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Discussione: La licantropia

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    Predefinito La licantropia

    Dal sito http://www.regione.piemonte.it/

    http://www.regione.piemonte.it/parch...7998/art6b.htm


    Il diavolo, gli eretici e i lupi
    di Massimo Centini

    Su questo filone va inserita anche la tradizione dei Berserker, in cui gran parte dei rituali di origine germanica tipici dell’ideologia di molti popoli indoeuropei erano accomunati attraverso il simbolismo del travestimento con pelli di animale (orso e lupo). Nella mitologia e nelle narrazioni che si riferiscono alle trasformazioni che si riferiscono alle trasformazioni di uomini in animale, vestire la pelle dell’animale equivale spesso a provocare la trasformazione. Da qui deriva l’ipotesi, in alcuni casi valida, secondo la quale i miti di metamorfosi potrebbero essere stati originati da alcune interpretazioni di comportamenti rituali e culturali (soprattutto di cacciatori e di pastori), nel corso dei quali gli operatori, vestendo pelli di animali, vengono identificati con gli animali medesimi. Per ricordare alcuni esempi, secondo Bonifacio di Magonza (VIII secolo a.C.), i Germani realizzavano la trasformazione in lupo quando vestivano pelli di lupo, o una cintura di pelle umana. Così nell’antica tradizione latina, gli Hirpi Sorani, probabilmente sacerdoti del monte Soratte, appaiono come lupi del Soratte, in rapporto ad una leggenda secondo la quale assunsero pelli e modi di lupi per liberare il loro paese dai miasmi che vi erano restati dopo che branchi di lupi avevano assalito gli altari sacrificali di Dis Pater (il re dei morti) e ne avevano sottratto brani di carne. In Cina, nel rituale di espulsione annuale (no) dei demoni, gli esorcizzatori (fang-siang shi) erano mascherati con pelli di orso e celebravano una danza degli orsi per atterrire gli spettri. Uno tra i poteri attribuiti a questi operatori rituali e agli stregoni in genere è la capacità di trasformarsi negli animali dei quali vestono la pelle.
    Vestendosi con la pelle rituale, si determinava in sostanza un cambiamento radicale del comportamento, che autorizzava gli adepti a vivere secondo regole del tutto in antitesi con quelle del gruppo civile. La pelle indossata dal combattente era così un modo per trasformarsi in fiera, per acquistare, in virtù delle potenzialità magiche, l’energia bestiale dell’animale incarnato. Le caratteristiche principali dei
    Berserker, quelle che almeno traspaiono con maggiore nitidezza dalle fonti, erano la certezza di essersi trasformati in animale, l’esaltazione, spesso l’estasi, sempre un’efferata violenza.
    Inoltre, la trasformazione simbolica in lupo aveva un ruolo importante anche nei riti iniziatici di alcuni gruppi indigeni nord americani, in cui la mutazione, inserita all’interno di un iter definito, dava un senso alle regole tribali della società e nello stesso tempo contribuiva alla ricerca di un’identità dell’iniziando.
    L’ingresso tra i Berserker era effettuato attraverso un rito iniziatico che prevedeva tutta una serie di prove sostanzialmente belliche e militari. Da Tacito sappiamo che tra i Chatti chi era in procinto di entrare a far parte del gruppo dei guerrieri-belva aveva l’obbligo di non radersi la barba e i capelli prima di aver ucciso un nemico.
