Maurizio Blondet
11/02/2006
Bernard Henri LévyOra, in Europa, si può bestemmiare.
E' lecito.
Anzi un sacro diritto, parte della inviolabile alla «libertà d'espressione».
Fateci caso, è questo il risultato finale della degradante cretineria dei cartoons anti-islamici.
Ciò che sembrava, come direbbe Amleto, «il discorso di un idiota, pieno di furore e di foga e che non significa nulla», invece puntava proprio lì.
All'ira dei musulmani che gridano: «avete offeso il nostro Dio e il nostro profeta», la risposta del cosiddetto Occidente è stata fra l'altro: «ma noi deridiamo anche il 'nostro' Dio, vilipendiamo anche i nostri profeti. E ve lo dimostriamo».
Per dimostrarlo, la TV neo-cristianista «La 7» ha mandato in onda un videoclip ripugnante: dove si vede un Cristo (un attore americano) che di colpo si denuda, canta una canzoncina pop camminando con mossette da invertito per le strade di New York, e infine viene travolto da un autobus.
Il plumbeo, serioso Le Monde ha pubblicato una vignetta che mostra Cristo, Buddha, Maometto, Zeus e Jahve, vari evangelisti più altri dèi non meglio identificati, ubriachi fradici, che fanno bisboccia a coppe di champagne.

Non è una reazione impulsiva, frutto della normale vuotaggine contemporanea.
E' una posizione meditata, voluta e preparata.
«Le blasphème, un droit sacré», sanciva su Le Monde del 9 febbraio Daniel Borrillo.
Giurista e massone influentissimo, cattedratico di diritto all'Università Paris-Nanterre, Borrillo ricorda, per biasimarli, due episodi francesi recenti.
Il 20 aprile 2005 la tv Canal Plus aveva diffuso una scenetta che mostrava Benedetto XVI mentre benediceva «in nome del Padre, del Figlio e del Terzo Reich»; cosetta di cui poi la TV si era scusata (a cose fatte).
Male, dice Borrillo.
Ancor peggio l'altro caso: una marca di abbigliamento espone un manifesto che mostra una versione scollacciata de l'«Ultima Cena» di Leonardo: al posto degli apostoli, attorno alla tavola pasquale, ci sono donnine nude in pose sensuali.
Portata in giudizio da un'associazione che fa capo all'episcopato, la casa di mode è stata condannata per un «atto d'intrusione aggressivo e gratuito alla coscienza intima dei credenti»: così la motivazione del tribunale.



Eh no, così non va, dice il giurista-massone.
«Ciò rischia di darci una libertà d'espressione a due velocità: una libertà senza limiti davanti alla sensibilità musulmana, un'altra molto restrittiva verso la sensibilità cristiana».
Le leggi che vietano la discriminazione e il vilipendio, continua, sono state fatte per «proteggere persone appartenenti a minoranze da discorsi che incitano alla violenza», non dei «sistemi metafisici» come le religioni.
«Queste sono costruzioni culturali, che non solo possono, ma 'devono' essere sottomessi alla critica, e anche alla derisione».
E conclude: «se vogliamo che la nostra mobilitazione sia compresa non come una mancanza di rispetto verso i musulmani, ma una vera difesa della libertà d'opinione, dobbiamo vigilare contro le forme di censura che pretendono di proteggere la religione maggioritaria», ossia il cattolicesimo.
Dunque, apprendiamo che su questo tema, c'è stata una «mobilitazione», ordinata da ambienti imprecisabili.
Con lo scopo di parare proprio lì: offendere tutte le religioni, non solo una.
Tutta la «mobilitazione», alla fine, non è contro Maometto.
E' contro Gesù: da troppo tempo questo personaggio era rispettato, questo schifo deve finire.



Tra i mobilitati spicca, come dubitarne?, l'ex maitre à penser ed oggi super-ebreo neocon Bernard Henri Lévy.
Ospitato dal Wall Street Journal, anche lui insorge a difendere il «sacro» principio (abbiamo ancora qualcosa di sacro, in Occidente) della «libertà d'opinione» degradante.
Anzi, scopre un diritto straordinariamente innovativo: «Il diritto della stampa», scrive, «ad esprimere le scemenze che vuole», senza risponderne.
Questa è veramente una novità.
Il sottoscritto, in 35 anni di esercizio della professione giornalistica, mai è stato informato di avere il diritto di scrivere deliberatamente scemenze, insulti gratuiti e basse volgarità; anzi vecchi redattori-capo mi hanno insegnato che la «libertà» era un diritto in quanto comportava il dovere di «responsabilità», e mi raccomandavano di informarmi e documentarmi bene, prima di scrivere scemenze.
E' un nuovo diritto a cui oggi conto di appellarmi: un certo personaggio mi querela per diffamazione avendo detto su di lui la verità, ciò che lui ha preso per offesa.
Succede, come hanno scritto Reporters san Frontières, che la verità offenda: «è il prezzo che si paga per essere informati», ha sancito, contro i musulmani che protestavano.



