DI MARTIN WALZER
UPI editor

La prospettiva di un fungo atomico che si innalza nel deserto di Dash-e-lut, in Iran, può non essere la maggior minaccia iraniana alla stabilità internazionale. Nel prossimo avvenire un esperimento atomico riuscito con armi nucleari da parte dell’Iran può rivelarsi meno stabilizzante di una semplice iniziativa economica sul libero mercato come quella che, si dice, l’Iran sta per lanciare il prossimo marzo.

Teheran vuole aprire una nuova borsa petrolifera, per scambiare i vari prodotti petroliferi e potenzialmente, aprire anche un mercato sui futures. Gli operatori potrebbero vendere e comprare partite di petrolio e gas, come avviene attualmente nell’ International Petroleum Exchange (IPE) di Londra o la NYTMEX di New York.



Però vi è una differenza: gli scambi avverranno in euro, e non in dollari, e il prezzo del petrolio non si riferirà al West Texas Intermediate o al Brent Crude (del Mare del Nord) ma, invece, al petrolio prodotto nel golfo persico.

E allora? Sembra una variazione di poco conto, e anzi utile, dal momento che il ventaglio di scelte a disposizione dei vari operatori e consumatori viene ampliato, del resto in linea con quanto raccomandato da Adam Smith, il padre del moderno capitalismo nel 18 secolo.

Non è così. Perché una tale operazione rappresenta per l’economia americana un colpo molto più devastante di quanto lo possa essere la capacità iraniana di produrre una bomba atomica, che oggi, e nel prossimo futuro, è totalmente priva di credibilità fino a quando non si otterranno dimensioni, affidabilità e stabilità tali da poterla puntare contro un qualsiasi prevedibile obiettivo strategico.

La relazione esistente fra petrolio e dollaro è molto intima e importante, e garantisce alla moneta americana, sotto il profilo della profittabilità, in quanto valuta monetaria mondiale di riserva, uno status veramente privilegiato. La prospettiva di una borsa petrolifera alternativa apre la possibilità all’Iran di essere arbitro fra euro e dollaro, senza contare un eventuale risparmio sul costo del petrolio futuro.

A questo punto se il petrolio può essere denominato in più di una valuta allora perché non poterlo denominare anche in altre monete? Perché non denominarlo anche in Yen giapponese, o Yuan cinese, che alla fine dei conti è il secondo importatore di petrolio al mondo?

Insomma, perché non farla finita con il monopolio del potente dollaro?

Una mossa simile non sarebbe ben accolta a Washington, che ha già reagito rapidamente, con la caduta di Baghdad nel 2003, all’impudente mossa di Saddam che si era messo a vendere petrolio in cambio di euro, anzichè di dollari. Il grande vantaggio di essere la moneta mondiale di riserva consiste nel fatto che, se tutto va male, il Tesoro americano può pagare le proprie importazioni di petrolio semplicemente stampando più carta moneta.

Naturalmente esistono dei limiti alla propensione americana di far perdere il valore della propria moneta, come si è visto nel 1973 con il primo grande rialzo dei prezzi da parte dell’OPEC, quando il prezzo per barile si triplicò. Tale mossa viene comunemente attribuita alla decisione politica dell’Arabia Saudita e ad altri produttori arabi di petrolio di punire gli USA per il loro decisivo aiuto a Israele nella guerra dello Yom Kippur. In parte ciò è vero, ma la decisone cruciale dell’OPEC fu il risultato diretto della decisione del presidente Nixon, il 15 agosto, di sganciare il dollaro dall’oro.

Il dollaro perse di valore e i paesi dell’OPEC venivano pagati con moneta svalutata. Così nella riunione di Beirut, il 22 settembre, l’OPEC adottò la risoluzione XXV:140, con la quale si decideva di intraprendere “ogni azione necessaria… per contrastare gli effetti negativi derivanti dalla decisione del 15 agosto in relazione al valore di ogni barile di petrolio prodotto dai vari paesi.”

Si proclamò inoltre per la prima volta, da parte dello Sceicco Zaki Yamani, ministro del petrolio saudita, la possibilità di utilizzare l’ultima arma rimasta: un embargo sul petrolio.

A causa delle dimensioni mostruose dell’attuale deficit commerciale e di bilancio americano, rinforzato dalla decisione di Bush di rendere permanenti i tagli alle tasse, la maggior parte del mondo finanziario odierno è in attesa di una altra, simile, svalutazione del dollaro. La settimana scorsa il professor di Harvard Marty Feldstein, ha scritto sul Financial Times, che sulla base delle svalutazioni 1985-87 Louvre and Plaza, il dollaro dovrebbe essere svalutato del 40% e anche più.

Il mercato semplicemente non sa quando ciò accadrà. Ma se ciò dovesse accadere dopo l’avvio a regime della borsa iraniana, allora chi avrebbe scommesso sullo scambio dollaro-euro, sul mercato dei futures di Teheran, si troverebbe con una bella sommetta in tasca.

Il piano quinquennale di Teheran prevede che la borsa si apra quest’anno. Il Teheran Times del 26 luglio ha riferito che è stata concessa l’autorizzazione finale. Mohammad Javad Asemipour, il tecnocrate ed ex ministro del petrolio che è stato incaricato di avviare la borsa, ha effettuato una serie di discreti viaggi esplorativi a Londra, Francoforte, Mosca e Parigi.

Proprio dopo Natale la Iran Labor News Agency lo ha citato dicendo che: “un tale avvenimento (la borsa) offrirebbe il vantaggio, fra gli altri, di consentire la trasparenza di tutte le transazioni petrolifere.” In quanto sarebbe consentito “ai vari operatori di accedere alle informazioni necessarie per consentire uguali opportunità di commercio per tutti.”

Asemipour è un tipo piuttosto elusivo, che però sembra convinto che l’Iran possa giocare sulla contrapposizione fra europei e americani, fra euro e dollaro. Proprio un anno fa era stato citato sul quasi ufficiale Iran Daily a proposito degli europei che avevano condotto un “magnifico gioco” con gli USA durante gli anni delle sanzioni, quando avevano partecipato in Iran a vari progetti economici, particolarmente nel settore dell’energia.

“In questo gioco gli europei avevano fatto finta di stare dalla parte degli americani, mentre invece erano impegnati in vari affari provocando una specie di concorrenza agli americani. Però, in pratica, essi avevano perseguito quelli che erano i loro interessi.” Non mancano infatti vari funzionari americani che nutrono simili sospetti riguardo a Francia e Germania, anche se tutti, al momento, sembrano concordi nel guardare con preoccupazione alle ambizioni nucleari di Teheran.

Adesso c’è da chiedersi se la borsa di Teheran, se e quando si aprirà, avrà successo, tenuto conto che un’idea simile attuata in Dubai in passato è fallita. Però allora il prezzo del petrolio non aveva raggiunto i 65 dollari al barile, e i soci del Dubai non avevano ancora rinunciato a considerare l’Iran come un potenziale nemico invitandolo, come osservatore, alle proprie riunioni. Cioè prima che il mondo arabo cominciasse a giudicare che, quali che fossero le reali intenzioni di Washington, il vero vincitore della guerra in Irak fosse stato proprio l’Iran.

Il mondo può essere sul punto di cambiare molto più velocemente di quanto possiamo immaginare, con o senza gli esperimenti nucleari dell’Iran. Ci sono altre armi, probabilmente più devastanti, che possono colpire, proprio là dove fa più male, un’America finanziariamente vulnerabile.



Martin Walzer
Fonte:www.informationclearinghouse.info
Fonte: http://www.informationclearinghouse....ticle11653.htm 2
23.01.06