sul forum deli etnofederalisti, ho trovato quest'articolo di carlo pelanda publicato sulla padania, per chi non lo ricordasse, carlo pelanda, è il giornalista di origine ebraica, che tentò di prendere a schiaffi adel smith, perché aveva definito il crocefisso l'immagine di un cadavere sopra una croce, e negato l'olocausto e la legittimità di israele, adel smith si difese da quello schiaffo avendo la meglio dal punto di vista fisico, canale cinque seguito dagli altri media di regime, parlarono di aggresione fisica da parte di adel smith, che in realtà al massimo era imputabile di eccesso di leggttima difesa, ed in segguito tutti i vari moralisti, che adesso invocano la libertà di espressione per difendere le vignette danesi, giustificarono il pestaggio fatto qualche giorno dopo dai forzanuovisti ad adel smith, per punirlo del suo comportamento blasfemo, per avere chiesto la rimozione dei crocefissi nei luoghi publici ed essersi difeso dall'aggressione di pelanda.
Adesso lo stesso pelanda, che pochi anni fa, si scandalizava per le espressioni della proprie opinioni da parte di adel smith, adesso vorrebbe fare in Iran le stesse provocazioni, che criticava ad adel smith solo in questo caso rivolte contro gli islamici
ANDIAMO A TEHERAN A PORTARE LE VIGNETTE AGLI AYATOLLAH
Caro Direttore,
piace fare i complimenti al coraggio. Ma non per estetica della guerra. Quello dello scontro di civiltà non è un conflitto che noi possiamo decidere o meno di combattere. È una guerra che una parte della società islamica ha già acceso contro di noi.
Pertanto quello che noi dobbiamo decidere è non se fare o non fare la guerra, ma come farla.
Ed è una decisione tra realismo pragmatico (tattico) e realismo etico (strategico). Il primo consiglierebbe di far finta che la guerra non ci sia ed usare atteggiamenti accomodanti sperando di calmare le acque. Il secondo prescrive di prendere un rischio subito per evitarne uno peggiore nel futuro.
Dimostrarsi forti, cioè, e contrattaccare. Poiché nel conflitto in corso i simboli sono armi a tutti gli effetti, tale scelta è tra difendere e diffondere i nostri simboli con forza oppure metterli in ritirata. E chi scrive per il pubblico è soldato di prima linea.
Ritirarsi, soprattutto agli occhi della dottrina strategica islamica, significa mostrare una debolezza che eccita il nemico e lo rende più aggressivo. Non è conveniente sul piano del realismo, in questo caso, la debolezza. La scelta di forza, quindi, non è un’opzione, ma l’unica alternativa razionale che abbiamo.
Chi ha pubblicato le vignette oggetto di fatwa per segnalare che gli europei e gli occidentali non si lasceranno intimidire ha capito questo punto sostanziale e, a mio umile avviso, merita plauso. Ma anche per qualcosa di più. Ci sono nell’area islamica sia araba sia iraniani, nuclei robusti di popolazione che lottano contro il fondamentalismo. E le posso riferire la mail di un mio ex studente iraniano: «Pubblicate quelle dannate vignette, paracadutatele qui, affinché chi di noi lotta contro l’oscurità sappia che non è solo, che di là del mare c’è la luce e che qualcuno la tiene accesa».
Parole poetiche di un intellettuale islamico (ci crede) educato in Occidente e che tornato a casa non può resistere all’impulso morale di combattere per la libertà. Anche lui e quelli come lui sono nel nostro perimetro di difesa, gente che dobbiamo aiutare ad essere libera.
Cosa facciamo, Direttore? Mi sembra Lei le palle le abbia, credo che a me non manchino. Andiamo insieme a Teheran a portare le vignette agli Ayatollah, aggiungendone una, con una copia del suo giornale per l’occasione scritta in Parsi, che li rappresenta come pinguini? Andiamo travestiti da pinguini prendendoli per il culo davanti a tutto il mondo? Concorso di idee, divertiamoci, lottiamo, vinciamo.
di CARLO PELANDA
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[Data pubblicazione: 04/02/2006]




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