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    VINCIT OMNIA VERITAS!
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    Predefinito Arte antica e medioevale: l'ouroboros.

    I L’ Ouroboros

    È il serpente incurvato fino a formare un cerchio completo che tiene l’ estremità della coda nella bocca. Il suo nome deriva da questa particolarità; infatti in greco oura significa “coda” e boros vuol dire “divorante”, “chi divora”; da qui la parola greca ouroboros e il termine greco-latino ourovorax di cui alcuni autori si sono serviti. Gli antichi Greci presero questo emblema dagli Egiziani i quali, secondo la testimonianza di Olimpiodoro e Plutarco, lo avevano collegato alle manifestazioni siderali di cui parleremo più avanti e gli avevano conferito vari significati metafisici che sembrano essersi considerevolmente amplificati nel corso dei secoli. Dopo i Romani lo adottarono diverse sette cristiane ed eretiche, gli Gnostici, gli Ofiti, ma non sappiamo esattamente con quale siginificato. Durante l’ alto Medioevo e dopo, gli alchimisti, gli ermetisti e poi gli araldisti religiosi e nobiliari lo consecrarono sino a noi.
    II L’ Ouroboros ed il tempo

    Il significato più conosciuto che sia stato attribuito dagli Antichi all’ ouroboros è quello che lo accosta al Tempo, al tempo che soltanto con Dio non ha avuto inizio e non avrà fine, poiché altro non è che il filo con cui è tessuta l’ eternità. Anche l’ouroboros, piegato in cerchio, saldato con la pressione delle sue mascelle alle due estremità del suo corpo, fa tutt’ uno, senza soluzione di continuità; riunendo in sé l’ inizio alla fine, è entrato in possesso di ciò che è proprio alle cose eterne.
    Gli Egiziani lo collegavano al cammino celeste degli astri che regolano le nostre stagioni ed i nostri anni, divisioni che ci permettono di misurare la corsa irresistibile del tempo, o, come dice Virgilio, “la fuga irreparabile del tempo”.
    Tuttavia, sembra che il significato iniziale dell’ emblema ouroboros si riferisse soprattutto alla perpetuità ciclica, all’ineluttabile e regolare rinnovamento dei cicli la cui ininterrotta successione forma l’ eternità.
    È probabile che agli occhi degli Antichi, questi rinovamenti siano stati rappresentati con la caratteristica che i serpenti hanno di cambiare periodicamente la pelle, poiché credevano che facendo “pelle nuova”, il rettile rinnovasse anche la propria vita. Tertulliano lo spiega così: il serpente, egli dice, “cambia la pelle e l’ età che gli deriva dalla natura. Appena ha percepito la vecchiaia, si chiude in uno stretto passaggio, vi lascia una pelle rugosa mentre ne scivola fuori e, spogliato di se stesso sin dall’ entrata, non esce dalla sua caverna se non brillante e ringiovanito” La mitologia greco-romana e l’ iconografia di cui essa si servì, fecero dell’ Ouroboros l’ attributo del dio Saturno, figlio di Coelus, che rappresentava il Tempo e che i Greci chiamavano Chronos; è raffigurato con l’ immagine di un vecchio che tiene nella mano destra una falce e nell’ altra l’ouroboros, perché, nella fuga degli anni, l’ ultimo mese di ogni anno raggiunge il primo mese del successivo, così come si ricollegano la testa e la coda del serpente circolare. E grazie a questa considerazione che tale emblema si avvicina al mito di Giano, sotto il cui cranio si uniscono le due immagini del futuro e del passato, rappresentate da un profilo di adolescente e da uno vecchio. La loro perpetua unione simboleggia l’ eternità.
    Su un altro piano, alcuni filosofi come Alcmeone hanno applicato l’ emblema dell’ouroboros non soltanto alla perpetuità ciclica, ma anche a quella dell’ anima umana.
    III L’ Ouroboros e il movimento

