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    Predefinito Il mistero di Tule e degli Iperborei

    " Tibi serviat ultima Thyle" ( Virgilio, Georgiche, libro I, 30) Con questo verso il poeta latino Virgilio immortalava nella storia non solo le grandezze del principato di Augusto ma anche la storia di Tule, la mitica isola descritta dal navigatore greco Pitea di Marsiglia. Pitea di Marsiglia visse durante IV secolo a.C. ai tempi di Alessandro Magno o comunque poco dopo. Questo personaggio fece un viaggio nel nord Europa e si spinse fino ai limiti del mondo allora conosciuto, fino all'isola di Tule. Il navigatore descrisse il suo viaggio in un libro " Intorno all'Oceano", che sfortunatamente è andato perduto. Buona parte degli eruditi e scienziati dell'antichità non credettero al racconto di Pitea e solo geografi e matematici come Eratostene ed Ipparco considerarono come veritiero il suo viaggio. Infatti il navigatore marsigliese aveva per primo osservato il periodo di sei mesi di luce e sei mesi di buio che è caratteristico delle zone polari e aveva fatto molte rilevazioni di tipo astronomico nelle zone dell'Europa settentrionale. Queste osservazioni erano state convalidate anche dai calcoli degli scienziati greci alessandrini, che avevano già raggiunto le conclusioni di Pitea attraverso un calcolo teorico della posizione degli astri. Tuttavia, molti furono gli oppositori di Pitea e fu forse per questo che l'opera del navigatore ci è giunta in modo frammentario. Il viaggio di Pitea può essere riassunto in questo modo: partito da Marsiglia, costeggiò la Francia e la Spagna e oltrepassò lo Stretto di Gibilterra, evitando la sorveglianza cartaginese. Poi si inoltrò nell'Atlantico e, arrivato in Gran Bretagna, la circumnavigò, e vi raccolse notizie sulla misteriosa isola di Tule. Sebbene Pitea di Marsiglia abbia visitato le miniere della Cornovaglia, lo scopo del suo viaggio deve essere stato principalmente scientifico e solo in minima parte di tipo commerciale. Il grande mistero creatosi con il viaggio di Pitea è l'identificazione dell'Isola di Tule. Collocata da qualche parte nel nord Europa, è stata oggetto di molte discussioni. Fino a qualche tempo fa, si riteneva di identificare l'isola in questione con l'Islanda o con la Groenlandia, ma più recentemente si è pensato di accostarla all'arcipelago delle isole Orcadi o delle Shetland. Personalmente, ritengo che sia più giusto identificare l'isola con l'Islanda poichè quando si parla di Tule si fa riferimento a un'isola sola e non ad un arcipelago. Come già detto in precedenza, l'opera di Pitea è andata perduta e quindi per cercare riferimenti all'isola di Tule bisogna consultare gli antichi testi che ne hanno parlato. Ecco cosa dice Plinio il Vecchio nella sua "Storia Naturale" riguardo a Tule.

    Libro II, 186-187

    " Così succede che, per l'accrescimento variabile delle giornate, a Meroe il giorno più lungo comprende 12 ore equinoziali e 8/9 d'ora, ma ad Alessandria 14 ore, in Italia 15, 17 in Britannia, dove le chiare notti estive garantiscono senza incertezze quello che la scienza, del resto, impone di credere, e cioè che nei giorni del solstizio estivo, quando il sole si accosta di più al polo e la luce fa un giro più stretto, le terre soggiacenti hanno giorni ininterrotti di sei mesi, e altrettanto lunghe notti, quando il sole si è ritirato in direzione opposta, verso il solstizio di inverno. Pitea di Marsiglia scrive che questo accade nell'isola di Tule, che dista dalla Britannia sei giorni di navigazione verso nord; ma certuni lo attestano per Mona, distante circa 200 miglia dalla città britannica di Camaloduno."

    Libro IV, 104

    " A una giornata di navigazione da Tule c'è il mare solidificato, che taluni chiamano Cronio." Da questi due brani si può facilmente capire che Tule si trovava molto vicino al Polo Nord. E' importante il fatto che il mare solidificato (ghiacciato) venga chiamato Cronio, perchè ne " Il volto della luna "di Plutarco, si fa menzione ad un isola di " Crono" situata nell'Oceano Atlantico: "Stavo finendo di parlare quando Silla mi interruppe:<< Fermati, Lampria, e sbarra la porta della tua eloquenza. Senza avvedertene rischi di far arenare
    il mito e di sconvolgere il mio dramma, che ha un altro scenario e diverso sfondo. Io ne sono solo l'attore, ma ricorderò anzitutto che il suo autore cominciò per noi, se possibile, con una citazione da Omero: "lungi nel mare giace un'isola, Ogigia," a cinque giorni di navigazione dalla Britannia in direzione occidente. Più in là si trovano altre isole, equidistanti tra loro e da questa, di fatto in linea col tramonto estivo. In una di queste, secondo il racconto degli indigeni, si trova Crono imprigionato da Zeus e accanto a lui risiede l'antico Briareo, guardiano delle isole e del mare chiamato Cronio. Il grande continente che circonda l'oceano dista da Ogigia qualcosa come 5000 stadi, un po' meno delle altre isole; vi si giunge navigando a remi con una traversata resa lenta dal fango scaricato dai fiumi. Questi sgorgano dalla massa continentale e con le loro alluvioni riempiono a tal punto il mare di terriccio da aver fatto credere che fosse ghiacciato. [...] Quando ogni trent'anni entra nella costellazione del Toro l'astro di Crono, che noi chiamiamo Fenonte e loro - a quanto mi disse - Nitturo, essi preparano con largo anticipo un sacrificio e una missione sul mare.[...] Quanti scampano al mare approdano anzitutto alle isole esterne, abitate da Greci, e lì hanno modo di osservare il sole su un arco di trenta giorni scomparire alla vista per meno di un'ora - notte, anche se con tenebra breve, mentre un crepuscolo balugina a occidente." Plinio e Plutarco potrebbero parlare della stessa isola. Ma adesso vediamo cosa dice il geografo Strabone su Thule:




    Libro IV, 5,5

    ( Strabone prima critica Pitea ritenendolo un imbroglione, ma poi dice " A ogni modo, pare che ( Pitea ) abbia dimostrato di sapersi servire correttamente dei principi che riguardano i fenomeni celesti e la teoria matematica, sostenendo che gli abitanti dei luoghi più vicini alla zona glaciale soffrono di una totale carenza, o comunque limitatezza di frutti coltivati e di animali, e che si nutrono di miglio e di erbe o frutti selvatici e radici: quelli che hanno grano e miele se ne servono anche per farne bevanda; e il grano, poichè il sole non splende mai senza velature, lo battono in grandi stanze, dopo avervi introdotto i covoni: farlo all'aria aperta è impossibile, per la mancanza di sole e per le piogge." Tule non doveva essere sia per la propria posizione geografica che climatica molto fertile. A mio avviso Thule è da identificarsi con l'Islanda, che secondo quanto dicono gli "Atlantologi", dovrebbe essere un residuo di Atlantide. E' interessante il mito descritto da Plutarco che parla di un'isola in cui è prigioniero Crono. Siccome Cronide è definito il mare ghiacciato, il mito dell'isola di Crono potrebbe essere la rappresentazione allegorica della condizione attuale di una parte del continente atlantico. Si potrebbe infatti interpretare così: l'isola di Atlantide ( Crono), dopo un lungo periodo di prosperità ( età di Saturno), venne intrappolata dai ghiacci, a seguito di una grande catastrofe ( la stessa catastrofe che fece scomparire la maggior parte delle isole di Atlantide che si trovavano molto più a sud dell'Islanda). Il mistero di Tule comunque non finisce qui. Nel nord Europa, secondo gli antichi, viveva una popolazione leggendaria, che veniva chiamata "Iperborei". Forse gli Iperborei erano gli abitanti dell'isola di Thule e quindi appartenenti alla stirpe degli abitanti di Atlantide? Tule potrebbe essere l'isola degli Iperborei descritta da Diododro Siculo? Gli Iperborei potrebbero aver influenzato i pre-celti nella costruzione dei siti astronomici? Diodoro Siculo nella sua " Biblioteca Storica" ci parla del popolo degli Iperborei e delle loro usanze, ecco cosa dice: " Biblioteca storica, Diodoro Siculo, libro II, 4747. Dal momento che abbiamo riservato una descrizione alle parti dell'Asia
    rivolte a nord, crediamo che non sia fuori luogo trattare le storie che si raccontano a proposito degli Iperborei. In effetti, tra coloro che hanno registrato gli antichi miti, Ecateo e alcuni altri affermano che nelle regioni poste al di là del paese dei Celti c'è un'isola non più piccola della Sicilia; essa si troverebbe sotto le Orse e sarebbe abitata dagli Iperborei, così detti perché‚ si trovano al di là del vento di Borea. Quest'isola sarebbe fertile e produrrebbe ogni tipo di frutto; inoltre avrebbe un clima eccezionalmente temperato, cosicché‚ produrrebbe due raccolti all'anno. Raccontano che in essa sia nata Leto: e per questo Apollo vi sarebbe onorato più degli altri dei; i suoi abitanti sarebbero anzi un po' come dei sacerdoti di Apollo, poiché‚ a questo dio si inneggia da parte loro ogni giorno con canti continui e gli si tributano onori eccezionali. Sull'isola ci sarebbe poi uno splendido recinto di Apollo, e un grande tempio adorno di molte offerte, di forma sferica. Inoltre, ci sarebbe anche una città sacra a questo dio, e dei suoi abitanti la maggior parte sarebbe costituita da suonatori di cetra, che accompagnandosi con la cetra canterebbero nel tempio inni al dio, celebrandone le gesta. Gli Iperborei avrebbero una loro lingua peculiare, e sarebbero in grande familiarità con i Greci, soprattutto con gli Ateniesi e i Delii: avrebbero ereditato questa tradizione di benevolenza dai tempi antichi. Raccontano poi anche che alcuni Greci siano giunti presso gli Iperborei, e vi abbiano lasciato splendide offerte con iscrizioni in caratteri greci. Allo stesso modo anche Abari sarebbe anticamente venuto dagli Iperborei in Grecia, rinnovando la benevolenza e le relazioni con i Delii. Dicono poi che da quest'isola la luna appaia a pochissima distanza dalla terra, e con alcuni rilievi quali quelli della terra chiaramente visibili su di essa. Si dice inoltre che il dio venga nell'isola ogni diciannove anni, periodo in cui giungono a compimento le rivoluzioni degli astri - e per questo motivo il periodo di diciannove anni viene chiamato dagli Elleni "anno di Metone". In questa sua apparizione, il dio suonerebbe la cetra e danzerebbe di continuo ogni notte dall'equinozio di primavera fino al sorgere delle Pleiadi, compiacendosi dei propri successi. Regnerebbero sulla città e governerebbero il recinto sacro i cosiddetti Boreadi, discendenti di Borea, e si trasmetterebbero di volta in volta le cariche per discendenza. " Riguardo ai contatti avuti tra greci ed iperborei, Erodoto ci riferisce alcune notizie nel libro IV (33-35) che confermano il legame religioso tra il culto di Apollo degli abitanti di Delo e degli Iperborei. Ovviamente ciò che accomuna questi due popoli è l'interesse comune per l'astronomia, che è caratteristico delle popolazioni di cultura atlantidea: " Ma più di tutti ne parlano (degli Iperborei) i Delii, affermando che offerte avvolte in paglia di grano provenienti dagli Iperborei giungono in Scizia e che dagli Sciti in poi i popoli vicini, ricevendone uno dopo l'altro, le portano verso occidente assai lontano, fino all'Adriatico, e di là, mandate innanzi verso sud, primi fra i Greci le ricevono i Dodonei, e da questi scendono al golfo Maliaco e passano in Eubea, e una città le manda all'altra sino a Caristo, e dopo Caristo viene lasciata da parte Andro, perché sono i Caristi quelli che la portano a Teno, e i Teni a Delo. Dicono dunque che in tal guisa queste sacre offerte giungono a Delo, e che la prima volta gli Iperborei mandarono a portare le offerte due fanciulle, che i Delii dicono si chiamassero Iperoche e Laodice e che insieme a queste per ragioni di sicurezza gli Iperborei mandarono anche come scorta cinque cittadini, quelli che ora sono chiamati Perferei e godono in Delo grandi onori. Ma, poiché gli inviati non tornavano gli Iperborei ritenendo cosa assai grave se fosse sempre dovuto accadere che inviando dei delegati non li riavessero più indietro, allora, portando ai confini le offerte sacre avvolte in paglia di grano, le affidarono ai vicini raccomandando loro di mandarli innanzi dal proprio a un altro popolo. Raccontano che queste offerte giungano a Delo mandate innanzi in tal modo, e io stesso so che si pratica un rito simile a questo che ora esporrò: le donne tracie e peonie, quando sacrificano ad Artemide regina, offrono un sacrificio usando paglia di grano. Dunque so che fanno così, mentre in onore delle fanciulle venute dagli Iperborei e morte a Delo, le giovani e i giovani delii si recidono le chiome. Le une, tagliandosi prima delle nozze un ricciolo e avvoltolo intorno a un fuso, lo depongono sulla tomba - la tomba è sulla sinistra per chi entri nell'Artemisio, e le sorge accanto un olivo-, mentre tutti i ragazzi delii, avvolta una ciocca di capelli attorno a uno stelo verde, la depongono anch'essi sul tumulo. Esse quindi ricevono tali onori dagli abitanti di Delo. I Delii stessi poi raccontano che anche Arge e Opi, vergini iperboree, sarebbero giunte a Delo ancora, prima che Iperoche e Laodice, facendo lo stesso viaggio. Ma aggiungono che queste ultime sarebbero venute per portare ad Ilizia il tributo che gli Iperborei si erano imposti in compenso del rapido parto, e che Arge e Opi invece vennero insieme alle divinità stesse; e che a queste vengono resi onori diversi; per loro le donne raccolgono offerte, invocandone i nomi nell'inno composto da Olen, poeta di Licia, ed avendoli appresi da esse gli isolani e gli Ioni invocano nei loro inni Opi e Arge chiamandole a nome e raccogliendo offerte - questo Olen venuto dalla Licia compose gli altri antichi inni che si cantano a Delo - e usano la cenere delle cosce bruciate sull'altare gettandola sulla tomba di Opi e Arge. La loro tomba è dietro l'Artemisio, rivolta verso oriente, vicinissima alla sala da banchetto dei Cei." Probabilmente questo antico contatto tra delii e iperborei avvenne per il fatto di possedere un culto in comune. Tale culto potrebbe risalire al periodo atlantideo, quando la Grecia, come si può dedurre dal "Crizia" di Platone, era un'importante potenza politico - militare. E' da sottolineare il fatto che gli iperborei di Erodoto, con molta probabilità, sono i discendenti degli iperborei vissuti al tempo della civiltà atlantidea. Gli iperborei di Erodoto sono stanziati in una zona imprecisata dell'Europa orientale. Inoltre in Plinio, gli Iperborei sono popolazioni non ben identificate del nord-est europeo. Secondo l'erudito romano, gli Iperborei sono stanziati oltre i monti Ripei (Urali) e precisamente molto vicino al polo nord. Lo stesso dice: " Alle spalle di quei monti (Ripei) e oltre il vento del nord si trova un popolo fortunato - se dobbiamo crederci! -, cui è stato dato il nome di Iperborei; vivono sino a un'età carica di anni, e sono rinomati per mitiche meraviglie. Si crede che lì si trovi uno dei poli su cui il cosmo è imperniato, e lì termini il giro delle stelle; la luce vi durerebbe sei mesi, quando il sole è di faccia; non però, come dicono gli incompetenti, dall'equinozio primaverile all'autunno. In realtà, questa gente vede sorgere il sole una volta all'anno, al solstizio estivo, e una volta tramontare, a quello di inverno. La zona è solatia e di clima felicemente temperato, esente da ogni aria nociva. Le loro case, boschi e foreste; i culti divini si svolgono singolarmente, o per raggruppamenti; le lotte intestine sono ignorate, e così pure qualsiasi malattia. La morte viene solo per sazietà di vivere [...]" Come si può leggere, è un'altra terra felice e prospera. Penso che la descrizione possa in linea generale (c'è molta fantasia, come nota Plinio)
    rappresentare il nord Europa prima dell'ultima glaciazione. Il fatto che, secondo gli antichi storici, esistesse uno stanziamento umano vicino al polo nord, non può farci pensare altro che né gli Iperborei "pliniani" né quelli descritti da Diodoro siano gli Iperborei contemporanei ai due scrittori, ma sono in realtà gli Iperborei "antidiluviani", che probabilmente abitavano anche l'isola di Tule. Tutto ciò può anche farci pensare che nelle attuali zone circumpolari non dovessero esistere condizioni climatiche sfavorevoli alla vita nell'epoca descritta dai due autori classici (che io colloco alla fine dell'ultima glaciazione). Nella letteratura antica vengono fatti molti riferimenti ad isole situate nell'Atlantico e per quanto riguarda il nostro discorso può venirci in aiuto Eliano che nelle sue " Storie Varie", cita un brano tratto da Teopompo, il quale parla di un'isola abitata nell'Oceano Atlantico. " L'Europa, l'Asia, l'Africa sono isole, circondate dall'Oceano: vi è solo una terra che si possa chiamare continente, ed è la Meropide, che si trova
    al di fuori di questo mondo. La sua grandezza è enorme. Tutti gli animali vi sono di grande mole, ed anche gli uomini sono alti il doppio ed anche la durata della loro vita è doppia della nostra. Vi sono grandi e numerose città, con costumi particolari, e con leggi profondamente diverse dalle nostre.[...]
    Gli abitanti di Eusebes (una città della Meropide) vivono in pace e godono di grandi ricchezze e raccolgono i frutti della terra senza far uso di aratro e buoi: seminare e lavorare non costano loro fatica. Vivono sempre in buona salute, e passano il loro tempo in allegria e nei piaceri. La loro
    giustizia è superiore ad ogni discussione: anche gli dei amano perciò render loro visita. Gli abitanti di Machimos (altra città della Meropide) sono molto bellicosi, si trovano sempre in guerra e tendono a sottomettere le popolazioni confinanti, cosicchè la loro città ha ora il dominio su molti popoli diversi. Essi sono meno di due milioni[...] Una volta decisero di passare in queste nostre isole: attraversato l'oceano, con migliaia e migliaia di uomini giunsero presso gli Iperborei. Ma, avendo saputo che questi erano considerati il popolo più felice tra noi, considerate le loro misere condizioni di vita, ritennero inutile procedere oltre [...]." La descrizione dell'Isola di Meropide ci ricorda vagamente la storia di Atlantide di Platone e a mio avviso questo potrebbe essere uno dei pochi riferimenti ad un'Atlantide precedente alla distruzione finale e che è nel suo periodo di espansione. Probabilmente questi miti e storie che ho collegato insieme si possono riunire in questo modo. Atlantide nel suo periodo di espansione, conquista la terra degli Iperborei (probabilmente l'antica popolazione degli Atlantidei è stata a sua volta conquistata culturalmente da quella più evoluta degli Iperborei) e rende questi ultimi suoi sudditi. Tule, che forse all'epoca era molto più estesa e collegata con all'isola di Atlantide divenne parte dell'Impero Atlantideo e rimase in questa condizione fino alla catastrofe del 9.500 a.C.circa. Il clima cambiò e le zone del nord Europa divennero fredde ed inospitali, provocando l'estinzione dei mammut. Con questi miti la storia di Atlantide diventa più chiara e comprensibile e l'isola di Poseidone è sempre più vicina.

    Axel Famiglini

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    La Razza Iperborea e le sue ramificazioni



    LA RAZZA IPERBOREA E LE SUE RAMIFICAZIONI [1]
    Il limite che si può dare alla nostra dottrina della razza in fatto di esplorazione delle origini cade nel punto, in cui la razza iperborea dovette abbandonare, ad ondate successive, seguenti itinerari diversi, la sede artica, per via del congelamento che la rese inabitabile – nelle opere già citate si è già accennato a quel che rende fondata l’idea, che la regione artica sia diventata quella dei ghiacci eterni solo a partire da un determinato periodo: i ricordi di quella sede, conservati nelle tradizioni di tutti i popoli nella forma di miti varii, ove essa appare sempre come una “terra del sole”, come un continente insulare dello splendore, come la terra sacra del Dio della luce, e così via, sono già, nel riguardo, abbastanza eloquenti. Ora, nel punto in cui si iniziarono le emigrazioni iperboree perisotiche, la razza iperborea poteva considerarsi, fra tutte, quella superiore, la superrazza, la razza olimpica riflettente nella sua estrema purità la razza stessa dello spirito. Tutti gli altri ceppi umani esistenti sulla terra in quel periodo, nel complesso, sembra che si presentassero o come “razze di natura”, cioè razze animalesche, o come razze divenute, per involuzione di cicli razziali precedenti, “razze di natura”. Gli insegnamenti tradizionali parlano in realtà di una civiltà o di una razza antartica già decaduta al periodo delle prime emigrazioni e colonizzazioni iperboree, i cui residui lemurici erano rappresentati da importanti gruppi di razze negridi e malesiche. Un altro ceppo razziale, distinto sia da quello iperboreo che da quello antartico-lemurico, era quello che come razza bruno-gialla occupò originariamente il continente eurasiatico (razza finnico-mongoloide) e che come razza rosso-bruna ed anche, nuovamente, bruno-gialla occupò sia una parte delle Americhe che terre atlantiche oggi scomparse.

