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  1. #1
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    Predefinito L'Essenza del meridionalismo

    Se “nessuno è più schiavo di colui che si ritiene
    libero senza esserlo”(1), la Padania,
    suo malgrado, è una terra popolata da un
    grande numero di individui che, nella loro insana
    quanto autodistruttiva illusione, travisano
    misere garanzie e residuali concessioni sprezzantemente
    elemosinate dall’alto, come fossero
    aurei e fulgidi galloni, lealmente conquistati sul
    campo di battaglia o ancora i benefici effetti assicurati
    da un sistema tutto sommato incardinato
    su principi legalistici e democratici. Ma i
    problemi non si risolvono certo facendosi beffe
    di quelle catene che ostinatamente si vuol negare
    esistano: magari a qualche padano sarà anche
    capitato di aver meritatamente vinto un
    concorso per l’assegnazione di un pubblico impiego;
    o forse sarà stato anche il fortunato assegnatario
    di una casa popolare; alle poste, nelle
    stazioni, negli ospedali sarà stato persino gentilmente
    trattato da individui che non si sentivano
    in dovere di credersi i depositari di una
    cultura diversa e superiore; e che dire delle
    scuole o delle università: a qualcuno sarà pur
    successo di prendere parte a una lezione, addirittura
    di storia, in cui il vernacolo utilizzato
    per l’esposizione non fosse spiccatamente levantino
    o che l’esposizione stessa non contenesse
    i germi di una visione filosofica romanofila
    e romanocentrica, impregnata del mito della
    “Roma caput mundi”; e ancora, a qualche padano
    sarà anche sicuramente successo di aver varcato
    l’aula di un tribunale ed essere stato ivi
    giudicato da un magistrato che riuscisse a comprendere
    le sue ansie, i suoi dubbi, la sua mentalità,
    la sua “tavola di valori”, e ancor prima,
    naturalmente, la sua stessa lingua!
    Tutto ciò, ribadisco, sarà avvenuto di sicuro e,
    col beneficio del dubbio, potrà anche non trattarsi
    delle classiche eccezioni che confermano
    la regola. Quello che importa è ben altro dato,
    sconfortante in tutta la sua lapalissiana concretezza:
    infatti, gli esempi addotti - che peraltro
    sono solo una piccola parte di tutta una congerie
    di situazioni che potrebbero essere richiamate
    - sono al contempo epifenomeno patologico
    di un processo disgregatore e pretesto di
    neghittosa inazione. Cioè a dire, la presenza di
    tale miriade di fattispecie delinea senza mezzi
    termini il perverso assetto materiale “istituzionalizzato”
    nel tessuto economico-sociale-culturale
    della Padania, nonché subliminalmente
    formalizzato come buono e giusto dai suoi interessati
    sostenitori. La sua operatività, difatti, si
    è retta e si regge tuttora su assurde ideologienel
    senso più deteriore del termine -, su artificiosi
    quanto surrettizi principi, su premesse
    tanto errate quanto passivamente condivise: ed
    è solo grazie alla straordinaria opera di analisi,
    di critica, di studio, - oltre alle innumerevoli
    battaglie combattute - del movimento e dell’opinione
    pubblica padanista che si sta ingenerando
    un positivo effetto “torpedine”, grazie al
    quale si dovranno via via ridestare le coscienze
    ancora assopite dal cloroformio romano-meridionalista.
    Il pernicioso procedimento è stato costruito
    ad arte e ha garantito (e tuttora, purtruppo,
    continua a garantire) ai suoi artefici un elevato
    rapporto benefici-costi: e ciò sostanzialmente,
    bisogna dirlo, grazie a una serie di fattori predicati
    al “modus operandi” dei padani durante numerosi
    decenni: acquiescenza, timore, interesse
    personale, opportunismo, miopia, disillusione,
    rassegnazione, frustrazione…E , come dice il
    proverbio, “chi è causa del proprio mal pianga
    se stesso”!
    Quel che è fuor di dubbio è che la scaturigine
    di tale circolo vizioso è da ricondursi al cosiddetto
    “problema del free-rider”, che un illustre
    economista ha recentemente illustrato in un illuminante
    saggio(2).
