Contrariamente alle sofistiche definizioni e alle teoriche categorie enunciate e descritte dal nostro Norberto Bobbio («Destra e sinistra», Roma, 1994), nonché all’idea che egli stesso si fa della differenziazione partitica e/o delle usuali classificazioni parlamentari, personalmente ritengo che il frazionamento ideologico e dottrinario della società in movimenti, partiti e gruppi politici di destra, sinistra, centro, estrema destra, estrema sinistra, è un sistema inventato dal “furbi”, per dividere e dominare i “fessi”.
Attenzione: non che i “furbi” di cui sopra siano davvero così acuti e perspicaci come sembrano…
Per capire, infatti, il significato ed il senso della loro “talentuosa arguzia” o della loro “spiccata scaltrezza”, basta semplicemente misurare il Q.I. del loro misero ed avariato “cervellino”. Un “encefaluccio” da quattro soldi, cioè, che si è inesorabilmente e irrimediabilmente arrestato (come un «orologio a cuccù» fabbricato artigianalmente in casa, da un bambino di 3 anni), alla fatidica data del 28 Agosto del 1789: data alla quale, a Versailles, in Francia, i deputati dell’allora Assemblea Costituente, per meglio facilitare il conteggio dei loro voti (a favore o contro del «diritto di veto» che Luigi XVI avrebbe preferito mantenere nel contesto di quel consesso), si erano fisicamente e geograficamente separati in due gruppi distinti e contrapposti all’interno della stessa sala, raggruppandosi rispettivamente ed ordinatamente alla sinistra ed alla destra del tavolo del Presidente dell’Assemblea (anche se, poi, in realtà, sarà il “centro” a vincere quella competizione elettorale e ad approvare la storica “transazione di compromesso” che conosciamo) ed inaugurando - senza volerlo e senza saperlo - il modernissimo, efficiente, dinamico, innovatore e superintelligente sistema di classificazione e/o di ripartizione ideologica, politica e pratica che ancora oggi, a distanza di ben 214 anni, l’insieme dei “furbi” e dei “fessi del mondo, continua assurdamente, abitudinariamente e spensieratamente ad utilizzare!
Lo stesso dicasi, dei “fessi” in particolare…
Con “fessi”, infatti, non voglio assolutamente dire che, all’interno della società, non ci siano o non debbano esserci (oppure, esistere; ovvero, esprimersi) delle opinioni e/o delle sensibilità politiche che - per facilità di linguaggio - continueremo abusivamente ed impropriamente a chiamare di “destra”, di “sinistra”, di “centro”, di “estrema destra” e/o di “estrema sinistra”.
Voglio unicamente sottolineare che, la vera “ottusità” e “sprovvedutezza” di questi ultimi… consiste semplicemente nel credere (o nel far finta di credere) o, in ogni caso, nell’ingenuamente ammettere o nello sconsideratamente attendere o stoltamente sperare che «dividendo», si possa, in qualche modo, «radunare» ed «unire»!
Conosciamo l’abituale e frequente «tiritera» di certe usuali e contraddittorie pretese: «Aderisci al nostro Partito, così potremo unire, l’insieme delle forze del nostro popolo»!
A m’becilli! Ma dico: vi siete mai chiesto da dove viene, la parola “partito”?
Dal latino, «pars, partis», quel sostantivo non vuole soltanto dire «partito» (quale noi, oggi, purtroppo l’intendiamo o lo concepiamo) ma, in modo più evidenziato e particolareggiato, «setta» o «fazione».
Non dimentichiamo, infatti, che quell’etimo, nel suo significato e nel suo senso specifici, esprime e veicola soprattutto l’idea di una configurazione associativa che – anziché unire - tende piuttosto inequivocabilmente a dividere, segmentare, frammentare, frazionare una qualsiasi unità. Nel nostro caso: l’unità politica, economica, sociale e culturale del Popolo-Nazione al quale apparteniamo o di cui siamo parte integrante!