    Sarebbe evidentemente assurdo tentare una precisa tipologia di queste razze preistoriche e delle loro combinazioni primordiali secondo caratteristiche esterne. Ad esse ci si deve riferire solo per prevenire degli equivoci e potersi orientare fra le formazioni etniche dei periodi successivi. Anche l’indagine dei crani fossili può dirci ben poco, sia perché non dal solo cranio è caratterizzata la razza, perfino la semplice razza del corpo, sia perché vi sono ragioni per affermare fondatamente, che per alcune di tali razze dei residui fossili non potettero conservarsi fino a noi. Il cranio dolicocefalo, cioè allungato, unito ad un’alta statura e ad una slanciata figura, al colorito biondo dei capelli, chiaro della pelle, azzurro degli occhi, è, come è noto, caratteristico per gli ultimi discendenti delle razze nordiche direttamente calate dalle regioni artiche. Ma tutto ciò non può costituire l’ultima parola; anche a volersi limitare all’ordine positivo, bisogna far intervenire, per orientarsi, le considerazioni proprie al razzismo di secondo grado. Infatti già si è detto che per la razza l’elemento essenziale non è dato dalle semplici caratteristiche corporee e antropologiche, ma dalla FUNZIONE e dal SIGNIFICATO che esse hanno nell’insieme di un dato tipo umano. Dolicocefali di alta statura e slanciata figura si trovano infatti anche fra le razze negridi, e colorito bianco e occhi quasi azzurri si trovano fra gli Aino dell’Estremo Oriente e le razze malesi, stando naturalmente, in tali razze, a significare tutt’altro; né qui si deve pensare solo a delle anomalie o a scherzi della natura, in certi casi potendosi trattare di sopravvivenze somatiche spente di tipi procedenti da razze le quali, nel loro remotissimo periodo zenitale, potevano avere caratteri simili a quelli che, nell’epoca da noi considerata, si trovarono invece concentrati nell’elemento nordico-iperboreo e, qui, accompagnati, fino ad un’epoca relativamente recente, dal significato e dalla razza interna corrispondente. Quanto alle emigrazioni delle razze di origine iperborea, avendo anche di esse parlato nei libri già citati, limitiamoci ad accennare a tre correnti principali. La prima ha presa la DIREZIONE NORD-OVEST SUD-EST raggiungendo l’India e avendo come suoi ultimi echi la razza indica, indo-afgana e indo-brachimorfa della classificazione del Peters. In Europa, contrariamente a quel che si può credere, le tracce di tale grande corrente sono meno visibili o, almeno, più confuse, perché si è avuta una sovrapposizione di ondate e quindi una composizione di strati etnici successivi. Infatti, dopo questa corrente della direzione nord-ovest sud-est (corrente nordico-aria trasversale), una seconda corrente ha seguito la DIREZIONE OCCIDENTE-ORIENTE, in molti suoi rami attraverso le vie del Mediterraneo, creando centri che talvolta debbonsi considerare anche più antichi di quelli derivati dalla precedente ondata trasversale, per il fatto che qui non sempre si trattò di una emigrazione forzata, ma anche di una colonizzazione operata prima della distruzione o della sopravvenuta inabitabilità dei centri originari della civiltà d’origine iperborea. Questa seconda corrente, col relativo tronco di razze, possiamo chiamarla ario-atlantica, o nordico-atlantica o, infine, atlantico-occidentale. Essa proviene in realtà da una terra atlantica, in cui si era costituito un centro che, in origine, era una specie di immagine di quello iperboreo. Questa terra fu distrutta da una catastrofe, di cui parimenti si ritrova il ricordo mitologizzato nelle tradizioni di quasi tutti i popoli, ed allora ale ondate dei colonizzatori si aggiunsero quelle di una vera e propria emigrazione. Si è detto che la terra atlantidea conobbe in origine una specie di fac-simile del centro iperboreo, perché i dati fino a noi per giunti ci inducono a pensare ad una involuzione sopravvenuta sia dal punto di vista della razza, sia dal punto di vista della spiritualità, in questi ceppi nordici scesi già in epoche antichissime verso il sud. Le mescolanze con gli aborigeni rosso-bruni sembrano, nel riguardo, aver avuta una parte non indifferente e distruttiva, e se ne trova un ricordo preciso nel racconto di Platone, ove l’unione dei “figli degli dèi” – degli Iperborei – con gli indigeni è data come una colpa, in termini, che ricordano quel che in altri ricordi mitici, viene descritto come “caduta” della razza celeste – degli “angeli” o, di nuovo, dei figli degli dèi, ben elohim – la quale si congiunse, ad un dato momento, con le figlie degli uomini (delle razze inferiori) commettendo una contaminazione significativamente assimilata, da alcuni testi, al peccato di sodomia, di commercio carnale con gli animali.

    Il gruppo delle razze “arie”.

    Più recente di tutte è l’emigrazione della terza andata, che ha seguito la DIREZIONE NORD-SUD. Alcuni ceppi nordici precorsero questa direzione già in epoche preistoriche – sono quelli, per esempio, che dettero luogo alla civiltà dorico-ahcea e che portarono in Grecia il culto dell’Apollo iperboreo. Le ultime ondate sono quelle della cosiddetta “migrazione dei popoli” avvenuta al decadere dell’Impero romano e corrispondono alle razze di tipo propriamente nordico-germanico. A questo riguardo, devesi fare una osservazione molto importante. Tali razze diffusesi nella direzione nord-sud discendono più direttamente da ceppi iperborei che per ultimi lasciarono le regioni artiche. Per tale ragione, essi spesso presentano, dal punto di vista della razza del corpo, una maggiore purità e conformità al tipo originario, avendo avuto minori possibilità di incontrare razze diverse. Lo stesso non può però dirsi dal punto di vista della loro razza interna e delle loro tradizioni. Il mantenersi più a lungo delle razze sorelle nelle condizioni di un clima divenuto particolarmente aspro e sfavorevole non poté non provocare in loro una certa materializzazione, uno sviluppo unilaterale di certe qualità fisiche ed altresì di carattere, di coraggio, di resistenza, costanza e inventività, avente però come sua controparte una atrofia del lato propriamente spirituale. Ciò si vede già presso gli Spartani; in maggior misura, però, nei popoli germanici delle invasioni, che noi possiamo continuare a chiamare “barbariche”; “barbariche”, però, non di fronte alla civiltà romana degenerescente, in cui quei popoli apparvero, ma di fronte ad un superiore stadio, da cui quelle razze erano ormai decadute. Fra le prove di una tale interiore degerescenza, o oscuramento spirituale, sta la relativa facilità con cui tali razze si convertirono al cristianesimo e poi al protestantesimo; per questa ragione, i popoli germanici nei primi secoli dopo il crollo dell’impero romano d’Occidente, fino a Carlomagno, non seppero opporre nulla d’importante, nel dominio spirituale, alle forme crepuscolari della romanità. Essi furono fascinati dallo splendore esteriore di tali forme, caddero facilmente vittime del bizantinismo, non seppero rianimare quanto di nordico-ario sussisteva, malgrado tutto, nel mondo mediterraneo, che per il tramite di una fede inficiata, in più di un aspetto, da influenze razziali semitico-meridionali, allorché esse, più tardi, dettero forma al Sacro Romano Impero sotto segno cattolico. E’ così che anche dei razzisti tedeschi, come il Günther, hanno dovuto riconoscere che, volendo ricostruire la visione del mondo e il tipo di spiritualità proprio alla razza nordica, ci si deve meno riferire alle testimonianze contenute dalle tradizioni die popoli germanici del periodo delle invasioni – testimonianze frammentarie, spesso alterate da influssi estranei o decadute nella forma di superstizioni popolari o di folklore – quanto alle forme superiori spirituali proprie all’antica Roma, all’antica Ellade, alla Persia e all’India, cioé di civiltà derivate dalle due prime ondate. All’insieme delle razze e delle tradizioni generate da queste tre correnti, trasversale l’una (ceppo degli ario-nordici), orizzontale l’altra (cepo degli ario-germanici) si può applicare, non tanto per vera conformità, ma piuttosto in base ad un uso divenuto corrente, il termine “ario” o “ariano”. Volendo prendere in considerazione le razze definite dagli studiosi più noti e riconosciuti di razzismo di primo grado, possiamo dire, che il tronco della razza aria, avente alla sua radice quella iperborea primordiale, si differenzia nel modo seguente. Vi è anzitutto, come razza bionda, il ramo chiamato in senso stretto “NORDICO”, che alcuni differenziano in sottoramo TEUTONORDIDE, DALICO-FALICO, FINNO-NORDICO; lo stesso ceppo nel suo miscuglio con le popolazioni aborigene sarmate ha dato poi luogo al cosiddetto tipo EST-EUROPIDE e EST-BALTICO. Tutti questi gruppi umani, dal punto di vista della razza del corpo, come si è accennato, conservano una maggiore fedeltà o purità rispetto a ciò che si può presumere esser stato il tipo nordico primordiale, vale a dire iperboreo. In secondo luogo, debbonsi considerare delle razze già più differenziate rispetto al tipo originario, sia nel senso di fenotipi di esso, vale a dire di forme, a cui le stesse disposizioni e gli stessi geni ereditari han dato luogo sotto l’azione di un ambiente diverso, sia di misto-variazioni, cioè, prodotte da più accentuata mescolanza; si tratta di tipi, in prevalenza, bruni, di statura più piccola, in cui al dolicocefalia non è di regola o non è troppo pronunciata. Menzioniamo, utilizzando le terminologie più in voga, la cosiddetta RAZZA DELL’UOMO DELL’OVEST (westisch), la RAZZA ATLANTICA che, come l’ha definita il Fischer, è già da essa diversa, la RAZZA MEDITERRANEA, da cui, a sua volta, si distingue, secondo il Peters, la varietà dell’uomo euroafricano, o AFRICO-MEDITERRANEO, ove la componente oscura ha maggior risalto. La classificazione del Sergi, secondo la quale queste due ultime varietà, più o meno, coincidono, è senz’altro da rigettarsi e, dal punto di vista del razzismo pratico, soprattutto di quello italiano, è fra le più pericolose. Parimenti equivoco è il chiamare, col Peters, PELASGICA la razza mediterranea: in conformità col senso che tale parola ebbe nella civiltà greca, bisogna considerare il tipo pelagico, in un certo modo, a sé, soprattutto nei termini del risultato di una degenerazione di alcuni antichissimi ceppi atlantico-ari stabilitisi nel Mediterraneo prima dell’apparire degli Elleni. Specie dal punto di vista della razza dell’anima si conferma questo significato dei “pelasgi”, fra i quali rientra anche l’antica gente etrusca (Cfr. Bachofen, “La razza solare” - studi sulla storia segreta dell’antico mondo mediterraneo, Roma 1940). In un certo modo a sé sta la RAZZA DINARIDE, perché, mentre essa, in certi suoi aspetti, è maggiormente vicina al tipo nordico, in altri mostra caratteri comuni con la razza armenoide e desertica, e, come quella che alcuni razzisti definiscono propriamente razza alpina o dei Vosgi, si mostra prevalentemente brachicefala: segno di incroci avvenuti secondo altre direzioni. La RAZZA ARIA DELL’EST (ostisch) ha, di nuovo, caratteri distinti, sia fisici che psichici, per cui si allontana sensibilmente dal tipo nordico. Non vi è nulla in contrario, dal punto di vista tradizionale, assumere nella dottrina della razza di primo grado le precisazioni che i varii autori fanno nei riguardi delle caratteristiche fisiche e, in parte, anche psichiche, di tutti questi rami dell’umanità aria. Solo che sulla portata di tutto ciò non bisogna farsi troppe illusioni, nel senso di stabilire rigidi limiti. Così, benché non bianche né bionde, le razze superiori dell’Iran e dell’India, e benché non bianchi, molti antichi tipi egizi possono rientrare senz’altro nella famiglia aria. Non solo: autori come il Wirth e il Kadner, che hanno cercato di utilizzare i recenti studi sui gruppi sanguigni per la ricerca razziale, sono stati indotti a ritenere più vicini al tipo nordico primordiale alcuni ceppi nord-amerricani pellirosse e alcuni tipi esquimesi, che non la maggior parte delle razze arie indoeuropee ora accennate; e in quest’ordine di indagini, ad esempio, risulta altresì, che il sangue nordico primordiale in Italia ha un percento vicino a quello dell’Inghilterra, e decisamente superiore a quello dei popoli ari germanici. Bisogna dunque non fissarsi su degli schemi rigidi, e pensare che, salvo casi abbastanza rari, la “forma” della superrazza originaria, più o meno latente, impedita o sopraffatta, o estenuata, sussiste nel profondo di tutte queste varietà umane e, date certe condizioni, può tornare ad esser predominante e ad informar di sé un dato tipo, che le si dimostri corrispondente, anche là dove meno si potrebbe sospettare, cioè là dove gli antecedenti, secondo la concezione schematica e statica della razza, avrebbero invece fatto sembrar probabile l’apparizione di un tipo di razza, mettiamo, mediterranea, o indo-afgana, o baltico-orientale. […]


    LA RAZZA ARIA E IL PROBLEMA SPIRITUALE
    Che cosa voleva dire “ario”.

    Veniamo ora al termine “ario”. Secondo la concezione oggi divenuta corrente, ha diritto di dirsi “ario” chiunque non sia ebreo o di razza di colore, né abbia avi di tali razze – in Germania, fino alla terza generazione. Per gli scopi più immediati della politica razziale, questa veduta può avere una certa giustificazione, nel senso di punto di riferimento per una prima discriminazione. Su di un piano più alto, ed anche in sede storica, essa appare invece insufficiente, già per il fatto, che essa si esaurisce in una definizione negativa, indicante quel che non si deve essere, non ciò che si deve essere; per cui, soddisfatta la condizione generica di non essere né negro, né Ebreo, né di colore, egual diritto a dirsi ario avrebbe sia il più “iperboreo” degli Svedesi che un tipo seminegroide delle regioni meridionali. D’altra parte, se si confronta questo significato ridotto dell’arianità con quello che la parola ebbe originariamente, vien quasi da pensare ad una profanazione, perché la qualità aria, in origine, coincideva essenzialmente con quella che, come si è accennato, la ricerca di terzo grado può attribuire a schiere della razza restauratrice, della “razza eroica”. Quindi il termine “ario” nella sua concezione corrente odierna non può accettarsi che ai fini della circoscrizione e separazione di una zona generale, all’interno della quale dovrebbe però aver luogo tutta una serie di ulteriori differenziazioni, qualora ci si voglia avvicinare, sia pure approssimativamente, al livello spirituale corrispondente al significato autentico e originario del termine in questione. Il razzismo – è vero – nelle sue propaggini filologiche si è dato ad una ricerca comparativa di parole, che nell’insieme delle lingue indoeuropee contengono la radice ar di “ario” ed esprimono più o meno qualità di un tipo umano superiore. Herus in latino e Herr in tedesco significano “signore”, in greco aristos vuol dire eccellente e areté virtù; in irlandese air significa onorare e nell’antico tedesco la parola era vuol dire gloria – come in quello moderno Ehre vuol dire onore, ecc., e tutte queste espressioni, come varie altre, sembrano appunto trarsi dalla radice ar di ario. Inoltre questa stessa radice il razzismo ha creduto di ritrovarla anche in Eran, antico nome per la Persia, in Erin e Erenn, antichi nomi dell’Irlanda, oltre che in molti nomi propri che ricorrono frequentissimi nelle antiche stirpi germaniche. Tuttavia, da un punto di vista rigoroso, il termine “ario” – da arya – con certezza può solo esser riferito alla civiltà dei conquistatori preistorici dell’India e dell’Iran. Nello Zend-Avesta, testo dell’antica tradizione iranica, la patria originaria delle stirpi, a cui tale tradizione fu propria, è chiamata airyanem-vaejo, significante “seme della gente aria” e dalle descrizioni che se ne danno risulta chiaramente, che essa fa tutt’uno con la sede artica iperborea. Nella inscrizione di Behistun (520 a.C.) il gran Re Dario parla così di sé stesso: “Io, re dei re, di razza aria” e gli “arii”, a loro volta, nei testi s’identificano alla milizia terrestre del “Dio di Luce”: cosa che ci fa già apparire la razza aria in un significato metafisico, come quella che, senza tregua, in uno dei varii piani della realtà cosmica, lotta incessantemente contro le forze oscure dell’anti-dio, di Arimane. Questo concetto spirituale dell’arianità si precisa nella civiltà indù. Nella lingua sanscrita ar significa “superiore, nobile, ben fatto” ed evoca anche l’idea di muovere come ascendere, portarsi in alto. Con riferimento alla dottrina indù dei tre duna, una tale idea propizia ravvicinamenti interessanti. La qualità “ar” va cioè a corrispondere a rajas, che è la qualità delle forze ascendenti, superiore e opposta a tamas, che è la qualità, invece, di tutto ciò che cade, che va verso il basso, mentre qualità superiore a rajas è sattva, la qualità propria a “ciò che è” (sat) in senso eminente – si potrebbe dire, al principio solare nella sua olimpicità. Ciò può dunque dare un senso del “luogo” metafisico proprio alla qualità aria. Da questa radice ar, arya come aggettivo indica poi le qualità di esser superiore, fedele, ottimo, stimato, di buona nascita; e come sostantivo designa “chi è signore, di nobile stirpe, maestro, degno di onore”: sono deduzioni in sede di carattere, in sede sociale e, infine, di “razza dell’anima”. Ciò dal punto di vista generico. In senso specifico arya però era essenzialmente una designazione di casta: si riferiva collettivamente all’insieme delle tre caste superiori (capi spirituali, aristocrazia guerriera e “padri di famiglia” quali proprietari legittimi, con autorità su di un certo gruppo di consanguinei) nella loro opposizione alla quarta casta, alla casta servile degli sudra – oggi forse si dovrebbe dire: alla massa proletaria. Ora, due condizioni definivano la qualità aria: la nascita e l’iniziazione. Arii si nasce – tale è la prima condizione. L’arianità, su tale base, è una proprietà condizionata dalla razza, dalla casta e dall’eredità, essa si trasmette col sangue da padre a figlio e da nulla può esser sostituita, così come il privilegio che, fino ad ieri, in Occidente aveva il sangue patrizio. Un codice particolarmente complicato, sviluppante una casistica fin nei più minuti dettagli, conteneva tutte le misure necessarie per preservare e mantenere pura questa eredità preziosa e insostituibile, considerando non solo l’aspetto biologico (razza del corpo) ma anche quello etico e sociale, il contegno, un dato stile di vita, diritti e doveri, quindi tutta una tradizione di “razza dell’anima”, differenziata poi per ciascuna delle tre caste arie. Ma se la nascita è la condizione necessaria per essere ari, essa non è anche sufficiente. La qualità innata va confermata per mezzo dell’iniziazione, upanayana. Come il battesimo è la condizione indispensabile per far parte della comunità cristiana, così l’iniziazione rappresentava la porta attraverso la quale si entrava a far parte effettiva della grande famiglia aria. L’iniziazione determina la “seconda nascita”, essa crea il dvija, “colui che è nato due volte”. Nei testi, arya appare sempre come sinonimo di dvija, rinato, o nato due volte. Per cui, già con questo si entra in un dominio metafisico, nel campo di una razza dello spirito. La razza oscura, proletaria – sudra-varna – detta anche nemica – dasa – non-divina o demonica – asurya-varna – ha solo una nascita, quella del corpo. Due nascite, l’una naturale, l’altra sovrannaturale, urànica, ha invece l’arya, il nobile. Come in varie occasioni l’abbiamo ricordato, il più antico codice di leggi arie, il Manavadharmasastra, va fino al punto di dichiarare, che chi è nato ario non è veramente superiore allo sudra, al servo, prima di esser passato attraverso la seconda nascita o quando la sua gente abbia metodicamente trascurato il rito determinante questa nascita, cioè l’iniziazione, l’upanayana (*).Ma vi è anche la controparte. Atto e qualificato a ricevere legittimamente l’iniziazione, in via di principio, non è chiunque, ma solo chi è nato ario. Impartirla ad altri è delitto. Ci troviamo dunque di fronte ad una concezione superiore e completa della razza. Essa si distingue dalla concezione cattolica, perché ignora un sacramento atto a somministrarsi a chiunque, senza condizioni di sangue, razza e casta, tanto da condurre ad una democrazia dello spirito. In pari tempo, essa supera anche il razzismo materialistico, perché, mentre si soddisfa alle esigenze di esso ed anzi si porta il concetto della purità biologica e della non-mescolanza fino alla forma estrema relativa alla casta chiusa, l’antica civiltà aria riteneva insufficiente la sola nascita fisica: aveva in vista una razza dello spirito, da raggiungere – partendo dalla salda base e dall’aristocrazia di un dato sangue e di una data eredità naturale – per mezzo della ri-nascita, definita dal sacramento ario. Ancor più in alto, la TERZA NASCITA, o, per usare la designazione corrispondente delle tradizioni classiche, la resurrezione attraverso la “morte trionfale”. Come supremo ideale, l’antico ario considerava infatti la “via degli dèi” – deva-yana – detta anche “solare” o “nordica”, lungo la quale si ascende e “non si ritorna”, non la “via meridionale” del dissolversi nel ceppo collettivo di una data stirpe, nella sostanza confusa di nuove nascite (pitr-yana): cosa che già basta per immaginarsi in che conto l’uomo ario poteva avere la cosiddetta rincarnazione, concezione, questa, che, come si è detto, fu propria a razze estranee, prevalentemente “telluriche” o “dionisiache”.