    Il “free-rider” (o “battitore libero”) è “uno che
    si assicura i profitti del bene o del servizio di
    consumo collettivo senza partecipare affatto alla
    condivisione dei costi”. “…ognuno avrà moti-
    L’essenza del meridionalismo
    di Cristian Merlo
    (1) J.W. Goethe, Massime e riflessioni,II, 5
    (2) J.Buchanan, I limiti della libertà (Milano: Rusconi,1998),
    pp. 92-95

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  2. #2
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    Predefinito

    22 - Quaderni Padani Anno VI, N. 27 - Gennaio-Febbraio 2000
    non solo sistematica negazione-esclusione dal
    godimento dei benefici fisiologicamente e giuridicamente
    connessi con la detenzione delle
    più elementari situazioni soggettive attive - diritti,
    potestà, aspettative, interessi legittimi,
    status - ma soprattutto - quel che è più grave -
    quotidiana erosione dei pur labili spazi operativi
    tendenti a garantire le più che legittime rivendicazioni
    degli “incisi-discriminati”(9) di “rimanere
    all’interno di un nucleo di ragionevoli
    aspettative di rinegoziazione” (J.Buchanan). E
    questo affinché si possa ri-definire i logici e ovvi
    equilibri distributivi delle suddette situazioni
    soggettive attive, lesi da decenni di ignobile
    sfruttamento coloniale. In soldoni questo significa
    che i cittadini padani, oltre a non poter disporre
    di diritti sacrosanti che sarebbero tutelati
    in qualsiasi parte del mondo civile(10), si trovano
    immersi, loro malgrado, nelle paludi del
    pretestuoso e parassitario immobilismo romano,
    che trae vitalità e prosperità proprio dalla
    soppressione di qualsiasi istanza riguardante la
    necessità di impostare scelte nuove per ri-trattare,
    ogniqualvolta sia opportuno, le proprie
    posizioni e i propri ruoli sociali sulla base di parametri
    del tutto divergenti da quelli vigenti,
    oltreché per selezionare gli strumenti appropriati
    per attuare le risultanze di quelle trattative.
    La bontà di tali propositi si riscontra espressamente
    e si rinvigorisce nell’idea di un processo
    di una specifica autoregolamentazione locale,
    intesa come espressione di una dimensione
    psicologica e spirituale “egoisticamente”(11)
    orientata alla realizzazione concreta di obiettivi
    e finalità, avvalendosi di mezzi e modalità presuntivamente
    impliciti in quei canoni di etica
    pubblica e moralità individuale che da sempre
    informano il nostro modo di essere, pensare,
    produrre. Secondo tale prospettiva, infatti, le
    distinte esigenze, le personali necessità e i propositi
    soggettivi dovranno essere sempre assecondati,
    fintanto che ciò non comporti degli
    scompensi irriducibili all’interno del corpo sociale,
    pregiudicando, da ultimo, la stessa con-
    (9) Con tale espressione si ribadisce, se ce ne fosse bisogno,
    che l’inesausta e arbitraria estensione di benefici a favore di
    talune categorie - a detrimento di altre - è tendenzialmente
    concretata attraverso il prelievo forzoso di ricchezza appartenente
    a quegli stessi individui che sono poi anche immutabilmente
    esclusi dall’ estensione. Va da sé, per converso, che
    i privilegiati godano oltremodo di dispense ed esenzioni per
    quanto concerne gli atti di compartecipazione obbligatoria
    alla formazione dei cosiddetti beni prestazione, costituiti
    dalle disponibilità economico-finanziarie necessarie per il
    conseguimento di utilità future, sussumibili nella sfera dei
    compiti e delle funzioni che un moderno stato di diritto ha il
    dovere di conseguire. In tali casi, il vincolo impositivo che
    grava sui soggetti in questione o si esplicita sotto forma di
    prelievi per lo meno sproporzionati rispetto alle provvidenze
    assegnate (detrazioni, detassazioni), o sotto forma di interventi
    di mera facciata, di interlocutori “pro forma” (esenzioni
    a vario titolo, aliquote agevolate…), o addirittura attraverso
    una vera e propria complicità nell’incentivare la messa
    in atto di comportamenti omissivi (la evidente avversione
    nel sanzionare gli innumerevoli casi di comprovata evasione
    fiscale).
