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    Predefinito La Conferenza Programmatica del P.R.I.

    Presentata la Conferenza programmatica/Nucara: faremo sentire la nostra voce
    Affari Esteri, economia, energia i temi fondamentali dell'Edera

    "Con questa nuova legge elettorale proporzionale ogni partito deve far sentire la propria voce. Così anche noi abbiamo deciso di far valere le nostre ragioni e di riflettere sulle proposte da fare alla Cdl". Queste le parole di Francesco Nucara, segretario del Partito Repubblicano Italiano e viceministro dell'ambiente e della tutela del territorio, che ha presentato la Conferenza Programmatica del partito che si terrà venerdì 3 febbraio presso il teatro Capranica a Roma. La Conferenza Programmatica si articolerà in due momenti principali. Nel primo l'attenzione sarà alla ‘Politica estera e scelte economiche', nel secondo ci si concentrerà su ‘Politica energetica: quali prospettive?'. In chiusura dei lavori è previsto l'intervento del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. "In particolare le nostre attenzioni si concentreranno sulla politica energetica - spiega Nucara nella conferenza stampa - che in Italia non ha ancora avuto uno sviluppo adeguato. Siamo uno dei pochi Paesi che continua a rifiutare il nucleare e, questi giorni lo dimostrano, dal punto di vista energetico dipendiamo completamente da altri Paesi. Non è possibile avere uno sviluppo con l'energia solare o con le centrali idroelettriche, ci vuole qualcosa che faccia fare il salto di qualità al nostro Paese". "La nostra conferenza programmatica - afferma Giorgio La Malfa - vuole essere una continuazione del processo storico del Pri. Vogliamo essere in grado di dare il nostro contributo al prossimo governo, che sicuramente sarà ancora quello della Cdl". La Malfa ha infatti sottolineato l'esigenza di un secondo mandato al governo Berlusconi per realizzare quelle liberalizzazioni che non sono state fatte fino ad ora e che il centrosinistra non è in grado di fare nemmeno domani. "Il governo Berlusconi – ha detto la Malfa – ha fronteggiato l'emergenza in questi cinque anni. Ora può pensare al rilancio del paese". Il Pri dunque non è affatto pentito della scelta compiuta nel 2001. In un vivace confronto di opinioni con il segretario del Pdci Diliberto, ospite nella sede di Sky tg24, La Malfa aggiungerà: "Evidentemente, se abbiamo lasciato il centrosinistra, era perché il nostro giudizio sulla sinistra era di immaturità".

    Per cui "il simbolo dell'Edera - sottolinea ancora Nucara - che in questi giorni, con un ordinanza del Tribunale di Roma, è stato negato al Movimento Repubblicano Europeo, e che quindi resterà il simbolo del Pri, sarà presente nelle schede elettorali. Per la nostra collocazione e per il nostro ruolo - conclude il segretario nazionale - aspettiamo la conferenza programmatica ed un confronto con il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi".

    La convention aprirà i battenti alle 9.30 con una tavola rotonda dedicata al tema ‘Politica estera e scelte economiche'. Parteciperanno il ministro per le Politiche comunitarie, Giorgio La Malfa, Fabrizio Barca, Riccardo Gallo, Oscar Giannino, Paolo Savona e Bruno Trezza. Nel pomeriggio Franco Battaglia, Francesco Ferrante, Paolo Fornaciari, Renato Ricci e Bruno Spezia, moderati da Alessandro Cecchi Paone, saranno invece impegnati a discutere sulle prospettive della politica energetica alla presenza del ministro delle Attività Produttive, Claudio Scajola.

    tratto dal sito web del
    Partito Repubblicano Italiano
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  2. #2
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    Predefinito Il valore di un simbolo

    Il valore di un simbolo

    Rimaniamo fedeli alla nostra ispirazione legata a Mazzini. Il PRI ha mantenuto inalterati * unico fra tutte le forze politiche * il proprio nome e il proprio simbolo. Costituito oltre un secolo fa, nel 1895, il Partito rimane fedele alla sua ispirazione fondamentale legata al patrimonio di idee di Giuseppe Mazzini. Questo nucleo originario è stato progressivamente arricchito attraverso il federalismo di Cattaneo, il meridionalismo di Giustino Fortunato, di De Viti De Marco, di Colajanni e ulteriormente rafforzato nel corso del dopoguerra dal contributo di pensiero di grandi leader politici come Sforza, Pacciardi, Reale, Visentini, Spadolini e soprattutto di Ugo La Malfa il quale ha saputo definire, in termini tuttora attualissimi, i connotati di una moderna forza riformatrice in una società industriale avanzata.


    (Ugo La Malfa)

    Nella vita politica italiana il PRI non ha mai avuto un peso elettorale significativo, ma è ancor più interessante osservare come, pur disponendo di scarse forze elettorali e parlamentari, esso abbia svolto un ruolo importante nell'azione dei governi ai quali ha partecipato ed abbia saputo contribuire con originalità di posizioni al dibattito politico. Questa rimane ancora oggi la caratteristica del PRI, che ha dato in questi anni un contributo di idee alla Casa delle Libertà ed oggi anche un rilevante contributo nell'azione di governo sui temi dell'Europa e della politica economica. Con la Conferenza Programmatica di venerdì 3 febbraio il PRI intende ulteriormente contribuire alla definizione di un programma di politica economica per la prossima legislatura, nella convinzione che sia nell'interesse del nostro Paese una continuità dell'azione di governo iniziata in questi anni.

    Sul terreno della politica economica abbiamo condiviso l'azione del governo in questa legislatura, pur riconoscendo che essa ha luci ed ombre e che queste ombre sono il risultato anche delle divergenti visioni di politica economica all'interno della coalizione, che non sempre il governo è riuscito a ricondurre ad una sintesi soddisfacente. Identifichiamo come problema centrale dei prossimi anni quello di arrestare il declino tendenziale dell'economia italiana, il cui inizio risale ormai ad almeno venti anni e che si è accentuato in ragione della nostra necessaria partecipazione al sistema monetario europeo, ma che non ha visto da parte dei governi dell'epoca la messa in opera di una risposta coerente capace di valorizzare ciò che di positivo vi era nell'euro e di evitare gli effetti negativi di una rigidità del cambio, in precedenza non esistente.