    L’elemento solare ed eroico della antica razza aria.

    La doppia condizione della qualità aria fa capire, che queste antiche civiltà presupponevano una specie di eredità sovrannaturale latente nella razza aria del sangue, eredità, che però doveva esser ridestata e portata dalla potenza all’atoo caso per caso, affinché il singolo potesse farla davvero cosa sua. Questo era il significato generale del sacramento ario nelle sue forme più alte. Considerando però l’àpice della gerarchia aria, si può vedere facilmente che la qualità primordiale latente da ridestare corrisponde essenzialmente a quella della “razza solare” e che, quindi, l’ario, come colui che a tale razza appartiene potenzialmente, ma che tuttavia deve riconquistarla o restaurarla quale singolo, presenta esattamente i tratti della razza da noi tecnicamente definita “eroica”. Come si è accennato, la casta aria si ripartiva in altre tre e la più alta l’abbiamo detta dei “capi spirituali”, giacché questa espressione previene molti equivoci e ci permette anche di evitare il problema alquanto complesso dei rapporti che nelle antiche società arie d’origine iperborea esistevano fra la casta sacerdotale – brahman – e quella guerriera – kshatram. La maggior parte degli orientalisti, nel riferirsi alla prima là dove essa effettivamente rappresentò il vertice della gerarchia aria, credono di vedervi una specie di supremazia sacerdotale, cosa effettivamente errata. Anzitutto sembra risultare dalle più antiche testimonianze che la casta sacerdotale in origine faceva tutt’uno con quella guerriero-regale, in piena corrispondenza con l’ufficio originario della “razza solare”. In secondo luogo, anche a prescindere da ciò e a limitarsi al soli brahmana (ai componenti della casta dei brahman) come capi ari, non si può pensare ad una società retta da “sacerdoti” e asservita ad isee “religiose”, come gli uni e le altre vengono concepiti nella religione europea. Ciò, per due ragioni. Anzitutto perché vi era l’anzidetta condizione del sangue. Peer ragioni varie, la Chiesa dovette imporre al clero il celibato, col che si rese impossibile una base razziale e ereditaria per la dignità sacerdotale. Secondo la veduta cattolica – e ancor più secondo quella protestante – per divenire sacerdote basta la “vocazione” (concetto, qui, piuttosto vago), certi studi affini alla filosofia e l’ossequio a certi precetti morali: non è richiesto esser di razza di sacerdoti per esser ordinati sacerdoti. Questo è il primo punto. In secondo luogo, l’antica élite aria come “razza solare” ignorava la distanza metafisica fra un Creatore e la creatura. I suoi rappresentanti non apparivano come mediatori del divino (cioè nella funzione che ha il sacerdote nelle civiltà lunari), bensì come essi stessi nature divine. La tradizione li descrive come dominatori non solo di uomini, ma anche di potenze invisibili, di “dèi”. Fra i molti testi riprodotti nel nostro libro già spesso ricordato, a tale riguardo, vi è p. es. questo: “Noi siamo dèi, voi [soltanto] uomini”. Essi sono nature luminose e vengono paragonati al sole.Sono costituiti “da una sostanza ignea radiante”, costituiscono l’ “apice” dell’universo e “sono oggetto di venerazione da parte delle stesse divinità”. Non sono gli amministratori di una fede, ma i possessori di una scienza sacra. Questa conoscenza è potenza e forza trasfigurante. Agisce come un fuoco, che consuma e che distrugge tutto ciò che per altri nele azioni potrebbe significare colpa, peccato, costrizione – è qualcosa di simile al nietzschiano “al di là del bene e del male”, ma su di un piano trascendente, non da superuomo “bionda bestia” ma da superuomo “olimpico”. Poiché essi “sanno” e “possono”, questi capi arii non hanno bisogno di “credere”, non conoscono dogmi, nel dominio delle conoscenze tradizionali essi sono infallibili. E come non hanno dogmi, essi nemmeno costituiscono una “chiesa”; esercitano direttamente, di persona, la loro autorità; non hanno pontefici da venerare, perché, in un certo modo, ogni esponente legittimo della loro casta è un “pontefice”, nel senso originario della parola. Pontefice è colui che fa i ponti, che stabilisce i contatti fra due rive, fra due mondi – fra l’umano e il superumano. Esattamente perché questa era la funzione propria al brahman; e poiché in una civiltà orientata in senso eminentemente eroico e metafisico, come era il caso di quella dell’antica arianità, una tale funzione appariva di suprema utilità ed efficacia – per questo il capo spirituale, o brahmana, incarnava agli occhi delle altre caste arie, per tacere di quelle servili non-arie, una autorità illimitata e supremamente legittima. Lo strumento “pontificale” – cioè di “collegamento” – per eccellenza (in origine, prerogativa regale), era il RITO. Anche circa il rito dovremmo, qui, ripetere cose da noi già dette in più di una occasione. Il rito per l’uomo antico non era una vuota e superstiziosa cerimonia. Vi si esprimeva invece una attitudine virile e dominatrice di fronte al supersensibile, giacché, mentre la preghiera è un chiedere, il rito, secondo questa veduta, è un comandare e un determinare. Il rito è una specie di “tecnica divina”, che si distingue da quella moderna, pel fatto che non agiva in base alle leggi esterne dei fenomeni naturali ma influiva sulle cause supersensibili di essi; in secondo luogo, perché la sua efficacia era condizionata da una forza speciale e oggettiva, supposta in chi doveva eseguire il rito. La mentalità moderna, che vede tutto al rovescio, inclina notoriamente a riportare i riti alle pratiche superstiziose dei selvaggi. La verità è invece, che le pratiche dei selvaggi non sono che le forme degenerescenti dei veri riti, i quali sono da spiegarsi e da capirsi su tutt’altra base. Ora, se già nel modo di apparire come brahmana dela suprema casta aria sono presenti tutti questi tratti, abbiamo ragioni sufficienti per ammettere che nelle origini, ove il brahman e lo kshatram – l’elemento sacerdotale e quello guerriero o regale – facevano tutt’uno, la civiltà degli Iperborei scesi verso il Sud aveva al proprio centro esattamente ciò che noi abbiamo definito spiritualità olimpica o solare e che questa tradizione permase nelle fasi successive, di parziale oscuramento di tale civiltà, per mezzo di restaurazioni di tipo “eroico” in una élite o casta di capi spirituali. Una indagine delle testimonianze corrispondenti della più antica civiltà greca e romana condurrebbe agli stessi risultati. L’elemento solare e regale, il senso della comunità di origine e di vita con gli enti divini sono tratti in essa parimenti presenti. Perciò, riassumendo, se lo si vuole spiegare con le vedute e le tradizioni proprie alle civiltà, alle quali appartenne in via rigorosa e provata, il termine “ario” si riferisce anzitutto, in generale, ad una “razza dello spirito” di origine iperborea impegnata in una specie di lotta metafisica e avente in proprio uno speciale ideale dell’Imperium – il capo, come “re dei re” (Iran); più in particolare, nella sua estrema purezza, esso comprende in primo luogo l’ideale di un’alta purità biologica e di una nobiltà della razza del corpo; in secondo luogo l’idea di una razza dello spirito, di tipo “solare”, con tratti sacrali e simultaneamente regali e dominatori: razza di veri superuomini, di fronte a tutto ciò che di materialistico, di evoluzionistico e di “prometeico” si trova invece nelle concezioni moderne del superuomo – anche a prescindere, che queste altro non sono che “filosofia”, che teorie e imaginazioni formulate da persone la cui razza, quasi sempre, è tutt’altro che in ordine. Se l’indagine relativa all’aristocrazia aria dei tempi primordiali ci porta a tali altezze, venir, da esse, alle esigenze pratiche del problema attuale della razza non è certo agevole. Il mondo spirituale che la considerazione di terzo grado riporta alla luce mediante un esame adeguato delle tradizioni e dei simboli antichi e vede essenzialmente congiunto al più altpo retaggio ario-iperboreo, per molti “ari” di oggi può sembrare inusitato e fantastico, per altri addirittura incomprensibile. Richiamare in vita significati, che millenni di storia han sepolto nei più profondi strati della subcoscienza, a che essi destino forme nuove di sensibilità, non può accadere dall’oggi al domani e, in ogni caso, è un’opera che va associata ai compiti del razzismo pratico di primo e di secondo grado, essendo necessario rimuovere in pari tempo ostacoli e deformazioni che paralizzano, per così dire, perfino fisicamente, la possibilità di ogni ritorno all’antico spirito ario. Come pur stiano le cose, è esenziale che l’espressione “ario” oggi non decada in una vuota parola d’ordine e sia la semplice designazione di chiunque non sia proprio negro, ebreo o mongolo. Occorre tener sempre presenti i supremi punti di riferimento, i concetti-limite, le linee di vetta, perché è da esse che dipende il senso di tutoo lo sviluppo, a partir dai primi gradi di esso. Ed anche a tale riguardo può avvenire una scleta delle vocazioni: il senso di qualcosa che, oggi, appare come una vetta lucente in mitiche irraggiungibili lontananze, mentre può paralizzare gli uni e indurli a “non perder tempo” in fantasticherie anacronistiche, può destere negli altri una tensione creatrice, suscitatrice di superiori possibilità.

    [1] Tratto da J. Evola, “Sintesi di dottrina della razza”, Milano 1941.

    (*) R. Guénon, in Etudes traditionelles, n. Marzo del 1940 ha giustamente rilevato che l’iniziazione delle caste ariane non va confusa con l’iniziazione in senso assoluto – diksha: ma la prima si può dire che già contiene la potenzialità della seconda, la quale peraltro può realizzarsi, nella gran parte dei casi, al momento della morte concepita come “terza nascita” (vedi qui e pag. 139 [nell’ediz. del 1994. Ndc.]). L’iniziazione di casta è così paragonabile al sacramento cristiano del battesimo, cui si attribuisce un certo potere trasformativi, ma che viene distinto dalla “seconda nascita” in senso mistico. Resta così, in ogni caso, il valore di un “sacramento” – e inoltre è possibile che ad esso, in tempi più antichi, corrispondesse proprio un rito iniziatico vero e proprio.

    Julius Evola

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    Il Mondo Ario secondo Gobineau


    IL MONDO ARIO SECONDO GOBINEAU [1]

    A designare gli elementi primigeni ancora esenti da ogni mescolanza della razza bianca e altresì le parti di essa che il destino ha salvato dalla contaminazione della specie e conservato in seno a popoli ormai misti come frammenti sparsi di questa umanità superiore, il De Gobineau usa il termine ARIO. Abbiamo già detto che questo termine fu per la prima volta adottato dal Bopp [2]. Esso ha un’origine indo-persiana. In sanscrito designa i “nobili”, coloro che son degni di onore e si applica all’insieme delle caste superiori, in opposto alla casta dei servi, o sudra. Quest’ultima casta è anche chiamata “casta nemica” e “casta oscura”, mentre quella degli arya è detta anche “casta divina”. Il termine sanscrito per “casta” – varna – vuol parimenti dire “colore”. Da tutto ciò sorge l’idea che il sistema indù delle caste altro non sia che il risultato di una stratificazione di razze originariamente di diverso colore: i bianchi e “divini” arya essendo i conquistatori, e gli strati “nemici” oscuri e servili essendo invece gli aborigeni soggiogati. Il Rg-Veda, testo originario della tradizione indù, chiama aryas coloro che parlano la lingua in cui è redatto e aryavarta, cioè “terra degli Ari” il dominio da essi conquistato. Il termine “ario” o “ariano” appartiene anche alla tradizione irànica. Il gran re Dario in una iscrizione di Bechistun si definisce “Ario, di razza aria” e chiama il suo Dio “il dio degli Arii”. Erodoto riferisce che i Medi prima si chiamavano “Ari” e taluno vuole che il nome stesso della Persia, come Iran, e prima Eran, voglia dire “Terra degli Arii”. La tradizione irànica in ogni modo dà alla patria originaria leggendaria, posta all’estremo Nord, delle razze che crearono la civiltà medio-persiana, il nome di airyanem vaejo che vuol dire “semenza degli Arii”; ed essa vien considerata come la prima creazione del Dio di Luce, Ahura Mazda. Gli Arii son concepiti come gli amici, i fedeli e gli alleati del Dio di Luce, che per lui combattono contro il Dio delle Tenebre, Arimane, e contro i suoi emissari. In una tale lotta, che costituisce il tema centrale di tutta la religione persiana, molti razzisti vogliono vedere una trasposizione fantastica del ricordo della lotta fra due razze, corrispondenti rispettivamente a quelle che nella gerarchia indù delle caste costituiscono gli arya divini e i servi oscuri. Si è cercato di ritrovare il nome “arya” anche in Europa. L’antico nome dell’Irlanda, Erin, Erenn, è stato ad esso ravvicinato, e una traccia corrispondente si è pensato di trovarla nel termine irlandese aire che significa “signore”. Quanto al De Gobineau, egli vuol ritrovare la radice ar di arya nella stessa parola tedesca Ehre, che significa “onore”, per confermare l’inerenza del concetto di “onore” alla pura razza bianca; nella parola greca aristos, che implica l’idea di superiorità e si riconnette alla stessa radice; infine nel latino herus e nel tedesco Herr, parole che significano “signore” – donde di nuovo, l’idea della razza aria come razza di dominatori nati. Al centro della spiritualità della razza aria sta per il De Gobineau il concetto di luce, di splendore. Gli dèi ariani sono essenzialmente divinità della luce, dello splendore solare, del cielo luminoso, del giorno. Dalla radice du, che vuol dire illuminare, sarebbe derivato il nome degli dèi nazionali più significativi delle sottospecie della razza: il deva e il dyaus degli Indù, il Deus dei Latini, lo Zeus degli Elleni, il Dus gallico, il Tyr nordico, il Tiuz dei Tedeschi antichi, la Devana degli Slavi. Questa idea di luce starebbe peraltro nella più stretta relazione col principio intellettuale, sarebbe la luce stessa dell’intelletto creatore e dominatore in opposto con la concezione dell’Al degli aborigeni negroidi, personificazione di forze frenetiche e della selvaggia imaginazione. Gli Arii di fronte ai loro dèi non avevano né paura, né attitudine servile. Si sentivano non solo della loro stessa razza, ma per gli Eroi, ai quali si riservava il privilegio delle forme più alte di immortalità, non di rado si concepì la possibilità di lottare contro gli abitanti dei cieli e di strappar loro lo scettro. Definito il concetto di razza bianca aria, di civiltà e di spiritualità aria, il De Gobineau non esita ad affermare che “ogni civiltà procede dalla razza bianca, nessuna può esistere senza il concorso di questa razza e una civiltà è grande e splendente proporzionatamente al fatto, che essa conservi per lungo tempo il nobile gruppo che l’ha creata, cioè un gruppo appartenente al ramo più illustre della specie, al ramo ario”. Per dimostrare in un certo qual modo questo suo enunciato, e per mostrare altresì, che non appena, in un dato ciclo, si manifesta un principio di morte, esso deriva dalle razze inferiori ammesse dai civilizzatori, il De Gobineau si è dato ad analizzare lo sviluppo delle principali civiltà che hanno regnato nel mondo. Tali civiltà sarebbero in numero di dieci. Gruppi arii crearono la civiltà indù, la civiltà persiana e la civiltà greca, che poi fu modificata da elementi semiti. Due gruppi di colonizzatori arii, venuti dall’India, crearono la civiltà egizia, intorno a cui si raccolsero soprattutto Etiopi e Nubiani, e, gli altri, portarono una certa luce di superiore civiltà in Cina, il cui sviluppo si arrestò all’esaurirsi del sangue di quei dominatori o di analoghi elementi venuti in Cina dal Nord. Anche la civiltà assira è di origine ariana: alterata successivamente da Ebrei, Fenici, Lidi, ecc., ad essa unitisi, dovette nuovamente agli Arii del periodo persiano il suo rinascimento. L’antica civiltà della penisola italica da cui sorse la cultura romana, fu espressione di un intreccio fra Semiti, Ariani celtici e Iberici. Le stesse antiche civiltà del Perù e del Messico sarebbero derivate da misteriose colonie arie. Infine, prettamente aria è l’ultima civiltà della storia del mondo, quella sorta dal Medioevo nordico-germanico. Qui non è il caso di seguire la ricostruzione della nascita, dello sviluppo e del tramonto di tutte queste civiltà, quale l’intraprese il De Gobineau: […] Quel che qui importa piuttosto mettere in rilievo, è, in genere, l’affacciarsi di un nuovo metodo storiografico. Il De Gobineau è l’introduttore del metodo razziale dinamico, cioè di un metodo che individua e separa qualità eterogenee in quel che in una data civiltà sembrava unito, e in funzione del dinamismo di questi elementi eterogenei, ricondotti a fattori etnici, lascia svolgere dinanzi a noi le vicende della vita e della morte delle varie civiltà. Qui aggiungeremo solo qualche considerazione di dettaglio. Se le doti essenziali della razza aria vengono offuscate al mescolarsi di un sangue diverso, pure il de Gobineau ritiene che da tale miscuglio possano trarre origine altre doti. Per esempio, il sentimento estetico e la creazione artistica sarebbero dei derivati della combinazione del sangue ario col sangue negro-melanesiano. Nella poesia epica predominerebbe la componente aria; nelle creazioni artistiche ove è in risalto il lirismo, l’imaginazione veemente e la sensualità si tradirebbe invece il predominio delle qualità caratteristiche del sangue negro. Il relazione a ciò, va anche ricordato che al De Gobineau va parimenti ricondotta una delle idee che avranno gran parte nella filosofia della civiltà razzisticamente intonata: l’opposizione fra razze maschili e razze femminili. “La specie melanesiana (negroide) appare con una personalità femminile mentre il genere maschile è quasi sempre rappresentato dall’elemento bianco.” Il prodotto che risulta dal loro incrocio, “meno veemente dell’individualità assoluta del principio femminile, meno integro nella potenza intellettuale che il principio maschio, gode di una combinazione delle due forze che gli permette la creazione estetica, interdetta all’una e all’altra delle due razze dissociate”. Un altro prodotto della mescolanza del sangue per il De Gobineau sarebbbe il sentimento della patria e dell’autorità, che sorgerebbe dall’unione degli Arii con i Semiti, da una mitigazione semitica del gusto ariano per l’isolamento, l’indipendenza e la personalità. Vedremo spesso ripreso questo tema, nel senso di riferire a qualcosa di “semitico” ogni forma di sovranità e di statolatrìa comprimente gli elementi etnico-nazionali. Peraltro, già al De Gobineau risale l’espressione di “Roma semitica” per designare il periodo imperiale di questa civiltà; ciò “non nel senso che essa indichi una varietà umana identica a quella che risulta dalle antiche combinazioni caldaiche e camitiche”, ma nel senso che “nelle moltitudini sparse con la fortuna di Roma su tutti i paesi sottomessi ai Cesari, la maggior parte era più o meno macchiata di sangue nero e rappresentava così una combinazione non equivalente ma analoga alla fusione semitica”. Qualità “nere” predominanti, ben contenute in certi limiti e compensate mediante alcune qualità bianche furono, per il De Gobineau, fattori essenziali nello sviluppo di Roma imperiale. In più di un punto, la presa di posizione del De Gobineau di fronte al cristianesimo sembra negativa: troppo risente, questa credenza, di “una religione da schiavi, avvilente perché pacifista e egualitaria e, in una parola, indegna delle razze che ancor conservano una qualche scintilla della fiamma aria”. In ogni caso, per lui il cristianesimo si è purificato via via che da semitico e greco si è fatto romano (cattolicesimo) e, da romano, germanico [3]. Per il De Gobineau i Germani e le altre stirpi nordiche del periodo delle invasioni appaiono naturalmente come razze di puro sangue ario. Ma, attratte dal miraggio del simbolo romano, esse non poterono sottrarsi al destino di dissolversi nei detriti potenti delle razze amalgamate da Roma, fra le quali la loro energia e il loro sangue dovevano decadere. Questa assimilazione però non fu così rapida da trascinare la società al punto di partenza “semitico” proprio al basso impero: in un primo tempo gli elementi germanici potettero sì venir assorbiti, ma non fino a tal segno. E’ così che sorse la civiltà di “Roma germanica”, cioè la civiltà medievale. Ogni società normale, per il De Gobineau, si fonda su tre classi o caste originarie [4], corrispondenti a distinti strati etnici: “La nobiltà, imagine più o meno somigliante della razza gloriosa; la borghesia, composta di meticci simili alla grande razza; il popolo, ceto servile appartenente ad una varietà umana inferiore: negra nel Sud, finnica [5] nel Nord.” Il Medioevo conobbe ancora una tale ripartizione. Ma essa si rivelò sempre più priva della sua base razziale e quindi della sua forza. Così questa imagine gerarchica dioveva a poco a poco disfarsi mentre si spegnevano e si disperdevano le ultime vene di puro sangue ario. Ci si avvia verso l’ “atmosfera ripugnante del letame democratico” moderno. La conclusione delle vedute del Gobineau, quali si trovano esposte nella sua opera principale, il famoso Saggio sull’Ineguaglianza delle Razze Umane [6], che vide la luce fra il 1853 e il 1855, è pessimista. L’impulso dominatore della razza bianca, lanciandola su tutte le terre, ha infranto le ultime barriere etniche, ha creato un mondo in cui non esistono più le distanze e ove il ravvicinamento, l’aggregazione e la confuzione dei tipi sono fatali e rapidi quanto mai. “Non si trovano più degli Ariani puri.” E’ legge inesorabile, che tutto ciò che ha potenza di civiltà attragga altre razze, si estenda, si dissipi, si degradi. Il De Gobineau, alla fine del suo libro, dice che la storia del mondo volge verosimilmente, per tal via, verso quella “suprema unità” che, peraltro, egli già aveva dichiarato esser solo la verità di meticci senza razza [7].



