dissoltosi però il principio della territorialità inteso come punto nodale dei rapporti di forza vigenti sul piano internazionale è subentrata, come si è cercato di dar conto finora, una concezione globale degli stessi, in cui sono la libertà spazio-temporale e, in definitiva, i fattori economici a definire l'ordine giuridico delle diverse aree omogenee in cui si articola il mondo. A questo proposito Massimo Cacciari ha molto acutamente osservato che "la Gewalt del libero commercio scioglie lo jus publicum Europaeum da ogni positivo rapporto col luogo. Lo spazio universale dello scambio economico, la "libertà" planetaria dei suoi negotia, non è già più spazio - o, meglio, è puro spazio, pura forma dello spazio, ideale-astratta, indifferente ad ogni determinazione individua di luogo. Alla famiglia degli Stati europei nazionali, subentra una "generalità senza spazio e senza terra", una universalità disincarnata da ogni terra e da ogni luogo. E all'universo del diritto interstatale il pluriverso, senza ordine e senza determinatezza, "di patti contraddittori e vuoti", giustificati solo a posteriori sulla base di dubbi precedenti artificialmente generalizzati". In altri termini il mondo che prima era fondato sul possesso della terra vive ora per intero in maniera nomade, nell'assenza di un legame stabile con essa. La fisionomia agricola e stanziale di quel mondo, che aveva consentito l'atto d'origine dello Stato moderno, è definitivamente scomparsa, sostituita dalla strumentalità tecnologica e dagli schemi formalizzati dello scambio e dell'economia. Le chiavi di lettura di questo nuovo mondo sfuggono quindi completamente a quel pensiero giuridico eurocentrico che aveva fondato il vecchio "nomos" della terra. Tutto ciò lascia supporre che un nuovo ordinamento giuridico-spaziale planetario, del quale ancora non s'intravedono i segni, potrà scaturire solo da una più attenta comprensione della complessa artificiosità dell'ordine convenzionale.