    Tra i Taifali l’iniziando doveva cacciare un cinghiale oppure un orso; per gli Heruli il futuro guerriero doveva lottare in un combattimento però senza armi. Attraverso queste prove l’aspirante Berserker avrebbe avuto la possibilità di trasformarsi in una fiera. In pratica, assumeva le caratteristiche del superuomo nel quale si erano però anche incarnate le potenzialità simboliche dei carnivori che aveva combattuto ed ucciso.
    La tradizione nordica venne assorbita in altre aree, diffondendosi tra popolazioni guerriere e cacciatrici dove ebbe modo di trovare un’oggettiva risonanza culturale e simbolica. Il caso dei Daci, chiamati lupi, è forse l’esempio più vivido, che ci permette di scorgere le tracce evidenti della penetrazione del mito nelle leggende sull’origine di un’etnia: «La derivazione della denominazione etnica dal nome di un animale ha sempre un significato religioso e non si può comprendere questo legame se non riducendolo a concezioni religiose molto antiche. Nel caso dei Daci si possono avanzare numerose ipotesi. Si può supporre, in primo luogo, che questo popolo tragga il suo nome da un dio o da un mitico antenato licantropo, che si manifestò sotto sembianze di lupo. E in effetti in Asia era diffuso, con numerose varianti, il mito dell’unione carnale fra lupo soprannaturale e una principessa e da tale unione poteva avere origine sia un popolo che una dinastia».
    Il forte impulso dato al mito della licantropia dalla tradizione nordica è però secondario rispetto all’articolato panorama greco-latino che, partendo dalla vicenda di Licaone, giunge fino ai sacrifici umani e ai culti in onore di Zeus, praticati sul monte Liceo: qui le vittime erano mangiate dai partecipanti che, a loro volta, per un effetto dell’antropofagia, potevano trasformarsi in lupi. Il riferimento simbolico è ben chiaro, e può essere inteso come una sorta di demonizzazione atta a porre in una particolare luce certe pratiche rituali. Potrebbe quindi esistere, alle radici della licantropia, un antico legame con l’universo del rito delle pratiche iniziatiche.
    Nelle fonti sulla stregoneria non mancano concreti - anche se non molto diffusi - riferimenti alla licantropia: inoltre, va chiarito che anche la posizione radicale del Malleus maleficarum sottolineava che le violente azioni dei lupi non erano solo opera del diavolo, ma andavano isolati i casi naturali da quelli prodigiosi e magici. In pratica, sembrerebbe che gli autori del «Martello delle streghe», fossero consapevoli che il sostrato mitico caratterizzante il lupo, così diffuso nell’immaginario popolare, conducesse verso false piste, rinvenendo i propri modelli nel folklore: «Ci si pone ora la domanda sui lupi che talvolta rapiscono gli uomini e i bambini delle case e li divorano dileguandosi con grande astuzia, cosicché non c’è artificio e potenza che valga a colpirli o a catturarli. Bisogna dire che talvolta questo fenomeno ha una causa naturale e talvolta è causato dall’arte dei prodigi, quando capita ad opera delle streghe (...). Quanto alla questione se essi siano veri lupi o diavoli che assumono tale forma, diremo che sono veri lupi, ma ossessi o posseduti dai diavoli».

