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  1. #1
    Obama for president
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    Predefinito un mio contributo per una discussione sulla legge moratti

    Nel 2003 cadeva la riforma della scuola media unitaria, non poteva capitare in un momento peggiore contemporaneamente il governo presentava in parlamento il progetto di legge delega moratti, un compleanno caduto male nonostante le affermazioni roboanti di berlusconi:” dopo 34 tentativi falliti siamo riusciti a riformare la scuola.

    Prima di cominciare a vedere dei contenuti della legge moratti e di altri provvedimento soprattutto per quanto concerne le scuole superiori, occorre vedere in generale qual’è la filosofia,della riforma: da un lato un concetto di scuola che riconduce tutto alla famiglia, il primato quasi esclusivo dell’educazione dei propri figli, dall’altro, dall’altro il mercato come regolatore in ultima istanza dello stesso settore dell’istruzione.
    Due ideologie che hanno come risultato una scuola che non è più attore di mobilità sociali, ma si limita a riprodurre le differenze sociali, culturali ed economiche delle famiglie.

    Per quanto riguarda i licei le principali modifiche

    l liceo classico che da quasi un secolo forma i giovani destinati all’università non subito sostanziali modifiche c’è qualche piccolo aggiustamento, ma nulla di trascindentale(linga straniera quinquennale, qualcosa in più di matematica).

    Molto più sostanziali sono i cambiamenti per quanto riguarda il liceo scientifico con l’introduzione della seconda lingua , con il ridimensionamento del latino non tanto in quanto a ore, ma in quanto non essendo più materia dell’ultimo anno non è più una materia d’esame.


    Tutti settori ex tecnici sono diventati degli zombi soprattutto i licei tecnologici dato che non si sa a cosa debbano servire non si sa che fine faranno, l’annaquamento delle materie di indirizzo viene solo in parte compensata con un aumento delle materie più generali non si impara una professione a quella pensa l’università.


    il momento della scelta durante i primi mesi del terzo anno della scuola media, cioè a 12 anni e mezzo, lo studente dovrà scegliere tra il sistema degli 8 licei (di durata quinquennale) e il canale della formazione professionale che durerà 4 anni., questo porterà a una profonda rigidità del sistema a meno che qualcuno voglia credere alla favola della possibilità di passaggio tra licei e formazione professionale

    È stato poi introdotto un itinerario di serie C rispetto agli altri due che si può fare a 15 anni la cosidetta scuola lavoro grazie alla quale gli studenti potranno completare la loro formazione direttamente in azienda fino a 18 anni un azienda che praticamente sosituisce la scuola.
    Non so se nessuno ha mai sentito parlare della professoressa cui don Milani spediva le sue lettere che dicevano:”guardi signora che suo figlio non capisce niente lo mandi alla formazione professionale”, se queste lettere fossero state scritte al giorno d’oggi avrebbe potuto dire lo mandi alla scuola lavoro. Si tratta, in sostanza, di un percorso di terzo grado: un inserimento da realizzarsi sulla base di convenzioni con aziende, associazioni imprenditoriali, camere di commercioL’alternanza scuola-lavoro, non ha nulla a che vedere con l’integrazione tra le due realtà e che prevede un apprendistato di valore formativo e stage e tirocini in azienda.



    Il portfolio Teoricamente potrebbe essere utile un Documento che accompagna il percorso scolastico degli studenti. Praticamente la proposta è destinata a pesare negativamente sul futuro dello studente rischiando di costituire un Documento pesante che sancisce le difficoltà degli studenti e che come tali sono destinate a presentarsi ad ogni passaggio come un fardello . Crescere e imparare, io credo, non è una gara, ma viceversa un percorso che deve portare tutti al traguardo.



    Il tempo scuola: è in larga parte "a cadenza individuale"; si articola cioè "su richiesta" delle famiglie. La "personalizzazione" dei percorsi didattici,. In questo nuovo scenario, il confronto, la socializzazione e l’arricchimento che deriva dalla conoscenza dell’altro, non sono più fattori.


    Il diritto a vivere e studiare in una scuola laica e multiculturale ossia perché venga applicata la costituzione italiana dove prescrive che le scuole private non devono essere pagate con le spese dello stato


    Tutti i settori ex tecnici sono diventati delle specie di zombie non si sa a cosa servono e a cosa debbano servire, vi è uin annaquamento delle materie di indirizzo senza che vi sia




    .

  2. #2
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    Predefinito

    Aggiungo come contributo alla discussione il documento che ho fatto assieme ad un amico per il collettivo di Scienze Politiche dell'Unito:




    LA RIFORMA – CRITICHE PRINCIPALI


    Che cosa viene contestato di questa riforma?


