IRAQ LIBERO – COMITATI PER LA RESISTENZA DEL POPOLO IRACHENO
Bollettino del 15 febbraio 2006
http://www.iraqiresistance.info
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IL 18 MARZO A ROMA PARLERA’ LA RESISTENZA IRACHENA
Uniamo le voci del Movimento e della Resistenza nella lotta di liberazione dalla guerra e dall’oppressione imperialista
Il 18 marzo, terzo anniversario dell’inizio dell’aggressione all’Iraq, il movimento contro la guerra sarà nuovamente in piazza per manifestare contro l’occupazione dell’Iraq e per il ritiro immediato di tutte le truppe straniere.
Sarà questa l’occasione per accomunare la voce del movimento a quella della Resistenza popolare.
Al termine del corteo di Roma, in piazza Venezia, parlerà Jabbar al Kubaysi, presidente dell’Alleanza Patriottica Irachena, da sempre impegnato nella costruzione di un ampio fronte di liberazione nazionale che unisca le forze dell’opposizione e della Resistenza in un progetto di liberazione ed autodeterminazione del popolo iracheno.
Per questa sua attività, al Kubaysi, dopo essere stato sequestrato dalle forze speciali americane il 3 settembre 2004, è stato detenuto per un anno e tre mesi in un carcere USA a Bagdad fino alla sua scarcerazione avvenuta nel dicembre scorso.
Per la prima volta dunque, dopo l’incredibile negazione del visto ad Haj Ali, simbolo dei torturati di Abu Ghraib, un prigioniero iracheno potrà finalmente parlare in Italia.
I Comitati Iraq Libero sono impegnati per la massima riuscita della manifestazione, particolarmente importante quest’anno nel nostro paese anche per dare vita ad un’opposizione politica e sociale assolutamente necessaria chiunque vada al governo con il voto del 9 aprile.
La sfida che il movimento contro la guerra è chiamato a raccogliere è quella della costruzione di ampio fronte antimperialista internazionale come quello proposto al Forum Sociale di Caracas dal presidente del Venezuela Hugo Chavez.
Le resistenze all’imperialismo crescono, in varie forme, in diverse parti del mondo. In Medio Oriente, anche come riflesso dei risultati raggiunti dalla resistenza irachena, il popolo palestinese ha detto a chiare lettere, con le elezioni del 25 gennaio scorso, di voler continuare a lottare per i propri diritti, rifiutando il negoziato a perdere (la cosiddetta “Road Map”) imposto dagli Usa.
Ma l’agenda della guerra infinita scatenata da Bush non conosce soste. Ora è la volta dell’Iran, deferito all’Onu in palese contrasto con le norme del diritto internazionale ed applicando ancora una volta – nella maniera più plateale – la politica dei “due pesi e due misure”, dato che (limitandoci al Medio Oriente) l’incredibile arsenale atomico detenuto da Israele non viene messo in discussione da nessuno.
Se negli ultimi tre anni il bellicismo americano è stato frenato ciò è dovuto soltanto alla straordinaria resistenza opposta dal popolo iracheno agli invasori.
Una ragione di più per unire idealmente e politicamente questa lotta con quella di chi si batte contro la guerra, contro chi la fa in nome del proprio “diritto” al dominio planetario, per affermare invece i diritti dei popoli alla libertà ed all’autodeterminazione.
ROMA – 18 MARZO 2006
MOVIMENTO CONTRO LA GUERRA E RESISTENZA IRACHENA:
DUE VOCI, UN'UNICA BATTAGLIA
Comitati IRAQ LIBERO
Firenze, 12 febbraio 2006
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PIENA SOLIDARIETA’ A MARCO FERRANDO
Tabù e discrimanti nell’Italia 2006
La vicenda di questi giorni, che vede protagonista Marco Ferrando, ha uno straordinario valore politico e simbolico.
Essa ci dice quali sono i tabù del “politicamente corretto” di sinistra, qual è lo spartiacque tra ciò che è consentito e ciò che è vietato nel regime bipolare.