    Pertanto, al di là di tante suggestioni e facili demonizzazioni alimentate dal mito della metamorfosi, la licantropia nella stregoneria svolse un ruolo secondario, in cui sembrerebbero presenti connessioni con il sostrato folklorico: «Essi (i lupi mannari, n.d.a.) sono, a quanto pare, lupi che mangiano uomini e bambini, e questo accade per sette motivi: fame, selvatichezza, vecchiaia, esperienza, pazzia, il diavolo e Dio (...)». Secondo il sesto punto, il danno proviene dal diavolo che si trasforma ed assume la forma di un lupo. Così scrive Vicentius nel suo Speculum Historiae. Lui ha tratto la notizia dalla Guerra Punica di Valerio Massimo. Quando i romani combattevano contro gli uomini dell’Africa, mentre il capitano dormiva, venne un lupo, sguainò la sua spada e la portò via. Quello era il Diavolo sotto sembianze di lupo. Secondo il settimo punto, l’offesa viene a volte per ordine di Dio. Infatti, Dio a volte punisce alcune terre e villaggi con i lupi. Ecco cosa leggiamo di Eliseo. Siccome Eliseo voleva salire su di una montagna, fuori Gerico, alcuni ragazzi impertinenti lo derisero e dissero: O testa calva, avanti sali! Sapete cosa accadde? egli li maledisse. Quindi uscirono due orsi dal deserto e fecero scempio di circa quarantadue bambini. Quello era un comando di Dio».
    Il Wier, nella sua accesa rilettura del fenomeno della stregoneria, osservava «Se davvero, in Livonia o altre regioni limitrofe, sono stati visti lupi famelici vaganti che si crede siano streghe (in Germania li si chiama col nome di Werwolf) essi sono certamente nient’altro che veri lupi, ma il demonio li fa agitare per produrre tragici effetti: egli sfrutta il loro vagare e la loro azione predatoria allo scopo di riempire ed alterare l’immaginazione di certi uomini i quali impazziscono nella forma della licantropoia, cioè si convincono ed affermano di aver compiuto opere di lupi».
    Dalla descrizione stessa di questo morbo, la licantropia, è evidente a chiunque sia appena in grado di ragionare che non è difficile al demonio trarre alla follia un essere umano, stimolandone gli spiriti idonei, quando si tratti di persone il cui cervello viene spesso invaso dai vapori della bile nera; ed esiste un tipo di uomini proclivi in tal senso alla fascinazione e alla follia».
    Si dice che il giudice Henry Bougeut (1569-1610) condannò a morte circa seicento tra streghe e stregoni riconosciuti licantropi. Si tratta però di un dato che non è stato verificato, forse si potrebbe razionalmente ipotizzare che la licantropia fu una tra le accuse rivolte agli inquisiti, anche senza un’oggettiva testimonianza in questo senso.
    In questo senso, la licantropia può essere considerata come un’espressione tendente a porre in rilievo con maggiore enfasi il messaggio simbolico della metamorfosi, sovrapponendosi a tendenze rituali e mitologie ben assestate nell’immaginario popolare.
    L’ampia parentesi mitica caratterizzante la licantropia non ha allentato l’interesse degli scienziati che, pur osservando il fenomeno con la dovuta distanza, non escludono influenze con la sfera psicotica. la moderna psichiatria riconosce alcune forme di paranoia zooantropica, determinate da disagi psichici e non dall’azione malvagia del diavolo. Ma la credenza è dura a morire. In una raccolta sul folklore francese il Sébillot osservava: «Nel medioevo, le foreste erano il ritrovo favorito dei lupi mannari. La stessa credenza sussisteva ancora nel XVII secolo (...). Verso la metà del secolo scorso, si diceva nel Borbonese che i lupi mannari perdevano la loro forma umana a mezzanotte, guidavano attraverso le campagne dei branchi di lupi e li facevano danzare attorno ad un grande fuoco. S’incontra dappertutto la storia di un uomo che, arrivato nel mezzo di questa assemblea urlante, viene scorto dal conduttore dei lupi, e costui lo fa accompagnare da due dei suoi cani, raccomandandogli di non cadere (...). È molto pericoloso, diceva uno scrittore normanno agli inizi del XIX secolo, essere cattivi con loro; sono dei maghi che non si fanno scrupoli di farsi seguire da lupi fedeli, ai quali danno da divorare le bestie dei loro nemici. Anche quando durante la notte un lupo qualunque ha fatto qualche normale razzia, la si attribuisce senza esitare ai capi dei lupi».
    L’uomo lupo, famelico abitatore della notte e dei luoghi posti al di là della vita comunitaria, è rimasto incuneato tra storia e mito con il fardello di credenze e di superstizioni che ne hanno violentato l’originaria dimensione sacrale. Ma l’uomo, è fatale, quando ha necessità di demonizzare qualcosa o qualcuno, si ferma alle apparenze, alle soluzioni plateali, ai messaggi ambigui del simbolo, che finisse per dare ad ognuno la risposta che cerca.