    Più o meno tutto. Dall’idea di Università che sta dietro al provvedimento ai singoli commi. Possiamo comunque individuare due linee principali di dissenso alla riforma:

    a) L’aumento della già eccessiva precarietà dei ricercatori, per arrivare alla loro estinzione.
    b) La pericolosa commistione tra impresa e università, tra pubblico e privato.


    Perchè l'attuale riforma aumenterebbe la precarietà ?


    Sul punto a) l'analisi del sito di osservatorio ricerca ( http://www.osservatorio-ricerca.it/ ) è più che degna:
    "Per quanto riguarda il precariato, il disegno di legge prevede (comma 14) ben 13 anni di apprendistato precario (3 anni di dottorato, più 4 anni di assegno di ricerca, più 6 anni di contratto a tempo determinato) prima di concorrere a un posto universitario, che fino al 2013 sarà ancora quello di ricercatore (comma 7). I soliti noti, molti dei quali dovrebbero per altro conoscere bene la reale situazione delle Università nel nostro Paese, hanno più volte affermato nei mesi scorsi che non è obbligatorio per nessuno percorrere tutte le tappe del precariato previste: i bravi potranno arrivare in tempi più brevi anche all’ordinariato! Ma, viste le disponibilità finanziare effettive delle Università italiane, è facile capire che questa affermazione rimarrà per la stragrande maggioranza degli aspiranti, anche se bravissimi, solo un principio astratto.
    Vi è però di più. Il comma 8 stabilisce che le posizioni di associato e ordinario si conseguono solo dopo due passaggi: prima bisogna essere stati giudicati idonei nelle procedure nazionali e poi bisogna superare le procedure locali di valutazione comparativa, le cui modalità saranno oggetto di specifici regolamenti dei singoli atenei. Nei regolamenti sarà definito anche il tipo di rapporto, che quindi potrà essere (probabilmente sarà, sempre per ragioni prima di tutto di bilancio) per un certo periodo a tempo determinato. Fino al 2013 quindi si potrà forse ancora accedere a una posizione permanente tramite i concorsi di ricercatore, ma in prospettiva il precariato (e la ricattabilità e la dipendenza del non più giovane docente e scienziato) si protrarrà ben oltre i quarant’anni. Insomma la tanto vituperata gerontocrazia universitaria attuale viene riprodotta, anche a danno delle giovani generazioni, in quella futura."
    A questo bisogna aggiungere l'istituzione della figura del professore aggregato (comma 11). Con questa sarà legalizzata e istituzionalizzata la pratica di far tenere corsi e lezioni ai ricercatori anziché a professori ordinari. Altro che meritocrazia, qua si sfiora lo sfruttamento considerando che tutto questo avverrà “fermo restando il rispettivo inquadramento e trattamento giuridico ed economico”. Insomma ad un ricercatore potrà venire chiesto di fare il lavoro di professore senza avere però vantaggi economici o giuridici, ma solo il ridicolo titolo di “professore aggregato”. Anziché migliorare l'attuale situazione il ministro Moratti ha preferito accettare l'esistente inserendolo nella sua riforma. Può aiutare a comprendere la disastrosa situazione della ricerca in Italia un raffronto con gli altri stati occidentali: un assegnista di ricerca in Italia guadagna al massimo 1200 euro mensili lordi contro i 3000 dollari lordi di un loro collega americano. Ancora più triste è il confronto tra un assistant professor americano ed un ricercatore italiano, i colleghi statunitensi ricevono 55000 dollari all'anno a fronte dei 13000 euro di un italiano. Tutto ciò contrasta abbastanza con i proclami del ministro in cui si afferma che il modello seguito era quello delle università americane.


    Perchè questa riforma aprirebbe le porte degli atenei ai privati?