    La politica economica che l'esecutivo dovrà sviluppare nei prossimi anni è la rapida e coerente attuazione del piano di riforme previsto dall'Agenda di Lisbona e messo a punto dal governo in questi mesi. La Conferenza Programmatica indicherà le condizioni e i contenuti di questi sviluppi. L'altro tema che è al centro della Conferenza riguarda il capitolo dell'energia. Per assicurare all'Italia le basi solide di una ripresa economica è necessario affrontare in maniera radicalmente innovatrice il problema energetico, correggendo la dipendenza esclusiva dal petrolio e dal gas che rende particolarmente esposta ai rischi, sia di politica estera, sia di carattere economico, la situazione italiana.

    Roma, 31 gennaio 2006


    tratto dal sito web del
    Partito Repubblicano Italiano

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  3. #3
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    Predefinito Ovvero dell'arte di un difficile equilibrio

    Identifichiamo come problema centrale dei prossimi anni quello di arrestare il declino tendenziale dell'economia italiana, il cui inizio risale ormai ad almeno venti anni e che si è accentuato in ragione della nostra necessaria partecipazione al sistema monetario europeo, ma che non ha visto da parte dei governi dell'epoca la messa in opera di una risposta coerente capace di valorizzare ciò che di positivo vi era nell'euro e di evitare gli effetti negativi di una rigidità del cambio, in precedenza non esistente.


    Il dubbio è: dovevamo arrivare alla bancarotta senza risanare le finanze pubbliche?
    è sotto accusa l'entrata nello sme?
    Ma, in fondo, chi doveva valorizzare ciò che di positivo c'era nell'euro se non chi ha governato con l'euro?
    E, soprattutto: se esiste il declino tendenziale dell'economia italiana, ne sono altrettanto convinti gli alleati del centro destra e Berlusconi in primis?

    Personalmente non posso partecipare alla conferenza programmatica, ma la ritengo una iniziativa molto importante.

    Tex Willer

  4. #4
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    Predefinito tratto da http://www.pri.it

    La Conferenza programmatica del Pri/Una piattaforma per il prossimo governo
    Indicare e risolvere i problemi nel solco della nostra tradizione

    Conferenza programmatica del Pri, Roma, Teatro Capranica, 3 febbraio 2006. Intervento del segretario Francesco Nucara.

    "Bisogna piantarla con questi pregiudizi ottocenteschi che una economia di mercato non debba mai usare la parola pianificazione, perché questa è una delle forme concettuali più arretrate del nostro pensiero economico e della nostra intera politica economica, e qualifica una certa incapacità delle nostre classi dirigenti. L'inquadramento dell'iniziativa in una visione di carattere nazionale è compito della classe politica, con la corresponsabilità della classe imprenditoriale e dei sindacati".

    Ugo La Malfa

    Roma, 31 gennaio 1961- Camera dei Deputati

    di Francesco Nucara

    Introduzione

    Uno dei principi ispiratori dell'azione programmatica di Ugo La Malfa, agli inizi degli anni 60, era quello di "non pregiudicare lo sviluppo", "ordinare lo sviluppo", "salvare lo sviluppo".

    Caratteristica peculiare dei repubblicani è stata sempre quella di guardare al futuro partendo dalle condizioni del presente. Partire da una lucida analisi del presente per evitare errori per il futuro fu pur sempre considerato, da uomini e forze politiche alleate, segno evidente di cassandrismo.

    Se si va dal medico non possiamo pretendere la diagnosi che ci fa più comodo, ma dobbiamo accettare, se ci fidiamo del medico, quella che deriva dalle analisi fisiche e dalle teorie scientifiche.

    In genere, i repubblicani hanno posto analisi e prospettive sulla base di rigore economico e scientifico e di una visione dei problemi incastrata nel divenire degli altri paesi occidentali.

    Tutto questo non è stato sufficiente a far valere le loro ragioni. In genere le forze politiche di maggioranza e opposizione hanno riconosciuto quelle proposte con un ventennio di ritardo: la liberalizzazione degli scambi commerciali, la Nato, i Trattati di Roma per iniziare la costruzione dell'Europa, la nota aggiuntiva del '62, la politica dei redditi, lo Sme, il nucleare, e così via. Non si tratta di una sommatoria di cose ma di un filone preciso con un medesimo disegno di progresso.

    In un quadro politico completamente mutato negli uomini e nei partiti, la Direzione Nazionale del Partito Repubblicano Italiano ha deciso di celebrare questo evento: la Conferenza Programmatica. Non è la prima volta per il PRI, partito di programmi e non di schieramenti, non è la prima volta dopo l'ubriacatura del sistema elettorale maggioritario. E non sono solo gli aderenti al nostro partito a dare il contributo per dipanare i problemi del nostro Paese. Ci sono forze esterne, forze vicine e forze integrate alla nostra storia. I problemi non hanno colori politici: sono problemi. E chiunque voglia contribuire a risolverli o a farceli capire nella loro portata è ospite gradito nelle nostre case.

    In questa breve relazione accennerò ad alcuni dei temi che saranno ampiamente sviluppati nel corso del dibattito e, a seguire, con la tavola rotonda sui problemi energetici.

    Le nostre idee sono solide e siccome sono basate su ideali, sono maturate con la storia che ci ha accompagnato per due secoli. "In questa famiglia possono esistere disuguaglianze generate dalle diverse attitudini, dalle diverse capacità, dal diverso desiderio di lavoro ma un principio deve valere: qualunque è disposto a dare, pel bene di tutti, ciò ch'ei può di lavoro deve ottenere compenso tale che lo renda capace di sviluppare, più o meno, la propria vita sotto tutti gli aspetti che la definiscono". Sono parole di Mazzini del 1860.

    E' con questo spirito e con una moderna visione dello sviluppo che affrontiamo i problemi che brevemente illustro.

    Questioni generali

    La situazione economica attuale

    Una via possibile, anche se di più lungo periodo, implica affrontare la causa di tale situazione. Come si evince dall'analisi dei dati sulla competitività, risulta evidente come la progressiva perdita di competitività del sistema produttivo italiano, in un sistema sempre più aperto e quindi esposto ai raffronti tra i costi di produzione nei diversi paesi, sia il fenomeno che già da tempo è causa del peggioramento delle condizioni economiche del paese.