Il primo tabù è rappresentato da Israele. Chi si schiera contro il sionismo, che ha prodotto il colonialismo razzista dello stato israeliano, viene immediatamente crocifisso con l’accusa di antisemitismo.
Il secondo tabù è quello americanista che per negare ogni resistenza popolare (a partire da quella irachena) etichetta le odierne lotte di liberazione come “terrorismo”. Lo abbiamo detto e scritto tante volte: questa etichetta è esattamente la stessa dell’ “Achtung banditen” coniata dagli occupanti nazisti.
Marco Ferrando, anche se in maniera incidentale, ha rotto questi tabù. Per questo è stato messo sotto processo. Per questo è stato additato addirittura come “assassino” da Fini (così ha definito in TV “chi giustifica la resistenza irachena”). Per questo D’Alema e Prodi ne hanno chiesto il depennamento dalle liste elettorali del Prc. Per questo Bertinotti lo ha brutalmente scaricato, accusandolo nientemeno di “essersi messo fuori dalla civiltà politica”.
Sono le stesse accuse che il “politically correct” di centrosinistradestra ci rivolge da sempre. Bertinotti ha definito le posizioni espresse da Ferrando come “incompatibili con l’appartenenza a Rifondazione Comunista”. E’ la stessa formula che usò, insieme al suo addetto ai lavori sporchi Gennaro Migliore, per condannare gli esponenti del Prc che aderirono e parteciparono alla ormai famosa manifestazione nazionale a sostegno della Resistenza irachena del 13 dicembre 2003.
Da un certo punto di vista, dunque, niente di nuovo.
Quello che però risalta è la compattezza e la brutalità bipartisan con la quale si difendono i tabù dell’attuale ordine mondiale da Fini a Bertinotti.
Quello che risalta è il vero spartiacque tra ciò che il regime può digerire e inglobare e ciò che è effettivamente incompatibile con il sistema e l’ideologia dominante. Le candidature del Prc ci confermano che il regime può facilmente digerire e tollerare Caruso e Luxuria, come elementi folcloristici insignificanti da immettere nel teatrino mediatico che deve far credere che esista davvero uno scontro tra i poli. Mentre non può in alcun modo tollerare le affermazioni di Ferrando che – a partire dalle resistenze irachena e palestinese - riguardano i veri nodi, le vere centralità dell’oggi.
Con le prese di posizione che questa vicenda ha suscitato, il regime ha mostrato il suo volto totalitario.
E con questo passaggio dobbiamo iscrivere definitivamente Fausto Bertinotti al partito trasversale americano, di cui è sempre più esponente organico ed accreditato. Ognuno ne tragga le conseguenze.
A Marco Ferrando va la nostra piena solidarietà.
A tutti coloro che non intendono piegarsi al pensiero unico il nostro invito è alla lotta.
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«NOI DOBBIAMO PREVALERE»
Gli USA stanziano la metà delle spese militari mondiali
Gli Stati Uniti e la guerra infinita in miliardi di dollari. E’ questo il succo dell’articolo di Manlio Dinucci uscito sul Manifesto del 9 febbraio scorso, che pubblichiamo di seguito. A volte le cifre parlano più di mille analisi. Dedichiamo quelle di questo articolo a chi ancora dubita del progetto di dominio planetario portato avanti da Washington, nel quale l’occupazione ed il controllo dell’Iraq ha un’importanza assolutamente centrale.