Qualcuno, però, in proposito, potrebbe quasi certamente o sicuramente obiettami: i «partiti»… sono sempre esistiti! Ed ugualmente nel corso dell’antichità romana, erano “moneta corrente”. Ad esempio: quelli, irriducibilmente contrapposti – nelle diverse e successive epoche storiche - di Mario e di Silla, di Cesare e di Pompeo, di Marcantonio e di Ottaviano, ecc. E quei «partiti», non solo disorientavano, scomponevano e frantumavano politicamente l’opinione pubblica di quella «Societas» ma, arrivavano perfino a coinvolgerla e strumentalizzarla militarmente nelle loro durevoli, generalizzate e sanguinose «Guerre civili».
Certo, ma chi - allo stesso tempo - potrebbe parimenti affermare che gli opposti ed inconciliabili contendenti di quei generalizzati e cruenti conflitti interni, si reclamassero di altri principi e di altri valori che quelli che avevano da sempre caratterizzato e contraddistinto la Roma classica? Oppure, che quegli irriducibili ed inconciliabili avversari innalzassero (o facessero ricorso ad) altri vessilli o altri segni distintivi che quelli che le quadrate legioni della Res Publica Romana avevano l’abitudine di esporre o di inalberare usualmente?
Ecco, dunque, il punto focale della questione.
I «partiti» dell’epoca romana, in realtà, a differenza di quelli del nostro tempo, qualunque fosse stata la loro particolare e reciproca inimicizia, non si sarebbero mai sognati di tradire o di rimettere fondamentalmente in discussione i principi ed i valori che avevano permesso la nascita, lo sviluppo e lo splendore della loro specifica Civiltà. Tanto meno, avrebbero mai accondisceso a barattare la liberta, l’indipendenza, l’autodeterminazione e la sovranità politica, economica, culturale e militare della loro Civitas, in cambio di eventuali favori, privilegi o benefici personali, proposti ed elargiti dal comune nemico della loro Societas. Meno ancora, avrebbero mai accettato di giocare i satrapi per “conto terzi”, oppure gli ascari, i meharisti o i pesmergas di una potenza straniera che, per una ragione o per un’altra, si fosse trovata ad aggredire e/o ad occupare militarmente il sacro suolo della loro Patria.
Se escludiamo, infatti, l’irrilevante e marginale episodio di un Coriolano (che altro non è - nella storia dell’Urbe - che l’isolata e circostanziata eccezione che conferma abbondantemente ed irrefutabilmente la regola!), questo genere di eventualità, incominceranno ad apparire a Roma, soltanto dopo il 313 della nostra era: nel momento in cui, cioè, si assisterà - a causa di una precisa colonizzazione culturale intervenuta dall’esterno - alla metodica e capillare ideologizzazione delle idee ed alla sistematica trasformazione del concetto di «opinio, is», in quello di «veritas, atis». «Verità», tra l’altro, che – a partire da quell’epoca – sarà inevitabilmente ritenuta, nonché assurdamente considerata, sia nel campo religioso che in quello civile o laico, come ricorrentemente assoluta ed indiscutibile.
In altre parole, a partire da quel genere di colonizzazione, non si assisterà più, all’interno delle nostre società, all’aggregazione degli esseri umani, sulla base degli scopi o delle finalità che erano ambiti/te, perseguiti/te o voluti/te da un Popolo-Nazione (o da una sua larga parte) e di cui un «leader» o un «altro», un «partito» o un «altro», se ne faceva ufficialmente o ufficiosamente il «portavoce», ma semplicemente sulle idee individuali e soggettive di un «leader» o di un «partito» che – per la loro assolutezza ed indiscutibilità – non dovevano più tenere conto, né degli aneliti, né delle attese, né della volontà, né dell’interesse generale del Popolo-Nazione (o di una parte importante di esso), a cui quelle stesse idee facevano riferimento!