    (10) Proprio perché questi diritti e queste aspettative sono il
    portato diretto e immediato di autoevidenti regole di giustizia
    e di principi etico-sociali universalmente riconosciuti,
    che, checché se ne dica, sono manifesti e palesi anche nella
    Costituzione vigente: la possibilità di poter concorrere a usufruire
    di talune opportunità, in virtù del possesso di idonei
    requisiti senza essere regolarmente discriminati, è uno scontato
    corollario del principio di imparzialità (combinato disposto
    articolo 51 e articolo 97); così come quella di poter beneficiare,
    in maniera equa, di utilità e vantaggi cui si è partecipato
    alla costituzione, in ragione della propria capacità contributiva,
    è una evidente conseguenza del principio di uguaglianza
    (combinato disposto articolo 3 e articolo 53); ancora,
    il diritto di poter accedere - ceteris paribus - a ricoprire cariche,
    funzioni, mansioni per via di qualificanti parametri legati
    al fatto di vivere e conoscere la realtà di una determinata
    area o quello di vedersi destinare una congrua quota del gettito
    fiscale prodotto sul proprio territorio per la risoluzione
    degli specifici problemi locali costituiscono un’intuitiva
    esplicitazione del principio fondamentale dell’autonomia degli
    Enti Locali (art. 5 Costituzione) e di quello della sussidiarietà,
    tante volte proclamato e sancito da norme comunitarie
    (cfr. art. 3B, secondo comma del Trattato di Maastricht).
    Tant’è che se se “l’esercizio delle responsabilità pubbliche deve,
    in linea di massima, incombere di preferenza sulle autorità
    più vicine ai cittadini” (art. 4.3, Parte I della “Carta Europea”),
    “le collettività locali hanno diritto, nell’ambito della
    politica economica nazionale, a risorse proprie sufficienti, di
    cui possano disporre liberamente nell’esercizio delle loro
    competenze” (art. 9.1 della suddetta Carta). Ma per l’ordinamento
    italiota sono semplicemente parole al vento, da recepire
    formalmente in disposizioni interne affinché restino per
    sempre…LETTERA MORTA! Quando, invece, se correttamente
    inteso e applicato, il suddetto principio di sussidiarietà
    condurrebbe alla eliminazione di quelle “competenze garantite”
    illiberali e liberticide, espressione di un apparato centralista
    e centripeto, apportando, se non altro, una effettiva “destrutturazione
    complessiva delle competenze con una concorrenza
    Comunità (locale, n.d.a.)-Stato-Regioni retta da un
    principio di utilità comunitaria”. (Chiti)
    (11) L’accezione di “egoismo” va qui intesa in senso lato, implicando
    delle connotazioni e della valenze tutt’altro che negative:
    essa, infatti, è assimilabile a quella condizione definita
    da uno studioso contemporaneo come “individualismo
    sano e rettamente inteso”…”interessato ad obiettivi a lunga
    scadenza , [che] cerca di trarre benefici per sé e per le persone
    care su basi sempre più razionali…Tale individualismo rigetta
    ogni forma di delirante degenerazione pseudo-individualista:
    il narcisismo, l’ingordigia, l’edonismo…” Tibor Machan,
    su La Padania, 12-12-98
    Anno VI, N. 27 - Gennaio-Febbraio 2000 Quaderni Padani - 23
    cretizzazione egoistica degli obiettivi. Le idee,
    le aspirazioni, i sogni, le illusioni di ogni singola
    persona possono tingersi coi colori della progettuale
    realizzabilità e del pragmatico realismo
    solo se avranno potuto trovare armonica
    composizione nell’ambito della vita d’insieme;
    tuttavia, l’insopprimibile punto di partenza e
    l’indefettibile fondamento positivo dovrà essere
    riscontrato, senza eccezioni, nell’individuo, in
    qualità di momento di sintesi dei nuclei essenziali
    dei singoli diritti, doveri e libertà, nonché
    di referente soggettivo ultimo della loro tutela.
