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    Thumbs up MILITIA, di LÉON DEGRELLE

    “Agire puro non significa agire cieco. E la norma di non guardare alle conseguenze concerne i moventi affettivi individualistici, non già la necessaria conoscenza di quelle condizioni oggettive di cui l’azione deve tener conto per essere, per quanto è possibile, un’azione perfetta, anzi per non essere un’azione destinata già in partenza a fallire” Julius Evola, “Cavalcare la tigre”.

    ETSI MORTUUS URIT

    “Possano queste pagine, ultimo fuoco di quel che io fui, ardere ancora un momento, riscaldare ancora un istante le anime possedute dalla passione di donarsi e di credere: di credere malgrado tutto, malgrado la disinvoltura dei corrotti e dei cinici, malgrado il triste gusto amaro che ci lasciano nell’anima il ricordo delle nostre colpe, la coscienza della nostra miseria e l’immenso campo di rovine morali di un mondo che, sicuro di non avere più bisogno di salvezza, da questo trae motivi di gloria, ma deve lo stesso essere salvato. Deve più che mai essere salvato”. “Il fuoco e le ceneri”

    Le parole raccolte in questo volume sono parole perdute, scovate per caso e ritrovate da uno dei maggiori scrittori spagnoli del Novecento: Gregorio Maranon. Esse appartengono al cielo; dal cielo sono venute per ispirare il generale Léon Degrelle, per regalare l’ultimo soffio di speranza e forza agli spiriti dei giovani d’Europa. L’Europa, sogno, mito, idea del fondatore di Rex, il vallone in forzato esilio spagnolo, che dopo la Seconda Guerra Mondiale non vide più i tramonti della sua terra. Troppo di più è inutile dirvi dell’uomo Degrelle, inutile giudicare le sue gesta, da ovunque le si guardi, ciò che conta, ciò che resta, sono le parole; un canto assoluto, impervio, oltre, per gli uomini e per l’infinito, per chiunque ne sappia riconoscere il valore più puro.

    E come intuì immediatamente Maranon, quest’opera comprende una serie di note spirituali che l’autore scrisse nel corso delle vicende avventurose della propria vita, prima e durante la seconda guerra mondiale. Parole d’un uomo immutabile che colpirono Maranon sin dalla prima e immediata lettura: “Sono di una bellezza impossibile a superare, vibranti di pathos umano”.
    L’opera si divide in sei parti (e in molteplici sottoparti): “I cuori vuoti”, “Fonti di vita”, “L’angoscia degli uomini”, “La gioia degli uomini”, “Il servizio degli uomini”, “Dono totale”.

    C’è da perdersi tra tanta bellezza, non potendo e non volendo farvi dono di tutto (perché dovete leggere con i vostri occhi), vi lascio versi e suggestioni sparse per il libro, come soffio che v’inebri per pochi istanti e che vi porti a cercare in voi, l’energia che qui si emana: “Scrivo senza tremare queste parole che pure mi fanno soffrire. Nell’ora della disfatta di un mondo, c’è bisogno di anime rudi ed elevate come rocce cui s’infrangeranno invano le onde scatenate”. “Intransigenza”.

    “Eccomi giunto quasi al termine della mia corsa umana. Io ho provato quasi tutto. Conosciuto tutto. E, soprattutto, sofferto tutto. Abbagliato, ho visto alzarsi i grandi fuochi d’oro della mia giovinezza. Il loro incendio illuminava il mio paese. Le folle facevano danzare intorno a me ondate costellate da migliaia di volti. Il loro ardore, il loro vortice sono esistiti”. “Il fuoco e le ceneri”.

    “Coloro che esitano davanti allo sforzo sono coloro la cui anima è ottusa. Un grande ideale dà sempre la forza di dominare il proprio corpo, di soffrire la fatica, la fame, il freddo...la facilità addormenta l’ideale. Niente lo risveglia meglio che la sferza della vita dura: essa ci permette di cogliere le profondità dei doveri da compiere, della missione di cui occorre essere degni. Il resto non conta. La salute non ha alcuna importanza. Non si è sulla terra per mangiare in orario, dormire a tempo opportuno, vivere cent’anni od oltre. Tutto questo è vano e sciocco...l’anima sola conta e deve dominare tutto il resto. Breve o lunga, la vita vale soltanto se noi non avremo da vergognarcene nel momento in cui occorrerà renderla”. “Vita retta”.

    “Occorre aver solcato i mari più lontani, aver conosciuto le rosse notti dei Tropici, i fuochi delle canne da zucchero, i canti dei negri, i deserti con le sabbie rosate...per amare pienamente un paese, quello che si vede per primo, con i soli occhi limpidi che si vedono al mondo: gli occhi di fanciullo”. “Il cuore e le pietre”.

    “Casa, fortezza e tenerezza...Tutto a poco a poco, assume un volto, man mano che arrivano le fatiche e i dolori comuni, e nascono i figli. I muri hanno racchiuso gli amori e i sogni. I mobili belli o brutti sono stati amici e testimoni. Un profumo sale dolcemente da queste anime confuse, e un raccoglimento, una pace, una certezza – invece delle soste trafelate sui pianerottoli dell’esistenza”. “Il cuore e le pietre”.

    “Occorre pensare continuamente al valore della vita. Questo è lo strumento ammirevole postoci nelle mani per forgiare la nostra volontà, elevare la coscienza, edificare un’opera di intelletto e di cuore. La vita non è una forma di tristezza, ma di gioia fatta carne. Gioia di essere utile. Gioia di domare quel che potrebbe macchiarci o sminuirci. Gioia di agire o di donarci. Gioia di amare tutto quel che vibra, spirito e materia, perché tutto, sotto l’impulso di una vita retta, eleva, alleggerisce, anziché pesare”. “Il valore della vita”.

    “Dovunque si sia, in alto o in basso, uomo o donna, il problema rimane sempre il medesimo: è il donare che rende le anime chiare o torbide”. “Grandezza”.

    “Morir vent’anni prima o vent’anni dopo poco importa. Quel che importa è morir bene. Soltanto allora inizia la vita”. “La grande ritirata”.

    “Tutti portiamo la nostra croce: occorre portarla con un sorriso d’orgoglio, perché si sappia che siamo più forti della sofferenza, e anche perché coloro che ci feriscono comprendano che le loro frecce ci colpiscono inutilmente. Che importa soffrire, se vi è stata nella nostra vita qualche ora immortale? Quanto meno, si è vissuto!”. “La nostra croce”.

    “Ma sono appunto questi gli obbiettivi della vera rivoluzione: recare luce a questi spiriti ghermiti dalle ombre; aiutare a rialzarsi queste anime che stanno cadendo; re-insegnare ad aspirare a cose diverse da quelle corporali; dominare l’imperfetto, elevarsi verso il meglio, qual pur siano gli sforzi”. “Flottiglia d’anime”.

    “Avrai vinto. Essere ucciso dall’ultimo sforzo non avrà più alcuna importanza, se gli altri saranno là, sul ciglio dell’immensità pura della redenzione.
    In fondo, tu sei tanto felice.
    Tu sai che là risiede la sola felicità.
    Canta!
    Tuoni la tua voce nelle valli!
    Rimpianti e lacrime? Ma è la parte più mediocre di te che ha sofferto: quella che hai appena respinto!
    Il più duro è superato. Resisti. Stringi i denti. Fa tacere il cuore.
    Pensa soltanto alla vetta! Sali!”. “Vette”.

    Questo libro-poesia-testamento vide la luce per la prima volta a Parigi nel 1964 portando come titolo Les Ames qui Brulent. I frammenti che ho selezionato sono esemplificativi del messaggio che Léon Degrelle volle donar di sé, alle giovani generazioni soprattutto, che poco sapevano e molto ignoravano degli eventi cruciali del secolo scorso, che ancora sognavano e a loro modo lottavano per un mondo diverso. Un invito a non perdersi, nonostante le difficoltà, le pressioni della vita e i lacci del potere. Un fiero canto dell’esistenza, un monito ad esserci sempre e a restare sempre presenti. E Léon ci fu sempre, per i suoi fratelli, compatrioti e non, per un’idea che guardava oltre le alleanze e gli equilibri di quel tempo di guerra, per un’Europa pensata libera, da vincoli o egemonie, di qualsiasi tipo e di qualsiasi colore. Certo scelse, scelse un’alleanza sconfitta; la scelse in buona fede e pensando fosse l’unica possibile, per emanciparsi dalla barbarie borghese e cialtrona che governava stancamente il suo continente e la sua Patria, che andava alleandosi con quella ancor più misera e ignorante d’oltreoceano (gli Usa). Né russi, né americani dunque, ad insegnarci la giusta via, né l’abominio comunista né il liberticida liberismo americano, quasi presentendo l’egemonia prossima dei due blocchi sull’occidente e sull’intero pianeta. Come dargli torto a posteriori? I risultati sono sotto gli occhi di tutti, anche in quelli di chi se li è bendati per lungo tempo. Ciò che resta comunque, nel tempo e nonostante il tempo, nella storia e nonostante la storia, sono le sue parole (a rimarcar nobili gesta).

    Si condividano o meno, le parole del Generale Degrelle arrivano direttamente dall’Alto e vanno verso l’Alto, per ritornare a noi come eco, vibrante invito a non arrendersi mai, puri della giovinezza del fanciullo; perché si possa guardarlo in faccia, questo mostro, questa piovra onnivora del nostro tempo, tempo sopito ahimè, tempo nascosto, mimetico e indeciso, lontano dalla rivolta e dal suo monito: “Che il destino ci trovi sempre forti e degni”.


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  2. #2
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    EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

    Léon Degrelle nasce nel 1906 nelle Ardenne belghe. Nel 1935 è capo del movimento nazional-popolare “Rex”. Partito volontario per il fronte orientale nel 1941, agli inizi del 1945 diviene Comandante della 28° SS Freiwillige Panzergrenadier Division “Wallonie”. É il solo straniero decorato col Cavalierato della Croce di Ferro con foglie di quercia. Dal 1945 sino al 1994, anno della sua morte, è vissuto esule in Spagna.

    Léon Degrelle, “Militia”, Edizioni di Ar, Padova, 2003. Postfazione di Anna K. Valerio.

    Prima edizione: “Les Ames qui Brulent”, Paris 1964.

    Letture consigliate:
    Brasillach Robert, “Léon Degrelle e l’avvenire di Rex”, Edizioni Il Cinabro, Catania, 1997.
    Tarchi Marco (a cura di): “Degrelle e il Rexismo”, Giovanni Volpe Editore, Roma, 1978.
    Degrelle Léon, “Appello ai giovani europei”, Edizioni Il Cinabro, Catania, 1997.
    Ernesto Zucconi, “Léon Degrelle 28° SS Wallonien – Storia di un testimone del Novecento”, Novantico Editrice 2004.

  3. #3
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    DEGRELLE IL PRETE E LA BORGOGNA