    Non si tratta quindi di un fenomeno congiunturale, ma di un fenomeno strutturale da tempo in essere.

    Da un lato si tratta di irrobustire, anche tramite accordi internazionali, i settori tradizionali come elettronica, chimica e simili, dall'altro occorre aiutare la crescita di imprese, anche produttori di beni di consumo, capaci di internazionalizzarsi. Occorre poi stimolare sia la ricerca, sia la crescita di imprese tecnologiche. Tuttavia in ogni caso, e soprattutto, occorre rimuovere le cause delle continue perdite di competitività e stimolarne poi la ripresa relativa agli altri produttori sulla scena internazionale.

    Una proposta del genere avrebbe il doppio vantaggio di affrontare un grave ed irrisolto problema del sistema economico italiano e presentare il Governo come titolare di una forte iniziativa su un tema importantissimo, ma anche circoscritto e capace di essere oggetto di un serio e vero confronto con l'opposizione e le parti sociali.

    In particolare, l'Italia, nella graduatoria della competitività IMD (la quale fa riferimento ad un panel costante di 47 paesi in cui al primo posto è il paese in posizione migliore) dal 32° posto registrato nel 2000 scende al 41° occupato nel 2005.

    Inoltre, per quello che concerne la quota di mercato dell'Italia sul commercio mondiale di beni (la valutazione è fatta su valore a prezzi correnti; i dati sono del 2004 e si riferiscono al periodo gennaio–settembre) il nostro Paese è passato dal 4,8 del 1996 al 3,7 nel 2000 per attestarsi al 3,8 del 2004.

    Il rallentamento della produttività del lavoro in Italia

    Le più recenti evidenze empiriche mostrano un calo della produttività oraria del lavoro nel settore manifatturiero italiano, pari allo 0,8% nel periodo 2000-2003, rispetto alla crescita che si è invece registrata nei principali paesi industrializzati, soprattutto negli Stati Uniti (6,9%), in Giappone (4,3%) e nel Regno Unito (3,7%).

    Tra le principali cause dell'insoddisfacente dinamica della produttività si ricordano:

    -le profonde trasformazioni che hanno caratterizzato il mercato del lavoro dalla seconda metà degli anni novanta. Il Pacchetto Treu e la Riforma Biagi hanno generato un'elevata flessibilità all'interno di un mercato noto per la sua elevata rigidità;

    -le caratteristiche del modello di specializzazione;

    -la ridotta dimensione del settore tecnologico e la sua limitata capacità di generare posti di lavoro ad alto valore aggiunto e ad elevata produttività. È proprio nei settori High-Tech che si sono invece verificati tassi di crescita significativi della produttività del lavoro.

    In sintesi, la flessione della produttività del lavoro, in Italia, è attribuibile all'interagire di una serie di cause: alcune relativamente nuove, legate a loro volta agli effetti sull'occupazione generati dal Pacchetto Treu e dalla Riforma Biagi; le seconde hanno invece un'origine lontana e sono imputabili ad un "effetto struttura" del nostro modello di specializzazione produttiva troppo sbilanciato verso settori tradizionali, scarsamente utilizzatori delle più moderne tecnologie dell'informazione e della comunicazione.

    Si può ipotizzare che, almeno nelle fasi iniziali, la possibilità di utilizzare più flessibilmente il fattore lavoro, ora divenuto meno "caro e rigido", possa avere un effetto negativo sulla domanda di innovazione tecnologica (sia di processo che di prodotto) da parte delle imprese, anche se la domanda di nuove tecnologie appare in realtà legata a molteplici variabili e negativamente condizionata - come evidenziato in precedenza - dalle caratteristiche del nostro modello di specializzazione produttiva.

    La minore domanda di innovazione avrebbe, poi, effetti negativi sull'andamento della produttività.

    Nel contempo, la prospettiva che il lavoratore possa avere più possibilità di impiego può generare un "effetto scoraggiamento" sulle imprese ad investire in formazione dei propri addetti: ciò contribuirebbe ad abbassare i già ridotti investimenti in formazione da parte del sistema industriale e, nel contempo, a ridurre ulteriormente lo stimolo all'innalzamento del livello qualitativo e quantitativo del sistema educativo italiano.

    La produttività è funzione di molte variabili (oltre all'istruzione, alla ricerca e all'innovazione, al welfare, sono da considerare anche trasporti e logistica, infrastrutture immateriali, infrastrutture giuridiche) e, quindi, sono molte le politiche da adottare ed altrettanti i centri decisionali da coordinare.

    Prioritario è, infatti, l'obiettivo di una pronta ripartenza e un ritorno sui buoni livelli che tradizionalmente hanno caratterizzato la produttività del lavoro nel nostro Paese.

    Piano di Lisbona

    Il programma del PRI, in tema di politica economica, è già pronto ed è il Piano di Lisbona.

    Nell'introduzione di quest'ultimo c'è scritto: "La nostra società civile è caratterizzata da modi di soddisfare delle esigenze solidaristiche tali da incidere significativamente nella struttura dei bilanci pubblici e nell'azione delle imprese private, peraltro già gravate dai costi della sovraregolamentazione esistente".

    Gli obiettivi del Piano sono molteplici e consistono, innanzitutto, nell'ampliamento dell'area di libera scelta dei cittadini e delle imprese; prevedono, quindi, l'incentivazione della ricerca scientifica e dell'innovazione tecnologica; esigono il rafforzamento dell'istruzione e della formazione del capitale umano; prospettano il necessario adeguamento delle strutture materiali ed immateriali; si impegnano a garantire la tutela ambientale.

    Infrastrutture

    Nel corso degli ultimi venti anni si sono realizzati nel nostro Paese investimenti rilevanti nel settore delle infrastrutture del trasporto e della logistica: spesso, però, questi si sono caratterizzati per essere soluzioni ad emergenze specifiche oppure ottimizzazioni dell'esistente.