    Però, sino a ora, qualsiasi tentativo diretto a
    render palese e manifesto tale stato di cose, a
    scandagliarne le cause più remote, rimarcarne
    i sintomi, denunciarne gli effetti più squalificanti,
    viene metodicamente, a seconda dei casi,
    blandito, misconosciuto, mistificato o opportunisticamente
    travisato; così come ogni proposta
    e ogni serio progetto di riforma, suscettibili
    di apportare modifiche sostanziali e feconde
    prospettive di rinnovamento, vengono, di
    volta in volta, stigmatizzati, vituperati, tacciati
    di velleitarismo, populismo, disfattismo, sfascismo,
    razzismo… insomma tutto e il contrario
    di tutto! E questo solo ed esclusivamente affinché,
    gattopardescamente, la sostanza delle cose
    possa continuare a conservarsi così com’è:
    specie in quella struttura socio-politica orrendamente
    polarizzata e cristallizzata, dagli
    agenti teratogeni statalisti, in forme vieppiù
    ibride e mostruose. Il regime cerca, con ogni
    squallido artifizio e con ogni sorta di machiavellico
    inganno, di sedare, frenare, edulcorare -
    dove non sia possibile far altro - tutte quelle
    spinte innovatrici che promanano direttamente
    dai gangli di quei corpi sociali padani che
    hanno finalmente compreso la sesquipedale
    molestia della imposizione coatta dell’imperante
    “minimalismo esistenziale”. Trattasi cioè
    di tutti coloro che rigettano e aborrono la rassegnata
    accettazione, se non addirittura la stolida
    condivisione, di una concezione raccapricciante,
    deviata, che fa del masochismo autodisprezzante
    una bandiera. Essa conduce, direttamente
    o indirettamente, a una uniformazione
    di giudizio sui vari sistemi di fini oggettivi
    rappresentabili, a una capziosa standardizzazione
    delle scelte comportamentali che sono a
    monte del perseguimento di quei fini, in aggiunta
    a una farisaica stereotipia della gerarchia
    oggettiva di valori puri implicata in quelle
    scelte; tutto ciò non fa che ridondare a vantaggio
    del bieco programma di manipolazione
    delle menti dei colonizzati padani, che devono
    convincersi di adoperarsi per le legittime cause
    egualitariste del…colonizzatore meridionalista.
    In altre parole, si tende a far dimenticare
    che la salvaguardia dei propri legittimi interessi
    (siano essi economici o di altra natura)
    coincide con l’implicita salvaguardia delle preferenze
    e delle decisioni che li hanno determinati
    e prodotti, alle quali sono sottese differenti
    opzioni, ideali e culturali. Tutelare un
    proprio legittimo interesse vuol quindi anche
    dire tutelare quei canoni identitari che contraddistinguono
    un certo di modo di rappresentare
    quell’interesse specifico; così come rinunciare,
    senza giustificato e valido motivo,
    alla sua tutela significa accondiscendere alla
    perdita della propria identità, alla vocazione
    comportamentale che informa il rapporto con
    lo stesso interesse. Per un padano, ad esempio,
    difendere il proprio legittimo diritto al lavoro
    impone la difesa di quei meccanismi comportamentali
    e socio-culturali che definiscono la
    relazione con quel diritto: lavoro inteso come
    attività socialmente e legalmente regolamentata
    per la realizzazione di precise utilità economiche,
    lavoro inteso come mezzo eletto per la
    promozione del proprio equilibrio e della propria
    armonia “antropologica”, o ancora come
    presupposto ontologico in vista della piena
    realizzazione di obiettivi ulteriori. Al contrario,
    rinunciare senza un valido perché al diritto
    di gestire le proprie risorse, anziché di fruire
    di servizi efficienti (in relazione alla propria
    partecipazione contributiva), implica l’abdicazione
    a particolari scelte di razionalismo efficientista
    e di trasparenza meritocratica. L’identità
    padana, come già rimarcato(12), si avvale di
    un patrimonio di valori ben delineato(13), il
    quale necessariamente influisce sulle determinazioni
    afferenti , in ispecial modo:
    - definizione/delimitazione della portata degli
    interessi sottesi a una determinata posizione
    giuridica;
    - prospettazione delle differenti modalità di
    (12) Non si tratta certamente di un asserto prescrittivo, valido
    in se e per se e in assoluto; trattasi, più semplicemente, di
    un affresco empirico-descrittivo di linee tendenziali alquanto
    diffuse, espressive dei caratteri di determinate realtà sociali.
    (13) Se si potesse condensare in pochi tratti caratteristici la
    varietà di tale patrimonio valoriale, si potrebbe forse tentare
    di riassumerla nella seguente triade di principi regolativi:
    autonomia decisionale, responsabilità delle proprie scelte,
    meritocrazia legata agli effetti di tali scelte.