  2. #2
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    Il Simbolismo del Lupo e il mistero del Licantropo

    Il lupo ha, nei suoi significati simbolici, un aspetto duplice: terribile e sotterraneo da un lato, benefico e apportatore di vita dall'altro. Esso è innanzitutto un animale psicopompo, cioè accompagnatore delle anime nell'Aldilà. Ciò è attestato sia da un canto funebre rumeno, secondo cui un lupo conduce il morto "per la via piana verso il Paradiso", sia da un mito dei Pellerossa Algonchini, che lo presenta come il fratello di Menebuch, il quale domina sul regno dei trapassati. Di pelle di lupo era vestito Ade, il Dio greco degli Inferi ed orecchie di lupo aveva il dio etrusco della Morte. In tutta la tradizione nordica il lupo è temuto come divoratore di astri, in quanto la sua gola profonda inghiottisce l'astro luminoso per eccellenza, cioè il Sole. Da questa credenza deriva l'espressione proverbiale "tempo dei lupi" per indicare la notte e l'inverno. Dall'altra parte, però, ad attestare la sua sconvolgente positività, si accampa proprio il suo carattere luminoso (suggerito dal fatto che esso è capace di vedere nel buio) e celeste (“Lupo celeste" viene chiamata la stella Sirio). Il lupo, che rappresenta il Cielo, è il compagno della cerva bianca, che rappresenta la Terra: da queste sacre nozze nascono, secondo i Mongoli, gli eroi, come il potente Gengis Khan. Proprio da questi miti scaturiscono sia la credenza nel potere fecondatore dei lupo, che le donne dell'Anatolia invocano per vincere la sterilità, sia quella nella sua dirompente forza che Io fa assurgere a prototipo dell'indomabile ribelle.


    I caratteri dei lupo mannaro

    Proprio la duplicità del simbolismo spiega come i tre elementi della licantropia (cioè la trasformazione di un uomo in lupo, il vagabondaggio notturno e il ruolo salvifico della croce), segnino un percorso che lascia intravedere un'interpretazione del mistero. Dal primo elemento, quello della trasmutazione ferina, deriva etimologicamente l'espressione lupo mannaro o vermenaro (da lupus hominarius) , una cui variante è 'o lupenare. In tutte le lingue europee è presente un termine che indica l'uomo-lupo: in inglese e in tedesco wervolf, in francese loup-garou, in svedese varulven, in russo volklulaku. Il secondo elemento, il vagabondaggio notturno, ci introduce in un'ottica psicoanalitica: il fatto stesso che si verifica solo di notte ci riconduce alla sfera dell'incubo. Tipico infatti è il sogno del "viaggio" che può simboleggiare un desiderio rimosso, tra cui quello di ribellione e di indipendenza rispetto al padre. Secondo le testimonianze popolari, è il lupo mannaro colui che nasce nella notte di Natale: si tratterebbe di una violazione della norma, in quanto questo giorno è riservato alla nascita di Cristo, rispetto a cui si stabilisce una peccaminosa indipendenza. La terza e ultima fase è quella della "reintegrazione nella norma", che è realizzata dalla Croce di Cristo, nei cui confronti il licantropo sa di aver peccato di ybris o tracotanza. É per questo che sia il lupo mannaro sia le sue potenziali vittime ricorrono alla Croce per "proteggersi" dalla "malattia" della licantropia.