    Si pensi, ad esempio, al progressivo raddoppio delle corsie delle autostrade esistenti o allo stesso sistema di alta velocità ferroviaria: entrambi i progetti possono essere considerati come superamento di situazioni di congestione o occasione di miglioramento tecnologico.

    In tempi più lontani, invece, l'azione di pianificazione delle opere infrastrutturali ha saputo assumere il carattere politico di intervento profondo sul tessuto sociale ed economico nazionale.

    Attraverso una complessa azione di pianificazione politica si sono infatti compiute opere che hanno anticipato e favorito i mutamenti della nostra società:

    -i trafori ferroviari alpini di fine ‘800 hanno aperto i collegamenti europei,

    -la rete interregionale di trasporto del Nord-Ovest (con la "camionale" Genova – Serravalle degli anni '30) ha sostenuto l'industrializzazione del triangolo Genova-Milano-Torino ed i suoi collegamenti con l'oltremare;

    -l'autostrada del Sole degli anni '60 ha permesso di collegare sistematicamente regioni fino allora quasi estranee;

    -gli interporti del Nord Est, hanno avviato negli anni '70 le prime realizzazioni di piattaforme logistiche multimodali.

    Tali processi non si sono ripetuti negli anni più recenti: si è fatta "progettazione" di interventi, ma è mancata la "pianificazione" per le grandi opere infrastrutturali: ingegneria e finanza hanno surrogato l'azione politica di sostegno allo sviluppo della società attraverso un piano organico di realizzazioni.

    E ciò è accaduto nella pur condivisa valutazione positiva dei due strumenti di programmazione – nuovi per il nostro Paese – rappresentati dai Piani Nazionali del Trasporto e dall'evidente salto qualitativo e di completezza che si riscontra tra le due edizioni del 1986 e del 2000.

    Un esempio del contributo che i due Piani hanno saputo portare è stata la progressiva consapevolezza che il sistema del trasporto e delle sue infrastrutture costituisce fattore essenziale della competitività delle nostre aziende e, più in generale, del sistema Paese.

    Tale convinzione è in primo luogo basata sulla acquisita certezza di quanto un'economia di trasformazione sia penalizzata da carenze infrastrutturali. Ci riferiamo per esempio al sistema dei porti (da cui transita circa il 60% delle merci in import ed export del nostro Paese) o alle reti di trasporto terresti, che consentono l'accesso ai mercati esteri (si vedano le evidenti strozzature nei transiti alpini auto-ferroviari), alla perdurante subordinazione degli aeroporti nazionali verso quelli del Centro-Nord Europa o alle inefficienze del sistema distributivo interno.

    L'opinione sulle correlazioni tra sistema di trasporto e competitività del Paese è, come detto, ampiamente condivisa. Non è peraltro ancora sufficiente per valutare a pieno il rilievo del sistema stesso sull'intera vita nazionale.

    Una lungimirante politica di pianificazione del trasporto e della logistica e di adeguamento delle infrastrutture dedicate è in grado infatti di contribuire alla realizzazione di un modello generale di sviluppo ed al suo adeguamento ai continui cambiamenti dei contesti sociali ed economici. Questa funzione di indirizzo e sostegno va nuovamente compresa e recuperata.

    Se questo è il nuovo, più complesso, approccio alla programmazione per le politiche del trasporto, occorrerà addivenire anche ad una sintesi – senz'altro non finale ma sicuramente dirimente per quanto riguarda il processo politico decisionale – che valuti l'insieme delle opzioni ambientaliste e ne accetti gli aspetti realistici e convenienti alla realizzazione del modello di cui sopra.

    Pare opportuno infatti che i valori ambientali e le politiche per la loro salvaguardia superino la pura opposizione di principio ad ogni proposta di intervento. In tal modo, di fatto, si è assistito ad un oscurantismo verde-ambientalistico che ha ingessato i processi programmatori, confinato il sistema della mobilità in una catena di congestioni e allontanato di fatto l'uomo da una fruizione rispettosa e compatibile dei beni naturali.

    La pianificazione politica nel settore delle infrastrutture del trasporto e della logistica è quindi lo strumento di sostegno di modelli economici e sociali e della loro stesse evoluzioni.

    La sua scrittura e implementazione sarà tanto più efficace quanto più linearmente identificati i modelli di sviluppo di riferimento cui indirizzarsi.

    Politica energetica

    L'abiura al nucleare che ha condotto in Italia, unico Paese al mondo, alla chiusura immediata dei propri impianti, in contrasto con le scelte operate dalle potenze industriali (e con la dispersione di un investimento valutato in 120 mila miliardi di lire storiche) ha certamente condizionato le scelte di governo in materia di fonti energetiche primarie: il nucleare -non va dimenticato- non serve a produrre "energia", ma "energia elettrica".

    In particolare, la dismissione immediata delle centrali ha, per un verso, comportato la necessità di ripensare improvvisamente la questione dell'apporto energetico e, per altro verso, ha declassato anni di ricerca ed una intera generazione di ricercatori, che alla frontiera del nucleare guardavano come ipotesi scientifica del futuro.

    Ciò è tanto più vero se, come sembra affermare una parte degli scienziati, il riscaldamento terrestre è dovuto alla concentrazione di anidride carbonica a sua volta effetto della disponibilità assoluta e dell'uso indiscriminato di combustibili fossili.

    Insomma, sarebbe paradossale scoprire che "per difenderci" dal nucleare, abbiamo surriscaldato la terra, con tutte la conseguenze da ciò derivanti. Sarebbe una nemesi: l'ecologismo che inghiotte sé stesso…

    Il problema ha radici antiche ed io vorrei, sia pure in sintesi, scandagliarle: vorrei, quindi, aprire una parentesi relativa proprio al referendum "antinucleare".

    Si votò, come ricorderete, l'8 ed il 9 novembre 1987 per cinque quesiti: due sulla giustizia e tre sul nucleare. Esaminiamo con un po' più di attenzione cosa chiedevano le tre domande alle quali bisognava rispondere. Se quel referendum fosse stato semplicemente per la scelta di avere o meno le centrali nucleari in Italia, avrebbe dovuto essere formulato più o meno in questo modo: "Volete voi che venga abrogata la legge che permette di costruire ed esercire centrali elettronucleari in Italia?"

