"Rischiatutto" Fini
di Mr. Right
Non passa settimana ormai che le accelerazioni liberal del nostro Presidente della Camera creino il subbuglio nell’area moderata del Popolo della Libertà. L’ultima esternazione ha riguardato la possibilità di una rappresentanza parlamentare per le minoranze etniche; soltanto pochi giorni prima il quotidiano Il Secolo aveva lanciato la proposta di un’inedita alleanza tra il centrodestra e le forze ambientaliste di sinistra: un sassolino buttato nello stagno, oggi senza conseguenze politiche, ma domani chissà.
D’altronde Gianfranco Fini ci ha abituato a queste mosse d’anticipo che sparigliano certezze più o meno acquisite: in dieci anni appena una forza politica vicina alle posizioni xenofobe del Front National ha mutato radicalmente pelle accettando non solo la democrazia liberale ma ponendosi come avanguardia dell’individualismo libertario nel nuovo partitone berlusconiano.
I “voltafaccia” di Fini su diritti civili, droghe leggere, immigrazione e dialogo interreligioso lo hanno reso, da qualche anno a questa parte, una figura controversa, assai più criticata all’interno del centrodestra che nel Paese. I sondaggi popolari, infatti, da sempre gli arridono, dando voce ad un apprezzamento trasversale alle varie forze politiche. Di Fini si sottolinea il profilo istituzionale, la serietà, l’onestà, il coraggio per scelte difficili e rischiose. Tuttavia un politico pragmatico sa bene che il gradimento catturato nei sondaggi d’opinione non si traduce automaticamente in voti e che lui, prima ancora che alla nazione, dovrà rendere conto ad un partito, rispondere alle sue aspettative per rappresentarlo ed eventualmente guidarlo. Questa è ad oggi la grande scommessa di “Rischiatutto” Fini.
Quando era leader di Alleanza Nazionale il nostro ha giocato per anni la carta dell’anti-Berlusconi, prima solleticando le pulsioni della sua base, allergica all’antipolitica del Cav. e contraria all’asse privilegiato con la Lega Nord, finendo poi per contrapporsi ad una parte di essa, quando il carisma e il cesarismo berlusconiano avevano intaccato anche il suo elettorato. Prima che si iniziasse a parlare di partito unico Fini aveva buon gioco a modernizzare AN e qualunque cosa dicesse o facesse gli procurava solo applausi. I malumori dei Gasparri, La Russa, Alemanno, più che in ombra, riuscivano paradossalmente a metterlo ancora più in luce. Chi gli si è parato contro a brutto muso – vedi Storace o la Santanchè, sul piano politico; Veneziani, su quello intellettuale – è finito marginalizzato.
Adesso però Fini non ha più il compito di rendere “presentabile” il vecchio ambiente missino, ma quello di rappresentare tutto il centrodestra italiano, composto prevalentemente da un popolo di ex – socialisti, democristiani, liberali, neofascisti – alla ricerca di un’identità stabile nell’ambito del Partito Popolare Europeo. E in questo deve misurarsi direttamente con Silvio Berlusconi, che finora ha surrogato con la sua stessa presenza il deficit politico e culturale della compagine moderata.
Berlusconi e Fini probabilmente non si amano – troppo diversi l’uno dall’altro – ma in questi anni, tra un dissidio e l’altro hanno imparato a convivere e nessuno di loro è mai venuto meno ai propri obblighi di lealtà. Lo si è visto, in ultimo, al congresso fondativo del PDL quando entrambi si sono scambiati elogi e abbracci di rito, nonostante la distanza politica sia balzata all’attenzione di tutti. D’altronde è da quando si è ventilata l’idea di “partito unico” che i due leaders hanno iniziato a confliggere. Laddove infatti la componente finiana mostrava interesse all’idea di partito, i berlusconiani sottolineavano per prima cosa l’importanza dell’unità; mentre i primi puntavano a costruire una struttura solida e democratica, i secondi continuavano ad esaltare la “monarchia anarchica” del loro capo, imputando ai primi i vecchi vizi della politica “politicante”.
Poiché il centrodestra è una creatura del Cavaliere è naturale che a vincere finora sia stata la sua idea di "popolo" su quella, più ortodossa, di “partito”. Fini ha dovuto abbozzare, ma non ha smesso di tessere la sua tela, servendosi principalmente di un think tank di sostegno (Farefuturo, che oggi è anche un web magazine), il vecchio Secolo d’Italia, completamente rinnovato sotto la guida spregiudicata di Flavia Perina, e lo storico sindacato della destra, l’UGL, risollevato dalla brava Renata Polverini.
In più, Fini è riuscito a strappare un paio di intellettuali giovani e brillanti - Alessandro Campi e Angelo Mellone – ad ambienti culturali “eretici” rispetto alla destra di governo, rispettivamente la Nuova Destra di Mauro Tarchi e la Destra Sociale di Alemanno, che hanno composto per lui un mix culturale inedito, assai movimentista, che riprende alcuni vecchi temi della destra giovanile (l’anticlericalismo libertario, l’antiliberismo, l’ecologismo) coniugandoli con le più recenti espressioni del conservatorismo internazionale, Sarkozy e Cameron in testa.