    24 - Quaderni Padani Anno VI, N. 27 - Gennaio-Febbraio 2000
    esercizio di determinati interessi giuridicamente
    tutelati;
    - prospettazione dei procedimenti di salvaguardia
    delle suaccennate modalità di esercizio;
    - regolamentazione degli effetti e delle lecite
    utilità connessi a certe modalità di esercizio;
    Ma v’è di più: per poter attribuire la patente di
    legittimità agli interessi che stanno a valle, bisogna
    far sì che le decisioni e le rappresentazioni
    degli stessi, che stanno a monte, siano conformi
    al cosiddetto concetto proprio o “giuridico” della
    giustizia. Ogni deliberazione in proposito non
    può fare a meno di confrontarsi con l’idea della
    giustizia, in quanto essa procede direttamente
    dall’intima natura della coscienza e il suo riconoscimento
    “inserisce l’uomo in una coordinazione
    intersubiettiva, nella quale il lecito è determinato
    per ciascuno dei soggetti dal rapporto
    con gli altri”. I suoi irrinunciabili elementi fondativi
    sono essenzialmente:
    1) l’alterità/bilateralità di ogni determinazione
    giuridica, per la quale ogni soggetto deve essere
    visto, nella contestualità del caso, l’uno in funzione
    dell’altro;
    2) la parità iniziale tra i soggetti, implicante la
    postulazione dell’ulteriore nozione del contraccambio:
    un soggetto non ha la facoltà di operare
    in un modo distinto rispetto agli altri, “senza
    rendere con ciò legittima o <<giusta>>, nelle
    medesime circostanze, un’eguale operazione degli
    altri in confronto suo”(14);
    3) la reciprocità, alla quale può essere imputata
    “la valutazione di ogni atto nel suo significato
    obiettivo, cioè in quanto esso costituisce un
    mezzo di comunicazione o d’interferenza tra
    soggetto e soggetto, e quindi anche la base per
    un trattamento corrispondente”;
    Se dunque la giustizia “non tocca che il campo
    delle esigibilità reciproche tra soggetti”, si impone
    come apodittico corollario l’esigenza che
    “ogni soggetto sia riconosciuto (dagli altri) per
    ciò che vale, che a ognuno sia attribuito (dagli
    altri) ciò che gli spetta”(15).
    Orbene, stando così le cose, si può certamente
    affermare, senza tema di smentite, che i nostri
    principi normativi, nell’ottica in cui li abbiamo
    definiti, integrano tendenzialmente l’ipotesi di
    conformità al paradigma di giustizia cui accennavamo:
    nessuna analisi empirica o documentazione
    storica potrà mai affermare il contrario! E
    questo proprio in base allo specifico retroterra
    culturale e al peculiare habitus mentale padano,
    che ha sempre permesso di affrontare delle scelte
    ancorandole, pragmaticamente, all’ethos di
    giustizia connaturato nella stabile libertà dei
    rapporti interindividuali, funzionale al singolo
    per divenire il demiurgo del proprio orizzonte
    operativo e l’artefice di un appagante processo
    di aspettative inesplorate o di impensabili nuove
    vie all’autoregolamentazione dei propri interessi(
    16). È solo nella libertà che la giustizia si vivifica
    e l’individuo ottimizza il proprio benessere!
    Per converso, non può dirsi lo stesso per coloro
    (14)Tale concetto è anche esprimibile come “una virtuale autorizzazione
    a un atto analogo tra gli stessi soggetti, che per
    ipotesi abbiano invertito le loro parti”.
    (15) Le notazioni citate sono state tratte da Enciclopedia Filosofica
    Sansoni, vol. 3 (Firenze: Sansoni, 1968), pp. 254-255
    (16) Per descrivere l’entusiasmante tensione ideale, l’inesausta
    propensione alla libera progettualità e alla costruttiva e fattiva
    laboriosità che da sempre animano i nostri popoli, si possono
    addurre a esempio le straordinarie parole di quello straordinario
    lombardo che fu Carlo Cattaneo, nel tratteggiare mirabilmente
    le caratteristiche distintive riscontrabili nella realtà
    storico - sociale della sua amata terra : “S’intraprese il censo
    di tutti i beni dietro un principio che poche nazioni finora
    hanno compreso. Si estimò in una moneta ideale, chiamata
    scudo, il valor comparativo d’ogni proprietà.Gli ulteriori aumenti
    di valore che l’industria del proprietario venisse operando,
    non dovevano più considerarsi nell’imposta; la quale
    era sempre a ripartirsi sulla cifra invariabile dello scudato.