    Il secondo significato dell’ ouroboros presso gli Antichi fu il simbolizzare il movimento e la perpetuità della forza che lo aziona, non soltanto perchè curvo in cerchio può rotolare come la ruota o come il cerchio di un bambino, ma soprattutto perché il serpente, al naturale e privo delle membra di cui sono dotati gli altri animali, si muove comunque come loro, e con tale rapidità, grazie al solo gioco interno dei suoi fianchi e delle sue placche ventrali, gioco che si traduce in una sequenza di ondulazioni laterali e propulsive. Questa potenza interiore e automotrice lo fece considerare dagli Egiziani l’ immagine del movimento cosmico, del cammino degli astri nello spazio, e di conseguenza della corsa del tempo e della successione ininterrotta delle sue fasi. Sicuramente è considerato sotto la sua forma di cerchio che Plutarco afferma che gli Egiziani paragonavano il serpente agli astri. Quando l’ Ureus sacro, la vipera Haje, si curva in cerchio sulla testa del falco di Ra o su quello di Horus, il sole levante rappresenta il ritorno di questo astro e la sua partenza diurna per la brillante carriera; ma allora la testa e la coda del rettile sacro escono fuori dalla linea del cerchio: non è più strettamente l’ ouroboros.
    Qualche vlta lo ritroviamo, malgrado lo scorrere dei secoli, su dei gnomoni relativamente recenti dove imprigiona nel suo cerchio le ore che segnano la corsa del sole. Lo vediamo su un quadrante d’ ardesia, del 1625, dove la sua voce ricorda all’uomo la poca resistenza della sua vita all’ azione del tempo misurato dalle ore: Memento quia pulvis es, “ricordati che sei polvere!”
    Oggi sembra proprio di essere autorizzati a credere che in certi ambienti del mondo antico l’ ouroboros fosse anche l’immagine del movimento del sangue nel corpo umano. Questa circolazione, che è una fuga e un ritorno, sarebbe stata conosciuta molto tempo prima da Harvey (1578-1658) che, meglio di nessun altro prima di lui, ne spiegò il meccanismo.
    IV L’ Ouroboros e il rinnovamento della vita

    Il significato più esoterico dell’ ouroboros parte da questa leggenda, cara agli Antichi, e secondo la quale “il serpente gode di una longevità senza pari, ringiovanisce invecchiando, e rinasce in se stesso nel momento in cui si completa la sua crescita e dovrebbe cominciare il suo declino”. In realtà, il suo nome indica che si nutre della sua stessa carne: Boros-oura, “divora la sua coda”; così è con la sua prorpia sostanza che il serpente, secondo la vecchia favola, si ricostituisce nella misura in cui l’usura del tempo e della vita agiscono su di lui. I contadini francesi, in certe province, assicurano che se si taglia il corpo di un serpente tra l’ estremità della coda e gli organi di funzioni vitali, la parte distrutta rispunta da sola e si ricostituisce nel suo aspetto primitivo. Non so se nei serpenti questo fatto sia reale, ma lo è indiscutibilmente nei sauri, come la lucertola dei muri. Gli Antichi hanno dunque potuto credere alla presenza, nella coda dei rettili, di un principio vitale e ricostituente che il serpente assorbirebbe e assimilerebbe, a beneficio dela longevità della sua esistenza, incidendosi l’ estremità della coda. Questo rinascere da se stesso ha fatto dell’ Ouroboros, nel mondo antico, l’ emblema della perpetuità del rinnovamento della vita, “dell’ eterno ripetersi delle cose”.
    V Il Guardiano dell’ infinito

    La filosofia e l’ emblematica di altri tempi vedevano il cerchio come l’ immagine dell’ Universo, del Cosmo infinito che racchiude in sé la Divinità e tutte le sue opere. Ora, come prima di loro i più vecchi miti del mondo avevano fatto del serpente – e del drago, che altro non è se non un serpente ibrido e mostruoso – il guardiano nato dai tesori di qualsiasi natura, così i sapienti accostarono il nome del serpente Ouroboros all’ altra parola greca ouros che indica allo stesso tempo il guardiano di un deposito, il salvatore ed il capo; essi trasposero l’ idea di infinito dall’ interno del Cerchio a quello del serpente circolare ponendo così qualsiasi in lui e sotto la sua custodia. Troviamo la persistenza di questo tema tra gli alchimisti greci del Medioevo; essa ci è provata da un manoscritto bizantino dell’ XI secolo, che oggi si trova a San Marco a Venezia, in cui, nel capitolo sulla Chrysopea di Cleopatra, è rappresentato il cerchio irregolare e ingenuamente tracciato dell’ Ouroboros con l’iscrizione En to pan, “Il Tutto in Uno”.
    E ciò concorda con quello che Olimpiodoro dice degli antichi gerogrammati egiziani i quali, volendo “rappresentare l’ universo sui monumenti o esprimerlo in caratteri sacri, hanno inciso il serpente ouroboros”.
    Così come le anfisbene, questi ouroboros alchemici sono metà neri e metà bianchi.
    VI L’ Ouroboros nei primi tempi del cristianesimo

