S' iscrisse ad An 20 anni prima che nascesse
Marcello Veneziani, Il Giornale, 9 febbraio 1999
Pinuccio Tatarella aveva molti nei, eccetto uno: non è mai stato neofascista. Si iscrisse ad Alleanza Nazionale vent’anni prima che la fondassero. E, infatti, a fondarla fu soprattutto lui e successivamente a lui, su suo invito, si iscrisse anche il leader Fini. Entrò praticamente da bambino nel Msi ma non ho mai sentito da lui una parola vera che odorasse di fascismo. E’ stato il vero estintore della fiamma missina. Del fascismo gli mancava sia lo spirito rivoluzionario che la passione per l’ordine. Gli mancavano l’ardimento e la retorica. Era populista, si, e in questo somigliava un po’ al suo compaesano e omonimo Peppino Di Vittorio, a cui si opponeva omeopaticamente. Era tribunizio ai tempi della fiamma, gridava nelle piazze ed era frequentemente descamisado, anche perché le giacche se le infrittellava con facilità impressionante. Ma non sognava le rivoluzioni, detestava le ideologie e non amava le passioni ideali; ma dall’altra parte non amava nemmeno l’ordine e la compostezza e si vedeva a occhio nudo. Insomma non era nemmeno un conservatore. Era un fantasista di destra, ondeggiante tra cinismo e passionalità.
Si trovò all’estrema destra per temperamento sanguigno e voglia di gridare l’anticomunismo in una terra dominata dai comunisti in versione cafona. Ha del prodigioso la sua impermeabilità al fascismo nel partito dei camerati; persino quando ci fu la scissione del Msi e mezzo partito uscì per fondare Democrazia nazionale, che poi era la realizzazione del suo progetto, lui rimase col Msi. Per fiuto, per calcolo e per affinità umana. E poi tra i demonazionali c’era il suo «nemico» Ernesto De Marzio, che gli precludeva gli spazi a Bari. Così preferì restare con Almirante; capì che la gente sarebbe rimasta con il Msi, più che con i moderati. Ma negli anni di piombo e nei cupi reliquiari delle sezioni missine, lui portava una nota turbolenta d’allegria.
Tatarella fu il primo a capire che Fini leader avrebbe funzionato: infatti lo sostenne prima che Almirante lo indicasse come suo successore. Una volta Tatarella mi spiegò: Fini ha il vantaggio di essere giovane e culturalmente neutro; quindi lo si poteva spendere tanto per una svolta moderata, quanto per una svolta radicale, tanto per un’alleanza con la Dc e i laici che per un’alleanza con le sinistre contro la Dc. Perché Tatarella sin dal ghetto pensava alle alleanze e le praticava. A Bari bazzicava Formica e trescava perfino con D’Alema, quando era segretario del Pci in Puglia. In consiglio regionale e comunale, a Bari, trafficava e contava come uno di maggioranza. Nonostante la fiamma, lui era già al governo o nei paraggi.
Lo dovevate vedere a bari o a Rosa marina, a Pinuccio Tatarella. Nel suo habitat naturale dava il meglio di sé, che poi coincideva con il peggio. Sultaneggiava, prendeva sotto braccio potenti e pezzenti, rubava cose da mangiare di casa in casa, e di recente s’addormentava in piena conversazione. L’abuso di potere era la sua libidine. Poi seguivano le donne e i fichi d’India. E i sospiri di Bisceglie che mangiava in quantità industriali: ingoiò davanti a me una guantiera di otto paste destinata a un gruppo di commensali. Una volta venne a fare un comizio in provincia rubando una lambretta. Di aneddotica su Tatarella se ne racconta a pacchi: scherzi atroci, esibizioni impensabili, goliardate e perfino maialate. Tiranneggiava gli amici perché era molto possessivo, costringeva i ristoratori a dargli da mangiare fuori orario, telefonava in piena notte, organizzava sequestri di persone per giornate intere, s’ingaglioffava nel gioco delle carte. Palazzo Chigi lo rovinò definitivamente.
Ha seminato scie d’odio e di affetto, mai di equilibrata considerazione. Nutriva diffidenza per gli intellettuali ma anche rispettosa invidia, a cominciare dall’intellettuale che aveva in casa, Angela, sua moglie. Negli ultimi tempi si era incattivito e i suoi antichi difetti si erano fatti più feroci; ma stava combattendo con una brutta bestia che la sua abilità politica non poteva imbrigliare. Faceva l’assessore alla cultura a Bari, ma l’avrei visto meglio come governatore d’Albania. Condividevo poco le sue scelte e i suoi comportamenti (far del male ma volersi bene rientrava nel suo codice). Però c’era con lui un feeling antico e tribale, etnico ma non etico. M’impugliesivo con lui, anche nella cadenza. Perché Pinuccio mi ricordava i miei quindici anni nel fronte della gioventù, i volantini per i suoi comizi stampati a mano su di un torchio che comprai coi miei risparmi e che Tatarella poi scippò dalla sezione quando io lasciai a diciassette anni la politica. Pinuccio mi ricordava l'origine pugliese, le nostre terre, i comuni amici e conterronei. E pensare che l’ultima volta, per ragioni polemiche, ci siamo scritti. Gli replicai che preferivo coltivare la nostra amicizia in ambiti extra politici. Lo confermo. Ma mi dispiace che a questa mia dichiarazione non segua più la sua amichevole aggressione.
Ingegno vivace, furbizia arabo-levantina, più lungimirante di tanti suoi colleghi, Tatarella pensava di andare oltre il Polo. Invece se ne è andato lui, lasciando il film della destra, di cui era regista, tra il primo e il secondo tempo. Non si notava la sua presenza, ma si avvertirà la sua assenza.




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