    Una domanda di questo genere è abbastanza comprensibile, a parte l'ambiguità consueta, "fisiologica", tra il "si" ed il "no". Un cittadino che avesse scelto di non avere centrali nucleari in Italia l'avrebbe fatto in piena coscienza, sapendo quel che faceva.

    Ma cosa proponeva in realtà il referendum?

    Forse non sono molti quello che lo ricordano, e forse sono ancora meno quelli che hanno compreso il vero significato di quello che veniva chiesto.

    Ecco quali erano le tre domande (se ne riporta il senso, più che il contenuto esatto):

    1) Volete che venga abrogata la norma che consente al CIPE di decidere sulla localizzazione delle Centrali, nel caso che non lo facessero, nei tempi indicati dalla legge 393, le Regioni? (La norma a cui si riferisce la domanda è quella contenuta nel terzultimo comma della legge N.8 dell'8-1-83, articolo unico, riguardante la localizzazione delle Centrali nucleari).

    2) Volete che venga abrogato il compenso ai comuni che ospitano centrali nucleari o a carbone? (La norma è quella contenuta nei primi dodici commi della legge già citata).

    3) Volete che venga abrogata la norma che consente all'ENEL di partecipare ad accordi internazionali per la costruzione e la gestione di centrali nucleari? (Questa norma è contenuta in una legge molto più vecchia, e precisamente la N.856 del 1973, che modificava l'articolo 1 della legge istitutiva dell'ENEL).

    Orbene, ci sono alcuni motivi da tenere presenti nel considerare l'istituto del referendum, che in occasione del cosiddetto "referendum sul nucleare" (o "referendum antinucleare") non è stato e non poteva essere "nucleare si, nucleare no".

    Il primo motivo è che le uniche risposte possibili alle domande di un referendum sono "si" e "no"; non è possibile dare alternative, cioè fare una scelta diversa.

    Il secondo motivo è che il referendum è puramente abrogativo (vedi articolo 75 della Costituzione della Repubblica Italiana): cioè può essere utilizzato soltanto per abolire una legge esistente, e non per proporre una legge nuova.

    Il terzo motivo è che il referendum permette non solo l'abrogazione totale, ma anche quella parziale di una legge; ciò significa che di una legge composta di cento articoli è possibile abolirne magari uno solo, il che può rendere un'intera legge praticamente inapplicabile a causa di un solo articolo annullato.

    Dunque, all'atto pratico, con le tre domande si chiedeva di cancellare alcune disposizioni di legge concepite per rendere più facili e rapidi gli insediamenti energetici: la prima era stata creata per evitare che il sindaco di un piccolo paese di duemila abitanti dove era previsto l'insediamento di una centrale nucleare potesse opporsi ad oltranza, mentre la seconda era la cosiddetta "monetizzazione del rischio" per i comuni che ospitavano impianti di produzione di energia (non necessariamente nucleari, ma anche a carbone).

    "Energia nucleare" è senza dubbio l'espressione in grado di evocare con la massima efficacia nell'immaginario popolare l'emblema del rischio e del conseguente disastro: Chernobyl ha determinato il ripensamento generale sull'energia nucleare, facendola percepire come in via di abbandono in tutto il mondo.

    Ed ancora ricorre un'affermazione del tipo "il nucleare ha un ruolo marginale poiché da esso ricaviamo solo il 7% dell'energia prodotta nel mondo".

    Ma è davvero così?

    Ed ancora, il nucleare è ormai in via di abbandono nei paesi occidentali laddove non si costruiscono più reattori. Paesi come la Svezia e la Germania hanno deciso di rinunciare al nucleare.

    Ma è davvero così?

    Ed ancora, i criteri di sicurezza delle centrali nucleari sono quelli dei reattori Chernobyl? E nelle decine di centrali nucleari oggi funzionanti nel mondo, il problema delle scorie radioattive non è mai stato risolto?

    Quanto ai costi, considerati sia quelli di impianto che quelli di gestione, il costo al kilowattora è pari a 40 vecchie lire per l'energia elettrica prodotta da una centrale nucleare a fronte di 80 per il carbone, 130 per l'olio combustibile, 140 per il gas, e addirittura fino a 200 per fotovoltaico ed l'eolico.

    Sembrerebbe, dunque, che il nucleare sia competitivo. In realtà, dal disastro di Chernobyl ad oggi, la potenza nucleare installata nel mondo è cresciuta del 45%, mentre la produzione di energia nucleare, in Europa, è aumentata del 57%.

    E se è vero che è stato previsto un calo della potenza installata nei paesi UE, è altrettanto opportuno sottolineare che queste previsioni furono elaborate quando il prezzo del petrolio era 25 dollari al barile con trend in discesa.

    La situazione oggi è profondamente diversa: la fattura energetica che l'Italia paga ogni anno all'estero è pari a 50 miliardi di euro. In Europa attualmente sono in costruzione 10 nuovi reattori e 2 sono in progettazione.

    Peraltro, il consumo energetico mondiale è, come sappiamo, destinato ad aumentare -tra il 2000 ed il 2020- del 60%, circa, a causa della crescita demografica, della persistente urbanizzazione e dello sviluppo economico e industriale, mentre il consumo di elettricità, la forma più versatile di energia, aumenterà, quasi, del 70%: non è più ipotizzabile, dunque, che la crescita della domanda possa essere soddisfatta con i combustibili e le tecnologie tradizionali, assurte, talora, a concreta minaccia non solo dell'ambiente naturale e della salute pubblica ma anche della stessa stabilità internazionale.

    Allora, se per un verso almeno la metà degli investimenti energetici incrementa la struttura tradizionale (nuovi gasdotti, raffinerie, centrali ed altre forme di infrastrutture convenzionali, impianti progettati ora e destinati a durare almeno mezzo secolo) ancorando saldamente - in un rapporto di dipendenza illimitata- le società ad una ossatura energetica in/sostenibile e provatamente malsana; dall'altro, sono proprio le ragioni del "nucleare" ad offrirci l'opportunità di coniugare le necessità inderogabili dei consumi e del benessere -globalmente inteso come livello di qualità della vita e tutela dei bisogni primari- con la salvaguardia del patrimonio ambientale e la corretta utilizzazione delle risorse. Vogliamo invitare tutte le forze di governo ad una più equilibrata attenzione verso queste necessità.