E’ così che oggi, senza veramente più accorgercene o più rendercene conto, siamo giunti all’assurda e paradossale situazione di quei «leader» o di quei «partiti» che quando sbagliano clamorosamente le loro analisi e/o le loro prognosi (in quanto continuano stoltamente a pretendere che la realtà, debba immancabilmente adattarsi o piegarsi ai loro “piani” teorici, soggettivi ed arbitrari) sui Paesi che erano incaricati di gestire o di amministrare, si permettono addirittura il lusso di accusare il Popolo-Nazione o la congrua parte di quest’ultimo a cui si riferiscono, di non essere in grado di capire o di giustamente interpretare ciò che, al massimo, era esclusivamente chiaro e (forse) unicamente lampante solo per la loro misera zucca o per i loro individuali o soggettivi desideri!
Mi spiego: se gli uomini fossero «tutti uguali», il problema di una generalizzata ed univoca aggregazione politica, economica, sociale e culturale dell’insieme dei cittadini di una determinata società, a partire dalla sola visione ideologica o dottrinaria di un «leader» e/o di un «partito», non si porrebbe affatto.
Tutti insieme, infatti, ci identificheremmo automaticamente in quella comune visione ideologica e/o dottrinaria delle cose e, individualmente e collettivamente, vivremmo tutti felici, appagati e contenti.
Siamo, pero’, realmente «tutti uguali»?
Purtroppo o per fortuna, non lo siamo. E se, per pura ipotesi, lo fossimo effettivamente stati - non solo il passato, il presente e l’avvenire dell’umanita’ avrebbero preso le sembianze di una specie di «Museo delle Cere», ma - saremmo comunque riusciti (dalla notte dei tempi, ai nostri giorni…) probabilmente ad accorgercene o l’avremmo, magari per “vie traverse”, senz’altro saputo o in qualche modo appreso!
Se non ce ne siamo ancora accorti o non l’abbiamo fino ad ora appreso o saputo, significa che siamo effettivamente tutti diversi (quot homines tot sententiae).
Inoltre, se ci mettiamo scientificamente o pignolescamente a frugare o ad indagare all’interno delle nostre rispettive personalità, sensibilità o predisposizioni, ci accorgiamo che, nella nostra diversità, siamo addirittura tutti «unici», «originali» ed «irripetibili»!
La gentile madre di chi mi sta leggendo, potrebbe, se lo volesse, partorire di nuovo la mia lettrice o il mio lettore, così come ella/egli è? Mia madre, pur volendolo e desiderandolo, potrebbe di nuovo partorimi, così come sono? Le madri degli altri all’incirca 6/7 miliardi di esseri umani che in questo momento, come noi, vivono ed operano all’interno della nostra medesima realta’, pur volendolo e desiderandolo, potrebbero partorire di nuovo gli stessi figli che hanno gia’ concepito e messo al mondo in precedenza?
Anche se riuscissimo ad impiegare la tecnica della clonazione, la madre della mia lettrice o del mio lettore, mia madre e le madri del resto dell’umanità potrebbero, al massimo, concepire e sgravare «altri figli», ma non certo noi!
Cerchiamo di riflettere: se ognuno di noi e’ «unico», «originale» ed «irrepetibile» come faccio io (anche volendolo o desiderandolo…), ad essere la mia lettrice o il mio lettore? Oppure, la mia lettrice o il mio lettore, ad essere me? O ancora, la lettrice/il lettore o io ad essere ciascuno degli uomini che compongono l’umanità, e viceversa? Ovvero - per essere più precisi - come faccio io ad essere il «modello» ideologico e dottrinario della mia lettrice o del mio lettore; la mia lettrice o il mio lettore, ad essere il mio «modello»; la mia lettrice/il mio lettore o io, ad essere il «modello» degli altri all’incirca 6/7 miliardi di abitanti che popolano attualmente il pianeta Terra, e viceversa?