    Ora, la famiglia che duplica il frutto dè suoi beni, pagando
    tuttavia la stessa proporzione d’imposte, alleggerisce di una
    metà il peso, in paragone alla famiglia inoperosa, che paga lo
    stesso carico, e ricava tuttora il minor frutto.Questo premio
    universale e perpetuo, concesso all’industria, stimolò le famiglie
    a continui miglioramenti. Tornò più lucroso raddoppiare
    colle fatiche e coi risparmi l’ubertà d’un campo, che posseder
    due campi, e coltivarli debolmente. Quindi il continuo interesse
    ad aumentare il pregio dei beni fece sì che col corso del
    tempo e coll’assidua cura il piccolo podere pareggiò in frutto
    il più grande;... Dalla metà del secolo in poi si attivò un’immensa
    divisione e suddivisione di beni; il numero dei possidenti
    e degli agiati crebbe nella proporzione stessa in cui
    crebbero i frutti. Si cominciò a sciogliere i fedecommessi, che
    univano nelle famiglie la noncurante opulenza dei primogeniti
    con la povertà, l’umiliazione, la forzata carriera dei cadetti e
    delle figlie. Si abolirono le mani morte; si rimisero nella libera
    contrattazione i loro sterminati beni; si alienarono i pascoli
    communali; si riordinarono le amministrazioni dè municipi;
    si rivocò l’educazione publica a mani docili e animate dallo
    spirito del secolo e del governo; si abolirono i vincoli del commercio,
    la schiavitù dei grani, quasi tutte le mete dei commestibili,
    e i regolamenti che inceppavano le arti....Si apersero le
    strade; si soppressero barriere e pedaggi;...Si abolirono le preture
    feudali, in cui per conto di privati si mercava la giustizia...
    Regnò la tolleranza di tutti i culti; e si aperse ospite soggiorno
    agli stranieri che apportavano esempi di capacità e
    d’intraprendenza....Il povero riceve una più generosa parte di
    soccorsi che altrove”. C. Cattaneo, Lombardia antica e moderna
    (Firenze: Sansoni, 1991), pp. 85-86-98
    Anno VI, N. 27 - Gennaio-Febbraio 2000 Quaderni Padani - 25
    che sin dall’inizio abbiamo definito come “free-riders”:
    proprio perché essi non confidano nella
    bontà operativa della stabile libertà delle relazioni
    sociali, e si abbandonano alla convinzione che
    “chi detiene un potere (o dei mezzi economici)
    non li ha in forza dell’applicazione di regole istituzionali,
    da tutti conosciute e riconosciute - e in
    genere per una unità di tempo determinata - ma
    in virtù di attitudini personali, di relazioni privilegiate,
    o per l’efficacia di una tradizione inveterata
    ed immutabile”(17). Inevitabilmente ne consegue,
    da un punto di vista logico, il totale disconoscimento
    dei rapporti personali basati sul mutuo
    riconoscimento delle proprie posizioni reciproche
    e paritarie: in quest’ottica svanisce la
    concezione di individuo libero rapportato a un
    altro individuo libero, il cui interagire è dimensionato
    su riferimenti che, per forza di cose, contemplano
    l’equa e legittima esigibilità delle rispettive
    azioni. Ad essa si sostituisce la visione di
    un mondo incentrata su ben altre premesse, in
    cui i legami intersubiettivi si connotano per dei
    requisiti affatto differenti: i nessi che avvincono
    il liberto al suo patrono, il cliente al suo protettore,
    lo schiavo al suo padrone. “È da questi naturali
    <<protettori>> che il singolo attende favori,
    altrimenti dovuti (secondo le leggi vigenti), o
    elargizioni graziose, apprestandosi a ricambiare
    la grazia ricevuta con il comportamento di un
    <<fedele>> cliente (comportamento dal contenuto
    molto indeterminato). Chiunque voglia intraprendere
    qualcosa nel Sud, deve tener conto
    sempre di questo diffuso reticolo di omertà, e dei
    rapporti personali di clientela che lo generano,
    fino ai limiti del delitto”(18). Va da sé, a questo
    punto, che le determinazioni, inerenti alla condizione
    e alla funzione individuale di tali elementi
    nella sfera della vita associata, saranno viziate ab
    origine, inficiando così di netto l’essenza del loro
    contenuto; in quanto, come abbiamo visto, esse
    presupporranno delle vere e proprie clausole vessatorie
    nei confronti degli estranei al loro vincolo
    personale, di quanti, proprio per il fatto di essere
    estranei, possono potenziare al massimo le
    prerogative che discendono dall’aver inquadrato
    la propria dinamica di relazione su un piano di
    libera parità. Potenzialmente limitante e limitato,
    il vincolo “cliente-protettore” si rivela invece
    assai proficuo se è in grado di accaparrare le risorse
    necessarie a preservare i suoi meccanismi
    di riproduzione, dallo sfruttamento indebito dei
    liberi (=estranei al vincolo) consenzienti(19). E
    quando i consenzienti, per un motivo o per l’altro
    sono la maggioranza…c’è poco da meravigliarsi
    della catastrofica situazione in cui nostro
    malgrado ci ritroviamo!
