: non sto con Ahmadinejad sull' Olocausto dice solo assurdità
Lo storico negazionista, a processo il 20 febbraio: «Ma contesto le cifre sul numero di lager e di vittime»
dal Carcere
DAL NOSTRO INVIATO VIENNA - Con Mahmoud Ahmadinejad sostiene di «non aver nulla a che spartire». Giura di «non condividere assolutamente le assurdità» dette dal presidente iraniano, ultimo e più celebre arruolato nella truppa dei negazionisti dell' Olocausto. Una defezione importante, a volergli credere, quella di David Irving, lo storico inglese che sul disconoscimento della Shoah ha costruito la propria fama. Ma un ripensamento che difficilmente gli risparmierà la punizione della magistratura austriaca, il 20 febbraio prossimo, quando dovrà giudicarlo. Dallo scorso novembre Irving è ospite delle galere asburgiche, arrestato mentre si recava a Graz su invito della Bürgerschaft Olympia, associazione giovanile con spiccate simpatie neonaziste. E' accusato di violazione della Verbotsgesetz, la legge costituzionale che in Austria prevede fino a 20 anni di carcere per chi nega l' Olocausto o fa l' apologia del nazismo. Il 27 gennaio il Tribunale regionale ha respinto nuovamente un' istanza di scarcerazione, la terza, questa volta citando a motivo non più il rischio della reiterazione del reato, come in quelle precedenti, ma il pericolo di fuga. «Non lo farebbe mai - spiega il suo avvocato, Helmar Kresbach -, è in gioco la sua reputazione. Ma la decisione non mi sorprende. A tre settimane dal processo, era prevedibile». E' stato tramite Kresbach, che David Irving ha accettato di rispondere alle domande sottopostegli dal Corriere. Professor Irving, Lei è in carcere per aver negato l' Olocausto in alcuni discorsi fatti in Austria sedici anni fa. E' vero che nel frattempo ha cambiato opinione? «Sedici anni sono un tempo molto lungo, a parte il fatto che nel mio Paese quelle opinioni non sono reato. E io ho rivisto molte delle cose che dicevo allora. Non nego più l' Olocausto, lo sterminio degli ebrei da parte dei nazisti avvenne. Negli anni Novanta ho avuto accesso agli ex archivi sovietici a Mosca, ho potuto visionare una vasta documentazione su Auschwitz e gli altri campi di sterminio. In un archivio britannico ho anche trovato gli atti del processo a Kurt Aumeier, numero due nel complesso di Birkenau, che basterebbero da soli a confermare i massacri. Ma io su quei documenti ho scritto articoli e saggi negli anni Novanta e se l' ho fatto non possono definirmi un negazionista. Di più, ho fatto un quadro molto preciso e dettagliato della Shoah nel secondo volume della mia bibliografia su Churchill e nel libro sul processo di Norimberga, dove ho citato la testimonianza fondamentale di un interprete». Dunque si può dire che Lei non metta più in discussione lo sterminio degli ebrei. «L' unica discussione possibile è sul numero delle vittime e sui lager. Tutti parlano sempre e solo di Auschwitz, mentre ci furono altri campi dove le uccisioni di massa ebbero dimensioni simili. Io contesto le cifre: nel Dopoguerra si parlò addirittura di tre milioni di ebrei assassinati ad Auschwitz, ora si è scesi a 1,5 milioni. E' dovere degli storici cercare di essere il più precisi possibile». Conviene però che molte delle sue affermazioni si prestano o si prestavano a una certa ambiguità? «Diciamo che possono essere state capite o interpretate in modo differente. Ma alcune di queste erano sbagliate e poi sono spesso state citate fuori contesto. Io sono stufo di sentir dire da alcuni: ecco, Irving è dalla nostra parte». Ma lei sapeva bene che gli inviti a parlare in Austria venivano sempre da società neonaziste, come l' Olympia. «Non conosco il background di tutti coloro che mi invitano a una conferenza, non sono esperto della politica austriaca». E i volantini con scritto «Heil Irving» che annunciavano un suo discorso come «la verità sul Terzo Reich»? «Non li ho mai visti, quando l' avvocato Kresbach me li ha mostrati ero disgustato». Lei si sente un perseguitato? «Dal punto di vista della libertà di espressione nel senso anglosassone del termine, sì». Lo sa che molti intellettuali, compresi quelli che l' hanno attaccata, criticano il suo arresto? «Sì e sono contento. Il nocciolo della questione è questo: si può arrestare e condannare uno per le sue opinioni?». Cosa si aspetta dal processo? «Equilibrio e obiettività da parte dei giudici. Sono un cittadino britannico accusato per opinioni espresse sedici anni fa, che non costituiscono reato nel mio Paese e che nel frattempo ho riconosciuto errate e modificato in modo sostanziale, anche grazie a nuove ricerche e documentazioni che ho visionato. Mi si può condannare per questo?»
Paolo Valentino
http://archivio.corriere.it/archivio/buildresults.jsp
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