    Dos dias con Himmler
    Léon Degrelle
    P.—Come lo ricevette Himmler?
    R.—Himmler mi aspettò al piede del vagone. Mi abbracciò. Risultava sorprendente dopo la lunga lite che avevo avuto col generale Berger, il suo collaboratore più importante.
    "Main lieber Degrelle, caro Degrelle—mi dice, sorridendo—, tutto è dimenticato."
    Io sorrido, chiaramente tranne lui: "Che cosa è che è dimenticato, Reichsführer?
    Piuttosto sconcertato, si spiegò: "Ah! che lei stava contro noi durante la neutralità belga."
    Mi premette spiegarmi: "Io non stavo né contro voi né a beneficio di voi. Ero neutrale. L'interesse del mio paese era rimanere fuori della guerra. Io non avevo altri doveri che per il paese. Pertanto, non c'è niente da dimenticare."
    "Bene, bene—annuì—. Va bene; voi sarete incorporate alle Waffen SS."
    Sentivo che stavo per esplodere: "In assoluto, Reichsführer. Non c'incorporiamo alle Waffen SS. Da dove è uscita questa storia? Col generale Berger ho avuto dieci giorni di conversazione tesa. Guardi, sta lì, glielo domandi. La conversazione fallì completamente e ci siamo persino arrabbiati. Non possiamo entrare così alla cieca nelle Waffen SS. Bisogna soppesare ed equilibrare una simile decisione. »
    Dopo, improvvisamente, ebbi un'idea felice. Guardai direttamente Himmler nei suoi occhi: "Reichsführer, lei non conosce i miei soldati. Perché non viene a vederli? Sono persone formidabili."
    Himmler rimase sorpreso. "Perché no in fondo è una buona idea. Berger, ho questa settimana del tempo libero? Domani? Dice di sì? Ho capito. Partiremo questa notte. »
    Le posizioni erano già cambiate completamente. Ero io che portavo Himmler in groppa.
    Dietro quello scambio di impressioni passammo a pranzare. Erano stati invitati una ventina di generali, evidentemente per impressionare il povero visitatore belga. Perfino Himmler aveva invitato Bormann. Fu così che lo conobbi. Non era assolutamente l'uomo super importante che fu descritto alle masse dopo la guerra. Piuttosto era l'assistente discreto, con aspetto del cantiniere. In assoluto fu l'arbitro che disponeva del futuro del mondo.
    Come si trovò li?
    R.—Il treno speciale di Himmler, come quello di Hitler, nel quale andava a passeggiare dopo qualche volta attraverso l'Europa, era tutto un mondo: ampio salone di conferenze, sala da pranzo, camere da letto, sala di segretarie, sala di radio, sala di stenografia, sala telefoni, cucine, camere da letto del personale. Si poteva telefonare in qualunque posto d'Europa.
    In questa atmosfera mi trovai faccia a faccia inopinatamente con Himmler, il numero due dell'III Reich. Stetti con lui un buon numero di ore, dato che dovevamo percorrere la Prussia orientale e tutta la Polonia prima di arrivare al nostro accampamento.
    Passammo al gran tavolo di riunioni. Il combattimento stava per cominciare. L'uomo che avevo di fronte a me lo conoscevo appena, perché era la prima volta nella mia vita che mi vedevo con lui. Avevo conosciuto personalmente Hitler nel 1936, ma Himmler da cui realmente dipendeva la nostra sorte in quel momento, era per me, in fondo, un sconosciuto. Ed un sconosciuto con un potere temibile, dato che le Waffen SS del fronte—che non si devono confondere con alcune migliaia di poliziotti SS che controllavano i campi di concentrazione—, quelle Waffen SS, stavano acquisendo proporzioni gigantesche ed andavano a trasformarsi nel vero motore della nuova Germania o, più esattamente, della nuova Europa.
    Himmler era un uomo che sembrava abbastanza logorato. Aveva occhi piccoli e stretti, da miope. Guance magre. Naso pallido. Non era precisamente un modello di guerriero. Uno si domandava che cosa passava dietro le sue lenti. Accompagnato dal grosso generale Berger—impassibile come un mammuth congelato—, Himmler stava lì, giusto davanti a me, gradevole e temibile.
    Io volevo giocare sino in fondo. Perché nella vita bisogna giocare a fondo. Bisogna sapere quello che si ama; se no, non vale la pena. Orbene, quello che volevo era, evidentemente, il contrario di quello che desideravano i Berger e compagnia che trattavano affinchè le migliaia di volontari belgi passassero incondizionatamente sotto l' ordine di un comando delle SS, come le altre unità delle Waffen SS europei, e come la Legione fiamminga, incorporata in agosto di 1941.
    P.—può raccontarci più in dettaglio quella negoziazione che ebbe con Himmler?
    R.—La grande discussione cominciò immediatamente.
    Tanto a Hitler che si manteneva al corrente per telefono, come a Himmler, impalato davanti a me e tutto sorrisi, andai a presentare loro immediatamente le nostre proposte che erano condizioni in realtà.
    Per me c'era una cosa chiara: noi, i combattenti belgi del fronte dell'Est, ci consideravamo rappresentanti del nostro paese. Ed in quell'io cosciente che stava nella linea esatta della dottrina hitleriana. Nella concezione hitleriana del potere politico la base di tutto era il paese. Partii li. Non le banche. Non le piccole combinazioni. Bensì la grande realtà carnale che è il paese. Di conseguenza, quando iniziai a parlare, Hitler mi diede a tal punto la ragione che mi riconobbe come "volksführer", cioè "capo" del paese.
    Allora, senza rodei vani, dissi a Himmler quello che avrei detto dopo personalmente a Hitler, e avrei ripetuto ai tedeschi fino al momento in cui tutto fosse messo in ordine: "Finché il nostro paese non è integrato nella comunità europea come popolo uguale e libero, non possiamo fare concessioni, e dobbiamo chiuderci in gruppo senza cedere niente di quello che siamo."
    P.—Ciò era qualcosa di tremendo. Come reagì Himmler?
    R.—Himmler incominciò a dire che, evidentemente, era necessario che, come in tutte le unità delle Waffen SS, si avesse un comando tedesco.
    "Impossibile, almeno per il momento", gli risposi. Quando la gente del mio paese eserciterà compiti di comando nelle grandi unità militari tedesche, quando due o tre governatori originari del mio paese dirigeranno province tedesche convertite in europee, quando ministri provenienti dalla mia comunità popolare avranno nelle loro mani uno o due ministeri di una Europa unita, allora se ne potrà parlare, e col maggiore piacere, di interdipendenza. di compenetrazione, e non di dominazione. Ma finché non arriviamo a ciò non possiamo lasciarci assorbire senza garanzie formali e dobbiamo conservare integra la personalità del nostro paese.
    "Che abbiamo interesse in proteggerci—aggiunsi—, mantenendo con fermezza certe prerogative, non ha nulla di offensivo. La politica non è sentimentalismo. La vostra, non più che la nostra. Poichè politicamente il destino del nostro paese anche non è risolto, possiamo considerare solo un'azione di squadra con le Waffen SS se conserviamo, in primo luogo, il nostro comando, condizione indispensabile, e, in secondo luogo, che la nostra lingua continui ad essere quella della nostra unità, perché la lingua è l'elemento numero uno come atto difesa di qualunque paese."
    P.—non voleva lei la lingua tedesca nella sua unità?
    R.—"voi—dissi a Himmler—avete imposto la lingua tedesca alle unità fiamminghe. È un errore, perché la lingua fiamminga fa parte della personalità del paese fiammingo. Per noi che siamo "germanici" di lingua francese, la nostra caratteristica è precisamente che siamo di lingua francese, ed in questo non è possibile transigere. E dico perfino che arriverei a tal punto da non permettere per adesso a nessuno l'uso della lingua tedesca nella nostra unità.
    Dopo, si vedrà già. Tutti gli europei conosceranno, senza dubbio, qualche giorno il tedesco, seconda lingua adottata in vincolo di unione generale. Nel frattempo, la nostra propria lingua è una difesa. Nell'Europa che sta per costruire dobbiamo proteggerci. Senza la nostra lingua chissà ci affondereste. >>
    P.—Praticamente come lei sperava di mettere un'unità che parlava francese nel dispositivo militare dell'III Reich, comandato in tedesco?
    R.—È un fatto che io non ammisi mai ufficiali tedeschi in nessun posto, di comando nel seno delle nostre unità valloni, neanche nei posti più modesti. Non avemmo mai collaboratori tedeschi, salvo nelle funzioni tecniche e servizi di unione. Né un solo tedesco comandò mai tra noi una semplice compagnia. E quei tedeschi che agirono come specialisti dovettero perfino sempre parlarmi in francese e chiamarmi "Chef". Seria di mio di chi riceverebbero salite e medaglie quando arrivai da maggiore capodivisione. Risultava perfino qualcosa di raro: i tedeschi ottenevano galloni ed onorificenze del loro paese solo se un vallone glieli concedeva.
    Fino a quel punto arrivo ad accettare Hitler l'idea dell'uguaglianza di tutti nel seno di una Europa comune.
    Non c'era né remotamente niente di vanità da parte nostra in quel comportamento: eravamo eccellenti camerati dei militari tedeschi che erano di servizio con noi; ma rimaneva ben chiaro che nostra legione era in tutto il nostro feudo, e nel comando dovevamo avere prerogative uguali a quelle di qualunque maggiore capo tedesco.
    A Himmler esposi durante varie ore il mio punto di vista, gentilmente ma con fermezza. Io ho detto sempre tutto con fermezza, perché camminare con complimenti non serve di niente. Bisogna spiegare chiaramente e con franchezza quello che si pensa, e, ogni tanto, con una strizzata d'occhio, una parola gentile o un scherzo che faccia ridere, ci si riappacifica e si risolvono i problemi.
    P.—Come reagì Himmler?
    R.—Con calma. E perfino gentilmente. Man mano che proseguivo la discussione ottenni, tappa dopo tappa, tre concessioni capitali: avemmo il nostro proprio comando, conservammo la nostra lingua e seguimmo con le nostre bandiere nazionali.
    Anche la bandiera era un simbolo per noi. Cedere nella bandiera sarebbe stato cedere moralmente in molte altre cose. Noi portammo al fronte russo una bandiera che risaliva al passato remoto della nostra storia: lo splendido stendardo rosso e bianco della croce della Borgogna—coi bastoni nodosi di San Andrés—che i nostri grandi duchi di Occidente, a partire dal Medioevo, avevano fatto ondeggiare da Frisia e Zelanda all'Artois ed al Franco-contea. Carlo il Temerario l'aveva brandita nei suoi combattimenti tragici contro Luigi Xl, in Svizzera ed in Alsazia. Le nostre bandiere della Borgogna avevano condotto ai paesi dei Grandi Paese Bassi per secoli. Avevano attraversato i Pirenei per essere adottate nella Spagna di Carlos V. Avevamo solcato con lei gli oceani per ondeggiare in venti paesi dell'America ed Asia. Quella bandiera, per noi, era sacra.
    D'altra parte, gli avevamo messo i colori—nero, giallo e rosso—del Belgio del 1830, quello che volevamo almeno salvare, e nella misura di tutte le nostre forze e dei nostri sonni, ingrandire e glorificare.
    Ottenni anche questo.
    E dopo dissi a Himmler: "Evidentemente, conserveremo il nostro cappellano. »
    P.—Questo dovette traumatizzarlo.
    R.—Naturalmente, era provocante. Un cappellano cattolico nelle Waffen SS non si sarebbe immaginato mai.
    "Ascolti—dissi al Reichsführer—, abbiamo avuto con noi in quel fronte magnifici sacerdoti. Sono stati i nostri compagni ed il nostro appoggio morale in mezzo ai peggiori combattimenti. Come potrebbe pretendere lei allora, soldato e capo, che mettiamo per strada dei compagni di lotta tanto coraggiosi, appena entriamo nelle Waffen SS?"
    Quell'argomento fu decisivo. Un soldato non poteva cacciare un altro soldato. Avevo vinto la battaglia dei curati.
    Non potevamo cedere nenache in quel punto. Non è che io fossi clericale. Ancora mi facevano male i bernoccoli delle bastonate che mi assestò nel 1937 il primate del Belgio. Ma il nostro paese era religioso e non voleva soffrire pressione alcuna su quell'aspetto. Convinsi in tale modo Himmler che non avemmo solo i nostri sacerdoti, ma, di seguito, altri sacerdoti furono cappellani cattolici in altre unità delle Waffen SS.
    Il più famoso di essi fu monsignore Mayol di Lupé, della Divisione francese delle Waffen SS, prelato contemporaneamente truculento e cortese agli estremi. Con la carnagione scarlatta come quella di un canonico della Borgogna, ed il viso allegro ed esuberante, avrebbe decorato splendidamente il "Libro delle Ore" di un primitivo fliammingo. Retto sulla sua cavalcatura, percorreva instancabile la steppa. Come Pedro l'Eremita, era disposto ad abbracciare gli infedeli, ma anche a romper loro il cranio a colpi di crocifisso se era necessario. Fu, nel fronte dell'Est l'ufficiale più pittoresco della Divisione "Carlomagno". Se avesse vinto sarebbe stato un magnifico cardinale di Parigi. Molto più distinto dei democratici prelati di oggi, sempre disposti ad avvicinarsi al sole che più scalda, ed ad abbracciarsi col rabbino di fronte.
    Non chiesi mai ai nostri cappellani valloni che fossero rexisti. Al contrario, dicevo loro: "Che siate rexisti o no, importa poco; il vostro lavoro sta nelle anime e non nelle opinioni politiche, schede elettorali o rivendicazioni sindacali. Voglio solo nelle nostre file curati santi. »
    Fu così, con l'accordo di Himmler, come quella Santa Chiesa Cattolica, Apostolica e Romana entrò nel 1943 nelle acque battesimali delle Waffen SS.
    P.—Come terminò il suo incontro notturno?
    R.—Il tema dei curati era appena iniziato, come quell' altro. Il nostro dibattito durò qualcosa come sette od otto ore. Avevo ottenuto l'accordo di Hitler e di Himmler a tutto ciò che avevo reclamato per settimane a Berlino e mi era negato sempre. E tutto questo in presenza dello stesso Berger, con la lingua incollata come se si fosse divorato un bidone di gomma. Non mosse le mandibole per tutta la notte. Himmler, alla fine, era entusiasta. Ordinò che fosse portato champagne francese. Lo offrì per la gloria della nostra unità. Alle tre dell'alba salutammo.
    Ci separammo, ma non mi fermai a dormire. Almeno io. Subito vado al vagone-cuccette delle segretarie di Himmler. Lì ce ne erano di molto belle. Suono alla porta. Appare una giovane Gretchen arruffata, molto bionda ed in camicia da notte: "Signorina, per favore, si vesta che dobbiamo lavorare." Dalle tre alle sette della mattina, aiutato dal mio traduttore che neanche lui andò a dormire, dettai in francese ed in tedesco il testo completo dell'incontro.
    P.—Diffidava ancora?
    R.—Vale più un passero in mano che dieci aquile inaccessibili. Rimasi prudente. Il treno aveva camminato durante il resto della notte. Alle sette e mezza si fece colazione. Salutai Himmler e gli presentai i miei fogli: "Credo, Reichsführer, che la cosa più semplice, affinché tutto rimanga molto chiaro, è vedere se quello di cui abbiamo parlato l'abbiamo compreso esattamente allo stesso modo. Con quel fine ho messo in chiaro la nostra conversazione."
    Non ha dormito lei? »
    "La notte, caro Reichsführer, serve anche per lavorare. Ha lei la gentilezza di leggere questo testo? È quello che convenimmo?"
    Era nervoso. Sciolse tra denti un "si, sì!" non era, evidentemente, quello che aveva pensato con la sua abilità. Pensava chissà che dopo quella conversazione, e soprattutto le sue promesse, si dissolvessero nella nebbia delle cose indefinite.
    Si infilò le sue lenti e lesse il mio testo, ripetendo il suo "sì, sì, quello è; sta bene così."
    "In tale caso—sussurrai allora—, poichè l'ho fatto dattilografare il testo in doppio esemplare, la cosa più pratica è che lo sigliamo e conserviamo una copia ognuno. Non ci saranno così dopo discussioni." gli consegnai dunque, angustiato, la mia stilografica. L'accettò piuttosto grugnendo. Zac! E mise due volte, con le sue piccole lettere a zampa di mosca, la firma "Himmler, Himmler". Io, in due secondi, colloco due grandi "Leon Degrelle."
    Avevo la mia lettera. Lettera che avrei utilizzato sino al fine.
    Così entriamo nelle Waffen SS con alcuni diritti ben stabiliti, per iscritto e firmati proprio da Himmler che ci garantiva una posizione di forza per sempre.
    Più tardi, qualche volta, questa precauzione si rivelò come necessaria.
    Ricevei da Himmler, come supplemento, altri considerabili favori. Il nostro regolamento si sarebbe trasformato immediatamente in una brigata motorizzata di assalto. Andavamo così a trasformarci in una potente unità di combattimento nel seno delle Waffen SS.
    Ottenni anche che il nostro comandante capo, Lucien Lippert, numero uno della Scuola Militare belga, un tattico perfetto ed un eroe splendido continuasse ad essere il nostro capo e fosse promosso al grado immediato superiore, cioè, a quello di Sturmbannführer delle SS.
    Come misura di prudenza supplementare, e dato che i telefoni del treno speciale permettevano di richiamare chiunque ed in qualunque posto, durante la notte parlai per telefono con Lucien Lippert. Dissi a mezza voce: "Vengo con Himmler; stia sul marciapiede della stazione di Meseritz; arriveremo lì verso le undici della mattina. Voglio presentarti personalmente al Reichsführer prima che passi in rivista i nostri soldati."
    D'altra parte, nella colazione dissi a Himmler, come se fosse qualcosa di molto naturale: Il "nostro comandante capo verrà alla stazione per aspettarci. Non serebbe più semplice che mangiassimo insieme in treno? Subito andremmo all'accampamento. Così lei avrà occasione di vedere Lippert con calma e di giudicarlo. Lippert è di Arlon; pertanto, di lingua tedesca, e gli piacerà in verità."
    P.—Ed il suo piccolo piano funzionò?
    R.—Alle undici Lippert stava sul marciapiede, impeccabile, forte e biondo come un eroe germanico. Terminando il pranzo feci in modo che Himmler in persona lo designasse SS Sturmbannführer e lo confermasse come capo della nostra nuova brigata. Una volta risolto e ben assicurato tutto questo partimmo verso l'accampamento. Tutti i nostri ragazzi erano magnificamente allineati. I nostri ufficiali risplendevano come specchi.
    Ma io volevo avere il successo finale col nostro cappellano. Non perché fosse necessario, bensì perchè si trattava di un tema simbolico, perchè avevo obbligato Himmler a fare quello che non avrebbe voluto mai fare. Himmler passava, salutava e stringeva cerimoniosamente la mano agli ufficiali uno dietro un altro. Arrivando davanti ad un bonaccione maggiore, abbastanza grosso, glielo presentai con voce stentorea: "Il cappellano cattolico della SS Sturmbrigade Valonia!" Himmler lo salutò con un risonante "signor curato!". Nello stesso momento, clic!, due spari di un fotografo.
    Himmler si mostra stordito. "Ma, mein lieber Degrelle, mio caro Degrelle, per quale motivo quelle foto?"
    Ed io gli rispondo, col più gentile dei sorrisi: "Per L´Osservatore Romano. Reichsführer! »
    Esplosione di risata generale. Con buon umore avevo vinto anche quella piccola battaglia.
    P.—E dei suoi progetti politici, che cosa disse Himmler?
    R.—Durante tutte quelle ore di conversazione notturna potei spiegare comodamente i miei progetti politici al gran capo supremo delle Waffen SS. Avere Himmler per ore ad un metro da me mi permise di avere un'idea esatta dal personaggio. Tutto quello che gli spiegai sul mio grande piano sull'Occidente, Himmler l'ascoltò in primo luogo piuttosto con sorpresa, dopo con interesse e finalmente diede il suo benestare. D'altra parte, il mito borgognone derivava dal più profondo delle leggende germaniche.
    Il mio piano non pregiudicava niente alla Francia. In quel momento ciò che contava è che qualcuno dell'Occidente si installasse con solidità in quella leva europea. Che fosse un guascone, uno di Turena, o come me, un vallone di sangue francese, era esattamente la stessa cosa. La cosa essenziale era che qualcuno in Occidente raggiungesse una posizione di forza.
    Questa posizione politica la raggiunsi fino a tal punto che Himmler arrivò a dare per iscritto il suo assenso, essendo d'accordo con tutto quello che esposi. Himmler—d' accordo con Hitler—riconosceva che, dopo la guerra, si sarebbe creato un grande Stato chiamato della Borgogna che avrebbe disposto del suo proprio esercito, delle sue finanze, della sua propria diplomazia e perfino della sua moneta e servizi postali, e del quale io sarei stato il primo ministro. Stabiliva perfino, in quello che io non pensai mai che avremmo disposto di un largo corridoio fino al Mediterraneo.
    Quello testo non cadde nel vuoto. Fu pubblicato. Uno degli antichi aiutanti di Himmler, il dottore Kersten, lo rivelò nel suo libro "Io fui fedele a Himmler", nel suo esatto contenuto , due anni dopo le ostilità. Il "Fígaro" di Parigi riprodusse il testo, in quello che mi riguarda, il 21 maggio del 1947, in prima e terza pagina, commentato dall'ambasciatore André Francois-Poncet, il principale specialista francese dell'III Reich. Il "Fígaro" assieme ai testi di Himmler e Francois Poncet, incluse inoltre la mappa corrispondente.
    "Il mondo"—dichiarava Himmler—vedrà il risorgere della vecchia Borgogna, quel paese che fu il centro delle scienze e delle arti." E precisava: "Sarà un Stato modello la cui forma sarà ammirata e copiata da tutti i paesi. »
    Francois Poncet analizzò nello stesso "Fígaro" queste importanti precisazioni relative, come disse, a quel "Stato della Borgogna, pensato ed eretto come Stato modello. »
    Il diplomatico ed accademico concluse rispetto a tali dichiarazioni: "Sono di certa autenticità".
    È autentico anche il pronostico di Himmler apportato da Kersten: "Credo che Degrelle, il capo del rexismo belga, sarà il primo cancelliere della Borgogna. »
    P.—"E che cosa Significava la Francia in tutto questo.;
    R.—Aggiungerò con ogni onestà che quella lotta per ricostituire il vecchio baluardo borgognone fu innanzitutto, da parte mia, una manifestazione di forza. Avevo dato la prova che potevo far si che i tedeschi accettassero un piano che cambiava totalmente i loro antichi pregiudizi. Più in là, ed al di sopra della Borgogna che era innanzitutto una tappa morale della mia offensiva, volevo che si dirigesse tutto l'Occidente, ristabilito nella sua unità, il suo potere e la sua personalità millenaria.
    Non si tentava di diminuire la Francia, bensì di uscire, tutti insieme, dal pantano del 1940 e di giungere, spalla a spalla, ad un maggiore splendore. Da Marsiglia ad Anversa, da Siviglia a Nimega, dal migliore al peggiore, tutti dovevamo solidarizzare fra noi. Conteremmo solo nel seno di una Europa unita se riuscivamo a trasformarci in un tutto. La decisione di Hitler e di Himmler di ammettere il mio piano borgognone era il piedistallo sul quale potrebbe alzarsi di nuovo la magnifica statua dall'Occidente, intera e rinnovata, e dura come un marmo romano.
    Senza quella resurrezione piena, francesi o no, sarebbe stati solo alcuni sparsi subordinati alla mercé delle decisioni di un gigante dominante.
    Per noi, borgognoni voleva dire: occidentali stiamo aprendo la prima breccia.
    Ed io facevo da piccone aprendo il passo.
    Léon Dagrelle