    Ma, ancor prima, chiediamo, con forza, attenzione alle necessità della scienza ed alla libera equanimità del sapere e di coloro che ne sono interpreti. Questa prospettiva è, infatti, l'unica garanzia del bene della collettività e di una gestione politica scevra da interessi di parte ed inutili demagogie.

    Sosterremo sempre le ragioni della scienza a fianco di tutta la comunità scientifica italiana ed internazionale, convinti che l'emotività e la demagogia non governano più della ragione. Contro ogni pregiudizio stolido, richiameremo sempre le forme più equilibrate ed informate del nostro esecutivo a quel senso di responsabilità che non mortifica le acquisizioni della scienza, bensì le accoglie e ne avalla la corretta divulgazione.

    D'altra parte, rinunciando al fondamentale apporto della comunità scientifica, della ricerca non solo applicata, della collaborazione continua di coloro che dedicano l'intera vita allo studio di questi problemi, la questione energetica diviene ingovernabile.

    Secondo alcuni noti economisti la liberalizzazione non necessariamente conduce ad un abbassamento dei prezzi ed è un dato ormai tristemente noto a tutti come le imprese italiane paghino l'elettricità il 38% in più rispetto ai loro concorrenti nel resto d'Europa. Questo è diventato un problema determinante dal punto di vista di competitività del Sistema Italia: cosa è necessario fare nel medio termine?

    Tanto si domanda agli intervenuti che animeranno la tavola rotonda incentrata sulla identificazione delle necessità energetiche del Paese e su come sia possibile superare il problema della dipendenza energetica e dei costi elevati di approvvigionamento.

    Occorre valutare le reali prospettive di risparmio, la sicurezza degli approvvigionamenti, le infrastrutture e i rapporti con il mondo finanziario: questi sono, in logica sequenza, i temi della discussione.

    Vale a dire: se nei primi anni di liberalizzazione in Italia abbiamo assistito ad una intensificazione delle importazioni, vista anche come elemento propulsivo del mercato, oggi, invece, sono in molti a sostenere la necessità di sviluppare una capacità di produzione nazionale di energia.

    Secondo l'ultimo rapporto della Commissione Europea, uno dei principali impedimenti allo sviluppo di un mercato competitivo è la scarsa integrazione fra mercati nazionali, complici anche le carenze infrastrutturali di interconnessione. Quali sono le opere necessarie e come superare nel medio termine il deficit attuale?

    In accordo con le linee guida definite dal protocollo di Kyoto, la comunità europea si è fatta portavoce di un messaggio forte e deciso in favore dello sviluppo dell'energia rinnovabile, promuovendone la realizzazione concreta nei paesi membri. Occorre allora chiedersi come si stia muovendo la politica ambientale in campo energetico e cosa resti da fare in Italia.

    Occorre chiedersi, soprattutto, se tale tendenza di politica europea possa integralmente condividersi e se gli interrogativi prospettati sul nucleare debbano, in sede europea, rimanere necessariamente lettera morta.

    E, infine, ricordo a tutti che la politica energetica di un Paese è strettamente connessa alla politica estera.

    Biotecnologie: OGM

    Il problema delle biotecnologie risulta, nell'ambito di una programmazione sui temi delle risorse energetiche, centrale.

    L'impiego delle biotecnologie in agricoltura dovrà essere preso seriamente in considerazione, anche alla luce delle piante transgeniche che saranno disponibili nei prossimi anni e che apporteranno notevoli benefici ambientali. La scoperta di varietà resistenti alla siccità rappresenta una straordinaria opportunità non soltanto nei Paesi in Via di Sviluppo dove vi è un drammatico bisogno d'acqua per usi civili ed agricoli, ma anche in Italia dove l'agricoltura assorbe il 70% delle risorse idriche della penisola. Risparmiare acqua per l'agricoltura e destinarla ad usi civili in quelle Regioni d'Italia dove esiste ancora questo annoso problema è un obiettivo imprescindibile per il nostro Paese. Queste piante OGM resistenti alla siccità avrebbero un impatto ambientale altamente positivo e credo che perfino il dogmatismo ambientalista dovrà rivedere le proprie posizioni su una tecnologia che già oggi garantisce la riduzione di migliaia di tonnellate di pesticidi e, secondo le maggiori accademie scientifiche nazionali ed internazionali, un prodotto di migliore qualità e maggior salubrità.

    Ma l'innovazione – come si sa- genera sospetto: la paura atavica dell'ignoto, il pregiudizio che non accoglie la diversità, la circospezione che sconfina nel rifiuto, plasmano sovente l'opinione dei più ed impediscono una consapevole, equilibrata interpretazione dei fatti. Se il "misterioso oggetto" del contendere è, poi, un fatto di scienza, come in passato è più volte accaduto, il dubbio salutare esita nel sonno della ragione.

    E quest'ultimo, ben lo sappiamo, genera mostri.

    Ecco gli OGM, famigerati "organismi geneticamente modificati" o, per dirla con il Professor Sala, "organismi giornalisticamente modificati".

    Ma proprio una corretta analisi e una pertinente gestione dei rischi alla luce della quale applicare il Principio di Precauzione costituiscono una ideale direttiva di metodo, atta ad evitare le speculazioni arbitrarie. Perché è fin troppo facile accreditare singoli risultati di volta in volta comodi per la razionalizzazione di interessi di parte, a detrimento di una analisi critica dell'insieme delle acquisizioni scientifiche, baluardo degli interessi della collettività.

    Orbene, non è affatto scontato il gioco di correlazioni - allorquando si recita l'ingannevole slogan dell' ogm-free come prototipo di qualità – che vuole "sostenibile uguale a biologico"; "biologico", a sua volta, equivalente a "sano e sicuro" e "sano e sicuro" (che vuol dire assente da rischi) coincidente, infine, "con tipico": questa catena (sostenibile = biologico = sano = tipico) non è sempre scientificamente dimostrata. Produzione di qualità non significa, peraltro, abiura di tutto ciò che tipico non è, demonizzazione di ogni sperimentazione e ricerca, magari anche di quella volta a chiarire i possibili inconvenienti per la salute dell'uomo in agguato anche nel prodotto tipico.