    Caricato sin dalle età lontane dei signifiati di cui abbiamo enumerato i principali, l’ Ouroboros divenne immediatamente la preda dei primi eretici conosciuti in seno alla Chiesa cristiana; gli attribuirono ancora vari significati, molti dei quali nettamente in contrasto con i dogmi cristiani.
    Soprattutto gli Gnostici usarono il simbolo dell’ Ouroboros: lo si trova su numerosi abraxas che essi ci hanno lasciato, associati a lettere o segni che dei sapienti autori quali Chiffet, Capello, Gori, hanno tradotto così: il Violento - Pensiero - Dio - Cerchio - Prudente - Maladetto - Lo ha eccitato - Io sono - Desiderio - La Corona - Mai - Mio Re - La mia Forza - Sole- Fort-Michel - Immagine di Dio… tutte queste espressioni enigmatiche non ci rivelano assolutamente il significato dell’ ouroboros tanto spesso rappresentato dagli Gnostici. Sappiamo soltanto che essi gli conservarono il significato di emblema del ciclo annuale, del movimento e del rinnovamento della sostanza in un senso panteistico che la dottrina cristiana disapprovava.
    Nella Pistis Sophia, opera alessandrina generalmente attribuita agli Gnostici valentiniani, ma che alcuni considerano l’ opera degli Ofiti, il corpo del serpente misterioso è diviso in dodici parti, in dodici “eoni” corrispondenti ai dodici mesi del ciclo annuale.
    La presenza all’ interno dell’ ouroboros di emblemi primitivi e indiscussi del Cristo, ha portato a credere che il serpente-cerchio fu presso gli Gnostici uno dei simboli di Gesù Cristo. È possibile, ma assolutamente nulla ce lo prova. Ecco, ad esempio, l’ Ouroboros inciso su pietra che Bernard Picard attribuisce agli Gnostici Baslidiani: vi vediamo la stella monogrammatica del Cristo, formata dalla sovrapposizione dello iota, I, IESUS, e del chi, X, XRISTOS, e questo monogramma è coricato; ma gli altri caratteri restano per noi enigmatici.
    Sembra più sicuro che gli Gnostici, con Olimpiodoro e gli Antichi, abbiano visto nell’ ouroboros l’ immagine dell’Agatodemone, il buon genio che aiuta e che salva; e forse è per tale motivo che l’ accostarono al Salvatore degli uomini. Il grand’ uso che questi eretici fecero della sua immagine impedì ai simbolisti ortodossi dei primi tempi del cristanesimo di utilizzare la sua rappresentazione nell’ arte decorativa delle catacombe, e se apparve più tardi nell’ iconografia cristiana, non vi si generalizzò mai.
    VII L’ Ouroboros presso gli Alchimisti