    La magia, il lupo e il licantropo nella letteratura antica

    Il lupo mannaro ha, inoltre, un'insospettata tradizione letteraria. Sin dall'antichità, sia poeti attenti alle corde del misterioso, sia "scienziati" che tentavano di fornire risposte attendibili, si sono interrogati sull'arcana figura del licantropo. Iniziamo da un brano di Virgilio, considerato nel Medioevo il Mago per eccellenza. "Meri in persona mi diede queste erbe e questi veleni: spesso lo vidi grazie ad essi trasformarsi in lupo e nascondersi nelle selve, spesso lo vidi evocare le anime dai profondissimi sepolcri e trasportare le messi da un campo all'altro". (Bucoliche, VIII, 95-99). Questi versi, oltre che fornire una spiegazione della trasformazione in lupo mediante potenti erbe, chiariscono anche quali sono le azioni dei lupi mannari. Esse sono due: una, correlata evidentemente alla realtà ctonia ed occulta, consiste nell'evocazione delle anime dei defunti: in tal caso lo stesso lupo mannaro è una variante dello stregone; la seconda azione rimanda a una pratica rituale tipica dei "mondo magico" mediterraneo, il gioco della falce, un combattimento fra un uomo mascherato da animale e dei mietitori, fra cui primeggiavano coloro che erano assistiti da poteri magici, rappresentati dalla falce. Attrezzo simbolicamente relazionato, per le sue due estremità appuntite, alla Luna, che domina sovrana nella licantropia.
    Il carattere occulto emerge anche da un passo del Satyricon (cap. 62) di Petronio, che definisce forte come il diavolo ("tamquam Orcus") il militare che si trasforma in lupo mannaro, il quale, tra l'altro, viene chiamato con un termine singolare, versipellis, perché si pensava che i peli gli crescessero all'incontrario dentro la pelle. Ma i particolari misteriosi non finiscono qui nel racconto petroniano, il quale infatti sottolinea che la metamorfosi in lupo si verifica quando il licantropo si avvicina a una "stele" funeraria.
    E passiamo alla Naturalis Historia (VIII, 34) di Plinio il Vecchio, che, rispetto a Virgilio, rigetta il mito dei lupo mannaro, eppure si rivela un informatore prezioso per la dovizia dei particolari forniti sugli effetti "formidabili" dei lupo (come ad esempio, la capacità che ha di togliere la voce all'uomo da esso guardato per primo) e sul carattere magico della coda di quest'animale, che conterrebbe un talismano amoroso. Evidente è l'allusione erotico-sessuale della coda, in cui si concentra la virilità intesa anche come forza.
    Concluderemo questa breve carrellata sulle fonti letterarie del lupo mannaro e sul simbolismo del lupo con le tesi esposte da Artemidoro nel Libro dei sogni. Interessante è lo strano nesso lupo/fiumi/anni: egli scrive che gli anni venivano chiamati lucabanti, cioè che camminano come lupi, “a causa di una caratteristica di questi animali, poiché attraversano i fiumi uno dopo l'altro, come le stagioni completano l'anno susseguendosi l'una all'altra" (II, 12). Il lupo, dunque, nell'immaginario onirico e collettivo, indica qualcosa che passa e che muta, che va da un luogo ad un altro, che cambia anche status e caratteristica, che si impone con la forza del titano e dell'anticonformista.

    Dal sito www.avalonline.org

  3. #3
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    Scusate se mi intrometto, ma non trovo corretto definire l'immaginario collettivo dopo avere analizzato solo un paio di mitologie.
    Il lupo mannaro rappresenta l'uomo bestia, di cui abbiamo svariate versioni in mille mitologie, a partire da Enkidu contrapposto (ma neanche tanto) a Gilgamesh, gli stessi romani (accidenti mi sfugge il nome dell'autore) fanno riferimenti zoomorfici con esseri in grado di trasformarsi in orso, oppure si pensi agli uomini coccodrillo (i mokolè mbembe) dell' africa.

    Voglio dire, a mio parere, l'uomo-animale è la rappresentazione degli istinti primevi dell'uomo che lo inquadrano come in una sorta di maledizione (altra tematica ricorrente) al suo antico retaggio bestiale. Sono creature misteriose dalle origini divine e rappresentano (a mio avviso) l' Iron John, il Giovanni di ferro, il peloso, che alberga dentro i nostri animi.

    Spero di non avere urtato nessuno.
    "Che l'uomo si concepisca come una creatura di Dio oppure come una scimmia che ha fatto carriera comporta una netta differenza nell'atteggiamento da tenere verso la realtà; nei due casi si obbedirà a imperativi interiori diversissimi."

    Arnold Gehlen

  4. #4
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    Originally posted by ScimmioneNudo
    Scusate se mi intrometto, ma non trovo corretto definire l'immaginario collettivo dopo avere analizzato solo un paio di mitologie.
    Certo... Ma infatti il thread, appena iniziato, non aveva pretese di completezza...