    Le agrobiotecnologie vanno allora poste al servizio della tipicità delle nostre produzioni perché in grado di rimediare al rischio di estinzione di numerose varietà tipiche nazionali. Occorre sfatare, al più presto, con una informazione che invochiamo trasparente almeno quanto gli iter di produzione, la credulità popolare: se le piante GM sono controllate è perché sono pericolose e, dunque, suscettibili di progressive restrizioni. Così non è, e la gran parte dei paventati danni correlati all'uso di OGM, ossequiano esclusivamente una manipolazione della verità dei fatti degna della Santa Inquisizione.

    Di ciò è testimonianza, ad esempio, un sintomatico dato statistico: se è vero, infatti, che le associazioni ambientaliste riportano che circa il 70% degli italiani sono contrari all'acquisto di GM, è altrettanto vero che dal CENSIS risulta che il 48% degli italiani non è in grado di dire cosa sia un OGM. Ed allora, occorre affermare, senza timore, una certezza: nessuno è stato finora in grado, pur utilizzando le tecniche più avanzate, di dimostrare la dannosità alimentare degli OGM, né modificazioni rilevanti ad ecosistemi da loro causate. Perché, in realtà, il vero problema degli OGM è, come per molti altri temi del dibattito contemporaneo, quello di essere "la coscienza infelice" dell'odierna tecnologia, con il rischio che i flussi di emotività collettiva prevalgano sulla razionalità delle scelte. In effetti, di questo si tratta: stabilire, con un discrimine di ragionevole certezza, il vero ed il falso della produzione GM al di là della contrapposizione manichea che, anche in passato, come accaduto per la demonizzazione del nucleare, ha visto l'Italia protagonista di scelte euristicamente inadeguate ed economicamente penalizzanti.

    Come scrive il Prof. Veronesi, "L'ignoranza e la mancata consapevolezza del bene e del male non possono più costituire un alibi per l'uomo del terzo millennio. Non possiamo fare a meno del bene e della vita. La più lunga e migliore possibile. Soprattutto dobbiamo allargare gli orizzonti della conoscenza. Sconfiggere l'ignoranza dev'essere l'impegno primario, perché l'ignoranza non dà alcun diritto, né a credere né a non credere". E voglio concludere ancora con una riflessione di Ugo La Malfa del 1978: "E' questa situazione generale, con particolare riferimento alle accese discussioni sindacali ed alla estrema ambiguità delle conclusioni, che ci preoccupa, ci rende pessimisti e ci fa pensare che, ancora una volta, forze politiche e forze sociali (e forze ambientaliste, n.d.r.) rischiano di perdere l'ennesima occasione per salvare il Paese".


    tratto dal sito web del
    Partito Repubblicano Italiano

    http://www.pri.it

  5. #5
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    Domani farò un salto per curiosare.

  6. #6
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    Predefinito Una bella relazione

    quella di Nucara.

    Tex Willer

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    Amici,

    è con la voce rotta dall'emozione che vi annuncio che Lamalfino e Nucara saranno eletti nelle fila di Forza Italia per tenere alta la bandiera dell'Orgoglio Repubblicano.



    ELEZIONI/ BERLUSCONI: NUCARA E LA MALFA CANDIDATI IN LISTE FI
    "Vorrei dirvi altri nomi, ma me l'hanno impedito..."


    Roma, 3 feb. (Apcom) - "Sono onorato di avere nelle liste di Forza Italia Francesco Nucara e Giorgio La Malfa. Avrei voluto dirvi altri nomi ma mi è stato impedito". Con queste parole, intervenendo all'assemblea programmatica del partito Repubblicano, Silvio Berlusconi ha annunciano che i due leader dell'Edera correranno con gli 'azzurri' in occasione delle prossime elezioni politiche.

  8. #8
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  9. #9
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    Predefinito Orgoglio Repubblicano, di Ugo

    Orgoglio repubblicano

    Un partito antico e attualissimo sempre al
    servizio del Paese. I militanti, gli amici, i sostenitori che hanno assistito venerdì alla Conferenza programmatica al Capranica di Roma, in una misura superiore alle nostre migliori aspettative, si saranno accorti, dalla qualità delle presenze e dalla forza delle proposte, che il Partito repubblicano italiano è vivo ed in buona salute. E quindi è in grado anche di rilanciare quella funzione fondamentale che ha svolto nell'interesse nazionale per tutto il secondo dopoguerra e alla quale noi siamo rimasti legati: la capacità delle analisi, la potenzialità del progetto.



    La crisi della società italiana, all'interno della società europea, non ci spaventa. Siamo ancora in possesso di tutti gli strumenti necessari per fronteggiarla e risolverla, e questo principalmente perché abbiamo garantito una riserva fondamentale alla vita democratica del Paese, quale è il nostro partito. E' stato un giorno di legittimo orgoglio e non potremmo indulgere in falsa modestia.

    A ridosso della crisi energetica dovuta alle restrizione del gas russo, vi sono state forze politiche che hanno accusato il governo di non avere un piano energetico all'altezza delle incombenze. I Verdi fra tutti, ad esempio. Ma solo il Partito repubblicano ha avuto il coraggio, in anni cruciali, di denunciare l'errore fatale di abbandonare la ricerca del nucleare, in preda come si era (e il primato spetta sempre ai Verdi) ad un'isteria spropositata per il disastro di Cernobyl. E con calma, allora, sapemmo dire che si stavano minando, con quella scelta, le possibilità stesse di sviluppo futuro del Paese.

    Oggi un piano energetico degno di questo nome deve riprendere il filo interrotto della ricerca nucleare e sconfiggere il tabù oscurantista che ha gravato in tutti questi anni fino a condurci nelle attuali difficoltà . Il Pri ha la giusta cognizione di causa su tali problemi, e ci fa piacere che questa maggioranza - il presidente del Consiglio innanzitutto - non abbiano esitazioni in merito. Questa è una strada che va imboccata immediatamente e la nostra Conferenza l'ha indicata con chiarezza.