    Note del curatore:

    [1] Questo brano è tratto dal saggio di Julius Evola “Il mito del sangue”. Ndc.

    [2] Franz Bopp, Vergleichende Grammatik des Sanskrit, Zend, Griechischen, Lateinischen, Letthuanischen, Gotischen und Deutschen, Berlin 1833 (Grammatica comparata del Sanscrito, dello Zendo, del Greco, del Latino, Lituano, Gotico e Tedesco). Sulla scia della riscoperta che durante il Romanticismo gli Europei fecero delle loro radici ancestrali, studiosi come il Bopp, i fratelli Grimm – quelli delle fiabe – e l’inglese Max Müller, si accorsero delle comunanze linguistiche delle lingue parlate (o morte) dalle varie etnie tra l’Europa e l’Asia, e da questi studi filologici trassero le conclusioni sulla comune origine delle civiltà indoeuropee e l’opposizione di esse a quelle semitiche; conclusioni poi confermate dagli studi antropologici e di storia delle religioni, a tutt’oggi non smentite né smentibili, nonostante una vena di rancorosi studiosi progressoidi abbia cercato in tutti i modi di farlo. Ndc.

    [3] Dal Concilio Vaticano II si assiste al processo inverso, ovvero di purgamento del cattolicesimo da tutti gli influssi romano-germanici. Ndc.

    [4] Felice intuizione precorritrice delle scoperte di G. Dumézil sulla “tripartizione” delle società indoeuropee. Ndc. [5] Cioè “mongolide”. Ndc.

    [6] Essai sur l’inégalité des races humaines, tradotto e pubblicato in Italia nel 1997 col titolo Saggio sulla disuguaglianza delle razze umane. Ndc.

    [7] Altri non sono di questo pessimistico avviso, pur ritenendo che lo scontro tra razze costituisca il tema del nuovo millennio. Ndc.

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    Ritratto d'Europa



    Viaggio alle origini di un’idea

    Alla fine di quella che fu chiamata la “grande guerra”, Paul Valery s’interrogava, pieno d’angoscia “Diverrà, l’Europa, ciò che essa è nella realtà, una piccola appendice del continente euro-asiatico? O riuscirà a rimanere ciò che pare, ossia la parte preziosa dell’Universo, la perla della sfera, il cervello di un vasto corpo”. Par che dimenticasse, il brillante scrittore francese, la parte che egli stesso aveva avuto nella preparazione della catastrofe, dico quel saggio, “La Conqueta Allemande, che aveva scritto nel 1896, ai suoi esordi, per la londinese “New Review”, la cui perfida dialettica fu impiegata a dimostrare che la virtù, l’intelligenza e la disciplina, unite insieme, avevano fatto dello Stato Maggiore prussiano il nemico del genero umano. L a constatazione di quel suo errore politico, tuttavia, nulla toglie alla genialità della distinzione: “ciò che l’Europa è, ciò che appare, ossia è divenuta”. Mi par necessario, prima ancora di fare il punto su ciò che l’Europa che oggi e d’invocare il suo nuovo divenire, l’avanzamento verso l’unità continentale e la promozione del suo parlamento e vere potestà legislative, affondare la meditazione e la ricerca sulle origini. Nessun organismo umano sfugge al destino segnato nelle sue stesse origini. Nelle origini è contenuta la riuscita secolare, tanto più sorprendente in quanto improbabile, avventurosa, solcata di cadute e sciagure, della sfida europea; L’avvenuto trionfo su un fato geopolitica apparentemente ineluttabile; la smentita offerta dallo spirito e dalla storia ai dati materialistici e naturalistici, in nome di una tensione continua di originalità e di volontà. Questo, tutto questo, fu compiuto dallo spirito europeo: non fanatico, ne fideista, anzi, semmai scettico, anche quando religioso; no ottimista, ma, semmai pessimista di un pessimismo lucido ed attivo, mai rassegnato.




    Il ratto d'Europa


    Mito e continente


    Un’occhiata all’opinioni e visioni di molti secoli può condurre a molte sorprese Mito e continente, realtà ed avventura, tutto questo fu l’Europa, e tant’altro ancora. Non mancano tuttavia le obiezioni contrarie che, in quanto mito, fin dalle origini appare scuro e di significato incerto, anche se l’immagine della fanciulla rapita dal toro è familiare alle coscienze sveglie ed alle fantasie degli artisti. Come idea, si obietta, non esiste; vi furono ed, in parte sopravvivono, tante idee che a lei si riferiscono; ma tutte insieme non fanno un’idea sola. Che sia un continente, contestano i geografi, i quali sembrano piuttosto inclini a dar ragione al pessimismo di Valere che, contemplandola nel 1924, lacerata ed intende a ricucire le sue ferite, le affibbiò la famosa definizione di “petit promontoire du continent asiatique”. Piccolo promontorio, che le vicende del successivo ventennio avrebbero ancor rimpicciolito, spostandone le frontiere dai monti Urali, dei vecchi libri di testo, a fiumi di casa quali l’Elba ed il Danubio, fino a sfiorare Lubecca e Trieste. In quegli stampi sembrava essersi indurita, per l’eternità; ed invece il crogiolo, cinque anni fa, si è rimesso a bollire. Noi non possiamo ancora prevedere in quali stampi si rapprenderà la materia tuttora liquida e mobile. Nel suo tumultuoso divenire, l’Europa esiste con tessuto unitario, realtà economica, speranza politica. Ripercorrere la sua vicenda significa evocare, con rare eccezioni tutti i grandi nomi della storia umana gran parte delle idee, tutti i modi del vivere civile. Significa percorrere un cammino grandioso di creazione letteraria, abbracciare l’arte più compiuta e matura, tutta la musica degna del nome d’arte, tutta la scienza, tutti i principi del diritto e della legislazione. L’ora che batte, ogni giorno sulla terra, scorre secondo i ritmi che l’Europa ha regolato, se non scoperto, essa sola, e consegnato l’intero mondo. Le fogge del vestire e le forme di governo, i modi di salutare e, perfino, di uccidere, gli stessi mezzi d’educazione, di comunicazione, di distruzione che i popoli grandi e piccoli, sapienti e folli, onorevoli ed indigeni, maneggiano ed adoperano, sono le estreme fronde di un albero che ha le sue radici in terra europea. Se oggi appare stretta d’assedio, e l’uomo europeo ha dovuto conoscere umiliazione ed affronti, e l’Europa stessa risulta sovente la grande accusata del nostro tempo, essa deve piegare solo la sua generosità, la faustiana prodigalità con cui estese a tutto il mondo il possesso dei suoi tesori, e mise le cognizione elaborate, dai suoi sapienti, al servizio di tutti. Si arrivò al paradosso per cui i popoli e le razze che le si fecero nemici, contro di lei, brandirono, quali armi, le idee che essa aveva elaborato e che si è visto ritorcere in un assurdo gioco del destino. Si vide in Algeria ed il Viet – Nam, si tornerà a vedere, temo in quella tragedia europea, la terra africana, che si avvia a diventare il Sud – Africa.



    Un dono continuo



    C’è qualcosa di affascinante in questa cultura, che volle difendersi pagandone pene immense: donarsi anche a rischio di esaurirsi. Pochi sanno riconoscere quest’ordine di concetti nella dozzinale storiografia che imperversa Ma Renan, per fare un solo esempio, aveva misurato il pericolo, quando propugnava l’avvento di un’oligarchia europea di sapienti che monopolizzasse la potenza e la scienza. Le caste dei sapienti orientali l’avevano fatto. Gli alti principii della conoscenza restavano nascosti entro impenetrabili tradizioni ruetiche. Nessuno doveva impadronirsene, giovarsene, sfruttarli. Dall’Egitto alla muraglia cinese, le civiltà d’oriente rimasero mondi chiusi, consapevoli che le loro conoscenze, divulgate, avrebbero potuto servire a nemici che se ne appropriassero. L’Europa si aprì a tutti. Se questo suo continuo dono di se può indispettirci, se consideriamo quanto essa stessa abbia contribuito ad armare le menti e le mani dei suoi nemici, che da soli non l’avrebbero mai potuto, tuttavia conserva il suggello della grandezza. Vittima del suo liberalismo, della sua generosità, essa predicò le sue idee, diffuse le sue conoscenze, aprì le porte delle sue scuole, insegnò il diritto, esportò i parlamenti e le dottrine umane, chiamò razze infantile e decrepite colpite dalle più sudice piaghe, a beneficiare della sua medicina redentrice. Uno scrittore spagnolo, Die de Corral, ha analizzato questo processo inesausto di “secolarizzazione” e donazione, questa divisione dei suoi tesori col mondo intero, in un libro di 50 anni orsono: El rapto de Europa. Vi si racconta come avvenisse questa “estensione di una civiltà oggettiva, generalizzabile, generosa, umana”, che attraverso i secoli si venne “ampliando in proporzione geometrica, moltiplicando i vantaggi che conferiva agli altri popoli; dalla prosperità economica alla disciplina militare”. Cosicché gli altri popoli non si limitarono ad utilizzare le risorse tecniche e le cognizioni scientifiche, ma, si impadronirono della sua linfa, del vigore storico più fecondo dell’Occidente. Nella figurazione d’una carta geografica, questa piccola terra che ha mutato il mondo non può fare a meno di commuoverci. L’estensione appare minuta ed insignificante, eppure, chi contempla quelle linee variante colorate che raffigurano terre e mari, si accorgerà d’una caratteristica ch’esse rappresentano, e la distinguono dai continenti immensi e dalle lande sconfinate. E’ un’impressione che quel grande ingegno barocco che fu il secentista Daniello Bartoli avrebbe potuto sviluppare nella sua “Geografia trasportata al morale”, del 1664: un’impressione di delicatezza, finezza, raccoglimento. La carta geografica ci apparirà, allora, quasi un affresco, dove le immense distese dell’Asia semineranno un caotico capriccio di materia ammassata ed accumulata da un Dio stanco e frettoloso; l’Australia, una vasta chiazza non rifinita; l’Africa, enorme e tozza, malamente squadrata, suggerisce idee di ottusità impenetrabile, di forza inumana e maligna. Ma, appena salite con lo sguardo ed indagate gli spazi del Mediterraneo, e vi perderete nei golfi minutamente incisi, acquistate la nozione del raffinato e del grazioso applicata alla geografia. I contorni si fanno più fini, le terre delicate, le penisole sottili, luoghi esili bracci di parevi s’insinuano, le fasciano e le aggirano con delicatezza premurosa. Seguite il profilo dell’Iberia, il profondo seno di Riiscaglia, la Manica sottile, il lieve promontorio di Danimarca, la gola dello Skagerrac, dove si apre quel Mediterraneo nordico che è il Baltico. Contemplare i piccoli territori dalle molte lingue, dove Nazioni appena raccolte idearono gli imperi, considerate la varietà di questa terra antica e ne ricaverete una sintesi di lavoro fine, profondo, paziente; quasi l’artefice occulto considerasse sufficiente impresa sbozzare appena le altre parti del mondo, per indugiare intorno alle linee d’Europa, come l’artista indugia intorno al volto, alla mano, e quelle parti della figura umana che sono le più piccole, delicate e mobili; quelle che esprimono la luce dell’intelligenza, il vigore del carattere. In tali caratteri geografici stanno, se li trasportiamo al “morale” alla maniera del Bartoli, i fondamenti fisici della vita europea: il clima privilegiato e temperato, immune dagli eccessi del calore e del freddo che ritardarono e resero ottuse razze vissute in altri climi; della varietà d’Europa; del suo essere, insieme, terrestre e marina. In quei caratteri stanno ancora i motivi della forza di Europa e della sua debolezza; la sua concentrazione, il suo riunire in breve spazio enormi forze vitali; il docile offrirsi della sua terra, elaborata e riplasmata della mano dell’uomo; le sue strade intersecate, numerose e varie; ma, insieme, anche il suo divenir facile preda delle invasioni esterne, facile vittima delle gelosie e bramosie intime; la sua incapacità a diluire i suoi disastri nei vasti spazi.



    Terra e mare



    Ma ancora viene, da quei caratteri, la sua capacità a riprendersi dalle batoste inferte dalle sue stesse invidie o dello indecifrabile destino, l’attitudine sveglia e attiva delle sue genti, non inclini a fatalismi e rassegnazioni, mai prese da quel desolato torpore che approfondì altre razze in sonni profondi di interi secoli. E’ un tentativo d’interpretazione, lo so, molto personale: dettato più d’affetto di ritrattista che dall’uggioso proponimento “scientifico”. Ma io vi scorgo la ragione profonda di questa vitalità europea che non cessa di stupirci e di consolarci. Mezzo secolo fa, ben più riunito che all’indomani di Verailles, pareva ammonirci, l’Europa, che non sarebbe risorta, mai più. Le sue terre immiserite, le sue fabbriche divelte e sfondate, le sue città arse e sbriciolate, il suo spirito fiaccato, sembravano non dover conoscere più stagioni fertili. Dalla nube di polvere e di fumo, dai vapori tossici di odio della seconda delle sue guerre civili nessuna idea si levava, nessuna verità consolante: man che mai lo strombazzato, propagandato campionario del rooseveltismo poteva risollevarci. Sola realtà, i due giganti di fuori Europa, i colossi previsti dai tanti ingegni alla Toqueville, che si prendevano, infine, la rivincita sopra l’antica dominatrice ridotta ai ruoli di potenziale, prossima preda, o di mendicante assistita.



    Odore di provincia


    Perfino uno scrittore che non aveva mai cessato di proclamarsi europeo, Thomas Mann, dubitò. Credette che un funzione autonoma dell’Europa fosse finita, ed in un’infelicissima pagina, scritta per essere letta, con odiosa pedagogia, dalle stazioni radiofoniche americane al popolo tedesco, proclamò che l’idea d’Europa “aveva conosciuto a prendere un odore nettamente provinciale”. Citava, il Mann, una frase del suo diletto Roosevelt in cui, con una dabbenaggine indegna dell’intelligenza che un tempo aveva mostrato, pareva creder ciecamente: “L’antica espressione civiltà occidentale non va più. Gli avvenimenti mondiali e le necessità comuni dell’umanità sono in procinto di unificare le culture dell’Asia, dell’Europa e delle due Americhe, e di formare, per la prima volta, una civiltà mondiale”. Le vacue profezie dell’improvvisato progressista giacciono, dopo mezzo secolo, in sparsi frantumi e rifiuti. Il senso profondo della rinascita europea sta nella smentita offerta ai profeti di sventura; pur senza un’idea, senza una bandiera, senza profeti. Per puro istinto. L’istinto che Nietzsche pone alle basi del destino. L’istinto che contiene e trascende la natura e la storia. L’Europa non ha espresso, in questi 50 anni, idee nuove, ne volontà di cercarne. La sua realizzazione unitaria è lontana. La maggior delusione che i suoi progettisti e fautori hanno provato è certamente nella constatazione che le scorciatoie economiche non sono bastate a darle la sospirata unità. Ché, anzi, sembrano, oggi, più adatte a dividere che ad unire. Qualcuno ammonì, ma non fu ascoltato: produrre e commerciare sono attività necessarie, ma non possono sostituirsi alle idee ed allo spirito. Le une e le altre sembrano ancor più latenti che presenti alla nostra generazione. Nostro compito è far sì che muove idee vive si affaccino non per cancellare le antiche, ma, per continuarle.







    Civiltà immortale



    Europa tra Oriente ed Occidente


    Nella storia delle dottrine politiche, l’idea d’Europa è concetto complesso e confuso. Ne sanno qualcosa quegli scrittori che, dedicandosi alle analisi delle origine europee, dalle concezioni dei singoli ai progetti di unificazione continentale, hanno dovuto sbrogliare intere matasse di concetti apparentemente analoghi, che generano invece confusioni vistose, quali Civiltà, Romanità, Cristianità, Sacro Romano Impero, Occidente. Tali concetti storici e morali possono tutti, a volta a volta, identificarsi con l’Europa; eppure, non sono mai identici a lei. L’Europa è, certamente, il terreno geografico e culturale in cui si espandono e prolificano, per lunghi secoli, resta una nozione, un nome senza identificarsi in un’idea. Un autorevole giornalista ha scritto, in tutta serietà, che Dante, niente meno, fu “il primo europeo”. Simili medaglie vengono appese, con la dilettantesca improvvisazione suggerita dalle urgenze centenarie e dal rumore pubblicitario, al collo, or dell’uno or dell’altro, degli spiriti europei. Commedia alla mano, Dante parla d’Europa quattro volte, in tutto il poema. Una volta facendo allusione al mito, le tre successive come territorio, il cui stremo, ossia ultimo confine, viene precisato con chiarezza geografia moderna, sul Bosforo (Paradiso, VI, 5). Quante volte la nominasse nelle altre opere, è un calcolo più difficile. Mai, in ogni caso, in qualche senso che sia comune per noi. Il Sacro Romana Impero, il miraggio di Dante, non è necessariamente europeo, pur comprendendo la maggior parte dei territori d’Europa. L’idea di Dante era inprescindibila dal contenuto teocratico e dall’aspirazione universale; estranei, entrambi, all’idea d’Europa, quale si viene configurando più tardi, e nel cui solco, noi, continuiamo a pensare. Dante non poteva parlare di Europa, ma pensarla, perché quell’idea non era ancora nata. Esisteva una nozione geografica; durante il Medio Evo si fece strada la persuasione di un certo destino comune dei popoli che la componevano. Non l’idea, però, bisogno tenere a mente questa distinzione, per non far dire agli antichi scrittori ciò, che non potevano pensare o scrivere.



    Contenuti spirituali


    Antichissimo il nome, la sua tradizione in idea a noi accessibile è molto più tarda, e può collocarsi al termine del Medio Evo, ed ancora oltre: quanto la civiltà occidentale viene scossa dalla triplice crisi delle scoperte geografiche, della Riforma protestante e della minaccia turca. L’indagine è stata condotta da molti scrittori. Alla storia dell’Idea dedicarono libri Chabod e Curcio, la cui opera resta la più chiara, equanime e felice; e quel singolare saggistiche fu Denis de Rougemont, cui il desiderio di mostrare quanto augusta ed antica sia l’idea d’Europa, giunse a formare la mano. Non penso di gareggiare con questi scrittori. Ne trarrò, invece, spunti e citazioni per chiarire quando l’idea continuò a formarsi come concetto a se stante, con propri contenuti spirituali: valori non ausiliari rispetto ad altri concetti, ma viventi di forza propria, dotati di propria suggestione e proprio fascino. Preme indagare quando l’Europa continuasse ad apparire, se non come auspicabile Patria comune, almeno come individualità storica, tessuto di interessi e lingue, aspirazione e speranze. Questo avviene quando l’idea comincia a liberarsi e distaccarsi da quelle di Romanità, Occidente, Cristianità, tutti concetti che, a volta a volta, fecero corpo con lei. Dire, come si sente, che l’idea d’Europa ha venti o trenta secoli, è insensato; significa ampliare, generalizzare, confondere. La nozione d’Europa, essa si, avrà quei tanti secoli, ma l’idea ne ha molti di meno. Per Erodoto, l’Europa si ricommetteva ad un concetto di bene e di fecondità, opposto a quello dell’Asia.Ma l’Europa degli antichi autori greci era poco più grande della Grecia stessa; non oltrepassava, in ogni caso, i confini dell’Ellade. A sua volta, l’Asia era un’altra regione, assai più piccola del continente che noi diciamo, ad oriente della Grecia. E tuttavia, negli scrittori greci, c’è un sentimento dell’Europa quale compendio di valori umani, opposti all’incultura ed alle barbarie degli asiani. L’esaltazione dell’individualità e dell’autonomia personale dell’uomo europeo contro la soggezione pretesa dai despoti, caratteristica degli asiani, è motivo importante. Dopo aver fatto la necessaria tara, che i demagoghi della mistica democratica amano dimenticare, sul significato e l’estensione della “libertà” presso le città greche, occorre anche aggiungere il rovescio importante: che più tardi, questo sentimento della libertà e dell’individualità apparirà, ad altri scrittori, un fattore di disgregazione e debolezza dell’Europa, rispetto alla compatta manovrabilità delle vaste e disciplinate masse degli asiani. Come si vede, il problema è complesso, perché sempre suscettibile di turbarsi per effetto di sfumature e venature impreviste ed incalcolate.





