Sul fronte delle libertà le attese internazionali

Doppiezze non tollerabili La Turchia alla prova


Vittorio E. Parsi

La rabbia, alimentata ad arte da registi politici per nulla occulti, dilaga per l'intera Umma (la nazione islamica distribuita nel mondo). Le immagini dell'odio, non quello di cartone invocato a pretesto, ma quello vero che assalta, distrugge e incendia i simboli e i luoghi del "nemico", producono tutto il loro previsto e desiderato effetto. E in un crescendo di isteria fanno la loro prima vittima, nella figura di un sacerdote italiano, missionario in terra turca, come missionario era stato nella periferia romana. È ancora presto forse per esprimere un giudizio già concluso su moventi, mandanti ed esecutori di questo delitto, ma resta il fatto che l'omicidio di don Andrea Santoro, rischia di rappresentare solo il più recente episodio delle serie difficoltà che la pratica della libertà religiosa incontra ancora in Turchia. Sarebbe ingeneroso e velleitario negare come per molti decenni, anche in questi tempi più recenti e concitati, la Turchia abbia rappresentato una sorta di eccezione positiva per l'esercizio della libertà religiosa nelle società in cui l'Islam è maggioritario. Basta rivedere le immagini del saccheggio del quartiere cristiano di Ashrafieh a Beirut, per comprendere come l'appartenere alla minoranza cristiana in terra musulmana sia oggi più che mai rischioso (persino quando questa minoranza è quasi maggioranza, robusta e radicata storicamente, come in Libano). Appena ieri, l'Herald Tribune riportava nelle pagine dei commenti un articolo firmato dal premier turco Erdogan (insieme allo spagnolo Zapatero) che richiamava tutti alla pratica del rispetto reciproco accanto a quella della libertà di espressione. Apparirebbe così incauto chi volesse fare di questo gravissimo assassinio un pretesto per alimentare una campagna ostile al popolo turco o all'aspirazione del suo governo a entrare nell'Unione europea. E però proprio qui sta il punto. La Turchia non è infatti un Paese musulmano qualunque: è l'unico che nutre ambiziose aspettative di ingresso nella Ue. In quest'ottica afferma una sua identità europea e rivendica, in nome dei principi liberali su cui l'Unione è stata costruita, la non inconciliabilità tra l'appartenenza della vastissima maggioranza della sua popolazione alla comunità dei fedeli musulmani e quella possibile del Paese all'Unione europea. Proprio perché noi siamo anzitutto i valori in cui crediamo e per il rispetto che nutriamo nei confronti della Turchia, è del tutto evidente che la sua piena membership europea potrà essere ottenuta non solo a patto di soddisfare completamente il cosiddetto acquis communitaire da parte delle istituzioni pubbliche e del sistema economico, ma anche a condizione della piena adesione (senza distinguo e riserve) della società turca nel suo complesso ai principi che sono alla base dell'ideale e della pratica dell'Unione. E soprattutto il principio di libertà di religione che gli altri rende realistici. Il governo turco ha compiuto numerosi passi significativi in termini istituzionali (democratizzazione e trasparenza) ed economici (concorrenza e apertura dei mercati). È ora chiamato a fare altrettanto nel campo più difficile, quello della costruzione di una società libera e tollerante. È una sfida tutt'altro che semplice, ma che non può essere aggirata. Per la stessa natura del partito che esprime il primo ministro, il compito della costruzione di una società liberale in Turchia assomma alle ovvie difficoltà oggettive anche peculiari difficoltà soggettive. Vincere concretamente le une e le altre: nulla meno di questo dovrà riuscire a realizzare Erdogan se vorrà compiere il sogno se non già di una Turchia europea almeno di una Turchia che meriti il rispetto dei popoli liberi.

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