    Spero di non avere urtato nessuno.
    Ma che "urtare"... Se vuoi esprimere le tue opinioni e discutere circa questi argomenti considerati a casa tua...

  5. #5
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    Originally posted by ScimmioneNudo
    Scusate se mi intrometto, ma non trovo corretto definire l'immaginario collettivo dopo avere analizzato solo un paio di mitologie.
    Il lupo mannaro rappresenta l'uomo bestia, di cui abbiamo svariate versioni in mille mitologie, a partire da Enkidu contrapposto (ma neanche tanto) a Gilgamesh, gli stessi romani (accidenti mi sfugge il nome dell'autore) fanno riferimenti zoomorfici con esseri in grado di trasformarsi in orso, oppure si pensi agli uomini coccodrillo (i mokolè mbembe) dell' africa.

    Voglio dire, a mio parere, l'uomo-animale è la rappresentazione degli istinti primevi dell'uomo che lo inquadrano come in una sorta di maledizione (altra tematica ricorrente) al suo antico retaggio bestiale. Sono creature misteriose dalle origini divine e rappresentano (a mio avviso) l' Iron John, il Giovanni di ferro, il peloso, che alberga dentro i nostri animi.


    Hai ragione: la credenza che gli uomini si possano trasformare in animali feroci è antichissima e si ritrova presso quasi tutte le culture.

    Forse, alla base di questo mito, sta il desiderio (umanissimo...) di abbandonarsi all’istinto selvaggio e primordiale, magari per sondare quelle sensazioni che può dare un pieno ritorno alla natura. E non sempre la commistione tra uomo e lupo (o altri animali) ha una connotazione negativa: tu hai citato giustamente Enkidu, uomo selvaggio e "naturale" e in "contrapposizione" con il sofisticato Gilgamesh, ma eroe positivo. E presso gli antichi popoli germanici i lupi mannari (gli ulfhednar, ho controllato… ) facevano tranquillamente parte della società: erano combattenti eccezionali che, indossando pelli di animali, ne acquistavano la forza e la ferocia, avvicinandosi all'invincibilità. Questo solo per sottolineare l’ambivalenza di certi miti e non certo con la pretesa di esaurire l’argomento, davvero vastissimo.

  6. #6
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    Un po' come i berserker...
    bear-skin...questa dovrebbe essere la radice se non ricordo male. E si, come dice il mio etologo preferito (Eibl-Eibesfeldt) l'aggressività è considerata (più o meno in ogni cultura) un lascito atavico, bestale, appunto...
    "Che l'uomo si concepisca come una creatura di Dio oppure come una scimmia che ha fatto carriera comporta una netta differenza nell'atteggiamento da tenere verso la realtà; nei due casi si obbedirà a imperativi interiori diversissimi."

    Arnold Gehlen

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    Sul lupo e sulle altre epifanie di Marte c'è un bellissimo capitolo in "Dei e miti italici" di Del Ponte, dove si tratta anche della festa dei lupercalia.
    Io considero il lupo un animale sacro e ne ho grande rispetto. Purtroppo mi è capitato di vederne solo in uno zoo, ma anche in quel contesto triste ha destato in me una profonda ammirazione unita ad un certo timore.
    Non mi stupisce che il lupo abbia un lato negativo, essendo questo il portato della forza temibile che esso incarna. Del resto il lupo rappresenta un pericolo per la civiltà solo nel momento in cui l'uomo non sia più in grado di dominarne la potenza; e così diviene il "demone" dell'età ultima, detta appunto età del lupo, nella mitologia germanica. Ma in momenti più fausti il suo manifestarsi è segno di un ben diverso presagio, fino al punto di renderlo una guida ed un ausilio nella fondazione di comunità o nella conduzione della guerra, e la qualità di uomo-lupo può essere vista in questo quadro come un passaggio iniziatico, quindi non come regressione allo stato infraumano e selvaggio.