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    Profilo di un testimone del Novecento
    Leon Degrelle
    tratto da STORIA DEL NOVECENTO - ottobre 2004
    A dieci anni dalla scomparsa di Leon Degrelle

    Profilo di un testimone del Novecento

    Ernesto Zucconi

    (Centro Studi di Storia Contemporanea)

    Dieci anni or sono, il 31 marzo 1994, ottantottenne, Leon Degrelle chiudeva la vita terrena in Spagna, avendovi trascorso 49 anni di esilio. Forse più di un lettore si chiederà stupito, alla maniera di don Abbondio: <Degrelle! Chi era costui?>. Non dovrà sentirsene imbarazzato, dal momento che, come è accaduto per la realtà italiana, così quella dell'intera Europa dopo il '45 venne rimossa, per poi rappresentarsi politicamente corretta senza più riferimento alcuno a personaggi di statura magari eccelsa, ma scomodi.

    Il belga Leon Degrelle, vallone di lingua francese, ha attraversato il Novecento imprimendo orme indelebili nella storia del proprio Paese e dell'intero continente europeo, impegnandosi dapprima come uomo politico, quindi come soldato volontario al Fronte dell'Est. Egli ci ha lasciato un'imponente raccolta di documenti e testimonianze personali, assai importanti a ricreare l'atmosfera e lo spirito di un'epoca i cui fatti sono stati manipolati al punto tale da risultare stravolti.

    Nato nel 1906 da famiglia borghese di radicati principi cattolici, a Bouillon (Buglione) nelle Ardenne belghe, presso il castello di quel Goffredo leggendario condottiero della prima crociata, Degrelle fu educato insieme agli altri sette fratelli e sorelle in maniera spartana: sveglia all'alba, attività sportiva, carne una volta la settimana. Questa palestra di vita risulterà utilissima a Leon quand'egli si troverà a percorrere massacranti tappe elettorali, tenendo diversi comizi nella stessa giornata; ma soprattutto più tardi allorché, sul Fronte dell'Est, dovrà vedersela con gli eserciti sovietici, la tensione della guerriglia e le proibitive temperature che stroncheranno le fibre più robuste. Sin da ragazzo lo rapisce la passione per i libri, d'ogni argomento: storico, politico, scientifico, artistico e letterario, disponibili nella fornitissima biblioteca di casa. Grazie al padre (deputato, poi governatore del Lussemburgo belga), la sua formazione culturale è di prim'ordine. A tal proposito Leon confiderà, molti anni dopo, in un'intervista alla televisione, esprimendosi con quel caratteristico linguaggio fluido e colorito insieme che ne contraddistingue altresì gli scritti: "Avevo appena seguito per alcuni mesi lezioni di studi umanistici greco-latini, mio padre aveva preteso di parlarmi a tavola in latino e di farmi rispondere nello stesso latino. Talvolta era intollerabile. Avrei mandato al diavolo l'uovo al guscio e le declinazioni. Poi mi ci abituai, mi adattai al sistema di conversazione. In famiglia quel linguaggio non era sufficiente. Quando i miei zii gesuiti soggiornavano da noi, mio padre e loro parlavano in greco. Così mio padre mi ha collocato prestissimo, volente o nolente, su quella base potente che è la cultura greco-latind\ I viaggi intrapresi sin da giovanissimo per sete di conoscenza, lo conducono in America dove si guadagna da vivere come corrispondente di giornali europei. E là, specie nel Messico degli anni Venti, maturano riflessioni e scatta la molla dell'impegno sociale, alla vista di crudeltà contro la popolazione di fede cattolica, insieme alla miseria diffusa. Tornato in patria, Leon rileva una piccola casa editrice e inizia a scrivere e stampare opuscoli di denuncia sui mali che affliggono il mondo moderno, in particolare le prevaricazioni che generano ingiustizia alimentate dall'ipocrisia non solamente laica, ma anche religiosa. Degrelle fonda un movimento idealista, REX (ispirato agli insegnamenti di Gesù Cristo), che si autofi-nanzia con la distribuzione della stampa di propaganda e con i proventi dei comizi tenuti dallo stesso Leon il quale, rivelatosi eccellente oratore, attira in brevissimo tempo migliaia di proseliti catturando masse di uditori disposte a pagare, pur di ascoltarlo. Si indicono manifestazioni pubbliche, nel corso delle quali i sostenitori sfilano portando come arma, simbolicamente, una ramazza, a testimoniare la volontà di far pulizia del malcostume finanziario e partitico.

    Alle elezioni del 1936, 33 deputati e senatori rexisti entrano nel parlamento belga: ma il successo di Degrelle, che si presenta come alternativa alla coalizione clerico-marxista, provoca una accesa campagna diffamatoria nei suoi confronti, comportante la falsa accusa di essere al servizio di Hitler. Per buona misura, l'arcivescovo di Malines minaccia di scomunica i sostenitori di REX ed il movimento si disgrega. Quando, nel 1940, il Belgio viene alle armi contro la Germania, migliaia di rexisti sono imprigionati dalla polizia del proprio Paese come filotedeschi; molti vengono uccisi. Lo stesso Degrelle sconta settimane di galera, deportato di città in città, subendo torture nelle vana speranza nutrita dai suoi persecutori di strappargli chissà quali segreti sui piani hitleriani a lui del tutto ignoti. Infine è liberato, grazie al nuovo clima di collaborazione che il re Leopoldo III del Belgio ha instaurato col Reich trionfante. Disgustato dal dilagante opportunismo che ha repentinamente mutato i feroci detrattori di ieri in viscidi adulatori, Leon Degrelle si isola, restando per alcuni mesi fuori dalle scene. L'occasione di riproporsi all'attenzione pubblica, e in modo eclatante, avviene nell'estate del '41, quando Hitler decide l'attacco all'Unione Sovietica. Degrelle ha riflettuto sul fatto dell'inerzia nella quale sono piombati i Paesi Occidentali, accettando supinamente l'occupazione tedesca: questo comportamento non potrà, a lungo andare, che suscitare il disprezzo dei detentori; è necessario decidere con chi stare, s'impone di battersi con gli uni o con gli altri in quanto, lo stare solo a guardare, non darà alcun diritto a giochi conclusi di far sentire la propria voce. Così il capo di REX promuove, d'accordo con le autorità germaniche, punti d'arruolamento volontario dove gli attivisti rexisti - notoriamente anticomunisti - sottoscrivono l'impegno di recarsi a combattere sul Fronte dell'Est insieme ai soldati del Reich, in nome di una causa comune. Il primo contingente, costituito da una legione di un migliaio di uomini di ogni età (vi sono anche reduci della Guerra Mondiale 1914 - '18) e condizione sociale, parte in treno da Bruxelles e, dopo aver sostato in Germania per il previsto periodo d'addestramento, si muove alla volta dell'Ucraina. Con loro è Degrelle, cui, per via della notorietà nonché del prestigio riconosciutogli dallo stesso Hitler, è stata offerta la possibilità d'indossare la divisa da ufficiale; Leon rifiuta: egli non vuole privilegi, ma conquistarsi, al pari degli altri camerati, i gradi in battaglia. Un secondo gruppo di Valloni raggiungerà, nel marzo successivo, i veterani connazionali che nel frattempo si sono spinti, con marce estenuanti e a» prezzo di scontri durissimi, fino al Caucaso. I Belgi, vengono incorporati dapprincipio nella Wehrmacht, senza troppa convinzione da parte degli Alti Comandi tedeschi, dotati nemmeno di uniformi adeguate ad affrontare i rigori invernali. Degrelle ricorderà, nelle memorie, quanto impegno dovettero metterci i suoi volontari, e quante vite andarono perdute prima che la Legione s'imponesse all'attenzione dei vertici militari. Ma, ad un certo punto, tenacia e valore vengono premiati: i Valloni, cresciuti fino a costituire una brigata, verranno infine trasformati in corpo d'elite corazzato: Waffen SS, 28a Divisione. Degrelle sale, ad uno ad uno, tutti i gradini di una carriera militare prodigiosa che lo vedrà, al termine del conflitto, generale di corpo d'armata. Non si creda ciò dovuto a facilitazioni collegate al suo nome, furono l'esempio, il coraggio, le ferite riportate in combattimento a spianargli la viai Emblematica, in tale contesto, l'iniziativa da lui assunta nel febbraio del '44 a Cherkassy sul Dnieper; si tratta di un episodio particolarmente significativo per comprendere la sua intelligente determinazione, in un momento assai critico per le sorti della guerra in Europa, allorché più di 60.000 uomini si trovavano stretti dai sovietici in una sacca, senza speranze di ricevere aiuti. Rievochiamo quelle drammatiche circostanze nel racconto straordinario, eppure genuino, lasciatoci dallo stesso Degrelle:

    "Avevamo riconquistato una grande foresta in cui erano scaglionate settecento fortificazioni russe. Con, come spettacolo, dei prigionieri tedeschi inchiodati agli alberi, con gli organi sessuali tagliati e piantati in bocca. Anche con delle donne che si gettavano su di noi a centinaia, delle giovani combattenti sovietiche, splendide. Brutta faccenda, falciare belle ragazze che vengono all'assalto1.... Ma, da tutte le parti, spuntavano sempre più assalitori. Ogni giorno era più forte. Il 28 gennaio 1944, l'anello si annodava al sud, eravamo presi nella nassa, come la VI armata di Paulus a Stalingrado. [...] Durante quei ventitré giorni, per darvi una piccola idea di ciò che era lo sforzo di ogni uomo, ho ingaggiato personalmente diciassette corpo a corpo, e sono stato ferito quattro volte. Era la sorte di noi tutti, indistintamente. Immaginate questo: giocare diciassette volte la pelle, col corpo attaccato a colossi che vi strozzeranno se voi non li strangolate! Si rotola nel fango, nella neve, uno sull'altro. Si è feriti in tutti i sensi. Ognuno dei nostri soldati ha conosciuto decine di volte queste angosce.

    [...] Lucien Lippert cadeva alla nostra testa a Novo Buda, colpito da una di quelle pallottole esplosive, con la punta tagliata, di cui i russi erano prodighi, e che gli fece scoppiare il petto. [...] In condizioni simili, dovetti fare una specie di colpo di stato: prendere il comando della nostra unità. Infatti, nulla mi ci autorizzava, avrei dovuto attendere che l'Alto Comando della Wajfen SS - che aleggiava lontano da noi - procedesse a una nomina. Se non li avessi preceduti, ci avrebbero probabilmente appioppato un Comandante tedesco. Perciò, raggiungendo gli uffici in velocità, mi proclamai Comandante. [...] Ci riunimmo, gli undici comandanti (erano undici, infatti, le unità militari accerchiate, ndr). Il generale Gille, il capo della Wiking, chiese crudamente: "C'è un volontario tra di noi per condurre l'operazione di punta dello sfondamento?". I generali presenti, degli uomini di cinquanta, sessantanni, erano annientati fisicamente, dopo tre settimane di lotta incessante, condotta senza dormire, quasi senza mangiare. [...] Alla domanda di Gille risposi che ero volontario. Potevo ancora, fisicamente e moralmente, gettarmi in un grande sforzo finale.

    Ma da solo non sarei bastato, certamente. Fu l'incredibile eroismo dei miei soldati che forzò il destino. Non volevamo capitolare. Non importa cosa, ma morire solo in combattimento1. [...] Ottomila soldati, è vero, morirono nel corso dello sfondamento di Cherkassy. Ma cinquantaquattromila, alla fine della serata, erano dall'altra parte, avevano vinto, avevano rotto il fronte sovietico!''.

