La maledizione degli Incas


• da La Stampa del 27 gennaio 2006, pag. 1


di Michele Ainis
Non c’è che dire: la nuova legge sugli stupefacenti è in sé stupefacente. Nella sostanza? Certo, se per sostanza s'intende lo spinello che di tanto in tanto fumano quattro milioni di giovani italiani, cui la normativa battezzata ieri dal Senato spalanca la galera. Ma innanzitutto per la forma. Giacché sta di fatto che questa normativa s'impiglia come insetto su carta moschicida in un decreto che parla d'Olimpiadi, e che per sovrapprezzo sparla d'usura e di concorsi per prefetto, di incendi e di aeroporti, di terrorismo e degli stemmi della polizia di Stato. Insomma, un fritto misto. A dispetto delle regole parlamentari che imporrebbero l’omogeneità dei testi normativi, per farli identificare dai comuni cittadini. E a dispetto inoltre della massima che suonava in bocca al vecchio Hegel: «Non c’è democrazia se le leggi sono appese tanto in alto da non poter essere lette».

Ma in queste faccende chi è senza peccato scagli la prima pietra. Tanto per dire, nel 1997 - quando il centro-sinistra governava - il decreto sul terremoto in Umbria stanziò una somma per restaurare una rocca in provincia di Cuneo, che a quanto si sa è piuttosto distante da Perugia. Sempre in quell’anno fu varata una legge sui beni culturali (la n. 352), che però all'art. 12 s’occupava di vernici e di aerosol. Mentre nel 1995 un decreto legge in favore del settore marittimo e portuale regolò una spedizione straordinaria per assistere le popolazioni del Ruanda: sarà che in Ruanda ci si va via mare?

E a proposito di forma. In questa legislatura il centro-sinistra ha perso il record mondiale che deteneva dai tempi del governo Prodi: quello del numero di commi stipati all'interno d’un solo articolo di legge. Erano 267 nella finanziaria del 1996; sono più che raddoppiati (593 commi) nella finanziaria del 2004. Sicché il nostro destino è morire di commite. Tanto che adesso la legge cara a Fini ci infligge il colpo di grazia, senza nemmeno l'uso della cannabis per alleviare un po' il dolore. A consultarne il testo si precipita difatti in uno slalom fra articoli e commi e sottocommi e punti numerati. S’incespica ad esempio sull’articolo 4 vicies ter, il cui comma 2 reca una lettera c) che rimpiazza il comma 5 di chissà quale altra legge. S’affonda nel comma successivo, dove un demone classificatore sostituisce l’articolo 14 del vecchio testo unico sulle droghe per suddividerlo in una sorta d’alfabeto, aperto da una lettera a) divisa a propria volta in 7 punti. E via commando e ricommando.

Però non è vero che questa legge ci complica la vita. Al contrario la semplifica, azzerando la distinzione fra consumo e spaccio, fra droghe leggere e droghe pesanti, fra strutture pubbliche e private per la cura dei tossicodipendenti. È la maledizione già sperimentata dal popolo degli Incas, dove tutti i reati erano lo stesso reato (poiché tutti infrangevano la Legge), e tutti venivano puniti con la morte. È dunque il massimo dell'eguaglianza, che tuttavia genera la massima diseguaglianza. Oltretutto con l'inconveniente d'affollare di nuovi detenuti le galere, come se già non ce ne fossero abbastanza. Ma tanto quest’effetto potrà cogliersi solo dopo le elezioni; oggi serve un annuncio, uno slogan da sventolare agli elettori. D'altronde è un film già visto, dalla riforma Maroni del Trf (che entrerà in vigore nel 2008), a quella Tremonti sulle pensioni (anch'essa dal 2008), sino alla riforma costituzionale (a regime nel 2011).

E tuttavia, coraggio. Se la legge sulle droghe si nasconde fra le maglie del decreto sulle Olimpiadi; se è scritta in geroglifici; se offende il senso comune; allora sarà ben arduo farne applicazione. Vige qui infatti l'unica regola non scritta nella patria del (troppo) diritto scritto: regole sempre più arcigne, applicazioni sempre più indulgenti.