    Dal comma 12: “Le università possono realizzare specifici programmi di ricerca sulla base di convenzioni con imprese o fondazioni, o con altri soggetti pubblici o privati, che prevedano anche l’istituzione temporanea, per periodi non superiori a sei anni, con oneri finanziari a carico dei medesimi soggetti, di posti di professore straordinario da coprire mediante conferimento di incarichi della durata massima di tre anni, rinnovabili sulla base di una nuova convenzione, a coloro che hanno conseguito l’idoneità per la fascia dei professori ordinari, ovvero a soggetti in possesso di elevata qualificazione scientifica e professionale.
    Ci sono due cose da notare di questo comma, la prima è che si permette alle imprese di avere dentro all'università di avere professori scelti da LORO e sul LORO libro-paga. La seconda è che questi professori NON devono seguire l'iter dell'idoneità nazionale come tutti gli altri, basta che siano in possesso di una generica “elevata qualificazione scientifica e professionale”. Tale definizione non corrisponde ad un preciso titolo di studio o di concorso, è un modo come un altro per dire alle aziende che possono proporre chi vogliono, basta che paghino. Siamo certi che atenei provvisti di adeguate risorse finanziarie non avrebbero dubbi nella scelta tra un candidato laureato con 110 e lode, in possesso di un dottorato e dell'idoneità nazionale ed uno proveniente da un qualche diplomificio aziendale. Purtroppo ( come vedremo nelle appendici ) la situazione economica dei nostri atenei non è per nulla rosea. Quindi tra uno capace, ma senza sponsor, ed uno mediocre, ma il cui contratto finirebbe sul libro-paga di un privato, difficilmente sarà il primo ad avere il lavoro. Tutto questo mentre le voci favorevoli al ddl moratti parlano di una riforma che aumenta la “meritocrazia”. A loro si può solo ricordare che la meritocrazia non consiste nel dare lavoro a chi porta con sé maggiori sponsor, ma al miglior docente. Tale atteggiamento dimostra che non si vuole migliorare l'Università, ma solo venderla a chi offre di più. Da contestare più ancora delle singole norme c'è questa idea che il mercato salverà il settore pubblico. Questa fede nel mercato selvaggio è la stessa che ha già prodotto la legge 30 e la direttiva Bolkenstein. Ora apriamo le porte delle università alle imprese, svendiamo l'istruzione così come abbiamo svenduto la telefonia. Ma questa volta non è più una questione di costo delle chiamate o di sms, c'è di mezzo il diritto al sapere. A sostenere la tesi che la commistione tra pubblico e privato non porti a nulla di buono si può pensare a ciò che succederebbe se una università accettasse un professore segnalato e pagato da una industria farmaceutica.
    L'attuale legislazione non gli permetterebbe di diventare preside di facoltà, ma niente gli vieterebbe di diventare il docente responsabile di un corso o peggio ancora il direttore di un dipartimento interno alla facoltà. Ciò significherebbe poter influenzare in maniera notevole le ricerche coinvolte dall'università, vorrebbe dire avere a disposizione dei dati girabili alla propria azienda. Come sarebbero poi i corsi? Negli Stati Uniti la Nike ha comprato delle ore di lezione per spiegare ai ragazzi il processo industriale che sta dietro alle proprie scarpe. In una ipotetica lezione di farmacologia niente vieterebbe al professore di spiegare ai ragazzi perchè, a suo dire, i prodotti della sua azienda sono migliori di quelli delle altre. Le facoltà rischierebbe inoltre di diventare dei centri di “produzione” di lavoratori per aziende, ma il concetto di “produzione” e quello di “istruzione” non sono la stessa cosa. Una industria deve avere delle rendite economiche, una università deve avere delle rendite culturali. Una mira al profitto, l'altra alla diffusione del sapere ed alla emancipazione del singolo.
    Non sono la stessa cosa e non vanno nemmeno nella stessa direzione.
    Può sembrare un caso limite, ma mentre la Moratti non si è presentata alla CRUI a spiegare i perchè della sua riforma, non ha avuto problemi a presenziare ad una riunione della giunta di Farmindustria (19/10/2005). Ma a chi è che deve rendere conto il Ministro delle università, ai rettori o alle multinazionali?


    LA RIFORMA – ALTRE COSE NON PROPRIO GRADEVOLI


    Cosa ne sarà dell'autonomia degli atenei?


    Le università saranno libere e autonome di vendersi o morire. La frase può sembrare drastica, ma è tutto ciò che rimane alle università. In ben sei questioni infatti è il MIUR a fare la parte del leone: comma 1 “indirizzo per la gestione dell’università”, comma 5, lettera a, “procedure per conseguire l’idoneità nazionale”, comma 10 “criteri per incarichi di insegnamento” e “parametri del trattamento economico degli incarichi”, comma 15 “definizione dei parametri per variazioni del carico didattico dei professori” e “criteri e modalità per retribuzioni aggiuntive”. Si spera che questo nuovo potere di cui viene dotato il ministero, venga ben utilizzato, per garantire un livello salariale che non vari dal lusso alla fame a seconda delle università. Certo è che questa centralità del ministero rasenta l'incostituzionalità visto che l'articolo 33 recita che “le istituzioni di alta cultura, università ed accademie, hanno il diritto di darsi ordinamenti autonomi”. Ed è per questo che inizialmente la commissione affari culturali aveva deciso di rinviare la discussione in aula. Il colpo di mano dell'on. Adornato ha però annullato la decisione e così una legge incostituzionale la mattina, diviene perfettamente in regola il pomeriggio.