    E non solo. Perché il problema energetico è tutt'uno con il problema economico. La Malfa ha illustrato, nel suo intervento, l'impoverimento delle risorse europee all'indomani della crisi del sistema coloniale. La sola ridistribuzione del reddito non è sufficiente a garantire quel sistema sociale che ha caratterizzato un benessere diffuso nel Vecchio Continente anche fra le classi meno agiate. E non è nemmeno più sufficiente una semplice politica di rigore, per quanto questa debba essere comunque necessaria. Occorre smaltire i costi dello Stato, che sono ormai eccessivi, e occorre, di converso, produrre ricchezza. Per farlo bisogna puntare sul rafforzamento delle imprese e quindi servono innovazione e concorrenza. In una sola parola: liberalizzazioni. E il segretario del Pri, Francesco Nucara, aprendo i lavori di venerdì ha detto che il nostro programma economico è essenzialmente la realizzazione del Piano di Lisbona, ossia una ricetta per aumentare la competitività del nostro sistema imprenditoriale.

    Una proposta che la Conferenza, come vedremo dalla prossima pubblicazione degli interventi sul nostro giornale, e da quelli che già riproduciamo oggi, ha chiarito esaurientemente, e che pone anche l'esigenza di una scelta di linea politica.

    Noi l'abbiamo vista per tempo, già nel 2001 a Bari, quando optammo per stare con questa maggioranza di governo. La quale può essere criticata, non c'è dubbio: non sempre è stata al passo con le nostre aspettative e forse ha anche commesso degli errori. Ma di certo si è mossa nella direzione giusta e soprattutto ha lasciato che il Pri vi esercitasse un ruolo positivo, che può ulteriormente rafforzarsi nei prossimi anni. E questo a fronte di una coalizione, quella del centrosinistra, che non è nemmeno in grado di comprendere il valore della legge Biagi (che pure ha consentito una ripresa occupazionale importante nel Paese), mentre magari si perde in discorsi sul senso etico della proprietà privata.

    Quando la congiuntura è così delicata - e lo è in modo evidente - bisogna stare bene attenti a non far mancare una risposta degna di un grande Paese dell'Occidente che sa valorizzare il mercato e tutti i suoi effetti, che non ha paura del capitalismo, ma si preoccupa di regolarizzarlo. Certo sviluppandolo, e non mortificandolo per superarlo non si sa verso quali obiettivi.

    Sembrerebbe quasi una cosa elementare. Ma per buona parte delle forze politiche italiane dell'opposizione, purtroppo, non è così.

    Roma, 3 febbraio 2006
    .................................
    tratto da "Il Portale di Nuvola Rossa"
    http://www.nuvolarossa.org/modules/n...p?storyid=2084

  10. #10
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    Predefinito

    Mi sono intrufolato nella Convention repubblicana alle quattro del pomeriggio, fin quasi alla fine.
    Vi riporto cronaca e impressioni.

    Platea simile alla nostra, forse perfino più avanti con l'età. Ero l'unico che ostentava una copia di Repubblica sotto braccio, non tanto per me, quanto per dare un misero contegno all'adunata. Per il resto, il giornale più a sinistra era il Corriere.
    Facce per lo più a me sconosciute, che non frequento l'ambiente da dodici anni. A parte Cecchi Paone, ho riconosciuto un volto noto al popolo del dopo Tg1: il notaio di Affari tuoi, quello coi baffetti e i capelli bianchi che ride sempre. Ho cercato Calvin, chiedendo di lui, mi hanno detto che era seduto in prima fila, ma non ho potuto né individuarlo, né tantomeno avvicinarlo. Lo saluto da qui.

    Il dibattito sull'energia era molto interessante. Devo dire davvero costruttivo e di alto livello, con i qualificati contributi del professor Renato Ricci, di Ferrante, e la presenza sul palco del senatore Debenedetti (di cui purtroppo ho perso l'intervento). In questo ho riconosciuto le competenze e la serietà del vecchio PRI.

    Ma era l'ora dell'avvento del Presidente del Consiglio. Si aspettava da diversi minuti, si era creata l'attesa. Poi la fatidica notizia: è arrivato, sta per entrare in sala!
    Dalla calma piatta si è passati alla frenetica concitazione: Paone (il moderatore) ha fatto velocemente sgomberare il palco, le hostess hanno portato via i bicchieri, il pubblico è stato fatto sloggiare dai corridoi. Sistemate le tovaglie, messi a posto i microfoni, ci mancavano lo spazzino e la colf che ripulissero per bene per terra: non arrivava l'ospite dei repubblicani, ma il padrone di casa, e tutti erano sull'attenti e preoccupati di sistemarsi la cravatta, spolverarsi la giacca, tirarsi le maniche e aggiustarsi il colletto.
    Mi son guardato attorno sconcertato.

    Quindi, nell'eccitazione generale è entrato lui, Silvio Berlusconi, seguito come un'ombra dallo scodinzolante La Malfa (in preda ad un attacco convulso di tic nervosi e di scatti sussultori). L'operazione lecchinaggio ha avuto il suo culmine nel preambolo di Nucara, che prima ha avvolto il Cavaliere con una bianca bandiera repubblicana (sacrilegio!) e poi ha avuto il coraggio di dire e di ripetere che "Berlusconi, senza saperlo, è più di qualunque altra cosa, un repubblicano". Stavo vomitando. Per fortuna, entrambe le volte, la platea ha risposto con qualche scialbo e timido battimano isolato.
    Il premier ha poi preso la parola e, dopo un sapiente tributo ai La Malfa padre e figlio (con Giorgio sempre più in sollucchero) ha tirato fuori il colpo di teatro: "... ma sciccome sci parla tanto della disctanza tra i politici e la génte, mi sciono fatto dare un microfono e coscì poscio venire a parlare tra di voi". E il baùscia ha inelegantemente preso dominio della scena, lasciando soli sul palco i due leader, e immergendosi in un bagno di folla. Ricomposti gli entusiasmi, è ripreso il monologo, trito e ritrito, dei successi di questo "guvèrno".
    Dopo dieci minuti mi sono rotto le palle e me ne sono andato.

    I corridoi erano vuoti.

 

 
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