Esiste o no la libertà d'espressione?
Conto di dirlo al giudice, che ho un nuovo diritto.
Vediamo cosa mi risponderà.
La mia esperienza come giornalista è tutta diversa.
Che basta criticare, poniamo, un magistrato, per essere citato in giudizio e condannato in 70 casi su cento (le altre querele per diffamazione, intentate da privati, si decidono a favore dell'offeso solo nel 40% dei casi).
Che al Presidente della repubblica non è lecito rivolgere critiche, ma solo nuvole di incenso e mielose adulazioni.
Che per molto meno delle offese a Maometto, la Fiat o Tronchetti Provera possono chiamare in giudizio un giornalista e strappargli milioni in danni «morali».
Potete deridere il profeta islamico e Cristo; ma provatevi non dico a deridere, ma a fare una seria inchiesta sulla setta pseudoreligiosa chiamata «Scientology»: chiunque l'ha fatto, spesso su richiesta di genitori disperati di essersi visti plagiare i figli, è stato condannato a pagare danni enormi.
Loro hanno buoni avvocati, e il favore del potere reale.



Come giornalista, ho appreso sulla mia pelle che è difficile scrivere la verità in Europa; che chi insiste, chi vuole essere anticonformista, lo fa a prezzo di rischi e perdite, anche economiche.
Ho imparato sulla mia pelle che esistono infinite censure.
Nell'Italia della libertà incontrollata d'opinione per un Vendola e un Luxuria, vige - come noto – la legge Mancino.
Che punisce proprio la derisione e anche solo la svalutazione delle altre fedi.
Come è stato notato, le vignette danesi cadrebbero a pallino sotto la mannaia della legge Mancino, votata all'unanimità dai nostri cosiddetti «politici».
Ma nessuno lo ricorda, e sappiamo perché: perché quella legge fu voluta da una nota lobby solo per sé, non per gli altri.
Lo stesso Mancino ammise di aver ricevuto «pressioni» da quella parte, e da politico italiano si fa una gloria di non resistere a pressioni occulte dei potenti.
Non ci resta che apprezzare il cambiamento di clima: ancora un anno fa, per la legge Mancino, era vietato dire che il cristianesimo, poniamo, è superiore all'Islam, o più vero.
Oggi, gli islamici sono i sotto-uomini che si possono liberamente offendere e umiliare, oltre che ammazzare a migliaia (in Iraq, 250 mila morti).



Come giornalista, ho imparato a mie spese, vigono un numero infinito di tabù, di argomenti e personaggi che «conviene non toccare».
E naturalmente, il tabù dei tabù: l'Olocausto (maiuscola, prego).
In sette paesi della libera Europa ci sono leggi penali che condannano il revisionismo storico come «negazionismo».
E per essere «negazionisti» criminali non è necessario dubitare delle camere a gas e dei forni crematori: basta dire, poniamo, che gli ebrei ammazzati non furono 6 milioni bensì quattro, o 5 milioni e 600 mila.
Come sappiamo, c'è gente che sta in galera per questo, in Europa.
Gente che ha perso il lavoro, è stata messa alla fame, è stata pestata a sangue e non ha avuto giustizia.
Proprio sul caso Irving, quando qualche tempo fa mi intervistò una rete RAI, un certo Bolaffi, messomi accanto per dire le ragioni dell'ebraismo, mi obiettò: «è giusto mettere in galera Irving perché la sua non è storia, è pornografia».
Ma la pornografia non è vietata, fu la mia inutile replica; nessuno nella libera Europa va in galera per pornografia; perciò chiedo per David Irving i diritti e le protezioni legali che sono riconosciute ai pornografi.
Inutile.