    Ai tempi dei primi imperatori romani, lo Stato da una parte e la Chiesa nascente dall’ altra, disapprovarono le pratiche di coloro che si dedicavano all’ esercizio delle scienze occulte; e in questa comune disapprovazione furono inglobati coloro che ricercavano troppo misteriosamente i segreti dei fenomeni naturali. Tiberio bandì dall’ Italia “i maghi ed i matematici”; Claudio e Vitellio rinnovarono gli editti che li proscrivevano insieme agli astrologi e agli stregoni. Da parte sua, facendosi eco dei pontefici cristiani, Tertulliano protestava contro coloro che cercavano di comprendere e di spiegare gli enigmi del Libro di Enoch, opera ebraica dal tono apocalittico, composta verso il II secolo a.C., rimproverando loro, soprattutto, di tradire i segreti dell’ oro, dell' argento; di cercare gli incantesimi dei metalli, le proprietà magiche delle pietre preziose, le virtù misteriose delle piante, le magie, ecc.
    Così bistrattati da tutte le parti, gli adepti di queste ricerche nascosero il loro lavoro sotto formule misteriose e sotto antichi simboli ai quali adattarono dei significati di cui conservarono gelosamente la chiave. Il principale di questi emblemi fu l’Ouroboros.
    Le origini dell’ Alchimia, che si ricollegò più particolarmente allo studio misterioso dei metalli e delle pietre meravigliose, sono state ammirevolmente studiate dallo studioso Marcellin Berthelot; egli dice che, considerato nella sua accezione generale e nell’ Alchimia, “il serpente circolare er il guardiano del tempio della Conoscenza e soltanto chi l’ avesse vinto poteva superare la soglia del luogo sacro”. Attribuendo all’ ouroboros il ruolo di “guardiano” della loro scienza nascosta, gli Alchimisti facevano nuovamente l’ accostamento, segnalato prima, fra il nome di questo emblema e la parola greca ouros, presa nel senso di “guardiano”. Molto probabilmente è di qui che proviene la forma dell’ ouroboros utilizzata in Francia per numerosi battiporta o battenti, forgiati o fusi, nel XVI secolo e soprattutto nel XIX. Parlando degli stemmi dei Wartenbergue di Germania circondati da un ouroboros dragonato, nel XVII secolo De la Colombiere scriveva: “Questo dev’ essere chiamato piuttosto un Guardiano e non un supporto”. In ciò l’ Araldica era quindi d’ accordo con la più antica tradizione.
    Praticamente, nelle teorie alchimiste l’ ouroboros fu il geroglifico “della dissoluzione dei corpi grazie alla fermentazione”. Fu anche l’ emblema dell’ elemento attivo e dell’ elemento passivo rappresentati l’ uno dalla coda e l’ altro dalla bocca del rettile, la prima fornendo alla seconda, come nel tema antico, la sostanza ricostituente. Forse è nell’ ambiente ermetico che fu fatto inizialmente un accostamento d’ ordine emblematico tra l’ ouroboros e l’ Elisir di lunga vita. Su un altro piano, il serpente circolare fu anche l’ immagine dell’ eterna Sapienza e della perpetuità della sua azioe nel mondo.
    La Kabala considera il serpente Nahash, il serpente tentatore dell’ Eden, “il simbolo dell’Egoismo primordiale”; ma l’ouroboros rappresenta ancora meglio questa misteriosa attrazione di sé verso sé, dato che la parte più estrema del suo corpo non si allontana dall’ inizio se non per ritornarvi in tragitto circolare e fissarvisi: non esce da se stesso.
    I moderni occultisti considerano l’ ouroboros anche il segno del “pieno” e del “vuoto”; del resto è per tale motivo che fu sempre ricollegato al simbolismo ermetico degli organi generatori dell’ uomo e della donna.
    VIII L’ Ouroboros e l’ emblematica cristiana