    Civiltà e barbarie



    Nell’imposizione, che diverrà permanente, di Oriente ed Occidente, ed assurgerà a contrasto tipico nell’andare del tempo, Eschilo adopera indifferentemente, nei Persiani, le parole Grecia ed Europa, per significare identico ambiente umano e culturale. In Ippocrate, medico e filosofo, risulta il motivo della varietà e diversità degli “europei”, opposto all’uniformità caratteristica degli asiani. In Socrate, l’opposizione si approfondisce, diventa insofferente e si carica di significati etici e politici: qui il bene la il male. Qui la civiltà, là la barbarie. Nasce, per la rima volta, il tema della “guerra santa” dell’Occidente contro il nemico che minaccia da Oriente. Roma approfondisce il tono allarmante del distacco e opposizione. La minaccia da Oriente viene subito chiara, appena la città, che si allarga ad impero, ed in tutte le direzioni, si espande, viene a contatto col nemico orientale. Anche ad Occidente sono conflitti con popoli e Nazioni, da sedare con la conquista. “Tu regere imperio populus, Romani nemento…”: ma non si identifica alcun nemico nella nozione d’Occidente.



    L’incubo della minaccia



    E’ il mistero dei Parti, l’incubo dei Persiani che ossessiona la politica estera romana; la persuasione che da Oriente possa risvegliarsi un’immane forza, capace di sovvertire gli ordinamenti dell’Impero, e dilagare nelle terre privilegiate, chiaramente suddivise, attentamente sfruttate, nei territori plasmati di una civiltà superiore, fu sempre viva e presente nelle coscienze romane. Da Grasso a Giuliano, l’ultimo dei grandi imperatori, entrambi caduti combattendo contro i Parti, il tributo di sangue alla Romanità, alla difesa contro l’Oriente, si tramanda nelle generazioni. Il sentimento della minaccia da Oriente era talmente vivo o diffuso, che la politica imperiale ne fece continuo e spericolato uso, come leva per scopi interni; non meno, mettiamo, di quanto, negli anni passati, gli Stati Uniti adoperassero lo spauracchio sovietico per tenere in linea gli alleati occidentali. Nel vasto saggio di Ronaldy Syme, “la rivoluzione romana”, dedicato alla carriera di Ottaviano ed alla transizione della Repubblica all’Impero, si racconta come la propaganda augustea riuscisse a dipingere quella che era, in realtà, solo una guerra civile tra romani per il potere, in una lotta tra Oriente ed Occidente (…) da un leto, l’erede di Cesare nel Senato ed il Popolo romano, sul cui capo risplendeva l’astro della casa Giulia, e, su nel cielo, gli Dei di Roma in lotta controre mostruose divinità del Nilo. Dall’altro le truppe multicolori di tutto l’Oriente, Egiziani, Arabi, Battriani, comandati da un rinnegato dall’esotico abbigliamento, “Variis Antonius Armis”; che poi, non era vero, perché anche le legioni di Antonio erano composte essenzialmente da romani e greci. Infine lo scandalo supremo, la straniera: “Sequiturque, Nefas, Aegyptia coniux”, cantò il maggior poeta della propaganda augustea e di tutta Roma, Virgilio. E quando la povera Cleopatria si uccise parve scongiurata la minaccia d’Oriente, e l’altro grande poeta chiosava, con un certo opportunismo, “Nunc est bibendum”, ora bisogna bere, di gioia – l’Europa aveva vinto l’Asia. Roma ebbe ben vivo, fin dalla fondazione dell’Impero, il senso dell’opposizione di Oriente ed Occidente. Ma l’Impero aspirava all’universalità, e presto si comprese che non poteva porsi limiti geografici. L’opposizione, lentamente, si mutò in conciliazione. Roma non fu mai razzista,, nell’uguaglianza della lingua e del diritto. L’opposizione originale cadde con l’allargamento della civiltà romana al bacino del Mediterraneo. Quell’unità mediterranea sopravvisse perfino alla decadenza dell’Impero ed alla sua suddivisione in due unità, nominate d’Oriente e d’Occidente. L’unità di costumi e credenze, una sostanziale identità imperniata nelle due grandi lingue, il latino ed il greco, la fitta trama commerciale, la fioritura del Cristianesimo, preservarono il mondo mediterraneo dallo sfascio e dalla frantumazione che si videro nell’Europa centrale.



    La fine dell’unità



    Sulle sponde del Mediterraneo, la civiltà erede di Roma continua una sua vita, che innumerevoli legami stringono in un insieme conscio di un patrimonio romano da difendere. Il termine orgoglioso in questo mondo si identifica, è Romania: la nuova Roma, che si contrappone ora alla Gothia, la terra dei nuovi barbari, la gente straniera ed incivile come preme ora lungo il Danubio per irrompere in Occidente. Neppure le tribù germaniche che calano in Spagna, invadono la Gallia, penetrano fino all’estremo Sud dell’Italia, si stanziano in Africa, riescono a scalfire questa tenace unità. I livelli della cultura e della legislazione si abbassano per l’immissione di nuovi e più rozzi costumi; ma Roma, secondata dal Cristianesimo, riesce a prevalere nell’inevitabile fusione che si opera in un vastissimo crogiuolo territoriale. I regni barbarici rispettano, sostanzialmente, l’unità dell’Impero. Sono incolti invasori, eppure inconsciamente si dispongono a diventare i formatori dei regni europei futuri. Il mondo politico sortito dalla fine dell’Impero romano è sconvolto dall’irresistibile irruzione islamica, che spazza via le tracce della civiltà greco-romana dalla sponda meridionale del Mediterraneo. L’unità è finita, vincoli di cultura e di religione, legami commerciali, sono dissolti, il Mediterraneo, da centro che era stato, diventa frontiera. La Spagna è invasa, il centro di gravità d’Europa si sposta a Nord. L’Impero d’Oriente cessa di esercitare una qualsiasi influenza sui regni senza più alcuna cautela, e si riduce in una lunga, estenuante, difensiva. Non l’idea d’Europa, ma un’organizzazione continentale della difesa europea comincia da qui.





    Amore e psiche







    Christianitas non è Europa



    Troppo si è detto e si ripete che l’idea d’Europa nasce con l’Impero di Carlo Magno. All’anno della sua incoronazione si continua a far riferimento; premi medaglie e diplomi si intitolano a Carlo, come ispiratore e patrono. Ma così non è. Con l’Impero carolingio nasce un organismo statale che, trasformandosi e poi distruggendosi, genererà l’idea di Europa. Ma per ora, tutt’altra è l’ispirazione. E’ vero che, pur inconsciamente, esso amalgama, unifica e fonde una realtà politica, una struttura umana, un patrimonio culturale che comincia ad essere Europa senza saperlo. Non bisogna attribuire soverchia importanza alla frequenza con cui la parola Europa ricorre nel Medio Evo: il senso è solo, esclusivamente geografico. Eppure, in quel vertice di valanghe distruttrici avventate contro l’Europa, Giorgio Falco rievoca, nel suo studio sul Medio Evo, “La Santa Romana Repubblica”, l’apparire di un aggettivo carico di significato e di suggestione: “Quando la marea araba, dopo avere inghiottito l’Africa Settentrionale e la Spagna dei Visigoti, aveva minacciato la Francia e l’intero Occidente, Carlo Martelli, a capo degli Europenses – la parola, piena di significato, è del cronista contemporaneo – aveva sventato il pericolo a Portiera, ricacciando gli infedeli al di là dei Pirenei e conquistando l’intera Aquitania”. L’anno 732, gli Europenses riportano la prima vittoria. Usato chissà come, chissà perché, da un oscuro cronista ispanico, quest’aggettivo, chissà come nato, sembra sorridere, oggi, come un incitamento fantastico. In realtà, si fondava il regno dei Franchi, tribù germanica passata in Gallia, il primo Stato europeo a prendere forma e struttura. Tra i Pirenei e le Alpi, il Mediterraneo e l’alto Danubio, la Manica e l’Atlantico, s’insediava un organismo compatto, che si dava una rapida esperienza diplomatica e militare, e preparava le basi per la trasformazione della monarchia franca in potenza continentale.



    Un organismo germanico



    In senso storico, il regno franco è la naturale conseguenza dello spostamento del centro di gravità dal Mediterraneo all’Europa settentrionale. La civiltà romana passa la mano, altri popoli e razze si adoperano, con commovente sollecitudine, ad assorbirne linfe, caratteri ed essenze. Il Pontefice romano resta il legittimo successore, nel rituale, nei gesti, nel seggio rimasto a Roma, dell’autorità pontificale, degli imperatori antichi. Se la potenza militare e l’ordinamento statale si sono trasferiti a Settentrione, l’essenza spirituale è rimasta a Roma. Là scenderanno gli imperatori di Francia e di Germania, a ricevere il suggello di legittimità, bontà e santità dei loro governi. Con Carlo Magno, l’Europa si differenzia, quale organismo politico, dell’Impero sopravissuto ad Oriente. E’ un organismo germanico calcato dentro uno stampo romano, da cui si irradia una poderosa rinascita culturale ed artistica. Romanica si chiama l’arte che prende vita dalla nuova concessione del mondo. Europa è sempre un nome geografico, ma si carica di significati più intensi: “Bex, pater Europae, è Carlo signore de “jure totius Europae, Europaes venerande apex, venerande pharus”, invocano poeti e cronisti, l’Imperatore. Al significato geografico si viene sovrapponendo quello antico greco e romano, della civiltà degli europei, mentre, oltre il Danubio e nell’Oriente, dimorano i popoli barbari e incivili: in più non sono cristiani. La nuova grande distinzione si aggiunge alle antiche. La civiltà degli europei è cristiana, permeata dalla verità del Vangelo. Comunità cristiana da un lato, orda anticristiana dallo altro. Si capisce che quando l’Impero di Carlo si sfascia, venga meno il significato politico e prevalga quello religioso. L’Europa, lentamente, si trasforma in “Res pubblica cristiana”, un insieme di popoli e regni che accettano, quale regola superiore, il cristianesimo. Alla concezione politica si sostituisce quella teologica. Più volte insorge l’Impero, e altrettante si modifica, incarnato in una moltitudine di dinasti, in decine di famiglie, provenienti dai quattro angoli dell’Europa feudale. Potentati europei se ne contendano l’investitura in lotte secolari, i cui nomi e le cui date sono nella memoria d’ognuno. Ma il centro, la continuità, la stabilità, si identificarono nella chiesa. Le guerre che gli Europei conducono verso Oriente, le Crociate, sono guerre mistico – religiose, cui sarebbe improprio attribuire ambizioni politiche, almeno primarie. L’unità che allora si forma non è europea, ma cristiana. Gente europee non sono ancora acquistate al cristianesimo, si proclama l’Impero d’Oriente, e cristiano, e soggette all’autorità spirituale di ROMA, rimangono numerose comunità del Mediterraneo orientale.



    Espressione geografica



    Uno storico inglese, Benye Ray, ha osservato che “ci sono voluti molti secoli perché il termine Cristianità si imponesse, applicato ad una ragione”, quelli che vanno dal nono al dodicesimo secolo. “Ma nel XII secolo, esso faceva parte del vocabolario abituale del mondo che parlava latino. Nel lungo periodo in cui si è formata la Cristianità, la parola Europa non gli fece concorrenza, perché era impiegata in senso esclusivamente geografico nelle opere scientifiche, e nelle esegesi dei passi della Bibbia n cui descrive la popolazione del mondo”. E’ impresa agevole contare nelle innumerevoli opere di cronisti, esegeti e commentatori, l’apparizione della parola Europa. Non esiste aggettivo che le corrisponda. E, invece, contare soltanto – come oggi si usa, quando si vuole esaminare la genesi di un concetto e la sua forza di penetrazione nel vocabolario usuale di un’epoca – il numero di volte che furono adoperate parole come “Cristianitas, Imperium cristianum, o Res pubblica cristiana, sarebbe impresa impossibile, perché sterminata”. Quando la parola tende a sostituirsi a tutte le altre usate prima, ed estendersi ai concetti di impero, di occidente: o romanità, si avverte un mutamento. Dante aveva usato rarissime volte la parola Europa. Adoperò gli aggettivi asiatico ed africano, e non sentì alcun bisogno di una corrispondente europeo. In Petrarca si fa più frequente. Boccaccio inveta europeico, una stranezza ma indicativa. Il mutamento è lentissimo, lungo tutto il secolo XIV e nel successivo.



    Valori nuovi



    Nel XV secolo appare l’aggettivo aeuropaeus, per la prima volta, per opera di un papa umanista e paganegiamte, Enea Silvio Piccolomini, divenuto Pio II. La parola Europa si fa più frequente, il suono si arricchisce di valori nuovi. – Che cosa è accaduto? E’ tramontato il sogno medievale di una chiesa universale. Cristianità significa, ora, l’accettazione di un principio religioso quale base di una identità culturale, nello stesso senso del Dar- al culturale, nello stesso senso di Dar – all’Islam della legge mussulmana: un territorio in cui vige un ordine ispirato a un principio religioso quale elemento unificatore. Nel XIV secolo l’unità cristiana è giunta alla rottura. La chiesa greca, scismatica dal 1054, e di nuovo, incorporata a forza dell’unità romana, torna a levarsi quale antagonista di Roma. Volenti o nolenti, i Papi di Avignone, si trovano nell’orbita della potenza francese. Italia e Germania ne provano amare gelosie, che non tardano a produrre conseguenze politiche. I regni europei si consolidano e lottano per sottoporre il potere della chiesa, così come avevano debellato la feudalità, i grandi ordini monastici si fanno partecipi del moto centrifugo, e ne approfittano. In tali condizioni, lo scisma del 1378 rappresentò il colpo decisivo. Sedici cardinali si riunirono a Roma. Di questi solo quattro erano italiani, ma la plebe romana, tumultando al grido “Romano lo volemo, o al manco italiano, spaventò il Conclave, che elesse Bartolomeo Frignano, arcivescovo di Bari, lo ultimo papa che non fosse cardinale, col nome di Urbano VI. Poco dopo, i cardinali francesi ed uno spagnolo, riuniti ad Anagni, proclamarono usurpatore Urbano e, dopo averlo scomunicato, elessero il cardinale Roberto di Ginevra, che prese il nome – poi revocato dagli storici - di Clemente VII. Non è qui il luogo di seguire la tumultuosa vicenda dello scisma occidentale, e l’intrigo di investiture ed ambizioni dinastiche ne sortì. I due papi in furiosa lotta ebbero successori anch’essi opposti, su i “due” troni di Pietro. Tutto ciò ci riguarda solo in quanto Repubblica Cristiana ne fu lacerata per sempre. Come idea di unità, era finita, sia in senso mistico che politico. La confusione dei credenti, l’indisciplina del clero, lo scadimento del papato, l’impiego della violenza e della corruzione delle due corti per prevalere l’una sull’altra, , il Concilio di Costanza, e l’elezione del cardinal Colonna, col nome di Martino V, furono le tappe della tremenda crisi.



    Una favola che incanta



    La chiesa ne uscì sconvolta, il clero corrotto, gli ordini ammolliti, la dottrina impoverita, minata da una terribile frenesia di dissolvimento, che preparava ben altre rovine, a breve scadenza. Chi ha vissuto il terribile pontificato di Paolo VI, le sue rinunce, le sue obiezioni, può capire le rovine che si produssero, e le altre che ne derivarono. Nulla poteva più conferire la Chiesa alla ricerca europea dell’unità. In più, nel corso dei due ultimi secoli, l cristianità aveva perduto tutte le sue propaggini d’oltremare. Acri caduta ne 1292, i principati del Mar Nero e Trebisonda dissolti, i territori bizantini dell’Anatolià invasi dai Turchi, la parola cristianità cessava di rappresentare l’aspirazione dell’universalismo cristiano. Al contrario, il cristianesimo nazionale progrediva in Lituania, l’ultimo avanzo pagano in Europa, e i Mori erano scacciati dalla Spagna. L’Europa venne a coincidere, quale continente, con la Cristianità di prima. La geografia aveva il sopravvento sulla religione. Non v’è più ragione di adoperare i vecchi concetti medioevali. Le due parole si equivalgono, ma il secondo concetto prevale. Gli scrittori dell’età nuova provano ripugnanza per i vocaboli del Medioevo, e, invece, Europa è parola classica, si adatta bene agli esametri dei poeti latini, possiede uno spazio nella mitologia, la sua favola incanta gli umanisti e gli artisti, per quel contrasto tra la languida vergine ed il toro, che la rapisce. Ecco il momento in cui la parola rinnovata dal gusto, diventa uno dei termini di riferimento della fantasia occidentale. No è ancora un’idea, ma è sul punto di diventarla.







    Europa generosa patria nostra



    Europa gloriosa Patria



    Il sentimento di un’Europa che sia Patria, tradizione comune, cultura raffinata e completa da definire, si precisa nel Quattrocento di fronte alla minaccia esterna: c’è un nemico deciso e tremendo, i Turchi. Una volta tramontata questa minaccia, una altra le si sostituirà, quella dei Russi. La lotta nazionale dei vecchi Stati europei, e le emergenze dei nuovi si svilupperanno soltanto negli intervalli tra queste minacce esterne. L’Europa sortita dai trattati di Mùnster e Osmabrùck, nel 1648, è un continente che crede di aver eliminato il pericolo esterno, e non ne ancora identificato un altro. Sempre atteso tuttavia, lo scontro frontale e definitivo tra l’Europa ed i Turchi non vi fu. Vi furono invasioni, guerre parziali, momenti di angoscia. I Turchi s’impadronirono dell’intera penisola balcanica, assediarono l’alta Buda, comparvero per due volte sotto le mura di Vienna, e furono respinti dal Re di Polonia, Sobieski, e da un grande generale italiano, Eugenio di Savoia, Capitano generale dello Impero. Ma si trattò sempre di guerre parziali. Lo scontro decisivo e finale non venne mai. La potenza turca decadde e si sgritolò per linee interne, come, un secolo e mezzo più tardi l’Impero sovietico. Hugh Trevor – Roper ha definito fronteggiarsi, armato di Europei e Turchi come un modello della coesistenza che ne avrebbe preso il posto nel nostro secolo. Già allora, in piena guerra fredda, egli avvertiva che non è necessario, ne storicamente stabilito, che i maggiori conflitti debbano sfociare in guerre totali; risultando, invece, i conflitti parziali quelli preferiti da entrambi i contendenti, che riluttano a mettere a repentaglio la loro stessa esistenza in un confronto armato che impegni tutte le forze, proprie ed avversarie. La diatriba che si trascinò per decenni, tra la strategia americana di dissuasione e quella europea che prese il nome dai mezzi proposti, delle rappresaglie immediate e massicce o graduate e selettive, era stata vissuta con alcuni secolo d’anticipo. La teoria per cui il mondo non può vivere metà schiavo e metà libero, che un urto frontale fra sistemi opposti è, presto o tardi inevitabile e può risolversi solo con una guerra ideologica totale, è semplicemente falsa. L’Europa e i Turchi, con le loro ideologie opposte ed i loro antitetici sistemi sociali, si fronteggeranno per secoli, in armi, sì ma anche con interesse, curiosità e reciproche fasi di simpatia. Ci furono, tra i due opposti sistemi, guerre locali anche sanguinose, intense relazioni diplomatiche, ambascerie e convegni di studi reciproci, quasi nel nostro senso attuale. Si scrissero libri tra i quali il commentario del fiorentino Cambini, “Della origine de Turchi, et Impero della Casa Ottomana (1540), è un libro capostipite.





