Fonte: centrostudifederici.org
Raccontando il Giornalismo al servizio del potere e cose per come non
stanno
Robert Fis, Los Angeles Times
Definiamo un'occupazione per quello che è realmente, chiamiamo "un muro" un muro. E raccontiamo la realtà della guerra per quello che rappresenta: il fallimento dello spirito umano
Realizzai per la prima volta delle enormi pressioni sui giornalisti americani in Medio Oriente quando alcuni fa andai a salutarvi un collega del Boston Globe. Espressi il mio rammarico che egli stesse per lasciare un luogo in cui gli riusciva bene il proprio lavoro. Potevo risparmiare i miei dispiaceri per qualcun'altro, disse. Uno degli aspetti positivi del suo abbandono fu che non avrebbe dovuto più alterare la verità delle cose per compiacere i fragorosi lettori del giornale per cui lavorava.
"Una volta avrei definito il partito politico israeliano Likud un partito di destra", dice. "Recentemente però, i miei caporedattori mi hanno detto di non ricorrere a questa espressione. Molti dei nostri lettori avrebbero obiettato". "E ora?", chiesi. "Non parliamo più di 'partito di destra' punto e basta".
Oops. Venni a sapere insomma che questi "lettori" erano visti al suo giornale come amici di Israele, ma venni a sapere anche che il Likud sotto Benjamin Netanyahu era un partito di destra come non lo era mai stato prima.
Questa è solo la punta dell'iceberg semantico che si è scagliato contro il giornalismo statunitense in Medio Oriente. Gli illegali insediamenti israeliani e gli israeliani in terra araba sono chiaramente "colonie", ed è così che li abbiamo chiamati. Non riesco a ricordare il momento esatto in cui abbiamo iniziato a chiamarli "insediamenti". Ma riesco a ricordare quando più o meno due anni fa il termine "insediamenti" venne sostituito da quello "quartiere israeliano" – o, in alcuni casi, "avamposti".
Similarmente, la terra palestinese "occupata" è stata definita da molti reporter come la "disputa palestinese" – proprio dopo che l'allora Segretario di Stato Usa Colin Powell, nel 2001, istruì le ambasciate Usa in Medio Oriente a riferirsi alla West Bank come ad un territorio "in disputa" piuttosto che come ad un territorio "occupato".
Poi fu la volta del "muro", l'imponente ostruzione il cui scopo, secondo le autorità israeliane, sarebbe stato quello di prevenire gli attacchi suicidi palestinesi agli innocenti cittadini israeliani. In questo, sembra sia stato un successo. Ma questo muro non segue il confine d'Israele del 1967, finendo per erigersi marcatamente in terra araba. Troppo spesso in questi giorni i giornalisti lo chiamano "recinto" invece che "muro". Oppure "barriera di sicurezza", la definizione che Israele preferisce. Per alcune delle sue parti – ci è stato detto – non è affatto un muro, nonostante quella tangibile diavoleria di acciaio che percorre Gerusalemme Est talvolta diventi persino più alta del vecchio muro di Berlino.
L'effetto semantico di questo oscuramento mediatico è evidente. Se la Palestina non è una terra occupata ma è parte di una mera disputa legale che potrebbe risolversi nelle aule dei tribunali o nei dibattiti da salotto, allora il bambino palestinese che vediamo scagliare una pietra contro il soldato israeliano diventa un particolare insensato.
Se le colonie ebree costruite illegalmente sul territorio arabo fossero semplicemente amichevoli "quartieri", allora per ogni attacco palestinese si dovrebbe evidentemente parlare di attacco suicida criminale. E senz'altro non ci sarebbe ragione di protestare per un "muro" o per un "recinto di sicurezza" – espressioni che evocherebbero l'idea di uno steccato intorno a un giardino o l'entrata di un complesso residenziale privato.
Per i palestinesi contrari a tutto questo si dovrebbe di conseguenza parlare di gente maligna e feroce. Con il nostro linguaggio, noi automaticamente li condanniamo.
Seguiamo queste regole non scritte ovunque nella regione. I giornalisti americani hanno preso a fare proprie le parole degli ufficiali dell'esercito nei primi giorni della guerriglia irachena, riferendosi a coloro che attaccavano le truppe Usa come a "ribelli", "terroristi", o "irriducibili" del vecchio regime. Il linguaggio del secondo consigliere regionale Usa in Iraq, L.Paul Bremer III, è stato diligentemente – e grottescamente – ripreso dai reporter.
La TV americana, nel frattempo, continua a presentare la guerra come un recinto da gioco per bambini in cui gli orrori del conflitto – i corpi mutilati delle vittime a causa dei bombardamenti aerei del deserto – vengono lasciati fuori dallo schermo. I direttori dei giornali di New York e di Londra assicurano che i propri lettori più "sensibili" non soffrano troppo, e che noi non indulgiamo troppo nella "pornografia" di morte – come è esattamente la guerra – o nel "disonore" verso coloro che abbiamo appena ucciso.
I nostri video moralisti rendono la guerra più semplice da sostenere, i nostri giornalisti sono corresponsabili nel rendere le guerre dei governi e le morti che provocano più accettabili agli spettatori. Il giornalismo televisivo è diventato un attributo della guerra.
Tornando ai giorni passati, noi credevamo – oppure no? – che il giornalismo dovessere raccontare "le cose per come erano". Provate a leggere qualcosa del grande giornalismo della Seconda Guerra Mondiale e capirete che cosa sto dicendo. Gli Ed Murrows e i Richard Dimblebys, gli Howard K. Smiths e gli Alan Moorheads non mitigavano le proprie espressioni, non falsavano la realtà per accontentare le preferenze dei lettori e degli spettatori.
Quindi, chiamiamo una colonia una colonia, definiamo un'occupazione per quello che è realmente, chiamiamo un muro un muro. E magari raccontiamo la realtà della guerra per quello che rappresenta. Non in termini di vittoria o sconfitta, ma in termini del fallimento più totale della dignità dello spirito umano.
(Fonte: http://www.latimes.com/news/opinion/...ary/la-oe-fisk,
tradotto da Luca Donigaglia per Nuovi Mondi Media)




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