Questo progetto supera di fatto le vecchie correnti aennine e strizza l’occhio a quelle componenti minoritarie della coalizione berlusconiana che finora sono rimaste schiacciate dall’impostazione teocon elaborata dai Baget Bozzo, dai Pera e dai Ferrara. Maestro della “triangolazione”, Fini, dopo aver ricucito con l’ex avversario Tremonti, ha posto oggi le basi per un dialogo privilegiato con componenti radicali (Della Vedova), liberali (Biondi) e socialiste (Brunetta), presentandosi ai loro occhi come un novello Craxi liberalmoderato.
Se le aperture in questione da un lato gli hanno garantito lustro e prestigio presso l’opinione che conta, dall’altro, come si è detto, hanno creato trambusto nella base moderata, specie fra i militanti di antica data. Ad accusarlo di essere un “corpo estraneo” nel partito sono in primis quei rappresentanti della “vecchia destra” che avevano già abbandonato AN per Forza Italia, sconcertati dalle prime concessioni del leader alla modernità liberale; a questi si è aggiunta in seguito l’area forzista teoconservatrice, ed in ultimo i berluscones di più stretta osservanza (vedasi, ad esempio, politici quali Stefania Craxi e quotidiani come Il Giornale, sempre pronti ad intervenire a gamba tesa quando si tratta di difendere il Cavaliere).
La vision inclusiva di Fini rischia dunque di dividere un partito le cui varie anime hanno trovato un punto di riferimento nella figura carismatica di Silvio Berlusconi. Quest’ultimo, pur non essendo per formazione e mentalità un teocon, deve pragmaticamente dar conto a quelle forze del cattolicesimo militante – dalle gerarchie vaticane ai movimenti – che hanno fortissimamente scommesso su di lui come argine alle “derive relativiste” della sinistra e che non gli perdonerebbero una retromarcia sui valori. Per questo motivo Berlusconi si barcamena, non pronunciandosi direttamente né a favore né contro le questioni etiche, proclamando “libertà di coscienza”, ma di fatto appoggiando la linea “social conservative” del partito. E c’è da scommettere che nel breve tempo, almeno fino a quando i risultati arrideranno al centrodestra, la voce più schiettamente liberale continuerà a rimanere fatalmente minoritaria nel PDL.
Dal canto suo Fini farebbe bene a non scoprirsi troppo sul suo lato destro, concedendo alla Lega Nord territori solo fino a ieri impensabili. Da forza secessionista e liberista il partito padano ha assunto ormai i tratti populistici che caratterizzano i partiti euroscettici più o meno xenofobi. In più, Bossi & Co. sembrano voler accarezzare anche quella parte di elettorato cattolico fortemente ostile alla presenza islamica in Europa. Su questo punto, però, Fini potrebbe trovare una concreta sponda proprio con la Chiesa, che ha particolarmente a cuore il dialogo interreligioso (distinto ovviamente dal sincretismo) e l’accettazione dello straniero.
Sarebbe dunque sbagliato pensare che la linea liberalmoderata di Fini e quella cattolica debbano necessariamente confliggere. In più occasioni il leader della destra italiana si è mostrato assai meno laico e molto più riverente verso il cattolicesimo di quanto abbiano fatto altri conservatori europei, meno propensi di lui nel riconoscere, per esempio, le radici cristiane del Continente. Ma quando Fini utilizza un linguaggio più ortodosso per un leader conservatore le sue parole passano quasi sotto silenzio, mentre ogni piccola apertura “eterodossa” ha avuto gli onori delle cronache, fino a generare l’assurda visione del Fini “uomo della sinistra”.
Alla base di quanto detto è arduo scommettere sull’evoluzione politica del Popolo della Libertà. Fini ha il vantaggio di aver tratteggiato i contorni di un’agenda conservatrice pronta ad affrontare l’Italia del domani, mentre i suoi competitori sembrano sprovvisti di una visione di tale portata, eccetto magari Tremonti, che pure al recente Congresso non ha particolarmente brillato lasciando ad altri la scena.
Nonostante l'alto tasso di popolarità, alcuni elementi fanno pensare che la strada di Fini rimanga ancora in salita e conoscendo la sua intelligenza politica c’è da ritenere che il suo progetto politico preveda tempi non brevi di attuazione e nessuno scontro fratricida all’interno della coalizione.
La storia insegna che le rivoluzioni politiche all’interno dei partiti hanno preso consistenza nei momenti di crisi, alimentandosi delle proprie sconfitte, quasi mai delle vittorie. Ronald Reagan e Margaret Thatcher si sono lasciati alle spalle un lungo predominio democratico e furono liberisti rivoluzionari (fuori e dentro il loro stesso partito) dopo un'era contrassegnata dalle teorie keynesiane. Al pari di loro un David Cameron è potuto recentemente emergere (non senza difficoltà) sgominando i tories più ortodossi, solo perché il suo partito se non cambiava radicalmente rischiava seriamente di estinguersi, a causa del dominio laburista sotto Tony Blair.
In questa ottica, per riuscire a vincere le naturali ostilità interne di chi si oppone di per sé al cambiamento, Fini avrebbe bisogno anche lui di un PDL in crisi, oppure di un progressivo avvicinamento di Berlusconi alla sua linea innovativa, avvicinamento che potrebbe essere magari favorito dall’affermazione del “nuovo torysmo” in Inghilterra.
In un caso come nell’altro, c’è da credere che “Rischiatutto” Fini giocherà la sua partita personale molto attentamente, senza scoprirsi troppo, tentando magari di vincerla all’italiana. In contropiede.
Mr. Right




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