    Un glorioso Passato



    Due opposte politiche estere


    In pieno Rinascimento, l’idea dell’Europa quale Patria comune, minacciata da un comune nemico, generò due correnti che si intrecciarono, si aggrovigliarono, si contraddissero e finirono con l’identificarsi in due opposte politiche estere occidentali, in perpetua lotta tra loro: tal quale si vide in Europa degli anni Cinquanta agli anni Ottanta, il conflitto tra gli anticomunisti intransigenti e possibilisti, che tanto ruolo ebbe nei casi interni delle più deboli europee. Estraendo l’essenziale delle correnti occidentali, scopriremo i soliti motivi dominanti, il tema dell’orgoglio e indomita speranza, e quello, opposto, del timore e dell’accomodamento. In definitiva, l’ottimismo ed il pessimismo. Ottimista è Enea Silvio, che polemizza vivacemente, in una lettera, col sultano Maometto II e gli espone i motivi per cui lo Occidente è migliore, più ricco, più vivo. Quale forza, in quella lontana lettera del 1460. Costantinopoli era caduta, i tardivi progetti di una nuova crocianabbandonati. Eppure, il gran letterato e papa scriveva, al suo diretto nemico: “Vedi quanta distanza tra la beatitudine e la nostra! La nostra corrispondente alla parte migliore dell’uomo, all’anima: la tua alla più vile, il corpo, la nostra è spirituale, la tua è casuale; la nostra, fulgente e nitida, la tua, oscura e fetida. La nostra è quella degli angeli e comune a Dio, la tua è comune ai suini, e ad altri greggi immondi”. Il raffinato umanista non misura le parole, va giù con un frasario di sfida epocale. Nel letterato ed uomo di chiesa, parla ora la voce d’Europa. L’Europa è colta; il nemico che le si oppone, barbaro, presuntuoso e superbo. Prima che politica, l’opposizione dei mondi è morale ed antropologica, come negli scrittori greci. Quest’uomo del rinascimento è il primo che intenda l’Europa in un senso in cui di riconosciamo. L’identificazione geografica è completa. Il senso politico e morale è aggiornato e moderno. L’uso della parola si andò allargando nei tempi successivi. Le scoperte geografiche d’America mostrarono che esisteva un altro Occidente che non era Europa. Dire Occidente conteneva un’ambiguità nuova. Non s’intendeva più il piccolo continente raccolto e civilizzato, la perla della sfera. Non più Cristianità, dunque, ne più Occidentale. Era l’Europa che veniva in primo piano: l’Europa protagonista necessaria del pensiero e delle aspirazioni del Continente, il migliore Occidente possibile. Ma un’Europa discorde. L’idea universale ed ecumenica tramontava, l’Impero era appannaggio della casa d’Austria, che perseguiva, ormai, scopi ereditari e dinastici. Altri regni europei, primo fra tutte la Francia, le contendevano primogenitura e primato. La lotta per il primato europeo, che doveva insanguinare il Continente fino alla carneficina del 1939 – 1945, cominciava allora. Il motivo della discordia d’Europa affiora potente, col suo rammarico e le rampogne, mentre il nemico minaccia: “Da te stessa a lacerarti il lato, seguì o misera Europa”;;;. All’Ariosto, al Tasso, si affianca un grande poeta portoghese, cui il respiro, allora mondiale, della sua Patria, istigava visioni totali, Canoes. Ed ecco, accanto al motivo dell’orgoglio, affiancarsi quello del timore, la “crisi” europea divisa di fronte al terribile nemico. Non è meno virile, questo motivo del timore, né meno appassionato dell’altro.



    Gli scrittori della “crisi”


    Si apre il grande motivo del pessimismo europeo: i fattori di sconforto vi prevalgono su quelli dell’orgoglio e della sicurezza. I progenitori degli scrittori sulla crisi dell’Europa che pullularono nella prima metà del nostro secolo, si ritrovano già in questi tempi lontani: non vanno confusi coi predicatori dell’abbraccio universale, coi profeti della “distensione”, del cedimento al nemico in nome di qualsiasi pace, anche con disonore. Sono, invece, nature forti e ardenti, la cui visione della disunione d’Europa, del suo dilaniarsi instancabile, della mancanza di una forte volontà di combattimento, genera luoghi e profondi turbamenti. Curcio, riconosce certamente in Coluccio Balutati il cominciatore della letteratura della “crisi dell’Occidente”, che si prolungherà fino ai Massis ed agli Spengler del nostro secolo. I Turchi sono forti e l’Occidente è corrotto. L’Occidente è disciplinato ed agguerrito, la Cristianità decadente. “Ma, in Coluccio, i grido d’allarme, aveva prevalentemente il significato di un incitamento alla riscossa”. Nessun fatalismo equivoco, nessuna rassegnazione, nessuna capitolazione morale. Bisognava agire alla crisi, ricostruire gli strumenti di una comune difesa di fronte al nemico. Per tutto il Cinquecento, queste idee furono accanitamente dibattute. Ed insieme crebbe la sterminata letteratura sui Turchi. Ricorda Trevor Roper che in Francia fu pubblicato, tra il 1480 ed il 1609, sui Turchi, un numero di libri doppio rispetto a quello dei libri dedicati all’America. In Italia spicca il “Commentario” del Cambini. Di fronte alla minaccia incombente sulle frontiere orientali, non tardano a scorgere, in Europa, abbozzi e progetti di unità. In senso cattolico, protestante, o puramente politico. Negli storici protestanti di Germania sorgeva la nuova idea di una Nazione tedesca che prendesse il posto dell’invecchiato e decadente Impero d’Austria. IL Peucer ravvisava, invece, la salvezza d’Europa in una unione di Germania, Italia e Francia. Con la continua esplorazione del continente americano, l’immagine del mondo si venne organizzando e precisando. Il contrasto abituale di Occidente ed Oriente si complicò. Cominciò addirittura a profilarsi, sulla fine del Cinquecento, quello che, nel nostro secolo, si è chiamato il mito d’America, terra vergine e felice, non contaminata dalle risse, dalle ambizioni, dalle antiche piaghe d’Europa. Così come, più tardi, apparvero le illusioni sul “buon selvaggio”, l’uomo nativo e fresco di reazioni d’intelletto, non corrotto dalla “Civilisatio”; e chi preferì cercarselo in Cina, chi nel Perù, chi nelle isole australi. Orgoglio e denigrazione si intrecciarono e contraddissero di continuo. Spiriti robusti, ingegni virili celebrarono le lodi di Europa; uomini di più fiacco carattere contrapposero, all’Europa, tutti i possibili selvaggi, tutti dichiarandoli migliori di lei. La razza abietta e svergognata degli intellettuali del secolo nostro ebbe illustri e lontani progenitori. Non esita condannare l’Europa il Montagne, perché gli indiani chiedevano, almeno, perdono a Dio, andavano in guerra, e gli europei no: la sete di dominio era, per costoro, sufficiente motivo per osare. L’Europa corrompeva e peggiorava i buoni selvaggi. Ora, dunque, al motivo Oriente-Occidente si aggiunge quello Europa –America. Nei dialoghi dei morti, il francese Fontanelle fa discutere, tra loro, Cortes e Montezuma; ciascuno enumera i vantaggi e le caratteristiche delle proprie terre e tradizioni. Prolifera sulle arti la iconologia dei Continenti, personificati con le attribuzioni classiche: il coccodrillo, all’America, giovane, affascinante e popputa, pin-up avant la lettre, attraente e selvaggia; l’elefante per l’Africa nera e tenebrosa, e i cammelli e gli schiavi e guerrieri tartari per l’Asia sterminata. Solo gli artisti non hanno dubbi. Essi seguono, nelle loro raffigurazioni, la fisionomia delineata da una turba di scrittori d’immagini, che ebbe in Cesare Ripa il suo definitivo codificatore. “Donna ricchissimamente vestita di abito regale di più colori, con una corona in testa, e che siede in mezzo di due cornucopia incrociati, l’uno pieno d’ogni sorta di frutta(..) e l’altro d’uve bianche e negre, con la destra mano tiene un bellissimo tempio, e col dito indice della sinistra mano, mostra i Regni, Borone diverse, Scettri, Ghirlande (:..) e più sorte d’armi, vi sarà ancora un libro, e accanto diversi strumenti musicali, una squadra, alcuni scalpelli ed una tavoletta che usano i pittori con diversi colori sopra e vi saranno anche dei pennelli. Europa è prima, e principale parte del mondo, come riferisce Plinio nel terzo libro, prese questo nome da Europa figlia di Agenore, Re dei Fenici, rapita e condotta nell’isola di Candia da Giove”.



    Immagine seducente


    “Si veste riccamente d’habito Regale, è di più colori, per la ricchezza ch’è in essa per essere – come dice Strabone nel secondo libro – di forma più varia delle altre parti del mondo. La corona che porta in testa è per mostrare che l’Europa è sempre stata superiore, è regina di tutto il mondo. Si dipinge che sieda in mezzo di due corni di dovitia, pieni d’ogni sorte di frutti, perciò che come dimostra Stradone è questa parte sopra tutte le altre feconda (..) Il cavallo, le prime sorti d’armi, li strumenti musicali, dimostrano che è sempre stata superiore a tutte le altre parti del mondo, nell’arme, nelle lettere, e in tutte l’arti liberali. Le squadre, i pennelli, i scalpelli significano have avuti havere uomini illustri, è d’ingegni prestantissimi, altri eccellentissimi nella pittura, scultura, architettura…” (da: Cesare Ripa, iconologia, a cura di Piero Buscaroli, Milano 1992) E’ l’immagine sovrana che, nell’immenso affresco della residenza di Wùrzburg, campeggia dipinta dal pennello di Giovan Battista Tiepolo. Ricca e serena regina, circondata dai simboli della scienza e dell’astronomia, della musica e della pittura, dell’architettura e d’ogni civiltà. E’ l’Europa di Vico, la creazione storica, meravigliosa e unica, che ha toccato tutti i vertici possibili della perfezione umana. Neppure la rivalità delle dinastie, le gelosie delle Repubbliche, le lotte per il dominio, le stragi, le desolazioni delle rovinose guerre e gli inganni di precarie paci riuscirono a cancellare questo quadro sublime e pieno di speranze. E’ l’Europa che ci seduce e ci chiama. Più che analizzarla razionalmente si voleva riproporvela con l’affetto dei figli e trasmettervi l’orgoglio di esserne figli.



    Piero Buscaroli

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    La Patria Primitiva della Razza Nordica

    di Hermann Wirth


    Di una presumibile residenza originaria della razza nordica ci sono oggi conosciuti e rimasti territori periferici, come l’Islanda, la Groenlandia, la Terra di Grinell e le Spitzbergen. Noi sappiamo, però, che queste albergarono un tempo una ricca flora, che può essere germinata già in un primo periodo terziario. Così nella terra di Grinell, situata ad 81° 45’ di latitudine nord, dieci specie di conifere, tra cui l’abete rosso e due pini selvatici; una specie di tasso; l’olmo, il tiglio, due specie di noccioli con una ‘palla di neve’, la macchia di cespugli. Nel lago d’acqua dolce viveva una ninfea e la riva era rivestita da carici e canne palustri. Ci viene incontro quindi in questa parte estrema del mondo una flora, che corrisponde al massimo con quella della parte nordica della zona temperata e che richiede una temperatura media annua di almeno + 8°, mentre questa attualmente sta colà a 20 ° sottozero. Più in prossimità vi si accompagna la flora delle Spitzbergen.

    Anche qui predominano le conifere, una gran quantità di pinastri, di abeti rossi, di abeti bianchi. Tra gli alberi frondiferi, a foglia latiforme si trovano pioppi, salici, ontani, betulle e faggi, querce, una specie di platano, di albero della seta, di noce, due specie di magnolie e quattro di aceri. Tre specie di ‘palle di neve’, molte di biancospino e di giuggiola formavano col nocciolo la macchia di cespugli. Nel lago di acqua dolce appare di nuovo la ninfea artica, un erba coclearia per i girini di rana ed una per le uova di Salmone, cui si associano molte canne palustri e giaggioli.

    La flora fossile della Groenlandia settentrionale, che indica un clima quale noi troviamo attualmente nei dintorni del lago di Ginevra, ad es. presso Montreux, con una temperatura annuale di 10°, ha un’apparenza alquanto più meridionale. Oggi la stessa regione giace a circa 70° di latitudine nord (1). La spiegazione per il violento dislocamento climatico in questa zona è data dallo spostamento del Polo nel Terziario e nel Quaternario.

    La carta riprodotta (fig. 1) secondo Köppen e Wegener (2) rende chiara la situazione e la migrazione del Polo Nord riferito all’Europa. Dall’esistenza delle menzionate specie di piante e di una serie di reperti geologici ed altri reperti di storia naturale risulta per la Terra di Grinell una situazione di allora al di sotto dei 42°, per le Spitzbergen sotto i 40° e per la Groenlandia occidentale (Disco) sotto 30° di latitudine.

    Riguardo a ciò va considerato che nel Terziario ed anche all’inizio del Quaternario i continenti dell’America del Nord e del Nord Europa erano ancora direttamente uniti. La separazione può essersi effettuata soltanto all’incirca al tempo della principale glaciazione, allorché il continente sudamericano già da milioni di anni nel periodo cretaceo si era staccato da quello africano ed era stato allontanato verso ovest. Nella cartina della fig. 1 va quindi osservato che il reticolo delle coordinate geografiche e le posizioni del Polo sono riferite all’Europa, ma che l’America durante la maggior parte del tempo era situata più ad ovest ed a nord di adesso.

    Un crepaccio biforcantesi presso la Groenlandia spezzava il collegamento europeo e quello nordamericano, che esisteva ancora da Terranova oppure dall’Irlanda verso il nord. Le zone di separazione anche qui si spostavano sempre di nuovo le une dalle altre. Mentre la lingua di terra tra Terranova e l’Irlanda si spezzò solo all’inizio del Quaternario, più a nord sembra sia sussistita un’ulteriore, seconda lingua che si staccò certo solo prima della metà del Quaternario (3).

    I motivi di questo sino ad oggi perdurante spostamento dei continenti dovrebbero essere stati completamente chiariti attraverso la “teoria del dislocamento”, come Wegener l’ha fondata nella sua Entstehung der Kontinente und Ozeane. Lo spostamento delle singole zolle continentali, la migrazione dei poli di rotazione e degli alti e bassi della superficie terrestre sotto il livello del mare con essi connesse, furono la fatalità geologica che irruppe improvvisamente sulla patria originaria della razza nordica, che annientò o cacciò la sua popolazione, disperdendola tutt’intorno sulla Terra.

    La sopra effettuata ricerca delle razze e culture paleolitiche del Quaternario aveva portato all’ammissione di una dimora originaria della razza nordica nell’attuale regione artica. Da ciò derivò che la formazione della razza nordica stessa dovette essere spostata prima della glaciazione, cioè del Terziario. Se queste conclusioni sono esatte, allora la tremenda esperienza dell’avvicinamento e dell’irruzione dell’eterno inverno deve aver prodotto un’impressione per sempre incancellabile sugli abitanti di quella fascia di terra. La tradizione di tale catastrofe mondiale deve essersi mantenuta per millenni attraverso tutte le generazioni, come la leggenda del diluvio gondvanico nell’intera cerchia della regione oceanico-indonesiana e dell’Asia Minore. Dunque, dobbiamo imbatterci ovunque nelle più antiche tradizioni dei popoli di razza nordica sulle tracce di quella tragedia di tempi remoti dei loro antenati. Nel mito a loro comune di una fine del mondo deve anche comparire, quale fine del mondo, il ritorno dell’eterno inverno. Ma non soltanto ciò – si devono anche trovare immediate tradizioni di quel terrificante evento, che ci sappiano riferire qualcosa, anche se oscurato, sui particolari.

    Se noi esaminiamo le più antiche fonti scritte a noi conservate della cultura precristiana del Nord germanico, l’antica e la nuova Edda, allora l’eterno inverno ci si fa incontro più volte quale fine del mondo. Ovunque risuona come motivo di fondo il lontano ricordo di un avvenimento, che già una volta dev’essere accaduto in una remota preistoria:

    “Sale il mare in tempesta sino al cielo,
    le terre inghiottite, l’aria è fatta gelida,
    masse di neve porta l’aspro vento,
    frena la pioggia la Ruota del Fato”.
    (Hyndluljòth, 44)

    Nel Vafthrùdhnismàl, 44, Odino chiede a Wafthrùdhnir:

    “Chi degli uomini mai vivo sarà
    quando il possente inverno sulla Terra
    alfin terminerà?”

    Così anche il Fimbulvetr nel Gylfaginning, 51, è descritto quale introduzione al Ragnarök: “Cose grandi ci sono da narrare e molte. E per prima che un inverno verrà, chiamato Fimbulvetr, il grande inverno, allora turbinerà la neve da tutti i punti cardinali, il gelo sarà grandissimo e aspri i venti. Il sole non avrà più forza. Tre inverni si seguiranno e fra essi non vi sarà estate. Ma ad essi precederanno tre altri inverni…” (4).

    Nell’Avesta ci è però conservata nel Vendidad, I, 1-3, una immediata tradizione della terribile disgrazia della razza nordica e della sua dimora originaria. Si tratta del luogo in cui Dio (Ahura Mazda) parla a Zarathustra della creazione di quella madrepatria della razza nordica, chiara o cosiddetta ariana, Airyana Vaejah (Vaejah – “seme”), il paradiso degli Arii. D’altra parte Angra Mainya, lo Spirito Maligno, creò quale contro-creazione la rovina, che da esso sempre di nuovo in una nuova forma viene mandata ad ogni nuova patria, che Ahura Mazda dona al popolo degli Arii nella sua ulteriore migrazione.

    “1. Disse Ahura Mazda allo Spitama Zarathustra:

    2. Quale ottimo fra i posti ed i luoghi, io Ahura Mazda, creai l’ariano Vaejah della buona Daitya; ma lui (Vaejah) creò quale piaga nazionale il molto pernicioso Angra Mainya, il serpente rossiccio e l’inverno opera dei demoni.

    3. Là vi sono 10 mesi invernali, solo 2 mesi estivi, ed anche questi troppo freddi per l’acqua, troppo freddi per la terra, troppo freddi per la pianta; ed è il Centro dell’inverno e il Cuore dell’inverno; poi, quando l’inverno volge al termine, vi sono qui molte alluvioni”.

    Di grande importanza è l’ora accennata relazione dell’inverno col serpente. Come si vedrà in seguito, il simbolo del serpente invernale rossastro garantisce l’alta età della tradizione dell’Avesta, che – significativamente – coincide esattamente con le ancor oggi conservate tradizioni simbolico-culturali degli Indiani nord-americani.

    Che prima di questo inverno di Fimbul regnassero nell’Airyana Vaejah altre condizioni climatiche, sa riferire ancora Bundahish, XXV, 10-14: “Dal giorno di Ahuramazd (primo giorno) di Avanu l’inverno acquista forza e viene nel mondo e… dal giorno Ataro del mese Din compreso (9° giorno del 10° mese) viene con gran freddo verso Airyana Vaejah; nel mese di Spendarmad compresi (i 5 epagomeni) fino alla fine (dello stesso e a un tempo dell’anno) l’inverno sopraggiunge in tutta la Terra. Perciò nel giorno Ataro del Din si accendono ovunque fuochiper indicare che l’inverno è venuto”.

    I cinque mesi d’inverno in questo passo vengono anche espressamente esposti: Avan, Ataro, Din, Vohuman e Spendarmad. Altrove (XXV, 7) è detto che dal giorno di Auharmazd (il primo) del mese Farvardin compreso fino al giorno di Aniran (l’ultimo) del mese di Mitera vi sono sette mesi d’estate. Per il tempo più tardo e quello contemporaneo (Bundahish, XXV, 20) dodici mesi e quattro stagioni, e l’inverno comprendeva solo gli ultimi tre mesi dell’anno: Din, Vohuman, Spendarmad. Questa è una tradizione che è abbondantemente confermata dai reperti del Magdaleniano.

    Il II Fargard del Vendidad mostra ora il tempo dell’irruzione di quel terribile inverno, allorché il “bello Yma, possessore di buoni armenti”, il “germe di Vivahvant” regnava sul Vaejah ariano. Ahura Mazda lo aveva esortato a mantenere e custodire la sua religione (II, 3), il che fu recisamente respinto da Yma: “Io non sono fatto, non sono istruito a mantenere e proteggere la religione”. Quindi Ahura Mazda gli avrebbe così parlato: “Allora aiuta il mio mondo a progredire, accresci il mio mondo, allora devi metterti a mia disposizione quale protettore e custode e sorvegliante del mondo”.

    Ciò fa Yma e ottiene da Ahura Mazda i due poteri, la freccia d’oro e la frusta ornata d’oro: lo strale luminoso (5), il simbolo del figlio di Dio, al cui contatto la Terra si apre e si dilata, e la frusta, originariamente il ramo a tre parti, il segno “uomo”, la “verga della vita”, della fede atlantico-nordica nella luce divina.

    “8. E nel regno di Yma trascorsero trecento inverni. Dopo di che la Terra qui gli divenne piena di bestiame minuto e grosso e uomini e cani e uccelli e di rossi fuochi fiammeggianti: non trovarono più posto bestiame minuto e grosso né uomini”.

    “10. Allora Yma andò verso la luce al meriggio, incontro al sentiero del Sole: questo scorticò la Terra colla freccia d’oro; strisciò su di lei con la frusta, così parlando: ‘Cara santa Armatay! Va avanti e spanditi per poter portare bestiame minuto e grosso e uomini”.

    La Terra qui si espande, sì da diventare di un terzo più grande di

    prima. Ancora due volte avviene una simile espansione dell’impero ariano. Poiv
    “il raggiante Yma, possessore di begli armenti con i migliori uomini nel Vaejah ariano” organizza un’assemblea su ordine del Creatore Ahura Mazda.