    Gli autori del Medioevo hanno parlato dell’ ouroboros soltanto in modo assolutamente essoterico; quelli che tra loro, come Alberto Magno, si occuparono di Alchimia, furono certamente informati, ma tennero per sé ciò che sapevano. Nel XIII secolo il vescovo di Mende, Guillelme Durand, ci dice soltanto che “prima dell’ invenzione delle lettere, presso gli Egiziani si segnava, si disegnava l’ anno nel modo seguente: rappresentavano un drago che mordeva la propria coda, perché l’ anno si curva e ritorna su se stesso. Ed è così che alcuni lo rappresentano ancora”.
    Sicuramente in molti di questi gruppi spirituali, più o meno ermetici, che si formavano un po’ ovunque nel Medioevo, la si sapeva più lunga, ma le loro tracce e soprattutto le testimonianze del loro genere di spiritualità, di ascetismo, i loro metodi di pietà, le loro particolari devozioni sono diventate molto rare. Nondimeno nei documenti come quelli del monastero dei Carmelitani di Loudun ed i quaderni dell’ Estoile Internelle, gli uni e gli altri del XV secolo, provano che si aveva allora una profonda conoscenza, quasi scomparsa oggi, dei vecchi simboli tradizionali tanto pieni di buon nutrimento spirituale, e che li si interpretava il più delle volte in gruppi chiusi, forse, ma in modo perfettamente ortodosso.
    Nei suddetti quaderni dell’ Estoile Internelle, l’ ouroboros include il monogramma gotico del nome IHesuS, ridotto alle sole consonanti IHS, e al di sopra del nome sacro si ergono le tre croci del Golgota. Il serpente chiuso si presenta qui con il suo vecchio significato di emblema di perpetuità. Della perpetua efficacia del sacrificio redentore che evoca sia il nome della Vittima divina e sia l’ immagine del patibolo salvatore che fu lo strumento del sacrificio. A titolo di attributo, l’ ouroboros aggiunge qui, al ricordo dela Redenzione, l’ affermazione dell’ eterna perpetuità dei suoi effetti. Si tratta dell’ evocazione del Redentore che ha salvato, che salva e che salverà tutte le anime di buona volontà, del Redentore “che era ieri, che è oggi, che sarà in tutti i secoli”, Christus heri, et hodie, ipse et in secula”.
    Nel XVI secolo l’ ouroboros rappresentò qualche volta la perpetuità della vita futura, e senza dubbio è proprio in questo significato che Giovanni Juste lo scolpì due volte sulla bellisima tomba di marmo dell’ Ammiraglio Gouffier de Bonnivet nella collegiale di Oiron.
    In quello stesso secolo Jehan Frellon, prendendo il serpente come emblema della Terra, lo piegò in cornice ovale dentro alla quale collocò il calabrone ed il granchio come immagini dell’ Aria e dell’ Acqua, riunendo così le figure dei tre ambienti degli esseri viventi del mondo.
    In un ex-libris ermetico – e non massonico – del XVII secolo, l’ ouroboros incornicia sul tronco dell’ Albero della Vita l’immagine del Pellicano che resuscita i suoi piccoli tramite l’ abluzione del suo sangue che sembra proprio essere l’emblema del Salvatore; e il serpente circolare testimonia e afferma che la sua misericordiosa compassione continuerà sempre.
    Su di un pannello di legno dipinto, del XVIII secolo, l’ Ouroboros cinge la testa della fenice circondata dal segno alchemico dello zolfo. Qui i due emblemi, il rettile e l’uccello mitilogico, hanno essi stessi, e nel loro lontano passato, due privilegi molto vicii l’ uno all’ altro: l’ uno rinnova la sua vita con la sua stessa sostanza e l’ altro rinasce dalle sue ceneri; tutti e due sono dei perpetuamente vivi. Anche il Cristo lo è, in quanto autore della sua personale resurrezione, e da allora, dice san Paolo, “il Cristo, resuscitato dai morti, non muore più”.
    Si è realizzato il disegno del monogramma di Gesù Cristo posto all’ interno dell’ ouroboros come il “simbolo del suo eterno dominio”. In realtà il monogramma sacro in questa composizione gioca il ruolo del mozzo e dei raggi di una ruota, in cui l’Ouroboros sostituisce i cerchioni, sotto i quali si realizza la corsa della ruota: avremmo dunque qui più esattamente l’emblema della perpetuità dell’ azione di Cristo nel tempo, con le due idee comuni all’ ouroboros e alla ruota, perpetuità e movimento, in cui quest’ ultimo equivale qui all’ azione.
    L’ arte del gioiello qualche volta si è servita dell’ immagine dell’ ouroboros. Un braccialetto da bambino, di questo modello, fatto di maglie metalliche gialle e marroni, è stato ritrovato tempo fa in una necropoli franca di Vaillt (Aisne). Mi ricordo anche di uno spillone da corpetto in argento, del XVIII secolo; e anche di un bell’ anello portato da Paul Amigues di Toosa. Spillone e anello volevno forse simboleggiare la perpetuità dovuta alla fedeltà coniugale.
    Anche nel blasone religioso e nobiliare l’ ouroboros rappresenta quasi sempre un’ idea di continuità perpetua. Gli stemmi di Mons. De Chamon, vescovo di Saint.Claude dal 1832 al 1851 (che forse sono quelli della sua famiglia), recano “in campo azzurro l’ ancora nautica attraversata da una freccia ad asta sulla trangla, circondata da un ouroboros, il tutto in argento”. Queste armi esprimono un’ invincibile ed eterna speranza della Grazia dall’ Alto, tanto spesso raffigurata nella Simbolica cristiana dala freccia che scende dal cielo lanciata dalla mano divina.
    Nel 1914 a Coutances, su di un cofano del XVII secolo, decorato con seggetti religiosi dipinti, ho rilevato un ouroboros il cui cerchio è attraversato da una freccia verticale che cade dal cielo: si tratta ancora della grazia divina e della sua perpetua discesa sul nostro mondo?
    Durante la Rivoluzione Francese. L’ ouroboros qualche volta è apparso assieme agli attributi che hanno glorificato le nuove idee. Esso sembra rappresentare semplicemente la perpeuità dei “principi immortali”, senza che alcuna idea di ciclo o di fase abbia giustificato il suo impiego.
    IX L’emblema trinitario