    Ed ora alcune considerazioni, fatte sempre da Degrelle, sull'importanza, per la salvaguardia europea dall'invasione sovietica, di quel fatto generalmente sconosciuto, perché sottaciuto e rimosso dalla corrente storiografia: "Senza quella resistenza disperata dei soldati di Cherkassy, la marea sovietica avrebbe raggiunto fin dall'inizio del 1944 i Balcani e sarebbe dilagata attraverso l'Europa. Essa avrebbe occupato Parigi, senza molto dubbio, prima che il primo Americano, masticando la sua gomma, non fosse sbarcato sulle rive francesi' (in altro passo, Leon Degrelle fornisce l'analoga e altrettanto suggestiva immagine parallela: " Quelle migliaia di giovani si sacrificavano non soltanto per i loro Paesi, ma per tutti i Paesi dell'Europa. Senza di essi, l'enorme rullo compressore sovietico avrebbe schiacciato tutto prima che Eisenhower avesse liberato il suo primo melo normanno", ndr). Dopo Cherkassy, Hitler vorrà personalmente congratularsi con Degrelle. Gli dirà: "Se avessi un figlio, vorrei che fosse come voi". Ai primi di aprile del 1944, i volontari valloni mandati in licenza sfilano a Charleroi ed a Bruxelles osannati dalla folla. Degrelle, festeggiato dai connazionali, è in quel momento un vincitore e patriota esemplare; pochi mesi ancora e, nel settembre 1944, col reinsediamento del governo belga rifugiato a londra, la repressione si scatenerà contro la sua famiglia, mentre lui è tornato a combattere sul Fronte Orientale: un fratello assassinato, i genitori ottantenni imprigionati e morti in carcere, sei anni di detenzione alla moglie. Alla fine saranno circa seicento i rexisti che pagheranno con la vita, in patria, raggiunti dalle vendette della repressione. La 28" Waffen SS Wallonie concluderà l'epopea sulla linea dell'Oder, nello sforzo finale contro le offensive sovieti-che e contribuendo a far filtrare in Occidente gran parte dei milioni di esuli in fuga dalle orde di Stalin. Alcuni superstiti, ripiegati sullo SchleswigHolstein, saranno fatti prigionieri dagli Inglesi e consegnati alle autorità belghe.

    Leon Degrelle, salito con pochi camerati su un Heinckel abbandonato, dopo un volo di 2.300 chilometri dalla Norvegia alla Spagna si schianta nella rada di San Sebastiano (Golfo di Biscaglia): siamo all'8 maggio 1945, l'intera Europa è in mano agli Alleati. Degrelle, seriamente ferito, sopravviverà, ma, considerato traditore nel proprio Paese e criminale dalle potenze vincitrici, dovrà vivere il resto dei suoi giorni in Spagna, dove morrà nel 1994. Le sue ceneri, secondo le ultime volontà, verranno disperse da fedelissimi nel luogo da lui prescelto, nei pressi della natìa Buglione; clandestinamente, giacché il governo belga, mosso fino all'ultimo da odiosa quanto ridicola ostinazione, perfino al suo cadavere ha voluto negare, con specifica legge, il rimpatrio.

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    Léon Degrelle
    (...) Il secolo non sprofonda per mancanza di supporto materiale. L'universo non è mai stato così ricco, colmo di tanto benessere, grazie a una industrializzazione di tale efficacia produttiva.

    Non vi sono state mai tante risorse, ne tanti beni disponibili. E’ il cuore dell'uomo, solo lui, ad essere in stato fallimentare.

    E’ per mancanza di amore, è per mancanza di fede e capacità di donarsi, che il mondo stesso si abbatte sotto i colpi che lo assassinano.

    Il secolo ha voluto essere soltanto il secolo degli appetiti. Il suo orgo*glio lo ha perduto. Ha creduto alla vittoria della materia finalmente as*soggettata al proprio spirito. Ha creduto alle macchine, agli stock, ai lin*gotti sui quali avrebbe regnato sovrano. Egualmente ha creduto alla vit*toria delle passioni della carne spinte oltre ogni limite, alla liberazione del*le forme più varie di godimenti, moltiplicate senza posa, sempre più av*vilite e avvilenti, fornite di una "tecnica" che in genere si rivela, solo alla fine, una accumulazione, senza grande immaginazione, di vizi tanto po*veri da essere vuoti.

    (...) Sono le collettività a venir aspirate dal vortice dei desideri impos*sibili: desiderio di possedere - cioè di prendere -, desiderio di essere il primo - cioè di colpire -, desiderio di fondare la propria potenza sul*la materia, cioè di soffocare e di eliminare lo spirituale, mediante sforzi Canto più inutili, in quanto l’umano si scioglie nella stretta e lo spirituale sempre risorge, come un rimprovero, o come una maledizione.

    L'abiezione ha superato le cerchie elevate delle elite per guadagnare le vaste cerchie delle masse raggiunte - anch'esse, questa volta - dalle onde propagate all'infinito dall'invidia, dall'ambizione, dagli pseudo-piaceri che sono soltanto caricature della gioia.

    L'acqua limpida dei cuori si è intorbidita sino agli strati più profondi. Il fiume degli uomini trasporta un diffuso odore di fango.

    Il disordine del secolo ha sconvolto tutto quel the un tempo era luce e voli a tuffo di rondini nei canneti.

    Gli uomini e i popoli si guardano dall'alto in basso, l'occhio violento, le mani segnate da marchi infamanti e dai morsi che vi hanno lasciato le prede ardenti rapidamente invilite.

    Ogni giorno il mondo è più egoista e più brutale.

    CI si odia tra uomini, tra classi, tra popoli, perché tutti si accaniscono nella ricerca di beni materiali il cui possesso furtivo rivela il nulla.

    Ma tutti rinunciano ai beni - alla portata d'ognuno - dell'universo morale e dell'eternità spirituale.

    Noi corriamo smarriti, la fronte insanguinata per aver cozzato contro tutti gli ostacoli, per strade di odio, o di abiezione, o di follia, urlando le nostre passioni, avventandoci contro tutti, per essere i soli ad afferrare quel*lo che tuttavia non sarà mai afferrato.

    Lèon Degrelle (1941-1945 Dal fronte dell’Est)

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    Europa vivrà
    di Leon Degrelle
    Leon Degrelle, Generale delle SS

    Discorso pronunciato il giorno 30 Gennaio 1981, in occasione del XLVIII Anniversario della salita al potere del Nazionalsocialismo. Nella sede dell'Organizzazione CEDADE a Barcellona

    Ho ascoltato il nostro camerata parlare dell'importanza del Fronte dell'Est. Ricordavo delle migliaia di ragazzi della sua età che morirono nelle nevi della Russia per salvare l'Europa. Se ora, che si è perduta quella immensa occasione: ora che l'Europa è già sconquassata: una metà sovietica, una metà occidentale, non si vede altro se non la decadenza, molti di noi diciamo: Europa, l'Europa è la ricchezza; andiamo con l'Europa. Ma questa parola non porta il miracolo in sé stessa, non è la soluzione miracolosa che può sistemare tutto così, senza sforzo.

    Che cos’è l'Europa? Che Europa vogliamo? Da dove viene? Come può ricostruirsi? Nel nuovo mondo, che possibilità può avere?. Quelli che parlano dell'Europa lo fanno generalmente a vuoto. Sappiamo quale è la nostra Patria, ma non quale è l'Europa, chi può spiegarlo bene?

    Ieri sera si stava nell'hotel, con la gente che guardava la televisione del Sig. Suárez. Un inciso: nell'Europa di oggi e di domani, che cosa è un Governo che rovina sé stesso? E ho visto con sorpresa che la gente guardava il Sig. Suárez senza entusiasmo. Lo guardavano e basta. E dopo che aveva terminato tutti si alzarono ed andarono via, lasciando le notizie internazionali senza altro spettatore che non il sottoscritto. Mi dicevo: questa gente si informa sull'Europa? Gli interessa del mondo? Non dobbiamo ingannarci. Questa Europa della quale tanto sappiamo, come la vediamo? Quali sicurezze può portare al Mondo?

    In primo luogo: da dove origina? Che cosa è un europeo?.

    Molti pensano alla l'Europa di oggi, ma Europa ha duemilacinquecento anni, per lo meno! L'Europa è un'immensa civiltà: è una culla di vita.

    Si può dire che abbiamo conosciuto l'Europa prima ancora di conoscere le nostre proprie Patrie. Da dove è nata l'Europa? È nata da quei primi paesi del Mediterraneo che hanno creato la Cultura dell'Europa, l'Ordine Politico dell'Europa; la sua Civiltà.

    Un giorno, chiesi a Hitler: che cosa è il suo paese? Chi è lei? Mi rispose: "Io sono greco". Ed aveva ragione. È la Grecia che ci ha dato la nostra vita spirituale.

    Se il mondo europeo esiste, se ha un senso, è perché già duemilacinquecento anni fa, questo paese piccolo che è la Grecia, con pochi abitanti, poche ricchezze, ha potuto forgiare la ricchezza suprema che è la Civiltà. Ma, quando si è più vista una civiltà come quella greca? L'arte, i templi, le sculture, la filosofia, le scienze e quell’equilibrio meraviglioso della vita. Una vita che si viveva quasi amichevolmente coi loro dei; che vivevano nell'allegria dello spirito e che, poichè aveva queste forze che valgono più di qualunque forza materiale, aveva proiettato in pochi secoli la sua civiltà a tutto il mondo conosciuto della sua epoca.

    Noi viviamo qui vicino ad Ampurias. Che cosa è stato di Ampurias? Quando uno passeggia vicino a queste rovine, quando si va al Museo Archeologico di Barcellona, quando si vedono tutte queste opere straordinarie di immensa bellezza, bisogna dire che qui esisteva la Grecia, venti secoli fa. Ma esisteva allo stesso modo a Napoli—Neopolis—, la nuova città. Esisteva la Sicilia; esisteva l'Egitto (Chi ha creato Alessandria? Alessandro) con una biblioteca di quattrocentomila papiri. Quattrocento mila papiri! Che Cultura! Che scienza!.

    Sono le barche greche quelli che hanno navigato tutto il Mediterraneo: Marsiglia, Ampurias; che sono arrivati a Cadice; che sono venuti per le porte di Ercole, lo Stretto di Gibilterra; duemilacinquecento anni prima degli inglesi, i greci stavano a Gibilterra. Come erano in India. Con Alessandro. Questo Re di una piccola terra che andava con i suoi guerrieri e con la sua Cultura per l'intera Asia orientale, che arriva per sino fin alle Indie!

    Piccolo paese europeo, di sangue germanico! Questo è ciò che si dimentica sempre.

    Ogni volta che si cerca la civiltà in qualunque posto dell'Europa si incontra il sangue del Nord. I paesi germanici; i celti. Tutti questi famosi barbari dell'Antichità che si vedono raffigurati col coltello tra i denti. Barbaro vuole dire "straniero", e nient'altro.

    Ma questo sangue indoeuropeo che è venuto dalla Russia che è arrivato al mare Baltico, giungendo dopo alla Grecia, all'Italia, alla Spagna, è il sangue del Primo Viaggio. Noi, razzisti, sappiamo che è il sangue puro quello che rende i paesi forti. E furono queste razze bianche forti, intelligenti, con pochi uomini che hanno creato questo mondo dalla Grecia. E dopo che la Grecia diede, per sempre, al Mondo la sua Civiltà, fu seguita da un'altra onda di forza europea: Roma. Un altro esempio straordinario.

    Quando poi nella nostra epoca si hanno paesi giganti, come gli Stati Uniti, con fortune favolose, impotenti di fronte alla civiltà; incapaci di vincere la guerra, perfino incapaci di far atterrare sette elicotteri!, si guarda con ammirazione a quell'epoca, quando bisognava fare tutto a piedi o a cavallo o in barche molto piccole, senza motore, illuminate solo con candele, si vedono i primi abitanti di Roma che arrivarono a coprire col loro ordine nuovamente tutto il mondo conosciuto.

    Quindi abbiamo due grandi beni: la Cultura greca: cervello limpido, lucido; e l'Ordine romano.

    Stavo guardando questa mattina il modellino del Circo di Barcellona dell’epoca romana. Questa lupa che sta' nel centro! Quella lupa che ha fatto il giro del mondo civilizzato.

    Quando si incontrano, a Barcellona, quei ruderi romani..., uno ammette: ma... che grande importanza doveva avere Barcellona! L'aveva, ma c’erano cento città romane importanti come Barcellona. Se si va a Merida: un campo immenso di rovine romane. Se si va a Siviglia: è Italica! Se si va in paesi lontani, come Ronda, in fondo all'Andalusia; a dieci chilometri sta la vecchia Ronda, con un teatro per dodicimila spettatori!. Se si va in Africa: Marocco, Algeri, Libia. Uguale!. Se si va al Nilo: si vedrà che conquistarono non solo il Nilo, ma avevano conquistato Cleopatra.... so che la cosa può sembrar spiritosa, ma è interessante. Perché Cleopatra era della nostra razza. Non era africana! Era di origine greca, come tutta la sua famiglia!

    Se si va all'altro lato, i romani sono andati, allo stesso modo a Gerusalemme. Abbiamo alcuni amici che si ricordano della bastonata che hanno ricevuto.

    E fu grazie al suo genio che Roma seppe creare quella struttura fenomenale che è stata rappresentata dall'Impero Romano, questa è l'Europa di quell'epoca. Perché fu vera Europa: quella di Roma!. Col suo Ordine e con la sua Pace.

    Ma quando si guarda ora quello che significa, in un paese... normale, mantenere anche solo l'amministrazione; andare ad un ufficio: presentare o chiedere un documento; andare ad iscriversi ad una scuola.

    E quando si pensa che coi mezzi primitivi che avevano materialmente i romani, si sono sovrapposti all'Europa, questa organizzazione immensa—stavano a Colonia; sono andati dappertutto in Oriente e tutte le coste dall'Africa; stavano in Inghilterra: tre sbarchi romani in Inghilterra, fino in Scozia—.

    Hanno dato vita ad un'agricoltura come non era mai esistita. L'industria; le flotte. E, soprattutto, la Pace. Infatti, i nostri paesi non hanno avuto un'altra pace in duemila anni se non nell'Europa dei romani.

    Gli spagnoli, cinquecento anni di pace completa!.

    Non solo con l'Ordine Romano, ma anche con la Cultura Romana.

    Da dove veniva Seneca? Da Cordova. Cordovani i migliori filosofi di Roma! E gli imperatori! Ciò prova che in questa Europa si poteva vivere nell'unità e nella libertà. Da dove veniva Traiano, il più grande degli imperatori romani? Da Siviglia!! Si potrebbe dire: un andaluso!. E al tempo dell'imperatore Traiano uno spagnolo! L'Europa romana aveva le più straordinarie dimensioni: dieci milioni di chilometri quadrati!. Con un ordine straordinario... quando gli uomini andavano solo a piedi o a cavallo. Quando non avevano tutte le risorse attuali delle banche, né i prestiti internazionali, e potevano edificare palazzi meravigliosi, templi, circhi, anfiteatri... di cui abbiamo traccia per tutta l'Europa.

    Se pensiamo all'Europa. dobbiamo pensare alla realtà.

    L'Europa è, innanzitutto, una Civiltà.

    E anche se le forze materiali sono state abbattute, se le strutture politiche si sono disgregate, la Civiltà è rimasta al suo apogeo. È l'unica volta, nella Storia dell'Europa che abbiamo parlato tutti la stessa lingua.

    Che unità! Sia che fosse un romano che un tedesco che uno spagnolo che un uomo della Libia di Gheddafi che un uomo dell'Egitto..., tutti parlavano il latino. Anche questa è prova anche della Pace Romana, dell'allegria di vivere; di come la gente era contenta di vivere nell'unità, di avere profitto da questa unità e di vivere nel mondo romano, immenso, in una libertà fisica ed intellettuale completa.