    “22. E disse Ahura Mazda a Yma: ‘O bello Yma, germe di Vivahvant! Sulla materiale e cattiva umanità devono venire gli inverni e in conseguenza di ciò dapprima la nuvolaglia farà nevicare masse di neve dai monti più alti fino a profondità (quali li ha) l’Aretvi.

    23. E (solo) un terzo del bestiame, o Yma, salverà poi la vita (da tutto) ciò che vi è di più fruttifero nei vari luoghi, e ciò che è sulle altezze delle montagne, e ciò che nelle valli dei fiumi si trova di robusti edifici.

    24. Prima dell’inverno questo paese usava portare pascoli d’erbe; più tardi allo scioglimento delle nevi devono scorrere masse d’acqua e apparirà inaccessibile, o Yma, al mondo naturale colà dove si può vedere il passo delle pecore.

    25. Prepara quindi il castello, lungo un Caratav verso ognuno dei quattro lati; proprio qui raduna il seme del bestiame minuto e di quello grosso e uomini e cani e uccelli e di rossi fuochi lucenti. Predisponi poi il castello, lungo un Caratav verso ognuno dei quattro lati, quale stalla per le bestie.

    26. In questo stesso luogo lascia che l’acqua continui a scorrere per una via della larghezza di una hetra e proprio lì disponi dei prati. In quello stesso luogo disponi case e cantine e vestibolo e bastia e circonvallazione.

    27. Proprio in quel luogo porta il seme di tutti gli uomini e le donne, che siano i più grandi e i migliori e più belli di questa Terra. In quello stesso luogo porta assieme il seme di tutti i generi animali che siano i più grandi e i migliori e più belli di questa Terra.

    28. Proprio là raduna il seme di tutte (le) piante, che siano le più alte e più profumate di questa Terra. Proprio là raduna il seme di tutte (le) vivande, che siano le più gustose e profumate della Terra. (Tutti) questi a due a due rendili inesauribili, finché gli uomini staranno nel castello.

    29. Non (devono) poter (venire) là dentro (difetti, imperfezioni, vizi) come: la gobba al petto, la gobba sulla schiena, il latte materno, non la curvatura del corpo, non la deformazione dentaria, non la lebbra, con cui è collegata la separazione (isolamento) delle persone (colpite); e non (altre) piaghe, che sono un contrassegno di Angra Mainyav, (che) è introdotto nell’uomo.

    30. Nella maggior parte del territorio fa’ nove passaggi, nella intermedia sei, nella più piccola tre. Nei passaggi della (divisione) più grande raduna il seme di mille uomini e donne, in (quelli) della intermedia di seicento, in (quelli della) più piccola di trecento; e segnala (i passaggi) con lo strale d’oro e applica al castello un portale luminoso, di luminosità propria (dal di dentro)”.

    Yma opera dunque secondo il comando di Ahura Mazda e installa la Vara, la circonvallazione o fortezza, per preservare il seme dei migliori uomini, animali e piante dalla distruzione, che l’infausto inverno doveva portare sul felice paese.

    “38. Ed egli segnò i passaggi (della fortezza) con lo strale d’oro ed appose alla fortezza una porta luminosa, di luminosità interiore”.

    In questo passo del Vendidad Zarathustra chiede ad Ahura Mazda:

    “39. O creatore del mondo materiale, degno degli asa! Quali candelabri sono quelli, o Ahura Mazda degno degli asa, che là risplendono nella fortezza, che edificò Yma?

    40. Allora disse Ahura Mazda: ‘Sono candelabri eterni e passeggeri. Solo (una volta all’anno) si vedono sorgere e tramontare Sole e Luna e stelle.

    41. E gli (abitanti) considerano un giorno, ciò che invece è un anno”.

    Per la soluzione della nostra questione sull’origine e la patria della razza nordica, questo passo del Vendidad 2, 40-41, è della massima importanza. Gli abitatori della Vara che vengono salvati dall’inverno di Fimbul sono gli uomini eletti, vedono solo “una volta all’anno” sorgere e tramontare il Sole, la Luna e le stelle; e considerano un giorno quello che è un anno.

    La corsa celeste delle costellazioni qui così chiaramente descritta riserva un’unica possibilità per la determinazione del luogo di osservazione: questa può essere avvenuta solo nella regione artica.

    Ancora una volta vogliamo richiamare alla mente il corso degli astri, così come lo stesso si offre allo sguardo dell’uomo artico. Per tutti i popoli della razza nordica il nord è la direzione sacra, secondo cui essi si orientavano. Colà è la sede di Dio, il punto di rotazione dell’orientamento del mondo, dal quale discende il diritto, la direzione celeste dell’imperscrutabile eternità.

    L’indicazione, comune a tutti i popoli indoeuropei, della stella Polare come “stella guida” si richiama ad un’antichissima tradizione: antico nordico leidarstjarna (propriamente “stella del cammino”, da leid, “cammino”), anglosassone ladsteorra, inglese loadstar, lodestar, “stella Polare”, medio basso tedesco leiderstern, olandese leidstar, medio alto tedesco leitstern, nuovo alto tedesco Leitstern. Nel più antico danese si trova qui anche leding, medio b.ted. ledinge, angl. Scipsteorre (stella delle navi), inglese più antico steering star, “stella del timone”. Dopo la scoperta della bussola, l’antico nordico leidarsteinn, ingl. Loadstone, lodestone, fu formato come nome per “magnete” (6). Dalle più antiche rappresentazioni della rosa dei venti, delle direzioni celesti della bussola, il nord viene sempre riprodotto attraverso il giaggiolo stilizzato, che già nel Nord neolitico vale quale simbolo dell’albero della vita, e per sé di nuovo, come il trifoglio, per l’indicazione dell’asse celeste meridionale-settentrionale, è adoperato soltanto per il nord (7).

    Di quali antichissime tradizioni artico-nordiche si tratti qui, risulta da un breve confronto delle indicazioni della stella Polare presso i popoli circumartici. Presso gli Indiani Pawnee del Nebraska, la “stella che non muove” è la principale stella del cielo (8); gli Aztechi del Messico la ritenevano addirittura un essere più alto e più possente del Sole medesimo. Presso i Ciukci il dio principale è quello della Stella Polare (9), come anche a sud in Babilonia, la stella Polare è il trono del supremo dio celeste Anu.

    Nella poesia popolare islandese esso si chiama veraldarnagli, “ago del mondo” (10). Con ciò è da osservare che la indicazione “dio del mondo”, “uomo del mondo”, è un’antichissima denominazione nordico-atlantica del figlio di Dio e del Dio padre. Mentre nella Ynglinga Saga (c. 13) Freyr, originariamente il nome del figlio di Dio del periodo dell'’riete (serie –p-, -f-, -b-), il “Signore”, reca ancora la designazione veraldar god, nel lappone è ancora conservata la più antica denominazione del “periodo dell’alce”, veralden olma, “uomo del mondo”. La stessa designazione della stella polare la troviamo nel finnico taivaan sarana, “angelo del cielo” e pohja nael, “chiodo del fondo (del cielo)” o “del nord” (pohi, “fondo” e “nord”). Allo stesso modo presso i Lapponi esso si chiama bohinavvle, “chiodo del nord”: quando questo scorre via, il cielo cade giù, concezione che ci è tramandata anche dai Celti. I Samoiedi della zona di Turuchansk lo chiamano “chiodo del cielo”, “intorno a cui gira l’intero mondo” (secondo Tretjakov). I Korjaki lo chiamano, come i Ciukci, “stella del chiodo”.

    Colà, dove è il “chiodo del mondo”, si trova la punta del tronco dell’”albero dei mondi”, della “colonna del mondo”, che dunque è “inclinata verso il nord”: il chiodo del mondo rafforza la cima dell’”albero dei mondi”, della “colonna del mondo”, al cielo, quale asse del cielo. I Lapponi scandinavi chiamano la stella Polare veralden tsuold, “colonna del mondo”, i Lapponi russi alme-tsuolda, “colonna del cielo” (11), in cui alme è identico a olma, nome del dio supremo, veralden olma, “uomo dei mondi”, “dio dei mondi”.

    Il “chiodo dei mondi” (veraldarnagli) al culmine della “colonna dei mondi” (veralden tsuold), del sacro simbolo del dio supremo, dell’”uomo dei mondi” (veralden olma), fu da Knud Leems veduto e descritto ancora in una “colonna del mondo” lappone, presso Porsenger (12). Come presso gli Ostjachi, era una trave quadrangolare, al cui termine superiore si trovava un punteruolo di ferro, il veraldarnagli. La “colonna del mondo” stava fra i “due monti”, simbolo del solstizio d’inverno e della divisione dell’anno.
    (…)
    Torniamo alla tradizione dell’Avesta. In Vendidad, 6, 44, si chiede: “O creatore, onorevole asa! Dove dobbiamo portare il corpo degli uomini morti, o Ahura Mazda? Dove dobbiamo deporlo?”.

    “45. Ahura Mazda risponde: ‘Nei luoghi più alti, o Spitama Zarathustra, in modo che più sicuramente lo possano scorgere i cani divoratori di cadaveri e gli uccelli mangiatori di morti”.

    E: “49. ‘O creatore, venerabile asa! Dove dobbiamo portare le ossa di uomini morti, o Ahura Mazda? Dove dobbiamo deporle?’

    50. Allora disse Ahura Mazda: ‘Occorre predisporre per ciò una costruzione al di sopra del cane, al di sopra della volpe, del lupo, che non possa essere bagnata dal di sopra dall’acqua piovana. 51. Se gli adoratori di Mazda sono in grado di far ciò, le ossa devono essere deposte nella costruzione su un sostrato di pietra o di calcina o di argilla. Se gli adoratori di Mazda non sono in grado di fare ciò, occorre deporre le ossa per esposizione e illuminazione solare sulla terra, in modo che esse (senza un proprio supporto) costituiscano il loro proprio giaciglio e il loro proprio cuscino”.

    Per la sepoltura provvisoria il morto viene affidato nella sua casa al grembo della Madre Terra. Egli deve però sempre essere dissepolto di nuovo e affidato per il dissolvimento alla luce di Dio. Nella religione mazdea era già un grave peccato, seppellire per una metà dell’anno nella terra l’uomo morto, senza ridisseppellirlo ed esporlo alla luce (Vendidad, 3, 36). Nuovamente indicativo è qui il termine del mezzo anno, che corrisponde con la notte invernale artica. Dopo un mezzo anno, dunque, ogni morto deve essere dissepolto e l’esposizione della salma al sole deve poter avere luogo. Il corpo morto torna più facilmente alla terra attraverso la dissoluzione nella luce, che attraverso il seppellimento. Il ridiventare terra e il risorgere da essa attraverso la luce è il profondo significato cosmico di questo rito (Vendidad, 7, 45-48):

    “45. O creatore, venerabile asa! Entro qual termine una salma, per il fatto di essere stata deposta in terra ed esposta alla luce e al sole, diventa terra?

    46. Disse allora Ahura Mazda: ‘Nel termine di un anno, o Zarathustra, credente negli asa, un cadavere, (per il fatto che) è depositato sulla terra, ed esposto alla luce ed al sole, diventa esso stesso terra.

    47. O creatore, venerabile asa! Entro quale scadenza una salma, che è interrata, diventa essa stessa buona come la terra?

    48. Disse allora Ahura Mazda: ‘Dopo cinquant’anni, o Spitama Zarathustra, un cadavere sotterrato diventa esso stesso come la terra”.

    Questa è stata l’utilizzazione del più antico tipo di dolmen, del dolmen aperto, che cioè sulla sua lastra di copertura il morto fosse composto per la dissoluzione alla luce, e che poi le sue ossa imbiancate potessero essere poste sotto di lui sulla terra. Il pensiero della sepoltura sovraterrena costituisce sempre il significato fondamentale della tomba megalitica, anche nel suo successivo sviluppo. Questo porta all’identità di significato di “casa” e “tomba”. Il dolmen chiuso con entrata è la casa di neve (igloo) paleolitica tramandata quale costruzione di pietra dei popoli artico-nordici, le cui particolarità cultuali vengono ancora fedelmente conservate dai popoli subartici, da Lapponi come da Eschimesi. L’aumento e la densità della popolazione e il clima più caldo dell’ultimo neolitico deve aver ridotto sempre più per motivi igienici l’esposizione delle salme, rendendola possibile soltanto ancora per personalità eminenti. Mentre l’immediata e stabile sepoltura nel grembo della Madre Terra divenne comune. La casa-sepoltura megalitica conserva la sua disposizione e significato quale luogo di composizione della salma. Il suo ingresso è sempre orientato verso i punti del solstizio d’inverno, cioè prevalentemente sud-est, sud e sud-ovest, ma anche da ovest ad est, una ancor più antica tradizione, che risale alla metà dell’anno invernale, alla notte artica invernale.

    Resta l’idea fondamentale che il morto giaccia liberamente composto sulla terra e che la luce solare abbia accesso attraverso il buco nella lastra di pietra o attraverso la porta di legno. Da ciò anche la forma determinata dei geroglifi del solstizio d’inverno, che furono dati a questi fori.

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    HORST WESSEL
    9 Settembre 1911 – 23 Febbraio 1930
    di Bruno Renoult

    [ Traduzione a cura di Avatar ]


    Una delle figure più importanti del movimento nazionalsocialista è senza dubbio quella del giovane Horst Wessel, Capo di una Sezione SA a Berlino, assassinato a 19 anni.
    Figlio di un pastore protestante, entrò presto nella SA, per divenire in poco tempo uno Sturmführer (Caporeparto nell'unità N° 5, di un quartiere centrale di Berlino). Assiste a tutti i Congressi del Partito egli è visto tanto a Monaco, come a Norimberga o Braunschweig, dove sfila alla testa della sua Sezione.
    Il 29 Settembre del 1929, il giornale di Goebbels, "Der Angriff", pubblica una poesia del giovane Wessel: "Die Fahne Hoch", (In alto la Bandiera) che più tardi sarebbe diventata famosa, come vedremo.

    ESSERE NAZIONALSOCIALISTA NELLA BERLINO ROSSA

    La lotta politica agli inizi degli anni trenta e soprattutto a Berlino, si svolge per strada. A seconda dei quartieri chi portava la camicia bruna non era ben visto, ed i militanti nazionalsocialisti si sentono attaccati da vere organizzazioni terroristiche dell'epoca, come il Fronte Rosso che raggruppa il KPD, Partito Comunista Tedesco, il SPD, Partito Socialista Tedesco, ed altre differenti organizzazioni israelite, marxiste e liberali. Essere nazionalsocialisti in certi quartieri di Berlino, come Wedding, Moabit o Kopenick era praticamente una pazzia.
    I comunisti si erano trasformati in vere guardie che vigilavano ed ogni apparizione di camicie brune era considerata una provocazione per quelli che si credevano gli unici col potere di rivolgersi al popolo. Minacce, attacchi a militanti in solitario, barricate ed assalti a sale di riunioni del partito, erano all'ordine del giorno. Tutto ciò succedeva senza che la polizia repubblicana reagisse e davanti alla sua totale indifferenza...
    Tra il 1923 e il 1933, il terrore rosso causò, solo tra i membri della SA, circa 170 morti, oltre a migliaia di feriti, senza contare i caduti di altre organizzazioni del Partito. Per esempio, in un solo giorno furono assassinati tre SA di Berlino-Kopenick. Fu la cosiddetta "Blutswoche" (Settimana di Sangue). Questi tempi di lotta sono magnificamente descritti dal Dr. Goebbels nel suo libro "Kampfum Berlín" (Lotta per Berlino), come nella recente opera sulla Hitlerjugend, capitolo 11, ha scritto il nostro camerata Javier Nicolás.

    DICIANNOVE ANNI DI UN GIOVANE DELLA SA

    Horst Wessel nacque in Bielefeld, una città nel cuore del "Teutoburguer Wald" (Bosco Teutonico), nel 1911. Più tardi suo padre si stabilì a Berlino per svolgere la sua funzione di pastore nella parrocchia di San Nicola.
    Intanto scoppia la Prima Guerra Mondiale ed il padre serve al fianco del Maresciallo Hindenburg di cui si farà amico personale. A quel tempo, il giovane Horst si trovava già in testa ai suoi camerati a scuola e per strada, dove assisteva all'incombente Rivoluzione Bolscevico di Berlino in 1919.
    Dopo aver frequentato diversi gruppi patriottici tedeschi, Horst Wessel entra, molto giovane, nel NSDAP di Berlino, combattendo simultaneamente i comunisti e la borghesia. Studente di diritto, fu ricevuto nella corporazione dei "Normannen". Oratore e combattente, a volte ritornava a casa in stato penoso, con gran orrore di sua madre che intanto era rimasta vedova. Questo obbligò Horst ad allontanarsi dalla "Berlino Rossa" ed andò a Vienna per continuare i suoi studi. Lì ne approffitò per strutturare le sezioni della HJ, Hitlerjugend, austriaca. Di nuovo a Berlino, passa dallo "Sturm 1" allo "Sturm 5", col quale percorre, a bordo di camion, la regione di Brandenburg, portando buone notizie a tutti, in piena campagna pubblicitaria ed in un'atmosfera allegra, nonostante l'evidente rischio che ciò supponeva di fronte ai comunisti.
    Un giorno andando all'Università, vicino all'Alexander Platz, conosce una ragazza chiamata Erna Jaenke. Si innamorano e decidono di vivere insieme contro la volontà della madre di Horst che decide di non pagare più i suoi studi. Horst realizza ogni tipo di lavori per potere vivere e pagare la sua casa, occupandosi di questo oltre che alle attività della SA.
    Durante un'uscita in montagna, il suo giovane fratello Werner Wessel, muore per una tempesta di neve. Horst torna a Berlino moralmente distrutto, portando il suo corpo in un camion. Duramente segnato da questa nuova prova, cade malato e deve rimanere a letto per un certo periodo. I suoi camerati Bruno, Richard ed Albert, lo vanno a trovare per alzargli il morale.

    LA SUA MORTE

    La sua portinaia, Frau Salm, vedova di un comunista, volendo sbarazzarsi di questo personaggio scomodo, organizza un imbroglio col pretesto di un affitto non pagato e si rivolge a un gruppo di comunisti dei bassi fondi di Berlino, del "Fronte Rosso di Combattimento", per intimorirlo.
    Un pomeriggio di inverno, comandati dall'ebreo Else Cohn, un gruppo diretto da Ali Hohler (un malavitoso), si presentò nello studio di Horst Wessel, nel quale viveva con la sua compagna Erna Jaenke. Questi aprì senza indugio la porta e ricevette vari spari di revolver, essendo stato atterrato da un pugno alla mandibola. Rapidamente intervengono i suoi camerati e lo portano all'Ospedale della Friedrichshain. Lo stesso Dr. Goebbels va a trovarlo varie volte, come il Príncipe August Wilhelm di Prussia, membro della SA, ma soprattutto sua sorella Inge. Durante tutto un mese lotta tra la vita e la morte, finirà di morire per setticemia.
    Il processo che ebbe luogo contro gli assassini sotto il regime della Repubblica di Weimar, praticamente rilasciò gli assassini, e si dovette aspettare l'arrivo del NSDAP al potere per fare giustizia.

    LE CONSEGUENZE

    L'assassinio di questo militante del NSDAP, fu considerato dai suoi addolorati camerati come un'orribile e macabra provocazione da parte dei giudeo-marxisti. Subito si decide a livello nazionale che il Partito organizzi dei funerali grandiosi in risposta a questo crimine, benché questa immagine di forza non causasse l'effetto desiderato, di fare cessare tutti gli assassini, ma servì però come occasione per dimostrare la capacità di disciplina del NSDAP e come occasione per una manifestazione.
    Ciò che volevano i comunisti era la proibizione di tutto il Movimento. Per questo non cessarono nelle loro provocazioni e perfino negli omicidi. Nella stessa linea di incitamento a una reazione violenta, in occasione dei funerali di Horst Wessell, i comunisti organizzano veri gruppi armati che dovevano attaccare il corteo funebre. Inoltre. quest' ultimo si vedeva obbligato a passare nei pressi della "Karl Liebcknet Haus" (Sede del Partito Comunista), per dirigersi verso il cimitero Nicolai.