    Mi sembra che si possa vedere un sicuro simbolo della Trinità nei tre ouroboros che qualche volta si trovano allacciati, ed i cui cerchi si compenetrano secondo il piano di quello che in Simbolica viene chiamato lo Scutum fidei.
    Antica immagine della perpetua durata, l’ ouroboros così triplicato in un unico insieme conviene infatti, più che tre cerchi semplici, a raffigurare questi tre Eterni distinti che fanno un unico Essere. L’ esempio che riproduco qui, una pittura italiana, mi è stato fornito dal Padre Leon di Lione, conservatore del Museo Francescano di Roma (1926).
    Benchè i serpenti circolari non vi si inreccino, non ci sarebbe nulla di sorprendente nel ritenere che lo stesso simbolismo trinitario sia stato presente nella composizione degli stemmi dei de Lauzon del Poitou, che sono: d’ azzurro a tre serpenti d’argento che mordono la loro coda, posati due e uno.
    X L’ Ouroboros, emblema dell’ iniziato

    Nel Medioevo, tutta la vita sociale fu stabilita su scale ascendenti per gradi talvolta discretamente velati: la Cavalleria, gli Ordini monastici, le Corporazioni artigiane, le Confraternite di tutti i generi, le Università, anche il vagabondaggio furono costituiti sugli identici modelli che i tempi più antichi avevano indicato ai loro fondatori. Lo stesso Sacerdozio non è forse arrivato dalla culla delle Chiesa con i suoi Ordini minori ed i suoio Ordini maggiori che sfociano nell’ Episcopato, termine finale del sacramento dell’ Ordine?
    Prima del XIII secolo l’ ermetismo fece dell’ ouroboros, con una opportunità forse contestabile, l’ emblema degli stadi successivi che sfociano nella dignità episcopale, vale a dire nella compiutezza del sacerdozio. Ciò che gli autori ecclesiastici di allora non ci dicono a questo proposito, lo troviamo in un manoscritto alchemico: “Il prete, innanzi tutto uomo di bronzo, ha cambiato colore e natura – diventando prete – ed è diventato uomo d’ argento; poco tempo dopo, se vuoi, lo troverai cambiato in uomo d’ oro”.
    D’ altra parte negli stessi ambienti l’ ouroboros fu il Simbolo delle rivelazioni successive della Scienza, della Conoscenza riservata all’ Elite, e del silenzio che si impone all’ iniziato, dato che, ripiegandosi misteriosamente in cerchio chiuso, l’ouroboros si chiude da solo e con se stesso la bocca. E’ probabilmente in questo senso che nel XVII secolo il celebre stampatore ed editore Sebastien Mable-Cramoisy, erede forse dei suoi grandi confratelli dell’ Agla, circondò in modo magnifico con l’ ouroboros il suo marchio commerciale.
    Vedendo nell’ ouroboros soltanto “il simbolo della grande iniziazione satanica”, Ch. Micouleau ebbe veramente una vista corta, dato che esso fu il simbolo di tutte le inziazioni conducenti per progressione a delle tappe successive. Notiamo che l’ouroboros non appare negli arredi liturgici di una cerimonia satanica descritta recentemente da Louatron, in un opuscolo abbastanza enigmatico.
    De Gassicourt e du Roure de Paulin ci dicono che la Massoneria spesso rappresenta l’ Ouroboros con la testa china. Con questo, non so che cosa essa voglia esprimere a coloro che hanno la chiave dei suoi segreti, ma, di solito, il rovesciamento degli emblemi è sfavorevole al soggetto rappresentato dall’ emblema rovesciato.
    XI L’ Ouroboros, emblema del giudaismo attuale

    La Revue Internationale des Societe secretes sottolinea che i protocolli di Sion fanno dell’ Ouroboros l’ emblema dei progetti di dominazione europea da parte delle alte sfere israelite. In effetti vi si dice: “ancora una breve distanza da superare, e il cerchio del serpente simbolico – il segno del nostro popolo – sarà completo. Quando questo cerchio sarà chiuso, circonderà tutti gli Stati dell’Europa come delle catene indistruttibili”.
    Bisogna aggiungere che l’ autenticità dei Protocolli di Sion non sembra essere indiscutibile e che alcune personalità cattoliche la contestano. Ma l’ ouroboros e il “sigillo di Salomone”, che furono e restano emblemi certi del Redentore, sono stati troppo presentati come simboli essenzialmete ebraici per non parlare di questa interpretazione applicata all’ ouroboros.

    "In girum imus nocte et consumimur igni"

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    "The Serpent Ouroboros" from ancient Egypt


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    Papyrus of Dama Heroub Egypt, 21st Dynasty


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    Seven-segmented Aztec Ouroboros


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    Ouroboros in chiave contemporanea.

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