    E dobbiamo sempre, quando si parla dell'Europa, dire a noi stessi che è una cosa che si può fare, che è stata già fatta! E' esistita per secoli: coi greci e coi romani. Con la forza intellettuale ed artistica dei greci che ci ha sempre aiutato. Se in un'epoca tanto difficile, quando non c'erano comunicazioni, tutta la gente di razza bianca nell'Europa di quell' epoca ha potuto convivere nella fraternità e nell'allegria, è la prova che quella realtà non è una cosa impossibile. Ma bisogna ricordarlo anche quando si parla dell'Europa e dei tentativi -difficili, a volte disperati - con Carlomagno, con gli Hohenstauffen, Napoleone, Hitler di riunire un'altra volta questa gente. Bisogna ricordare che loro seguivano questa linea millenaria dell'Europa.

    Gli altri paesi, per esempio gli Stati Uniti, sono paesi che hanno due secoli. Sono tutte razze mischiate. È un miscuglio! Ed abbastanza brutto. Ed altri mondi come l'America Centrale o l' America del Sud sono, in ultimo, prodotti della civiltà europea che hanno quattro secoli. Le civiltà che avevano avuto prima erano diverse ed sono sparite. Ma qui in Europa.... la civiltà l'abbiamo avuta da venti secoli! L’unità politica, l'unità intellettuale e l'unità artistica - Le colonne, qui, erano come a Costantinopoli. L'arte romana era uguale dappertutto. Tutte le costruzioni, uguali! Migliaia di artisti! Come quando si visitano oggi i Musei.

    Tutte le opere che rimangono, lo dicono. Quante ce ne dovevano essere! Perché almeno il novantanove percento, sono state demolite.

    Si vede una cosa sorprendente e ci si chiede: come è che si sono rovinate tutte queste opere d'arte, tutti questi monumenti?.

    Disgraziatamente è così in tutte le civiltà. Se si va in India o in Perù, o in Messico:si va a Persepolis ad esempio... e si vedono dappertutto rovine o non si vedono per niente. E come se questa costruzione meravigliosa, l'Europa che è la nostra madre, fosse andata via in pezzi. Lo stesso che avvenne dopo cinque secoli, di una civiltà tanto prestigiosa, si è poi arrivati alla separazione di tutti i paesi che erano uniti nel seno dell'Impero Romano e che ne erano evidentemente felici.

    Si vide nei primi tempi di Roma come alcuni paesi, come la Lusitania, si fossero ribellate. Si è visto nelle terre di Santander: gli antenati non volevano l'impero Romano. Ma in seguito cambiarono idea. La ragione stava nell'unità. E si veda, quindi, come in pochi anni, tutto sia sparito.

    Molte volte sono domande che ci poniamo. Perché il potere spirituale che aveva l'Impero Romano e del quale costituiva una ricchezza immensa per tutti, in mezzo secolo, è stato raso al suolo?

    Quello che fece cadere Roma ha diverse origini. In primo luogo, un fenomeno che conosciamo anche ora: la decadenza. Per avere una grande espansione, per diffondere una grande civiltà, bisogna avere un centro forte ed un centro puro. Questo lo possiamo osservare: quando in un paese inizia a scomporsi il centro—non bisogna guardare lontano (—risate—), si vede come in pochi anni tutto si sgretola.

    L'Impero Romano era arrivato ad avere una enorme ricchezza e, come sempre, il denaro corrompe. Gli ordini religiosi che in passato si sono salvati erano quelli che vivevano in povertà. Ed i capi politici che cercano il denaro, che vogliono il denaro non sono più da considerarsi dei politici. Ricordo che Hitler non aveva mai un pfenning. È morto... e non aveva niente. Ugualmente non rimase alcun bene materiale a Mussolini; la sua povera moglie, venti anni dopo la guerra, con grande difficoltà, ottenne la pensione. Perché il potere è l'allegria suprema. Che cosa è il denaro al fianco del potere? Prendere il fango umano e modellarlo. Credo che l'essere umano è così: è fango. Il fango ti macchia i pantaloni; ma se lo prende Miguel Ángel... fa un'opera immortale. Il grande politico prende il fango umano e, con questo fango umano, ne fa un grande paese, una grande civiltà. Quello che fecero uomini come Napoleone, uomini come Hitler.

    I grandi romani hanno conosciuto il peccato del denaro.

    E secondo, dobbiamo ricordarlo bene, commisero un altro peccato: la razza. La razza si corruppe, come nell'Europa attuale, dove ci sono quattro milioni di mori o semimori in Francia, quattrocento mila turchi a Berlino, e, a Madrid, ebrei in numero venti volte maggiore di venti anni fa.

    Una volta che marcisce il sangue, tutto si perde. Ed ebbimo la fortuna di avere in Europa, finalmente, la stessa razza. Bisogna dire la verità: gli abitanti del Baltico, degli Appennini in Italia, gli spagnoli. i russi, siamo uguali! I russi sono nostri fratelli. Siamo tutti europei. Siamo gli stessi. Ma la decadenza di Roma venne quando già prima, con Atene, arrivarono in gran massa, forze umane dall'Est. Era una tentazione per un selvaggio dell'Africa; era una grande avventura venire a vivere a Roma, per fino come schiavo. L'Atene della decadenza aveva solo settemila ateniesi. Gli altri erano schiavi o semischiavi che venivano dall'esterno. E così, la razza romana, che dominava per la sua forza, per il suo spirito, per la sua volontà, si disgregò.

    Basta guardare il caso spagnolo: arrivarono qui i goti, i visigoti; arrivarono qui i vandali, arrivarono gli svevi. Questi popoli forti, poveri, che vivevano in un paese con un'agricoltura pessima. Arrivarono qui, non come si è spiegato mille volte, con la forza, bensì d’accordo con Roma. Roma che sentiva già la sua debolezza, era finalmente contenta di vedere popoli nuovi che giungevano con nuove forze. E si nota come qui, per esempio a Barcellona, i visigoti abbiano avuto una crescita pacifica, come per tutta la Spagna, e abbiano costituito una vera elite. Ma questi nuovi popoli che arrivavano in terre romane, hanno convissuto coi romani che erano rimasti e l'hanno fatto pacificamente. I romani, infine, abbandonarono a poco a poco il potere, creando delle federazioni. Erano "federati", erano alleati. Ed è questa gente quella che ha salvato quello che poteva salvarsi di Roma, ad esempio la lingua. Tutti gli editti gotici erano in latino!.

    L'amministrazione romana rimase, così, per due secoli. E così l'Arte romana. L'arte visigota è un'arte molto interessante e, in Spagna, ci sono molti ricordi grandiosi dei visigoti.

    Però nello stesso tempo, era sopraggiunto un terzo fenomeno: il Cristianesimo. E molte volte si dice che il Cristianesimo abbia fatto l'Europa. In realtà, l'Europa già era stata fatta ed il Cristianesimo era arrivato dopo molti secoli, per dare una nuova vita ai paesi dell'Europa.

    Ma è anche evidente come nei primi secoli il Cristianesimo abbia spezzato l'impero. E, soprattutto, abbia spezzato la sua civiltà. Certo ha mantenuto la lingua: per venti secoli il clero ha continuato a parlare il latino. Ma un latino... molto consunto.

    E, se manteneva la lingua, sopprimeva le opere letterarie e filosofiche. Basta vedere gli editti dei papi, già nel III secolo, che giunsero ad eliminare tutta la Filosofia, la Letteratura romana e la greca. E siamo rimasti in un deserto culturale.

    Io, cattolico, mi dispiaccio di questo. Ma la Storia è la Storia, ed il cattolicesimo ha costituito, per il mondo greco-latino, un vero disastro.

    Poi verranno altre epoche e si vedranno i papi stimolare una nuova Civiltà, diversa, ma che tarderà mille anni, quando si vedranno le prime opere d'arte romaniche.

    Stavo ieri guardando queste collezioni meravigliose del Museo Federico Marés. Straordinarie! Come un uomo ha potuto riunire tante cose...! Ciò è molto facile: la Legge Mendizabal, nel secolo scorso, ha confiscato tutti i beni del clero; ha lasciato abbandonati centinaia di conventi, dove tutto è andato rubato, spacciato, distrutto.... Ma quando si guardano tutte queste opere, bisogna dire: questi visi non vivono!; queste Vergini hanno un viso anonimo; questi santi, la stessa cosa. E quando si vedono, in altri Musei e per fino in questo stesso museo, le statue greche e romane, che personalità. Ogni viso è diverso.... Che bellezza! che nobiltà! che linee!. Questi corpi romanici... sono righe! Stavano incominciando qualcosa di nuovo... con mille anni di ritardo.

    A Roma, le catacombe: ma se sono disegni di bambini! Ed avevano avuto la più alta civiltà che non fu mai esistita.

    Migliaia di statue, di capitelli, di colonne, hanno alimentato le fabbriche di calce per secoli!.

    In Spagna, in egual modo. Stavo l'altro giorno in una città andalusa. Al lato dell'antico anfiteatro romano stava... una fabbrica di calce! Fino ad alcune decine di anni fa, continuavano a fabbricare la calce con le lastre di marmo del teatro romano. E’... la verità è così.

    E, così, rompendo l'unità romana, hanno permesso o meglio hanno obbligato ogni popolo a ricorrere alle proprie risorse ed a cercare la propria piccola forma di esistenza politica. Ciò ha portato alla rottura, in venti pezzi, della grande unità europea. E, da questo momento, separati della Roma politica, e con poca unione con la Roma ecclesiastica, ogni popolo abbandonato si fabbrica la sua lingua, segue le sue abitudini e perde il contatto col resto del mondo.

    E giunge così fino a cinquanta anni fa. Dopo la caduta di Roma abbiamo vissuto millecinquecento anni separati! Non solo nella forma dello stato, ma anche delle lingue.

    Può sembrare di dare alla lingua un'importanza esagerata. Le lingue regionali, provinciali, sono cose belle e del tutto rispettabili. Ma se vogliamo avere uno spirito europeo, dobbiamo anche vedere un po' più lontano. E, soprattutto, se vogliamo appartenere alla Cultura Universale.

    La Chiesa, durante questi secoli, ha abbandonato completamente questo compito. Malgrado sia venuta a Roma. Perché si era stanziata a Roma? Perché c'era un'organizzazione. Ha sovrapposto la sua diocesi a questa organizzazione. E dopo se ne allontanò. Come domani si allontanerà dai Paesi Baschi. Allo stesso modo. Sono i curati quelli che si allontaneranno. E l’Europa così... regionale non sembrava avere più forza per conquistare il potere.

    Quelli che salvarono la situazione per due secoli, furono quei popoli germanici che vennero per dare nuovo sangue.

    Furono quelli che hanno portato di nuovo la civiltà greca e romana... furono i mori - È così!.

    Cordoba si trasformò in una capitale intellettuale dell'Europa. Santo Tommaso d'Aquino, quando ebbe il desiderio di leggere Aristotele, dovette venire a Cordoba e lavorare a Cordoba.

    Furono i mori quelli che ci hanno portato tutti i grandi filosofi greci. La passione dell'arte dei greci. Era Alessandria che aveva altri germogli nelle nostre terre. Ed in questa epoca, che cosa succedeva negli altri paesi dell'Europa? Carlomagno era come "il Cordovano": sei mesi per imparare a firmare. Ed appena l'arte romanica incominciava a mostrarsi, i mori d'altra parte stavano alzando già la Moschea di Cordoba, unica nel Mondo. Stavano coprendo il Sud della Spagna di una civiltà straordinaria che è giunta fino a noi.

    Ai lati delle strade di Madrid, quante chiese ho visto!: chiese mussulmane; architettura puramente musulmana. Sono andati fino a Girona: i bagni arabi di Girona.... Sono arrivati sino a Santiago di Compostela. E’ evidente che quella che ha portato un'altra volta la civiltà antica nell'Europa, attraverso la via spagnola, fu l'invasione araba.

    Si parla sempre della Riconquista. Chiaro! Ma quale Riconquista... non bisogna confondere!. non si riconquista ciò che non si era conquistato. Il Nord non era mai andato prima al Sud. Ma hanno creato l'unità. Ma un'unità che, come molte unità, ha prodotto più danni. Ha eliminato un grande tesoro di civiltà.

    E quello che salvò nuovamente l'Europa, dopo questi fatti, è stato quello che si chiama il Rinascimento. Quando l'Europa ritornò un'altra volta alle sue fonti artistiche. Che cosa è il Rinascimento se non un ritorno della Grecia e di Roma nella Civiltà? Di nuovo si giunge alla stessa architettura o inspirata allo stesso modo.

    Rinascono i filosofi; giunge un grande secolo culturale, detto il Secolo d'Oro. Ma l'Europa aveva perso, in quel tempo, la sua unità. Ogni paese era rimasto come era. Mille anni erano trascorsi dopo la sconfitta di Roma. Di nuovo ritornano Atene e Roma con la loro civiltà, ma solo con la loro civiltà. L'ordine politico è già morto. Ed ogni volta che si fecero dei tentativi, falliscono.

    Chi tentò il primo sforzo fu Carlomagno. Riuscì alla fine ad essere l’Imperatore dell'Europa, non solo del mondo germanico. Ma dopo di che, poichè aveva separato i suoi beni alla sua morte, questo primo tentativo fallì..

    Poi gli Hohenstauffen, con Federico II. Gli Hohenstauffen che stavano in Sicilia nello stesso momento in cui stavano nel Rhin, hanno fatto uno sforzo meraviglioso per resuscitare una grande unità culturale, non per creare solo una grande unità politica.

    E, chi fece fallire questo grande tentativo? Un'altra volta... i papi!.

    È il grande dramma delle religioni: quando i capi delle religioni come gli Ayatollah, vogliono contemporaneamente il potere religioso ed il potere civile. Perché, in fondo, quello che si dice contro l'ayatollah si può dire contro i papi: volevano essere papi degli Stati e non solo delle Chiese.

    È la grande malattia delle religioni, quando hanno troppo appetito di potere temporale..

    Una vocazione religiosa è qualcosa di meraviglioso: portare la gente verso il cielo... perché portarla alle urne elettorali?.

    Ed è così che ogni papa volle trasformarsi nel padrone del mondo: ogni cardinale in Capo di Stato; ogni vescovo in governatore della provincia ed ogni curato in giudice.

    E faranno sempre così.

    In ogni grande esperienza per la ricostruzione dell'Europa, abbiamo visto la stessa battaglia.

    Arriva Carlo V,di Spagna. Carlo V era un grande principe. Cattolico. Ha lottato tutta la sua vita per la difesa della Chiesa. Ed era giunto, più o meno, a ricostruire l'Europa. Chi lottò contro Carlo V? Il Papa che unì tutte le alleanze contro di lui! Carlo V, tanto religioso, ha dovuto invadere Roma!

    E Filippo II, il Re più alto della Storia della Spagna...quanti nemici che ebbe a Roma!

    Carlo V ha fallito soprattutto per questo motivo. Ha difeso con enorme valore la Chiesa contro il protestantesimo e in seguito anche Filippo II fece ugualmente, usando tutte le sue forze!.., quando Roma, la Roma religiosa, si alleava invece con gli infedeli e si è visto persino un cardinale, come Richelieu, allearsi coi protestanti.

    Dopo giunse Napoleone. L'ultima esperienza prima di Hitler. Dove ha avuto i problemi più grandi? Con Roma!

    Non è che questi aveva ragione in tutto perché Napoleone voleva essere il capo civile ed il capo religioso. O, per lo meno, mettere in primo luogo il clero ed il Papa al suo servizio.

    Ma, ogni volta che si è fatto un tentativo, c'era la contrapposizione della Chiesa. E si vide in ogni paese. Allo stesso modo.

    Quando un potere è forte, hanno paura. E non si ha un potere politico senza un potere forte. Non si è visto mai fare qualcosa di grande senza la forza! Ora, questa parola fa paura, ma la forza è una virtù! Ci sono statue raffiguranti la forza nelle chiese!