    Per cui mi pare che il nostro animale abbia in essenza un valore positivo, amico dell'uomo e delle sue realizzazioni spirituali e materiali (in particolare in un quadro guerriero ed "eroico").
    Il suo risvolto demoniaco attiene soprattutto ad una degradazione dell'essere umano, divenuto incapace di gestirne la forza (Fenrir che si libera dalla sua magica catena); più prosaicamente il lupo ha sofferto nei secoli una cattiva stampa presso i pastori che l'hanno praticamente sterminato e presso i cristiani, per via dell'accostamento allegorico tra esso e vizi quali l'avidità e la bramosia.

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    Vorrei anche ricordare che nel lupo è presente anche una forma di società assimilabile a quella umana.
    Il lupo è un simbolo-totem che ha pesantemente influito su ogni cultura con cui ha convissuto.

    Ma più di tutto ravvedo nel mito del licantropo il mito del selvatico che alberga in ognuno di noi, più che figlio di Marte io lo vedrei come il figlio di Dioniso. O di Pan. Come giustamente fa notare Senatore aspetti negativi e positivi si mescolano nel mito dell'uomobestia. Ma, le mitologie più diffuse raramente presentano le proprie entità in concezioni distinte. Solo nella radice giudaico cristiana (vado a memoria) abbiamo una divisione così netta tra bene e male (che sia questa la fonte di cotanta belligeranza?), per le antiche saggezze ogni cosa poteva essere negativa o positiva.
    "Che l'uomo si concepisca come una creatura di Dio oppure come una scimmia che ha fatto carriera comporta una netta differenza nell'atteggiamento da tenere verso la realtà; nei due casi si obbedirà a imperativi interiori diversissimi."

    Arnold Gehlen

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    Originally posted by ScimmioneNudo
    Vorrei anche ricordare che nel lupo è presente anche una forma di società assimilabile a quella umana.
    Il lupo è un simbolo-totem che ha pesantemente influito su ogni cultura con cui ha convissuto.

    Ma più di tutto ravvedo nel mito del licantropo il mito del selvatico che alberga in ognuno di noi, più che figlio di Marte io lo vedrei come il figlio di Dioniso. O di Pan. Come giustamente fa notare Senatore aspetti negativi e positivi si mescolano nel mito dell'uomobestia. Ma, le mitologie più diffuse raramente presentano le proprie entità in concezioni distinte. Solo nella radice giudaico cristiana (vado a memoria) abbiamo una divisione così netta tra bene e male (che sia questa la fonte di cotanta belligeranza?), per le antiche saggezze ogni cosa poteva essere negativa o positiva.
    Però presso romani il lupo era Marte (non il figlio, ma una manifestazione del dio). D'altronde Romolo e Remo erano figli di Marte, e furono allattati dalla lupa e aiutati dal picchio (altra epifania di Marte).
    Da Romolo e Remo si arriva ai luperci, che però celebravano la loro festa nel mese di febbraio, che non è quello di Marte (Marzo), ed è anzi un mese di purificazione: purificazione attraverso il ritorno momentaneo allo stato indistinto, selvaggio (ma qui avevano vesti di capra, non di lupo) nel segno di Fauno.
    Insomma, la faccenda è complessa! C'è una lupa feconda e regale e ci sono i lupetti scatenati...

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    Già, è sempre poi difficile utilizzare il logos per indagare il mythos...una vera contraddizione in termini se permettete. Da quando la nostra civiltà ha operato questa lacerante separazione ci riesce sempre più difficile recuperare i fondamenti spirituali della nostra cultura. Secondo voi il processo potrà mai invertirsi?

    Io non credo, anzi sono convinto che le "degenerazioni" dell'esoterismo nascano proprio da questo strappo, impossibile a ricucirsi.

    E voi come la pensate?
    "Che l'uomo si concepisca come una creatura di Dio oppure come una scimmia che ha fatto carriera comporta una netta differenza nell'atteggiamento da tenere verso la realtà; nei due casi si obbedirà a imperativi interiori diversissimi."

    Arnold Gehlen

 

 
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