La mia lettrice/il mio lettore ed io (ed ugualmente ogni altro essere umano tra i 6/7 miliardi circa di nostri simili), quindi, qualunque possano singolarmente essere le nostre specifiche qualità ed i nostri particolari difetti, le nostre individuali capacità o le nostre personali facoltà e/o prerogative, non potremo mai essere realmente il «modello» per nessun altro uomo al mondo che per noi stessi!
Ora, se quanto sto affermando corrisponde all’effettiva realtà umana è lapalissiano ammettere che la ricerca del «vero», del «giusto», del «bene», del «valido», dell’ «opportuno», del «conveniente», ecc., all’interno di una medesima società, non possa mai scaturire dal solo Suo (della lettrice o del lettore), dal solo mio o dal solo loro (di ciascuno degli all’incirca 6/7 miliardi di coabitanti del nostro pianeta) … punto di vista (o dalla sola Sua, dalla sola mia o dalla sola loro sensibilità o preferenza ideologica e dottrinaria), ma debba imperativamente erompere o necessariamente derivare o scaturire dall’incontro contingenziale e circostanziato (magari, obtorto collo…) del maggior numero dei punti di vista esistenti o dalla convergenza naturale, strategica o strumentale di questi ultimi.
Quindi, non dalle nostre differenze o preferenze ideologiche e dottrinarie (che tendono, per natura, sistematicamente ed inevitabilmente a determinare, contraddistinguere e/o a caratterizzare gli uomini e, quindi, a maggiormente differenziarli e “separarli”…), ma esclusivamente a partire da traguardi o da scopi che – oltre ad essere pratici, visibili e tangibili – possono essere individualmente e collettivamente considerati comuni o, quanto meno, percepiti come tali.
E’ ciò che la cultura greco-romana definiva la «coincidentia oppositorum»!
Qualora, invece, per una ragione o per un’altra, volessimo assurdamente continuare ad organizzare le «conventio ad excludendum», a percorrere le «strade» che altri prima di noi hanno gia’ percorso…e riuscissimo, quindi, a fare «prevalere» o a fare «trionfare» esclusivamente il Suo solo (quello della mia lettrice o del mio lettore) o il mio solo punto di vista (o quello di uno qualsiasi tra i circa 6/7 miliardi di abitanti della Terra…), su quello degli altri nostri simili, alla fine del «tunnel»… ci ritroveremo inevitabilmente, come ogni volta, a dovere fare i conti con la solita «Santa Inquisizione», con la già sperimentata «ghigliottina» della piazza della Bastiglia, con il già collaudato «Auschwitz» e/o con il gia’ verificato «Arcipelago Goulak»! Insomma, con gli effetti drammatici ed incontrollati di un monotono, antiquato e criminale «pensiero unico», anche se uguale e contrario a quello che oggi – la mia lettrice/il mio lettore, io ed gli altri milioni/miliardi di oppressi del mondo - stiamo caparbiamente tentando di combattere e di sconfiggere.
Se, però, quanto ho fino ad ora cercato di analizzare e di esporre, non bastasse a far decidere la mia gentile lettrice o il mio cortese lettore ad abbandonare definitivamente la visione strettamente ideologica e dottrinaria della politica - oltre a ricordare a quest’ultima o a quest’ultimo che «politica» è «l’interesse generale di una società in neutralità, rapporto, relazione, confronto o scontro con altre società» ed, allo stesso tempo, «politikè technè» (cioè, «l’arte della politica») è «l’arte di stare bene, insieme, all’interno della stessa Polis o della stessa Civitas» - mi permetto semplicemente di consigliarla/lo di visitare quanto prima le Piramidi d’Egitto, oppure il Colosseo, il Partenone, l’Alhambra di Grenada o una qualsiasi delle nostre svettanti e solari Cattedrali gotiche, ed a porsi banalmente e francamente questa facile e personale domanda: «Potrei, anche se lo volessi, realizzare tutto ciò, da sola o da solo»?
Alberto B. Mariantonii




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