    E se uno ha forza per imporre quello che è decisivo, la gente lo seguirà, la gente non ha cervello. Quando hanno passato venti o trenta anni, incomincia a dire: sembra che si stia bene... ma quello che ha il dono del genio, che è capace di vedere all'orizzonte, questo uomo deve dire: è così ed imporlo.

    Come si è creata l'unità spagnola? Dando baci come fa il Sig. Suárez?. Si è fatta perché i Re Cattolici camminavano coi loro cannoni. "Questi sono i miei poteri!", diceva il Cardinale di Toledo. È evidente che dopo la gente abbia detto: come stiamo bene!. Ma prima nessuno sarebbe entrato in una comunità. E’ stata una guerra di secoli.

    L'unità francese. Come i re della Francia hanno fatto l'unità francese? Con la forza!

    E gli italiani, con Garibaldi? E gli americani? Quegli dei della democrazia... ma che democratici? Quattro anni di guerra civile! La Guerra di Secessione. Quattro anni prima di arrivare all'unità!

    Ed è così che, quando giunse il caso Hitler, questi dovette cozzare contro molte forze esterne, ma anche contro la mentalità umana. Il nostro camerata diceva bene. Quando la gente ha visto che io stavo con Hitler... Lei? '—si tiravano indietro—perchè? Perché questo uomo aveva un piano grandioso per l'Umanità. Perché era il genio più fenomenale che la Storia umana abbia conosciuto. E se avessimo ottenuto la Vittoria avremmo ora un'Europa dal Mare del Nord fino a Vladivostok. Avremmo seicento o settecento milioni di uomini bianchi, padroni del mondo, con tutte le forze materiali inimmaginabili; con tutte le materie prime; con lavoro per tutti.

    Quando si vedono tutti questi ragazzi che camminano miserabili, che non sanno che futuro avranno, come offrire la loro gioventù, perché ogni ragazzo desidera qualcosa di grande. Sono disperati questi ragazzi. Questi ragazzi stanno così per colpa di questi democratici corrotti ed infernali!.

    È cosicché quando sorse Hitler, si è visto di fronte già questo mondo quasi dissestato. Perché la guerra degli anni dal 1914 al 1918 non era stata altro che una enorme guerra civile. Gli europei che erano rimasti per millecinquecento anni disuniti, si massacravano tra di loro. Un milione seicento mila morti in Francia! Come in Germania. Tutta la gioventù più forte e promettente... sacrificata! Ed il regionalismo... sempre peggio. Quando ero ragazzo, non si sapeva quasi nulla di ciò che accadeva nei paesi vicini. Era una cosa strana. Lo ricordai al primo ministro francese, Pierre Laval; quando gli chiesi un giorno:
    — "Ma: conosce lei il Belgio?"
    — Solo la frontiera. Ah, sì, sì. Sono andato una volta.
    — Quando, come.
    — Quando andai a Berlino, passai per Liegi. Di notte, nel treno...."

    Tutto ciò che conoscevo era Charles Maurras che fu lo scrittore politico francese più straordinario del secolo.... Charles Maurras era venuto una volta a Bruxelles, in un treno per tredici franchi andata e ritorno.

    I paesi non si conoscevano! Io vivevo a tre chilometri della frontiera francese.... non andavamo mai dall'altro lato! Tre chilometri!.

    Fu una cosa straordinaria quando mi comprai una bici e mi misi a camminare per tutta l'Europa. Ho fatto diecimila chilometri per vedere questi esseri meravigliosi, fantastici che vivevano negli altri paesi. La stessa cosa quando venni in Spagna ero un ragazzo. Un paese inverosimile! Tutti facevano le stesse cose.... gli spagnoli facevano quello che si faceva in Belgio o in Germania.... Tutti si riconoscevano figli della stessa Civiltà nella quale avevano vissuto assieme per secoli. E che per un nazionalismo feroce e cieco, si erano ora trasformati in estranei e nemici.

    E Hitler stesso, nel suo proprio paese, doveva ricostruire la sua unità, il suo territorio.

    E, intanto, un fenomeno assolutamente nuovo era sorto: il comunismo.

    Prima, i paesi potevano guerreggiare l'uno contro un altro. Era una questione di guerra di frontiera. Ma, una volta che una forza internazionale si era stabilita in Europa, in quella che fu chiamata Leningrado.... Era facile nei primi anni non accorgersi questo pericolo!.

    Ma questo fenomeno era assolutamente inedito, perché era un paese che non voleva combattere con questo o quel paese, bensì divorarseli tutti. È il fondamento del comunismo. Il comunismo non è un fenomeno russo; è un fenomeno mondiale.

    Già da quel momento, per ogni paese, c'era un altro nemico oltre a quello alla frontiera: c'era quella forza enorme che stava ammassando le sue risorse in Russia.

    Si sarebbe potuto evitare questo pericolo sempre maggiore all'Europa e al Mondo!.

    Stiamo qui, molto tranquilli. Domani... una guerra in Polonia...; un mese dopo stanno a Siviglia.

    È così. È così, parliamo tutti dell'Europa? Non sappiamo che cosa rimarrà dell'Europa tra venti o trenta anni. Voi conoscerete drammi enormi! Io sarò già morto. Sarò morto, tranquillamente giacerò nella mia tomba. Ma voi... a soffrire!. È evidente.

    Era l’anno diciassette quando Lenin,si impadronì della Russia. In quell’epoca, la Germania stava per vincere la Prima Guerra Mondiale. Arrivò a conquistare la metà della Russia, tutto quello che era più utile: il settanta percento delle risorse minerali, il sessanta percento dell'agricoltura. Erano arrivati fino a Tiflis, nel Caucaso; avevano occupato la Crimea; l’ Ucraina; avevano occupato i paesi baltici, strangolando Lenin. Che cosa fecero gli alleati? Obbligarono le truppe tedesche ad andare via, lasciando tutto il terreno a Lenin. Sono gli alleati! Le democrazie!. Dicono oggi: "... Ah, il terrorismo". Loro sono quelli che l'hanno provocato. Se c'è ora un enorme pericolo terrorista nel mondo, se il comunismo sta guadagnando terreno in Asia, tutta l'Indocina è nelle sue mani, in Africa—Mozambico, Angola—, se stanno a Cuba e nei paesi dell'America Centrale... se dappertutto hanno avviato una grande offensiva, è perché questi idioti di borghesi e socialisti che occupavano il potere democraticamente in Francia, in Inghilterra, negli Stati Uniti, hanno capitolato o hanno collaborato. Sono gli unici che non hanno diritto ora a lamentarsi, loro sono quelli che hanno provocato il pericolo che sta minacciando l'Europa intera ed il mondo intero.

    Bene. Nel 1918, Hitler era un invalido di guerra: cieco. In quel momento, si vide già che il comunismo era protetto dagli alleati, benché facessero alcuni piccoli tentativi per attaccarlo che erano solo delle farse.

    E si vide, nello stesso momento a Berlino, il tentativo comunista di Liebnecht e di Rosa Luxemburg, due capi comunisti ebrei.

    Alcuni comunisti ebrei presero anche il potere in Baviera. Così come in Ungheria con Bela Kun, anch'essi ebreo, con tutta una squadra di ebrei.

    Si, bisogna pur ricordare questo! Non basta attaccare questa gente di Israele, ma dire anche la verità: il comunismo è un fenomeno tipicamente ebreo!

    Se le democrazie si mordono oggi le dita... è per sua colpa!

    Lenin era tre quarti ebreo. Trotsky, ebreo. Il settanta percento del Soviet Supremo era ebreo.

    È cosi Hitler vide come avevano quasi spezzato il suo paese nel 1919.

    E l'invasione mora qui, diventò possibile perché in tutti i paesi, da Cordoba a Toledo, erano gli ebrei quelli che aprivano le porte. Loro sono quelli che si sono sempre trasformati in alleati dell'invasione. E’ sempre la stessa famiglia!

    Quindi Hitler vide il suo paese dissestato, con migliaia di feriti e mutilati; con la sua industria sconquassata; con l'occupazione straniera; con la fame; con la disoccupazione. Fece un primo tentativo: il Putsch di Monaco che fallì, e il suo fallimento fu una cosa positiva. Io stesso, quando ho potuto avere il potere con l'Esercito, non lo presi. Preferivo guadagnarlo ottenendo l'anima del paese. Non basta il potere senza il consenso e l'affetto. Il paese non si conquista: deve arrendersi. E se si ama un paese che si arrende, bisogna fare un sforzo. Bisogna dargli la prova di moralità, di talento, di fede, di cuore.

    Il paese è sano; molto più sano e coraggioso, molto più dei borghesi. Il borghese, se la cosa va bene... bene; se va male, fugge. Ma l'operaio, una volta che è stato convinto, è fedele, capace di sacrifici. E Hitler, invece della facile soluzione di ottenere il potere con la forza, ha preferito il lavoro immenso della conquista con gli argomenti. Quella avventura di dieci anni di conquista pacifica di Hitler è stata una cosa tremenda. Aveva tutte le forze, normali ed anormali, contro di lui. Aveva contro le democrazie, tutte; e tra tutte le democrazie, la democrazia tedesca, nella quale c'era molta gente incapace, come in tutte le democrazie, dove non si sceglie il migliore: si sceglie il più tonto perché non disturba nessuno, o il più corrotto, perché si corrompe. È molto raro che si scelga gente che abbia carattere.

    Ed aveva la Chiesa contro di lui. Un'altra volta! Un partito cattolico. Perché un partito cattolico? Noi abbiamo conosciuto la stessa situazione in Belgio. Questi cardinali e vescovi che fanno scegliere deputati che danno ordini a tutti i curati e scelgono dei fantocci. Questi non sono politici! Sono fantocci! Eseguono solo gli ordini che ricevono.

    E tutto il Centro tedesco... che era il partito cattolico, stava agli ordini di un prelato: monsignore Kaas. E la Chiesa, per dieci anni, ha fatto di tutto per contrastare la salita di Hitler al potere, fino a non permettere la comunione ai nazionalsocialisti; non permettere loro funzioni funebri. Sì hanno passato cose immonde! Ma... con la stessa rapidità, una volta che Hitler ebbe guadagnato il potere..., tutto cambiò, i vescovi, divennero molto compiacenti. Li abbiamo visti anche qui! Tutti così...! (—alza il braccio).

    Aveva contro di lui tutte le forze del denaro. Perché si dice ogni volta che Hitler vinse col denaro che ricevette dai grandi capitalisti. Completamente falso!. Al gran capitalismo gli piace il potere debole, perché può maneggiarlo in modo migliore. Le banche vogliono gente ubbidiente affinché non possano andare contro i suoi interessi. Per loro... molto bene!: il ventidue, il ventitre o il ventiquattro percento... è il paradiso terrestre!. Chiaro, ognuno di noi va fino in fondo alla tasca per trovare una moneta, ma essi maneggiano migliaia di milioni ogni anno e... lo dicono! E lo dicono. E nessuno si vergogna di questo. Di tutte quelle forze, quella del denaro, in Germania, stava contro Hitler.

    Due o tre industriali hanno, a volte, regalato qualcosa; ma il novantanove percento delle risorse dei nazionalsocialisti, le hanno avute dai suoi stessi membri del paese!. Ugualmente abbiamo fatto noi in Belgio. Una volta ho ricevuto da un amico diecimila pesetas; era un conte che non era molto ricco. Tutto il resto, dai nostri giornali, dalle nostre riunioni.

    Il nostro giornale, in un paese piccolo come il Belgio, aveva più di trecentocinquanta mila copie come tiratura e lo vendeva tre volte più caro degli altri giornali. Non è una questione di denaro un giornale. È quello che si scrive su di esso che ha valore. Se può suscitare le passioni, la gente si precipita per comprarlo. La nostra stampa arrivò a farci guadagnare circa un milione, ogni mese! Ogni mese un beneficio di un milione! Ed i militanti.... non ne ho parlato Mai, fino all'ultima notte di campagna elettorale, senza farsi pagare. Bisognava pagare, per lo meno, cinque franchi della nostra epoca che sono, per lo meno, cento pesetas di ora. Fino a cinquanta e sessanta mila persone ho avuto durante i sei giorni nel Palazzo degli Sport. Perché io ero uno di quelli a cui piaceva il ciclismo nel Palazzo dello Sport: il ciclismo oratorio! Abbiamo avuto ottocento mila franchi di entrata. Questa è la prova che si può guadagnare politicamente senza passare per le banche!

    Ed i nostri partiti democratici.... Ma come spendono migliaia di milioni che non sono suoi! Che sono soldi del partito socialista tedesco, o che sono prestiti delle Banche.

    Ma... lei crede che le banche paghino migliaia di milioni perché vogliono viziare il Sig.. Fraga o il Sig. Suárez? Nessuna intenzione di questo tipo. Vogliono impadronirsi di questi partiti!. E quando bisogna riavere il denaro, dicono: "o il denaro... - o tal cosa, o tal cosa". Non sono organizzazioni filantropiche le banche.

    Avete visto le foto dell'arrivo di Hitler al potere o nel suo anniversario. Hitler arrivò portato a spalla dal paese tedesco. E soprattutto, dalla massa operaia; la grande forza di Hitler era la grande massa operaia, cosa questa che il marxismo non gli perdonò mai.

    Hitler, in quel momento, prima di incominciare la sua attuazione politica, aveva già messo le basi dell'Europa futura in una maniera definitiva.

    Bisognava tagliare la strada al comunismo. Per tagliare la strada al comunismo non c'era un'altra soluzione da opporre, alla lotta di classe, che la fraternizzazione delle classi. Hitler volle questo: riunire le classi. Dire ai capitalisti: senza la collaborazione fraterna della massa operaia, voi non arriverete a niente. Ma disse anche agli operai: senza la collaborazione fraterna col capitale che è una parte della nazione che si può utilizzare per il bene comune; senza gli industriali, senza gli ingegneri, se tutti non si uniscono....tutti a casa.

    Ed il gran cambiamento del secolo è questo e non c'era un'altra soluzione. Potete vedere ora: i patti della Moncloa, i consensi. Dopo molte ore a discutere col Sig. Carrillo e col ragazzo González si arrivava a proporre soluzioni che, poi... si sgretolavano al giorno dopo.

    Ma la vera soluzione, se vogliamo salvare all'Europa, è una risposta sociale. E la risposta sociale è questa: il benessere della classe operaia; lo stimolo della vita economica nella collaborazione completa.

    E le democrazie, se non fosse un insieme di ignoranti o di sfacciati, così lo spiegherebbero alla massa operaia. Incominciando dai socialisti: dire alla classe operaia quello che è il loro stesso interesse.

    Ora, sono tutte solo rivendicazioni e, in ultimo, nessuno vuole lavorare. Quello che si ama è non lavorare, riscuotendo, ma non lavorare. Questo è ciò che abbiamo.

    Ora il rendimento spagnolo è la metà del rendimento europeo. Nelle miniere, la terza parte. Una Spagna così... è persa. È impossibile, non solo entrare in Europa, ma anche sopportare la competenza europea nelle condizioni attuali.

    Bisogna insegnare un'altra volta alla gente che il lavoro è un onore; che è un'allegria. Non ripetere sempre alla gente: ha questi, questi e questi diritti. Ma ci sono diritti e ci sono doveri. Ma la stessa cosa ai capitalisti: non si tiene un fabbrica per sfruttare gli operai. Questi hanno diritto a vivere con decenza. Che possano comprare tutto quello che fabbricano. Vivere con libertà. È quello che fece Hitler. E fu il gran miracolo di questa teoria sociale che rese possibile resuscitare in tre anni un paese assolutamente dissestato; prima di Hitler, il marco era caduto a tal punto da dovere dare quaranta milioni di marchi per un solo dollaro. Quando arrivò il trenta Gennaio del 1933, la Germania aveva più della terza parte della sua massa operaia in stato di disoccupazione. Più di sei milioni di disoccupati dei diciotto milioni di operai tedeschi! Ed in tre anni, tutti i disoccupati erano entrati di nuovo nell'attività economica e c'erano venti milioni di tedeschi che lavoravano! Due milioni ottocento mila in più di quelli che lavoravano quando c'era la disoccupazione.