«NOI DOBBIAMO PREVALERE»
L'America stanzia quasi il 50% di tutte le spese militari globali
MANLIO DINUCCI
«Gli Stati uniti sono una nazione impegnata in quella che sarà una lunga guerra. Dobbiamo prevalere ora mentre ci prepariamo al futuro. Ciò richiede una vasta gamma di capacità militari»: su questi semplici concetti, enunciati nel Quadrennial Defense Review Report 2006, si basa il bilancio del Dipartimento della difesa per l'anno fiscale 2007 (che inizia il 1 ottobre 2006). Esso prevede una spesa di 439,3 miliardi di dollari: il 7% in più rispetto al 2006, il 48% in più rispetto al 2001. Prevede inoltre uno stanziamento di 50 miliardi quale «fondo di emergenza per la guerra globale al terrore» che, unito ad altre voci, porta la spesa totale del Dipartimento della difesa a 504,8 miliardi di dollari. Siamo già a circa la metà dell'intera spesa militare mondiale. Ma questo non è tutto. La spesa militare statunitense va infatti ben oltre il budget del Pentagono. Si aggiungono a questo, nel 2007, oltre 10 miliardi di dollari per il mantenimento e l'ammodernamento dell'arsenale nucleare (iscritti nel bilancio del Dipartimento dell'energia), più altre spese di carattere militare: circa 45 miliardi (ufficiosi) per i servizi segreti, sempre più impegnati nella «guerra globale al terrore»; 38,3 per i militari a riposo, iscritti nel bilancio del Dipartimento degli affari dei veterani; 43,5 per il Dipartimento della sicurezza della patria. Si superano così i 640 miliardi di dollari. Ma non è finita.
I 50 miliardi del «fondo di emergenza, iscritti nel bilancio del Pentagono, rappresentano solo una piccola parte della spesa complessiva per la «guerra globale al terrore». Finora solo la guerra in Iraq e Afghanistan è costata oltre 300 miliardi di dollari. Per coprire tale spesa si stanziano «fondi addizionali», che si aggiungono al budget del Dipartimento della difesa. Nell'anno fiscale 2006 vengono stanziati a tale scopo 120 miliardi. Si prevede quindi che almeno altrettanto dovrà essere stanziato sotto forma di «fondi addizionali» nel 2007. I 640 miliardi di spesa militare saliranno così ad almeno 760.
La «guerra globale al terrore» richiede però diverse altre spese, iscritte nel budget 2007 del Dipartimento di stato: tra queste oltre 5 miliardi di dollari per «l'assistenza militare all'estero» e oltre un miliardo quale finanziamento per la «ricostruzione» dell'Iraq e Afghanistan. Per la «ricostruzione dell'Iraq» il Congresso aveva già stanziato 21 miliardi di dollari, gran parte dei quali è stata però spesa non dal Dipartimento di stato ma dal Pentagono per le operazioni militari (quindi non per ricostruire ma per distruggere). Vanno poi conteggiati gli interessi passivi netti che gravano sul bilancio federale, 354 miliardi di dollari nell'anno fiscale 2007 (per un totale di 2.200 miliardi nel prossimo quinquennio), dovuti in gran parte alla crescente spesa militare. La spesa militare diretta e indiretta per il 2007 sale così a circa un terzo del bilancio federale. Per far tornare i conti sono previsti ulteriori tagli alle spese sociali, tra cui 36 miliardi in meno per il Medicare (l'assistenza sanitaria ad anziani e disabili senza copertura assicurativa) nei prossimi cinque anni.
Si potranno così spendere, nell'anno fiscale 2007, oltre 110 miliardi di dollari per i militari e 152 per le operazioni delle forze armate. Si potranno spendere oltre 84 miliardi per l'acquisto di armamenti e 73 per la ricerca e sviluppo di nuovi sistemi d'arma. Saranno sicuramente soddisfatti gli azionisti della Lockheed Martin che, solo per lo sviluppo del caccia Joint Strike Fighter (cui partecipa anche l'Italia) riceverà nel 2007 5,3 miliardi, altro acconto su un contratto da 256 miliardi di dollari. Saranno soddisfatti anche gli azionisti della Boeing che, avendo acquisito la McDonnell Douglas, riceverà nel 2007 altri 3 miliardi di dollari per l'aereo da trasporto militare C-17 e 2,5 per il caccia F/A-18E/F Hornet.
A trarne profitto - assicura il Pentagono nel presentare il budget 2007 - non sono però solo gli azionisti delle industrie militari: grazie all'impegno delle forze armate «l'Amministrazione Bush ha liberato dal 2001 circa 50 milioni di iracheni e afghani». Gliene saranno sicuramente grati. Soprattutto quelli che hanno visto illuminato il cielo di Fallujah con le splendide bombe al fosforo made in Usa.
dal Manifesto del 9 febbraio 2006




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