    E’ sicuramente necessario intervenire per mettere
    tutti coloro che lo desiderino nella condizione
    di accedere, su basi paritarie, a relazioni sociali
    stabilmente libere, nel rispetto delle peculiari
    modalità di partecipazione di ognuno; ma è altrettanto
    necessario opporsi a qualsiasi mira di
    compressione-ablazione delle nostre rispettive
    posizioni.
    È però doveroso comprendere quanto sia economicamente
    controproducente, oltre che moralmente
    disdicevole, rinunciare a dei diritti sacrosanti,
    che riposano su delle modalità d’esercizio
    rispettose dei dettami di giustizia, per i quali
    si è cooperato (spesso sul proprio territorio) alla
    realizzazione di condizioni favorevoli per uno
    sviluppo efficiente delle utilità lecitamente traibili
    dagli stessi diritti, al fine di consentire ad altri,
    che si sono volontariamente sottratti e costantemente
    si sottraggono a quel contesto di
    cooperazione, il loro esercizio arbitrario e discrezionale,
    secondo principi regolativi di certo non
    conformi al paradigma di giustizia.
    (17) G.Miglio, L’asino di Buridano, (Vicenza:Neri Pozza, 1999),
    pp. 37-38
    (18) Ibidem, p.38
    (19) Pertinente, ancora una volta, risulta il riferimento a due
    esplicativi “bozzetti” storici, esemplarmente evocativi dei deplorevoli
    effetti ingenerati dal rapporto clientelare: “In seguito
    all’esodo massiccio dalle campagne, nel Sud si era costituito
    un nuovo blocco sociale, non più fondato sulla proprietà
    fondiaria, ma urbano, e legato al controllo degli ingenti flussi
    di spesa pubblica, erogati dalla Cassa del Mezzogiorno, e vincolati
    alla crescente espansione del settore terziario. Questo
    nuovo blocco sociale, fondato su ceti medi urbani, improduttivi
    e parassitari, e legati al controllo politico della ripartizione
    delle risorse distribuite dallo mano pubblica, realizza un
    nuovo sistema di potere: da una parte c’è una classe politica
    che ripartisce risorse finanziarie, e dall’altra c’è un elettorato
    di massa, che ricompensa con il voto e la lealtà partitica i benefici
    ricevuti.” Ibidem, p.59
    “La pubblica amministrazione fu così invasa da legioni di laureati
    e diplomati e semplici studenti meridionali, che una volta
    entrati nella cittadella aprirono le porte come uscieri, fattorini,
    archivisti, segretari e così via, a un esercito di parenti e
    amici, meridionalizzando irreversibilmente la burocrazia.
    Che da allora è diventata sinonimo di macchinosità, lentezza,
    ritardi, complicazione, ossequio ai potenti e arroganza
    verso i deboli, caratteristiche tipiche della maggior parte dei
    pubblici impiegati, in quanto retaggio mediterraneo. Al taciturno
    pragmatismo dei piemontesi si sostituì la ciarliera neghittosità
    dei campani e dei romani, assidui pianificatori della
    <<pausa>>, elemento distintivo della mentalità meridionale.”
    Fabrizio di Ferdinando, “Burocrazia italiana 100 anni
    di inettitudine”, su La Padania del 07-10-99, p.11

 

 

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