    E, come si era arrivato a questo?

    Suscitando la collaborazione e stimolando grandi opere che rinnovavano la sua Patria: le case operaie—negli anni del nazionalsocialismo, prima della II Guerra Mondiale, si era raddoppiato il numero di case operaie in Germania, duplicato!—, quando oggi invece si vedono queste capanne in tanti quartieri; quando si incontrano questi quartieri inumani nei quartieri dei grandi capitali; la miseria di questa gente….si pensa alle centinaia di migliaia di case, non di piani, col loro giardino dove i bambini potevano giocare; dove potevano coltivarsi un poco di lattuga, dove l'operaio andava a respirare di pomeriggio; quando si costruivano fabbriche completamente rinnovate, modernizzate, con le loro piscine!, i loro campi da sport; quando si vedeva il lavoro delle autostrade, sette mila chilometri di autostrade!, per permettere alla gente operaia di utilizzare, per il loro riposo, per la loro istruzione...; quelle autostrade..; l'automobile popolare! cinque marchi a settimana per avere un'automobile! Loro potevano parlare di ferie e di opere sociali!.

    Tutte questi cose sono state fatte duplicando le risorse della massa operaia. Al tempo di Hitler, tali risorse erano il doppio: guadagnarono più o meno il doppio con un costo della vita che rimaneva allo stesso prezzo. Non sono arrivati mai a salire più dell'uno percento annuale. Media, zero virgola otto percento. La gente guadagnava il doppio. In realtà! Ed ora la gente guadagna cinque volte più, ma la vita costa dieci volte più. A che cosa serve?.

    Così, si era ricostruita una vita straordinaria, stimolando industrie nuove, creando tutti i prodotti che mancavano alla Germania. Questi prodotti sintetici che si convertirono in veri miracoli economici.

    Non bisognare dimenticare che Hitler, dopo quei pochi anni di trasformazione interna della Germania, dovette fare fronte ad una terribile Guerra Mondiale, come nessuno mai l'aveva conosciuta ed ha resistito per cinque anni! con tutte le sue risorse, le sue!. E, una cosa completamente nuova nel mondo, senza la collaborazione di un ebreo!.

    Avevano sempre detto che erano indispensabili. Tutto quello che diventava grande nel mondo, erano loro che lo facevano. È abbastanza strano. Perché quando si studia la Storia dell'Antichità che si osserva la Civiltà Greca; che si vede la Civiltà della Babilonia, degli ittiti; si vede quella degli egiziani, attorno ad Israele.... Civiltà fantastiche, tutte grandiose forme di civiltà. E nel centro... una macchia nera. Loro non hanno costruito mai niente!. . Che cosa rimane della civiltà ebrea? O di quello che potrebbe chiamarsi civiltà ebrea? Due o tre vecchie scialuppe? Nient'altro! In qualunque Museo di Barcellona sono mille volte più che in tutta Israele.

    Ci spiegavano che loro erano quelli che decidevano tutto; che preparavano tutto.... Indispensabili! Da tutte parti li hanno cacciati e si è vissuto perfettamente senza di loro. Ciò è la prova che possiamo vivere felici, e mangiare pernici, senza avere questa gente con noi.

    Se gli altri paesi dell'Europa, se le democrazie avessero avuto un minimo di intelligenza, si sarebbero detti: "Finalmente!. di fronte al comunismo abbiamo un baluardo". Hitler aveva ricostruito fantasticamente una forza nazionale. E l'aveva fatto solo con la forza della sua economia. Se Hitler ha potuto dare più lavoro a due milioniottocentomila operai; se ha potuto dare a tutta la massa operaia case splendide; se ha fatto autostrade ed un'industria nuova, perché preparava la guerra? I numeri stanno a disposizione di tutti. Durante i tre anni di riassorbimento della disoccupazione, la Germania ha speso nel suo sforzo militare il quattro percento, la Francia l'otto. Il Giappone l'otto virgola due, e la Russia sovietica il nove percento È il paese che spendeva meno nel suo sforzo militare. Fu un successo puramente economico e sociale.

    (...)

    Hitler non voleva la guerra contro Occidente. In primo luogo, perché non aveva nessun interesse a farlo. Il suo interesse era il comunismo. Eliminare un pericolo mondiale.

    Secondo, dare al popolo tedesco terre nuove dove il suo senso della vita, del lavoro, dell'organizzazione, potesse fare miracoli. Era l'obiettivo di Hitler. E nessun altro. E fu sempre così.

    Era un piano intelligente e di fronte al comunismo, era un piano indispensabile! E perché Churchill respinse questo piano e si comportò come un maiale col povero Rudolf Hess.... Se non voleva discutere con un uomo che era venuto in buona fede, doveva portarlo in un aeroplano e, con un paracadute, ricacciarlo su Berlino. Avrebbe fatto ridere tutto il mondo. Ma no: l'hanno perseguitato e hanno commesso le peggiori atrocità su lui ed oggi continuano nella prigione. Questi che non perdonano! Churchill!! È questo un cavaliere? Si? Se ha affondato l'Europa...

    I sovietici hanno ora la metà dell'Europa. Lui stesso si è reso conto. Ma... troppo tardi! Quando disse a Postdam abbiamo ammazzato il maiale …. avevano sbagliato maiali, a suo giudizio!. Ma egli, contemporaneamente, perse tutte quelle immense colonie che furono l'onore ed il profitto dell'Impero britannico.

    Ma in quell'epoca, tutti i paesi democratici, la cui formula della solidarietà delle classi aveva dato prova della sua vittoria in Germania, volevano affondare la Germania. Tutte le forze israelitiche, allo stesso modo. Perché per essi la Germania era il Paradiso, e li avevano cacciati fuori dal Paradiso. Come ad Adamo ed Eva, e... nudi come quei due.

    Ed i tedeschi potevano dire: sopportiamo. Ma non potevano sopportare più.

    E quando si pubblicheranno i documenti sovietici si scopriranno cose straordinarie. Come ad esempio che se Hitler non avesse attaccato nel 41, i russi sarebbero entrati in Germania sei mesi dopo.

    Ci sta l'ordine di Stalin per la costruzione di trentamila carri di combattimento. Ne avevano già diciottomila. Ed i tedeschi tremila!

    I tedeschi avevano l'ostacolo enorme di un paese senza strade: la Russia. La Germania aveva strade meravigliose e poteva essere occupata coi blindati come si voleva. Ci sono mille immagini di documenti sovietici, del maresciallo Jusef, nelle quali spiega pubblicamente quest'ordine. L'Europa avrebbe perso il suo potere, senza Hitler, senza speranza.

    In primo luogo, se non sarebbe esistito Hitler, sarebbero entrati già molto prima. Se Hitler non avesse invaso le terre sovietiche dopo un anno, gli altri avrebbero approfittato della lotta di Hitler contro l'Inghilterra per invadere l'Europa.

    Ed è così che Hitler ha avuto una possibilità: impedire ai sovietici di conquistare l'Europa. Ma una volta che in tutti i paesi, centinaia di migliaia di ragazzi, ragazzi come voi, avevano compreso il senso di questa lotta, sono arrivati al fronte dell'Est. In quel momento, si è visto che il sogno che sembrava impossibile, di CarloMagno, degli Hohenstauffen e di Napoleone, poteva, finalmente, resuscitare. Sul fronte russo, nelle file delle SS, le armi, gli eserciti di scontro—eravamo il sessanta percento degli effettivi non tedeschi—, il milione di soldati delle SS aveva seicentomila non tedeschi, quella era la prova evidente che Hitler voleva, non far si che la Germania assorbisse l'Europa, bensì un'unione fraterna degli europei. Come aveva fatto con le classi sociali, la sua riconciliazione, voleva, una volta che si era protetta l'Europa dal pericolo sovietico, unire, finalmente gli europei.

    Ed il fatto di dare la sua fiducia, della sua armata privilegiata ai non tedeschi, c'indica perfettamente che era non solo disposto, bensì deciso all'unione. Non all'annientamento.

    Hitler non era un uomo che voleva un potere anonimo e tirannico su tutta l'Europa. Era un uomo che aveva compreso molto bene il problema, non solo delle nazioni, bensì dei regionalismi. Perché un potere forte può permettersi molte espansioni e, se ci sono in Europa cento culture distinte, ci sono cento ricchezze. Ed aveva queste idee tanto radicate che, un giorno in cui parlai con lui di questo problema, mi rispose: "Io voglio rispettare fino a tal punto i regionalismi che ho fatto distribuire buoni per gli alimenti, di tutti i prodotti del razionamento, distinti secondo le regioni. Perché ci sono regioni che mangiano più carne, altre fanno torte con più farina". Pensava persino a queste cose. Dettagli, ma che sono prove del suo concetto di un'Europa molto diversificata. Una Europa così, come qualunque paese, non può ottenersi senza la forza del padrone, che pensa e che comanda. Nella vita non può si immaginare niente se non si comanda. Hitler, è evidente, avrebbe obbligato gli europei ad una certa disciplina. Andiamo, un potere serio in Spagna, obbligherebbe gli spagnoli ad una certa disciplina. La gente lo dice già ora:
    quando hanno rubato a sua moglie la cesta o hanno violentato la ragazzina. "Ah, mano dura!". Un po tardi....

    Hitler avrebbe creato un'Europa forte, ma diversificata nell'unione. Ma l'unione si sarebbe fatta normalmente. Già noi nel fronte venivamo da posti diversi. I nostri camerati fiamminghi stavano con gli andalusi della Divisione Azzurra; spagnoli e fiamminghi!. Noi stavamo nel Caucaso con i rumeni, con i croati e con gli italiani. Stavamo sul piccolo fronte russo con ventotto paesi distinti. Si era inventato un cameratismo meraviglioso. È evidente che dovevamo vivere nell'ideale di fronte alla morte, nel sacrificio, quello che aiutava la fraternità. Si era data la prova sul fronte russo che l'unione degli europea era possibile perché era già fatta. E gli altri..., però questa era questione di una generazione, coi mezzi di viaggio di ora; il mondo del lavoro.... si vede già come centinaia di migliaia di spagnoli lavorino in Germania, in Svizzera, in Olanda. Sono rimasti li. I paesi si uniscono anche molto sposandosi. Napoleone l'aveva già compreso; ed ora voi, tutti i ragazzi che mi ascoltano ora, starebbero di fronte a qualcosa di gigantesco, molto più grande dell'Europa di Roma, perché avremmo avuto anche la Siberia che è la grande fonte di ricchezza del futuro ed è una terra dove la maggioranza degli uomini sono bianchi!. Qualunque ragazzo dell'Europa avrebbe avuto la possibilità immensa di svilupparsi. Ci sarebbero occupazioni per milioni di ragazzi, l'illusione dell'avventura; arrischiare qualcosa.

    Si sarebbe fatta una Europa nell'allegria, nel lavoro nella conquista... ed invece di questo, voi non lo potete immaginare, un pugno di paesi disfatti, con quell'enorme massa sovietica sulla nostra frontiera. Staremmo, in duemila chilometri, lavorando, fabbricando, creando una splendida civiltà e saremmo i padroni del mondo, molto più forti degli americani.

    Ed ora, al contrario, siamo piccoli paesi divisi, dissestati o semiarrugginiti, con milioni di disoccupati, otto milioni nell'Europa Occidentale!, quasi due milioni in Spagna! E, alla fine del prossimo anno tre milioni.

    È evidente che ognuno ha paura di qualunque investimento; la garanzia del futuro...; si guadagna del denaro che ogni giorno vale meno. Ci sono poteri in tutti i paesi dell'Europa.... che vengono... che non sanno dove vanno. Come si fa a non sapere chi comanda! Non si sa che piano abbia. Che piano può avere?

    Immaginatevi un'industria nella quale, ogni anno, si cambi il Consiglio di Amministrazione ed i metodi di lavoro, la clientela affonderebbe!.

    Si sono visti già un Governo Arias, cinque Governi Suárez. Questa mattina... uno. Poi cambiato un altro..., le elezioni... dopo un altro.... È la rovina! La democrazia è la rovina dei paesi. Non è questione di odiare la democrazia, bensì di vedere quello che è.

    È evidente che Hitler poteva realizzare questo piano grandioso di una Europa resuscitata, più forte che mai, unicamente perché aveva un potere forte; aveva cento milioni di anime unite, incollate a lui con fede, con speranza, con fiducia. Ed è così che si perse l'occasione più favolosa della nostra Storia e si è persa senza speranza. Ed ora, trentacinque anni dopo, che cosa è successo? Ogni anno il pericolo sovietico è maggiore. Ogni anno l'ombrello americano è più bucato. E perché ora sì che c'è un altro presidente... vedremo! Ma quello che non vedremo è qui gli americani che si sacrificheranno per l'Europa. Questa è una cosa sicura! Può essere, sì, che la salveranno.... Schiacciandola.

    Ma, con noi vivi, niente da fare!

    E per i nostri paesi. chi lotta? Già nella II Guerra Mondiale, i francesi, dicevano, non volevano combattere; corsero fino ai Pirenei più rapidi del Giro alla Francia.

    Non c'è ora morale; non c'è ideale. La gente non si sacrifica per un paese che la gente non può sapere ciò che è.

    I comunisti hanno una forza immensa. E hanno una complicità enorme. In ogni paese hanno la loro gente: milioni di comunisti in Francia, milioni in Italia e anche in Spagna. Non sappiamo quando arrivarono, ma, come gli ebrei durante l'offensiva mora, hanno aperto loro le porte. Tradirono tutto il mondo.

    Tutte questi forze democratiche hanno affondato la famiglia, l'idea di Patria, l'idea di religione; hanno tolto ogni ideale. Non c'è oramai vita, spirituale. E la vita spirituale è la cosa principale. Senza vita dell'anima, non c'è niente!.

    L’unica salvezza, per gli europei che rimangono puri, è avere ali forti! Avere un grande ideale sociale, un grande ideale patriottico, un grande ideale religioso. Mantenere tutte le forze che possano essere salvate, per quando verrà il giorno della salvezza. Perché tutte le grandi cose che si sono fatte nel mondo, si sono fatte sempre con poca gente. Non è necessario avere milioni di persone attorno. Bisogna avere cuori forti, disposti al sacrificio fino alla morte se è necessario. Che sanno quello che vogliono; che sanno dove sta il futuro. Così si potrà salvare l'Europa.

    Se in Europa, dappertutto, ci sono ragazzi e ragazze come voi; se ognuno farà uno sforzo per convincere gli altri, al giorno del conto finale si potranno presentare per tutta l'Europa queste migliaia di giovani che salveranno quello che rimane.

    Questi giovani esistono. Esistono qui. Esistono in tutti i paesi dell'Europa. Essi sono, quelli che un giorno, il giorno di Dio, quando Dio c'aiuta e c'ispira, ci potranno portare alla salvezza.

    Pericoli enormi; possibilità enormi. Dipende tutto da noi.

  8. #8
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    Il secolo delle élite
    Léon Degrelle
    L'anima c'è.