    DIMOSTRAZIONE DEL 23 FEBBRAIO 1930

    Il reporter del giornale del NSDAP ("Volkischer Beobachter"), ci descrive così la manifestazione: "Nei paraggi della Friedrichshain, in direzione alla collina Prenzlauer, si possono vedere gli oppositori che scendono dal tram. La strada Konigstor è piena di gente e, nonostante la dissimulazione si possono riconoscere i membri della SA, anche loro arrivano in tram. All'entrata del cimitero una ventina di SA puliscono la parete di spiacevoli scritte, prima che passi il corteo funebre. La polizia repubblicana prede questo come pretesto per fermarli!
    Man mano che le SA continuano ad entrare nel cimitero si spogliano di cappotti e giacche per rimanere in camicia bruna, nonostante il glaciale vento di Febbraio. Subito si dispongono in colonne di protezione ad entrambi i lati dove dovrà passare il corteo. Il cimitero continua a riempirsi sempre di più mentre si avvicina la colonna funebre con più di 10.000 persone.
    Questo è il momento atteso dai comunisti, creando la confusione necessaria per ottenere più vittime. A un certo momento le bande rosse si scagliarono sulla carrozza funeraria tirata dai cavalli per impadronirsi del feretro, arrivando a scuotere tutta la carrozza.
    Davanti a simile profanazione, la polizia per una volta, interviene senza considerazioni, facendo retrocedere gli attaccanti. La SA, da parte loro, rimangono fermi, nonostante la pioggia di oggetti che cadono su essi, dimostrando una disciplina esemplare ed enorme volontà. In questo ultimo viaggio di Horst Wessel si raggruppano i lavoratori vestiti ognuno secondo la sua occupazione: i panettieri coi loro berretti e vestiti bianchi, i birrai con le proprie corrispondenti tenute azzurre, gli impiegati di tram, di ferrovie e poste, etc. si vedono anche numerose uniformi della HJ, SA e SS, membri del "Stahlhelm", senza dimenticare le donne del "Deutsche Frauen Orden" e del NSF.
    La tomba si trova non lontano dal muro posteriore del cimitero, circondato dai palazzi della vicina strada . Alcuni centinaia di comunisti si erano riuniti lì e lanciavano grida selvagge, tutto questo accompagnato da un diluvio di pietre che tiravano aldilà del muro.
    Dal terzo piano del palazzo contiguo si sentì una risata isterica, effettivamente, qualcuno potè riconoscere il viso di quell'orribile vecchia di aspetto ebreo.
    All'uscita del cimitero, la SA che erano rimasti impassibili davanti alle provocazioni giudeo-comuniste, poterono ripulire finalmente la strada dalle canaglie e dalla feccia internazionalista che riempie abitualmente i bassi fondi della capitale."
    Il giornalista del "Volkischer Beobachter" continua: "Il nostro gruppo, dirigendosi dalla Prenzlauer Strasse in direzione della Alexander Platz, facente angolo con la Konigsstrasse, vide in lontananza un centinaio di comunisti maltrattare cinque uomini della SA. In mezzo al tumulto e del traffico delle macchine, i camerati si lanciarono all'assalto, braccio in alto, gridando "Heil Hitler" e "Deutschland Erwache", precipitandosi sull'orda rossa per liberare i cinque SA. I rossi fuggirono velocemente in tutte direzioni per riunirsi nei bassi fondi che non hanno mai abbandonato totalmente...
    Questa giornata in onore di Horst Wessel inaugurò ancor più che un funerale, fu una marcia trionfale verso un futuro sempre più duro e forte per il movimento. E per molto tempo, gli uomini dello "Sturm 5", stettero di guardia alla sua tomba di giorno e di notte."

    IL SUO LASCITO, L'EREDITÀ DI HORST WESSEL

    Dopo quel giorno memorabile, la tomba della famiglia Wessel fu modificata e servì da supporto ad un monumento di bronzo, rappresentante una bandiera che issandosi simbolizzava l'inno che egli stesso aveva scritto anni prima: "Die Fahne hoch", In Alto la Bandiera.
    Horst Wessel non morì in vano. Le quattro magnifiche strofe di quello che arrivò ad essere l' "Horst Wessel Lied", l'inno ufficiale del NSDAP, ci ricordano chi cadde sotto gli spari dal Fronte Rosso e della Reazione, i loro spiriti sono vicino a noi nelle nostre file...
    La tomba del piccolo cimitero Nicolai arrivò a trasformarsi nel posto di pellegrinaggio obbligato per ogni militante che passava a Berlino, come lo era la Feldherrnhalle di Monaco. Il nome di Horst Wessel fu dato a differenti strade della nuova Germania, come alla stazione di metro più prossima al quartiere Berlinese dove visse Horst. Ogni anniversario fu commemorato in maniera grandiosa. Lo stesso Führer stette lì e prese la parola ai piedi della sua tomba, con la camicia bruna, sotto la neve e gli alberi spogli con un fervore più forte che mai.
    Nel 1944 si costituì la Divisione SS "Horst Wessel", così come la Divisione "Feldherrnhalle" che durante i terribili combattimenti finali del Reich contro i sovietici, voleva ricordare l'ardore dei primi tempi della lotta nei combattimenti per conquistare la Berlino rossa ed il sacrificio di Horst Wessel.
    Nel 1945 si svolsero dei combattimenti coi russi in quello stesso cimitero, rimangono come testimoni gli spari sulle tombe.
    Per noi, camerati nacionalsocialisti, Horst Wessel non è sparito, continua a essere presente nel suo inno e non esiste neanche un paese dell'Europa intera, America del Nord o del Sud, passando perfino per l'Africa, nel quale dopo cinquantotto anni non sia intonato di nuovo questo canto simbolico della nostra lotta eterna.
    Ma che cosa è stato della tomba del nostro camerata?.


    SCOPRIAMO LA TOMBA SCOMPARSA DI HORST WESSEL

    Dopo l'apocalittica fine del 1945, il monumento della tomba fu smontato e la sepoltura parzialmente sgretolata. Sembra che sia stato un membro che sopravvisse della famiglia di Horst, sua sorella, che ricostruì quello che potè con le pietre, dando alla tomba un aspetto umano.
    Con la morte di sua sorella, la tomba fu abbandonata.
    Con l'aiuto di un vecchia pianta di Berlino, potremo situare la stazione del metro "Horst Wessel", oggi chiamata "Rosa Luxemburg" ed ubicata a pochi metri dalla Friedrichshain. Ma come situarla sul terreno, sapendo che il cuore di Berlino fu praticamente spianato in 1945?. Inoltre come localizzare le vestigia di una tomba senza farsi scoprire dai funzionari di quel cimitero, sapendo che il cimitero di Berlino occupa vari ettari?. Fortunatamente, cinquanta otto anni più tardi, gli anziani si ricordarono - come è il caso di due donne di Berlino. Queste di una certa età che c'orientarono gentilmente su dove si trova la tomba. Questo succedeva davanti allo stupore di un viandante, probabilmente funzionario del Partito Unico nella RDA per cui "Horst Wessel" rappresentava ancora il "terrore bruno".
    Per fortuna, il vecchio cimitero Nicolai si trovava intatto nella Prenzlauer Strasse, confinando con quartieri completamente spianati e ricostruiti nello stile "staliniano" negli anni 50. Il muro sul quale le SA avevano pulito le scritte prima del funerale, stava ancora in piedi.
    Entriamo da un piccolo portico sovrapposto nel quale figurava l'iscrizione di principi del secolo: "Alte Nicolai Friedhof."
    Con l'aiuto di alcune foto di epoca trovate in un album di famiglia comune, abbiamo cercato la collocazione della tomba, trovando intatti i mausolei vicini al muro. Il palazzo da dove gridava la vecchia ebrea, secondo l'informazione del "Volkischer Beobachter", sparì nella bufera del 1945.
    Dando fede alle informazioni ricevute , c'imbattemmo con una pietra ricoperta dalla vegetazione, sulla quale l'ossido di antiche lettere di bronzo lasciarono un'iscrizione su cui ancora si può leggere: "Ludwig Wessel", padre di Horst, così come la forma di una Croce di Ferro che questo ricevette nella Prima Guerra Mondiale.
    In uno dei lati della pietra rettangolare che non è altro che una quarta parte del monumento originale, si distinguono ancora le viti di fissaggio delle lettere di bronzo avulse, di una vecchia iscrizione, la stessa che si distingue nella foto dell'epoca. Nel prolungamento della pietra, una elevazione della terra sembra indicare la sepoltura stessa. Adiacenti al terreno si sono trovati pezzi del parapetto che circondava il monumento ai piede del quale Hitler e Goebbels presero la parola.
    Con una grande emozione pulimmo la sepoltura coi nostri camerati di Berlino ed intonammo, braccio in alto, le strofe del "Horst Wessel Lied", nel crepuscolo di quella giornata glaciale di Febbraio, vicino alla tomba del nostro camerata, presente al nostro fianco, dopo cinquanta anni.

  7. #7
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    domanda che forse può sembrare stupida...ma gli iperborei da dove provenivano ,prima di stanziarsi nella leggendaria Tule ???

  8. #8
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    Forse dall'homo ergaster Dmanisi scoperto in Romania.

    Nuovi fossili e prove del Dna: vacilla la teoria della
    provenienza africana dell'Homo sapiens

    Scoperti in Georgia gli ominidi europei più antichi: erano
    della specie Homo ergaster: 1,7 milioni di anni fa si
    procuravano la carne dalle carcasse degli animali, in
    competizione con le iene. Trovati in Romania i più vecchi
    rappresentanti dell'uomo moderno (homo sapiens sapiens):
    mostrano segni di discendenza dall'uomo di Neanderthal.


    Infine, estratto il Dna dai fossili dei primi indigeni
    australiani: la prova che l'evoluzione umana avvenne in
    luoghi distanti fra loro.

    Popolo "eletto"?

    Queste tre recenti scoperte scientifiche minano la teoria -
    tuttora molto diffusa - secondo cui l'uomo moderno proviene
    dall' Africa. Questa teoria, definita "out of Africa", dice
    che tutti gli uomini moderni provengono da un'unica
    popolazione di homo sapiens sapiens, comparsa in Africa
    circa 150 mila anni fa, come forma di evoluzione dell' homo
    ergaster. Quest'ultimo era anche uscito dall'Africa, più di
    un milione di anni fa, dando vita solo a forme di ominidi
    che si estinsero e vennero sostituite dall'intraprendente
    homo sapiens sapiens di ben più recente origine africana.
    Uno scenario, insomma, molto simile a una migrazione
    "biblica" di un popolo "eletto" di ominidi che prese il
    posto di altri. Con una curiosa coincidenza: tra le forme
    più evolute di homo sapiens sapiens si contano anche
    fossili trovati nell'attuale Israele, in località come
    Qafzeh e Skull.
    Le ultime scoperte, però, sembrano dare ragione all'altra
    ipotesi sulle origini dell'uomo moderno, quella
    "multiregionale": l'homo ergaster sarebbe uscito dall'
    Africa molto prima di un milione di anni fa (e il
    ritrovamento della Georgia ne è una prova) dando origine a
    forme locali più evoIute.
    L'uomo moderno nacque così in modo separato e indipendente
    in Africa, Europa, Asia centro-orientale e Sud-est
    asiatico. I 4, forse 5 tipi, in una certa misura si
    mescolarono anche fra loro, ma restano tracce fisiche e
    genetiche della loro diversità. Se un antenato comune vi
    fu, questo non risalirebbe a 150 mila anni fa (come
    ritengono i sostenitori dell"'out of Africa"), ma a quasi 2
    milioni di anni or sono, sotto forma di homo ergaster.
    Una delle più importanti conferme di questa ricostruzione
    multiregionale è stata la recente ridatazione (con un nuovo
    metodo basato sul decadimento dell'uranio nel tempo)
    dell'homo sapiens di Liujiang, nella Cina del sud.

    Mutazione originaria
    Il precedente metodo, basato sul carbonio 14, lo assegnava
    a 30 mila anni fa. Ora si è stabilito che ne ha almeno 70
    mila, forse anche 130 mila. E questo rende più debole la
    teoria "out of Africa". Ipotesi che ha come pilastro uno
    studio apparso nel 2001 su Science in cui, esaminando il
    cromosoma Y (quello presente solo nei maschi) di 163
    popolazioni (sulla base di 12 mila campioni), dall'Africa
    all' lran, alla Nuova Guinea, aveva messo in luce che le
    tre diverse mutazioni riscontrate derivavano tutte da una
    più antica, originale, avvenuta in Africa. Quindi era
    logico supporre che l'umanità esistente venisse tutta da
    lì.

    Orologio molecolare

    Circa 15 anni fa, utilizzando il Dna mitocondriale (quello
    presente nei "motori" delle cellule umane), i ricercatori
    misero a punto una sorta di "orologio molecolare" che
    collocava la discendenza africana a circa 150 mila anni fa
    (calcolo confermato dal recente ritrovamento in Etiopia, a
    Herto, di fossili umani dai tratti moderni dell'età di 160
    mila anni). Da 90 mila a 35 mila anni fa, come calcolato
    dall'orologio molecolare, i sapiens sapiens si sarebbero
    sparsi per il mondo, senza peraltro incrociarsi con gli
    altri ominidi in via di estinzione, ma sostituendoli.
    «Questo scenario non appare più corretto perché abbiamo
    estratto e amplificato il Dna di antichi indigeni
    australiani che esclude la loro provenienza dall' Africa»
    dice Alan
    Thorne, antropologo dell'Australian National University.
    I ricercatori australiani sono riusciti a estrarre Dna
    mitocondriale dall'uomo di Mungo (età stimata: 60 mila
    anni) e da altri reperti locali. Hanno fatto un confronto
    con sequenze genetiche africane e riscontrato la presenza
    di mutazioni autonome, il segnale di un'evoluzione
    separata, locale.
    Per Chris Stringer, del Museo di storia
    naturale di Londra e fondatore dell'ipotesi "out of
    Africa", estrarre Dna da reperti così antichi potrebbe
    comportare "contaminazioni". Occorre ripetere l'esperimento
    per convalidarlo. Inoltre, le mutazioni possono essere
    esistite anche nell'originaria popolazione africana, per
    poi scomparire.
    L'esame anatomico dei fossili sembra però contraddirlo.
    Milford Wolpoff, del Dipartimento di antropologia
    dell'Università del Michigan, ha pubblicato sempre su
    Science un confronto fra sapiens europei, asiatici,
    australiani e africani. Risultato: esistono almeno tre
    origini indipendenti, non si può parlare quindi di una
    provenienza comune africana. In particolare, l'ominide
    australiano dei Willandra lakes avrebbe come diretto
    progenitore l' Homo erectus di Giava. Le forme più recenti
    di questo ominide di Giava risalgono a circa 18 mila anni
    fa, e possono anche essere considerate Homo sapiens
    sapiens. Si potrebbe perciò parlare di evoluzione sul
    luogo.


    Nani per vivere

    Un'altra scoperta a favore dell'ipotesi multiregionale è il
    ritrovamento nell'isola di Flores, 300 miglia a est di
    Giava, di una popolazione fossile di sapiens sapiens pigmei
    (v. Focus n° 146). E probabile che venissero da Giava e che
    la statura sia poi diminuita come spesso avviene per gli
    animali nelle piccole isole.
    «I test genetici rimangono un metodo indiretto per
    ricostruire le origini dell'uomo» spiega il paleontologo
    cinese Wang Wei «mentre le datazioni e il confronto delle
    forme sono metodi diretti. L'ominide cinese più antico,
    trovato a Yanmou, ha 1,7 milioni di anni. E la nostra nuova
    datazione, replicata nel laboratorio australiano della
    Queens University, che sposta a circa 100 mila anni l'età
    dell'uomo di Liujiang, rende ormai difficile sostenere
    l'ipotesi "out of Africa".
    Tutti i fossili umani cinesi hanno una morfologia comune:
    denti incisivi a paletta, fosse orbitali rettangolari e
    faccia piatta,a indicare un'evoluzione continua in Cina da
    1,7 milioni di anni or sono fino ai cinesi moderni».
    Se le cose stanno così, l'umanità ha avuto almeno 3 origini
    (Africa, Europa e Cina), molto probabilmente 4 (contando la
    discendenza australiana dall'uomo di Giava) forse 5 (con
    l'antico uomo di Dmanisi in Asia occidentale). L'evoluzione
    quindi non premiò una sola genìa, ma diversi gruppi di
    ominidi. Senza che contassero specie, sottospecie o razze,
    scelsero in modo indipendente la cooperazione e il pensiero
    astratto come stile di vita: agivano in gruppo per
    procurarsi il cibo, dipinsero figure sulle rocce,
    modellarono oggetti di terracotta, cercarono gli spiriti
    nella natura e tentarono di programmare il loro destino.

    Franco Capone

    FOCUS del 09/2005




    -----------------------------------------


    La guerra delle origini,tratto da INTERNAZIONALE del 19
    gennaio 2001

    Due nuovi studi sul DNA e la morfologia di alcuni resti
    fossili australiani mettono in dubbio la teoria africana
    dell'Eva africana e gettano lo scompiglio fra gli
    antropologi

    SYLVESTRE NUET, LIBERATION, FRANCIA

    L'origine dei moderni esseri umani è più complicata di
    quanto si pensasse". E' la conclusione del commento di john
    Relethford, illustre antropologo newyorchese, a una ricerca
    comparsa il 9 gennaio sulla rivista dell'accademia
    americana delle scienze (Proceedings of the National
    Academy of Sciences, Pnas). E riflette il sentimento
    dominante nella tribù dei paleoantropologi, dopo oltre 15
    anni di accese polemiche su questa disputa dai contorni
    mitici. Polemiche rilanciate, e lasciate senza soluzione,
    da due recenti lavori: quello pubblicato nei Pnas, guidato
    da Alan Thorne, che ha studiato il Dna di fossili umani
    trovati in Australia, e un articolo di Milford Wolpof, un
    antropologo americano, uscito il 12 gennaio su Science.

    Da dove veniamo? Più esattamente, quali sono i rapporti di
    parentela tra gli esseri umani moderni e la pletora di
    uomini fossili scoperti in tutto il mondo? Da oltre 15 anni
    i paladini di due ipotesi si contrappongono.

    Origine africana

    Secondo la prima ipotesi, l'uomo moderno deriva da una
    "speciazione" - nel gergo dei biologi, la comparsa di una
    nuova specie - che ha separato nettamente la sua
    popolazione di origine dagli altri ominidi. Questa ipotesi
    è diventata nota con la fortunata teoria della "Eva
    africana" proposta nel 1983 dal genetista americano Alan
    Wilson. Secondo Wilson, l'analisi della diversità del Dna
    mitocondriale (trasmesso dalla madre) delle popolazioni
    attuali dimostra che discendiamo tutti da una piccola
    popolazione africana di circa centomila anni fa, che si
    diffuse in tutto il mondo prendendo il posto degli altri
    uomini preistorici. A sostegno di quest'idea sono giunti
    altri studi, in particolare quelli sul cromosoma Y,che
    hanno postulato un "Adamo" anch'esso africano. Problema:
    gli ultimi calcoli dei genetisti lo collocano in un'epoca
    più recente, meno di cinquantamila anni fa, cosa che non
    deve aver facilitato l'incontro tra i due progenitori.

    Il modello multiregionale

    La seconda ipotesi suppone che, da un milione e mezzo di
    anni a questa parte, i vari tipi umani - Homo erectus,
    neandertaliensis, sapiens - siano stati interfecondi; di
    conseguenza possono essere avvenuti scambi di geni tra le
    popolazioni. Il nomadismo avrebbe consentito una
    progressiva mescolanza su scala mondiale... anche se è
    un'idea poco compatibile con gli sbalzi climatici degli
    ultimi centomila anni. E' il modello cosiddetto
    "multiregionale". Uno dei suoi fautori è Milford Wolpof,
    dell'Università di Chicago, che ha nuovamente studiato nel
    dettaglio le caratteristiche di ossa fossili di uomini
    preistorici dell'Australia e dell'Europa orientale. Il suo
    obiettivo era scoprire indizi di una continuità regionale
    che legasse popolazioni distanti oltre centomila anni. I
    dati raccolti portano i ricercatori a concludere che "la
    diversità degli uomini moderni non può avere avuto
    esclusivamente origine da una singola espansione del
    popolamento nel tardo Pleistocene".

    Il gruppo diretto da Alan Thorne, invece, usa il Dna delle
    ossa fossili per mandare all'aria la storiella dell'Eva
    africana. I ricercatori hanno analizzato un segmento di Dna
    mitocondriale di dieci uomini fossili australiani, il più
    antico dei quali, l'uomo del lago di Mungo, ha 6omila anni.
    Sorpresa: nel Dna mitocondriale dell'uomo di Mungo c'è un
    elemento presente soltanto nel cromosoma 11 (ossia nel Dna
    nucleare) degli esseri umani attuali e dei fossili
    australiani. Questa radicale distinzione implica che l'uomo
    di Mungo non può discendere dai mitici "Adamo ed Eva
    africani", ma gli altri fossili si. Il bello è che, per
    quanto questo individuo sia il più vecchio del gruppo dei
    dieci australiani, la sua morfologia gli conferisce
    decisamente l'aspetto di un uomo moderno. Viceversa, alcuni
    fossili più recenti, risalenti a circa 15mila anni fa,
    mostrano una corporatura più robusta, con tratti simili a
    quelli di uomini più antichi. Alan Thorne, con malcelata
    ironia, conclude quindi che "Eva era australiana". Tuttavia
    secondo André Langaney, del Musée de l'Homme, "questo
    lavoro dimostra soprattutto che non bisogna interpretare
    ogni nuovo albero genealogico dei geni umani che si riesce
    a costruire come se fosse l'albero genealogico degli esseri
    umani". Spesso i ricercatori non resistono alla tentazione
    di saltare incautamente da dati disparati e lacunosi a
    speculazioni azzardate, ma che "hanno più possibilità di
    essere pubblicate in una rivista prestigiosa", sottolinea
    con malizia un genetista. (C.B.)

    http://groups.yahoo.com/group/Bollet...9?viscount=100

 

 

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