    Oltre al precariato, vi sono altri problemi per la ricerca?


    Dietro questo ddl c'è un problema concettuale. Al ministro non piace la ricerca pubblica e non la considera. Se prenda ad esempio il comma 15 dove “l'espletamento delle attività scientifiche e all’impegno per le altre attività” viene ridotto alle sole ore di didattica. La ricerca non viene nemmeno nominata, eppure nel comma 2 si dice che”i professori universitari hanno il diritto e il dovere di svolgere attività di ricerca e di didattica”. Sarà pure un diritto/dovere, ma non viene considerata facente parte dell'espletamento delle attività scientifiche.
    Quando si dice che di questa riforma non va salvato niente ci si riferisce al fatto che nasce da una mentalità non condivisibile, almeno se si vuole che l'università rimanga pubblica. Se si vede la via del pubblico solo come una alternativa di serie B per i poveri, allora la riforma va più che bene. Anzi, è forse ancora troppo poco aggressiva.


    In queste pagine si è più volte detto che la situazione economica degli atenei non è eccezionale, qualche dato?


    In un dato può essere portato come significativo: nel 1998 l'università riceveva tra pubblico e privato quasi 18.000 mln di euro. Nel 2003 ( ultimo anno per cui vi sono dati disponibili ), scende intorno ai 15.000 mln di euro. Nel 1994 i fondi erano pubblici all'83 %, ora sono il 69 % del totale e sono destinati a diminuire o alla meglio a rimanere costanti. Il settore pubblico nel 2001 dava gli stessi contributi di quello del 2003. Sull'anno in corso c'è da sottolineare che l'aumento dei fondi è pari all'inflazione istat, quindi non aumenta il “potere d'acquisto” dell'università, ma rimane stabile.
    Un altro dato che emerge da questo dato è che a la spesa privata è quasi raddoppiata, ma la CRUI (da cui provengono i dati) considera come contributi privati anche le rette che noi studenti paghiamo e infatti scopriamo che la spesa media in tasse e contributi era nel 2000 di 775 euro, nel 2002 saliva a 879 euro. Un rincaro del 13 % in appena due anni. Se proseguirà su questi ritmi diventare medico costerà intorno ai 200 mila dollari, come negli USA. Un prezzo che pochi in Italia possono permettersi e che negli Stati Uniti è comunque mitigato da una alta spesa pubblica per studente: 18 mila dollari per studente all'anno contro i 5 mila dollari annuali dell'Italia. Anche in un paese dove il settore pubblico è molto ridotto, lo studente è più garantito che in Italia.
    Eppure un sistema pubblico, funzionante e poco costoso c'è: in Danimarca lo stato spende 11 mila dollari all'anno, contribuisce con quasi il 2 % del proprio PIL nel settore universitario (contro lo 0,9 % italiano), il 5 % della propria spesa pubblica (contro l'1,8 % dell'Italia), i fondi sono per il 98 % pubblici. A questo va aggiunto che il 30 % degli stanziamenti sono per il diritto allo studio, mentre in Italia siamo al 15,8 % Nonostante questo però il paese non è sull'orlo del collasso, anzi il sistema funziona. La popolazione compresa tra i 25 e i 34 anni ha una laurea nel 27 % dei casi, in Italia siamo fermi al 12 %. Meno della metà. Anche gli studenti stranieri preferiscono andare in Danimarca che in Italia.
    Prendiamo però in esame un modello alternativo a quello danese, un modello dove siano i privati i principali dispensatori di fondi. Beh, anche prendendo a confronto gli Stati Uniti c'è da pensare che la Moratti abbia capito poco o nulla.
    Come già detto sopra, negli USA la spesa PUBBLICA per studente è quasi quattro volte quella italiana. L'istruzione universitaria riceve contributi dallo stato pari al 2,6 % del Pil, tre volte più che in Italia. E' vero, i fondi pubblici rappresentano solo il 43% del totale, ma questo non è dovuto ad una mancanza dello stato ma ad un forte interesse da parte dei privati statunitensi. Da noi, manco fosse una patata bollente, Stato e imprese si passano a vicenda l'università, senza che nessuno dei due la voglia realmente (anche i contributi privati sono infatti diminuiti drasticamente dal 1998 al 2003).
    Già oggi chi è una matricola sa che difficilmente potrà accedere al posto da ricercatore, a meno di non essere preciso come un orologio svizzero, e anche in quel caso avrà a disposizione uno, massimo due concorsi per riuscire ad entrare. Dopo di ciò, il vuoto. Chi ora va al liceo, si ritroverà con Professori “di marca”. Chi ora va alle elementari, sarà già fortunato se ancora troverà una università.

 

 

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