    E c'è pure l'intelligenza. Una rivoluzione non si fa a colpi di spacconate, e meno ancora a colpi di vacui proclami altisonanti. Qualsiasi rivoluzione che arricchisce è frutto d'una lunga preparazione intellettuale. Quello che verrà sarà, più che mai, un secolo delle élite e del coordinamento delle loro scoperte: saranno i migliori, i più capaci - e solo loro - a coinvolgere, a dirigere e a mutare la società. (...) Domani non ci sarà più posto per i mediocri, i quali andranno a raggiungere l'enorme lupanare fatiscente degli scansafatiche e dei parassiti, destinati alla sconfitta e privi di ogni avvenire. Nel secolo prossimo, a forza di fatica, costanza, elasticità dello spirito e potenza del carattere bisognerà innalzarsi al livello intellettuale e alle conoscenze tecniche che segneranno con la loro indelebile impronta i futuri condottieri d'uomini e di popoli. I giovani si mettano bene in testa che e proprio nella misura in cui il loro cervello lavorerà, le loro cognizioni tecniche s'amplieranno e loro stessi diventeranno parte organica dell'élite, che potranno riuscire nel rinnovamento della società.

    I tempi nuovi prenderanno a zampillare a mano a mano che voi, ragazzi e ragazze del XXI secolo, già accalcati alle nostre porte, v'impegnerete - con metodi e idee nuove, ma anche con un ideale ardente come quello dei vostri predecessori dei tempi eroici - ad attuare il grandioso compito del rinnovamento della società sbandata. Giovani d'Europa, ora tocca a voi. Siate pronti - materialmente, certo, ma soprattutto spiritualmente e intellettualmente - ad affrontare gli scontri più duri nel compiere la vostra avanzata illuminata dall'animo, disposti a tutti i sacrifici, con mente lucida e corpo vigoroso. Allora, per quanto aspra possa essere la lotta, le vostre solide braccia potranno innalzare sui vostri scudi quella vittoria che i deboli hanno creduto fosse ormai inaccessibile.

    Solo chi ha fede sfida e rovescia il destino! Abbiate fede! E lottate! Il mondo lo si perde o lo si prende! Prendetelo!

    Nel deserto umano, in cui belano tanti montoni, siate leoni! Forti come loro! E come loro intrepidi!

    E che Iddio vi aiuti! Salve, camerati!

    Dall'esilio, 1'8 agosto 1992

  9. #9
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    Canto a las Waffen SS
    Léon Degrelle
    Le Waffen-SS avevano 38 divisioni con circa un milione uomini sui fronti. Di queste caddero su tutti i fronti della guerra più di 400.000 soldati, sottufficiali ed ufficiali, tra loro, 32 comandanti di divisione. 50.000 soldati delle Waffen-SS si considerano scomparsi. Ai soldati delle Waffen-SS si concessero moltissime onorificenze di merito militare(...)

    Ancora alla fine del secolo XX la maggioranza della gente ignora quello che fu, tra il1940 e il 1945, il fenomeno - unico nella storia militare - del milione di giovani combattenti politici, volontari tutti essi, integrati in seno delle trenta otto divisioni Waffen SS nel corso della Seconda Guerra mondiale. Chi erano? Innanzitutto, soldati (Waffen). I migliori soldati, formidabilmente equipaggiati, sempre i più pronti quando era necessario affrontare il nemico e reagire davanti ad una sconfitta. Fisicamente, i più prestanti: taglia minima 1,75 m.; Obbligatorietà di dimostrare una salute perfetta; Esclusione alla più piccola mancanza di visuale o davanti ad una carie molare; una milizia che rispecchiava tutte le norme olimpiche. Il loro allenamento era eccezionale. Nella Scuola di Ufficiale deBad - Tolz, tutti gli aspiranti avevano perso una dozzina di chili alla fine del corso. Al finire di questo corso ognuno era divenuto un atleta, flessibile, nudo e forte come un dio greco. Ricevevano anche una formazione politica del più alto rigore. Disciplina di ferro, libera ed allegramente accettata. Spirito di squadra, cameratismo costante disimpegnato da ogni complesso di casta. Severità nelle abitudini: nelle Waffen SS un pederasta era messo al muro senza possibilità di appello. L'eroismo era la legge imperante. I capi in testa. La media di sopravvivenza di un ufficiale delle Waffen SS in combattimento non superava i tre mesi. Questa concezione eroica del dovere era esaltata dalle evocazioni grandiose delle glorie del passato. Si nutriva di tutte le forze originali della Natura. Il solstizio di estate ricordava specialmente i fervori vivificanti dei fluidi terrestri e celesti. L'ultimo solstizio del 1944, aveva visto ancora tutti quei giovani guerrieri, con la torcia nelle mani, formando davanti il quadro nel chiarore dei vicini ed alti monti, mentre le apoteosi wagneriane suonavano, vibrando sotto la notte stellata. Ansia di giovani corpi di fronte alla vita! Passione per la creazione e conquista! Volontà di vivificare, di scalare fino alle cime uniti in una comunità umana rinnovata nella sua carne e nel suo spirito! Erano forti come le quercie dei boschi profondi, forti come gli uragani che martellavano i neri cieli, forti come i cavalieri delle epopee antiche, sfidando la fortuna e la morte! La Cavalleria! Le Waffen SS erano una cavalleria con i piedi nelle loro staffe e con le loro lance pronte ad attraversare il futuro: un milione di giovani guerrieri ideologici, decisi ad offrire tutto - la loro gioventù, il loro sangue, la loro fede - per ottenere tutto. Le Waffen SS erano state nei loro principi una formazione strettamente tedesca. Lo spettacolo di forza organizzata e di ideale integrale che diedero nel 1940 ad un Occidente stremato politicamente e moralmente scoraggiato, impressionò la gioventù dei paesi vicini. Bastarono alcuni mesi affinché milioni di giovani germanici, dell'Olanda, delle Fiandre, dei Paese Nordici, dapprima stupefatti, dopo entusiasmati, venissero a dare nelle Waffen SS, fino ad allora rilegate all'ambito nazionale, un connotato più ampio: Waffen SS di diciotto anni, di venti anni, arrivati da Anversa, da Rotterdam, da Copenhagen, da Oslo, fecero da allora gruppo unico con le Waffen SS di Berlino, di Monaco, di Vienna, di Konisberg. Tuttavia, il grande battesimo di fuoco non avvenne che un anno più tardi, quando Hitler volle, nel Giugno del 1941, liberare l'Europa della tirannia comunista di uno Stalin deciso, da già molto tempo prima, a divorare l'Europa, ultimando per allora, come l'ha riconosciuto lo stesso Maresciallo Zhukov, gli ultimi preparativi per la carica sovietica. Di fronte al pericolo comune, centinaia di migliaia di giovani non europei, respingendo il conformismo e la mancanza di immaginazione dei loro paesi atrofizzati, si affrettarono ad arrivare all'appuntamento del sacrificio. Da alcuni secoli tutti vivevano incartapecoriti nel loro piccolo guscio nazionalista, ognuno guardando il proprio vicino con sfiducia o con irritazione, ignorando che alcuni secoli prima formavano in somma una sola razza, una sola civiltà, che tutti loro erano i figli di una patria comune, l'Europa, venticinque volte centenaria. Una stessa spiritualità li incoraggiava. Staccandosi da Jutlandia, Frisia, Bravante, le Ardenne, la Bauce, gli Appennini, si trovarono tutti, mille duecento anni dopo Carlomagno, riuniti in un'immensa coorte giovanile, dove finalmente, scoprirono la loro unità. Certamente fu necessario del tempo. Erano separati da alcuni secoli. Il servizio comune, le stesse sofferenze, i camerati che morivano unirono questi ragazzi di venti paesi per troppo tempo ed artificialmente opposti. Forti saldature li unirono per quattro anni negli errori degli stessi combattimenti; appoggiandosi sempre con una sincerità crescente, si resero conto che una stessa fede politica li univa ma che, più di ogni altra cosa, l'identità del sangue li gemellava. I loro paesi non erano altro che un paese. Le Waffen SS sarebbero state il crogiolo gigante in cui si sarebbero interpenetrate in una fusione ardente i diversi geni dell'Europa storica.

    Da parte loro, di fronte al pericolo sovietico che minacciava ogni unificazione dell'antica Europa, le Waffen SS tedesche nei loro principi, avevano preso non solamente coscienza del pericolo che minacciava indistintamente tutti gli antichi popoli rivali del Continente, ma anche, e soprattutto, delle enormi realtà positive che, da sempre, avevano saldato le diverse comunità popolari dell'Europa. L'Europa di Cesare e di Augusto. L'Europa di Carlomagno e di Godofredo di Bouillon. L'Europa di Federico II di Hohenstaufen e di Carlo V. L'Europa del Principe Eugenio di Savoia e di Napoleone Bonaparte. L'Europa, anche, di Voltaire e Goethe. L'Europa dei grandi apostoli mistici, unendo sotto una stessa fede i galli, gli iberici, i germanici, i latini, gli slavi, dall'Ucraina fino ai lontani bordi del Baltico. Una dopo l'altra, le diverse legioni tedesche e non tedesche del Fronte dell'Est si unirono così liberamente, in rappresentazione diretta del loro paese, nel seno di una Waffen SS convertita nel gran centro di attrazione e di riunione di un milione di giovani europei, futuri costruttori del futuro. In questa federazione multinazionale ognuno aveva conservato la propria lingua, le proprie bandiere, la propria personalità. La lingua tedesca, seconda lingua, era chiamata a trasformarsi nel libero strumento per gli avvicinamenti nazionali. Le nostre ideologie, certamente, erano simili, ma fino ad allora molto frammentate. Le Waffen SS apportavano loro la potenza della volontà, dell'organizzazione e dell'unità di sforzi. Grazie a loro, nell'ora della grande commozione creativa del giorno dopo della vittoria, tutti sarebbero stati altrettanto disponibili, ognuno nella sua sfera natale, per dare all'Europa uno spirito ed una struttura. La Waffen SS si era trasformata nell'enorme corpo di assalto della rivoluzione nazionalsocialista. Materialmente e spiritualmente, questo mondo nuovo sarebbe stato contraddistinto dallo spirito di corpo, dalla disciplina, dalla potenza dell'ideologia: la consegna totale delle energie al servizio di un ideale assoluto. L'opera comune avfrebbe ottenuto i suoi frutti: ordine dello Stato, duraturo, indistruttibile, giustizia sociale, nel lavoro di tutte le classi; ampio sviluppo familiare, cellula basilare della stabilità della società e della felicità individuale; immaginazione nella creazione delle ricchezze materiali, armoniosamente adattati all'apertura morale di una comunità, piena dello spirito di solidarietà e del senso eroico della vita. Alla potenza fisica e alla potenza ideologica, si aggiunse la potenza nell'azione. Tedeschi e non tedeschi, in numero intorno al milione, formavamo una formidabile fraternità europea. Ritornando ai nostri rispettivi paesi sarebbero stati i maestri di opere nel sollevamento dell'Europa unita, una élite risoluta che avrebbe ribaltato, in una generazione, le autorità generalmente inconsistenti, acefale, vittime cieche di agitatori e di clan immensi nell'egoismo e nell'ambizione. Noi avremmo restituito ai nostri paesi la dignità. Li avremmo instradati verso la fioritura sociale e la comodità, ma contemporaneamente nella pace sublime della cosa bella, la cosa nobile, la cosa grande. La materia, sola a sé stessa, o muore o si suicida. Solo l'ideale ha una valenza eterna. Noi possedevamo questo ideale, sì, noi, i giovani europei della Waffen SS, qualunque fosse stato il nostro paese di origine, il nostro vecchio paese tanto caro, ma un paese che andava a smettere di vivere ripiegato su se stesso. Un intensa aria vivificatrice espelleva i miasmi asfissianti di vecchie decadenze. Le nostre volontà avrebbero assommato, in tutti gli angoli dell'Europa, gli sforzi dei nostri paesi in un'unità sontuosa, e non - come oggigiorno - in una vaga federazione, spesso scontrosa, di mercanti di pomodori, di nocciole, di agnelli, e di costolette di maiale, o proprietari vari di milioni di tonnellate di burro che si asciugano o imputridiscono nei magazzini super colmi per la pazzia e l'anarchia economica. La rivoluzione delle Waffen SS non sarebbe stata solamente quella della bistecca, bensì quella di una dottrina che avrebbe arricchito le comunità umane, elevando innanzitutto gli spiriti nel seno di una collaborazione basata nell'ordine politico e sociale, nello spirito comunitario e nei più alti principi morali, pilastri della ricostruzione. Le Waffen SS furono tutto questo: un esercito continentale come non si era conosciuto in alcuna epoca, un esercito che non era solo militare ma ideologico, capace di assicurare, grazie alla sua forza ed alla sua dottrina, la riunificazione ed il rinascimento dei membri dispersi di una Europa i cui falsi democratici di prima del 1940 ne avevano imbalsamato l'intelligenza e tagliato i nervi. Un vecchio rancoroso ed impotente - Roosevelt -, un matto furioso con una genialità ombrosa - Stalin - fecero dell'Europa nel 1945, un mezzo moderato alla mercé dei loro appetiti. Per lungo tempo, può darsi per sempre, l'Europa non sarà altro che un fazzoletto in tasca nel quale si soffiano il naso i potenti.

    Così fallì la più sorprendente esperienza politica e militare mai intentata. Fu unica per il suo carattere e per la sua durata: dal 1941 al 1945, un milione di ragazzi di 28 paesi dell'Europa, riuniti in seno della Waffen SS offrirono la loro gioventù, e spesso, la loro vita (400.000 Waffen SS morirono nel corso della Seconda Guerra Mondiale...) per creare una Europa devota alla giustizia sociale, alla solidarietà, all'ordine e la grandezza. Evocare il ricordo di questo milione di cavalieri è giusto e salutare. Oggigiorno, ci si trova macchiati dalle orde di impotenti che sono rosi dall'invidia e dall'odio: effettivamente, loro che hanno fatto? Nonostante tutto, in questa 'ora migliaia di giovani ricusano la capitolazione e non accettano la discesa nelle nuove cloache di infami e di vigliacchi politici del mondo attuale. Il grande esempio del milione di giovani eroi disinteressati della Waffen SS che vive e muore per un ideale di fuoco, chissà rianimerà un giorno gli incendi che si credono spenti sotto gli oltraggi. In questa attesa, nel frattempo, Onore e gloria al maggiore esercito ideologico della storia degli uomini! Tra mille anni si continuerà a parlare di questi soldati di ferro. Dovunque un eroe, appaia, non muore mai del tutto. il suo spirito continua a marciare come una guida alla testa dei paesi. La Waffen SS, soccombendo dopo una lotta titanica, è entrata per sempre nell'immortalità.

  10. #10
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    Le leggi dell'anima
    Léon Degrelle
    Le sapienti considerazioni degli economisti, dei teorici della politica, dei conferenzieri e dei professori, saranno vane, sinchè non si sarà compreso che, se esistono leggi multiple, leggi economiche ed una scienza dello Stato, vi sono altresì delle leggi dell'anima che non si calpestano invano.

    La crisi dell'Europa è grave perché ha dilaniato la coscienza europea. Gli sforzi dei teorici avranno peso e durata solo nella misura in cui, parallelamente alle riforme politiche ed al risollevamento spirituale, si farà una resurrezione delle anime morte.

    L'Europa deve ricominciare ad imparare che vi sono beni, gioie superiori al possesso materiale e all'appetito.

    Deve ritrovare la strada della semplicità, dei profumi modesti, delle grandi virtù sovrane. (...) Il bisogno di prendere, di godere, di conservare, ha corrotto gli uomini, saccheggiato la vita familiare e sociale e finito per gettare, in orribili lotte al coltello, tutti i popoli gli uni contro gli altri.

    Lèon Degrelle. 24 marzo 1940

 

 
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