Perché è questo il punto.
Ci sono libertà che lorsignori ci consentono, anzi di cui ci consentono l'abuso, «tabù».
di cui addirittura incoraggiano la rottura; perché così ci negano le libertà che pesano e che contano.
Le libertà che incoraggiano sono quelle superflue e voluttuarie: «diritti dei gay», «coppie di fatto», libera droga.
Quelle che ci negano sono le libertà politiche: ossia quelle che contestano il potere costituito, non tanto quello legittimo e democratico, ma quelli occulti e irresponsabili.
Reclamate il diritto allo spinello e all'eutanasia, votate per Vladimir Luxuria: a noi - dicono i potenti - non importa nulla.
Ma provatevi a dubitare per iscritto dell'Olocausto o a criticare Ciampi, e vi sbattiamo dentro, perché questo mina il nostro potere occulto.
Per questo detesto e trovo malvagie le «lotte» dei gay per i loro «diritti», e dei radicali per la libera droga: perché oscurano la democrazia, ingombrano il campo mentre ci vengono tolte le libertà necessarie.
Non hanno dignità politica.



Gli ultimi libri di Solgenitsyn, libri straordinari e importantissimi, non vengono pubblicati nell'Italia dello spinello libero: chi griderà dai tetti che la libertà d'espressione di Solgenitsyn è più importante, più degna di tutela, della libertà dei vignettisti?
Che le due cose non stanno sullo stesso piano?
Che non sono la stessa «libertà», tanto che la prima ed essenziale viene ancora negata di fatto, mentre l'altra è difesa e promossa?
Inutile ricordare che la «libertà d'opinione» in Occidente fu strappata (a volte col sangue) proprio per criticare i poteri costituiti, per lo scopo politico di contestare il potere e metterlo sotto controllo. Che la dignità della libertà di stampa consiste nell'essere umile ausiliaria della democrazia, e perciò dev'essere libera come la democrazia: libera «per» informare il popolo (il Sovrano) di quello che i potenti, specie quelli che lui non ha votato, fanno alle sue spalle.
Come disse un celebre giornalista americano: «le notizie sono quelle che qualcuno ha interesse a nascondere; tutto il resto è pubblicità».
Non è difficile vedere che i giornali, oggi, non contengono nessuna notizia, e solo pubblicità occulta: ossia le notizie che qualcuno ha interesse a pubblicare, e qualcuno potente.



Fa parte della «pubblicità», nella vicenda disgustosa dei cartoons, anche la «notizia» cui si attengono tutti e tutti i grandi giornali (ora hanno il diritto di diffondere notizie false, è la nuova libertà d'opinione): che le proteste islamiche sono «orchestrate».
Dalla Siria e dall'Iran.
Gli europei tendono a crederlo, e non è difficile capire perché: nessuno qui scenderebbe in piazza per Gesù.
E gli pare incredibile che i musulmani si sentano offesi così coralmente, spontaneamente.
E' la differenza tra noi e loro: loro sono credenti, noi (cristiani, come ci insegna Ferrara) non lo siamo.
Molto semplice.
E' per questo, temo, che vinceranno i musulmani, e ci colonizzeranno.
Mai una civiltà ha durato e brillato nel mondo quando ha conquistato il «diritto» a drogarsi, sposarsi fra uomini, cambiare sesso, votare travestiti.
Sono questi i sintomi inequivocabli della decadenza, e di un istinto di morte la cui prognosi è il crollo della civiltà.



Oggi, l'Occidente ha conquistato un'altra di queste libertà voluttuarie promosse dall'alto, e lo proclama: la libertà di bestemmiare anche Gesù.
Inedita «libertà» che apre una via maestra al diritto alla volgarità e alla bassezza, con esiti di cui tutti un giorno ci dorremo.
Sui tram di Milano, fino agli anni '70, cartelli messi da uno Stato che aveva a cuore la dignità del popolo avvisavano: «vietato bestemmiare e sputare per terra».
Ora, è anche possibile «sputare per terra», con quel che segue.
Vedrete a dove porterà tutto questo progresso.
Dall'11 settembre, c'è chi ha usurpato il nome di Occidente e parla a nostro nome di occidentali con la voce di Henri-Lévy, di Sharon, di Ferrara: gente che non è mai stata altro che Oriente, e del più oscuro.
Ma possono farlo, e non solo perché sono potenti.
Perché nessuno protesta: sintomo che la diserzione dall'Occidente - quello della civiltà, della dignità, anche solo della buona educazione - è ormai massiccia.



Ne ho indizi anche da alcuni miei lettori, un po' accascianti.
Uno taglia corto sulle proteste dei musulmani: «li bombarderei con tremila bombe atomiche», mi scrive.
Come spiegargli che questo suo impulso è disgustoso?
E non per ragioni moralistiche: perché è radicalmente «imbelle».
Uno sfogo fantasmatico (dove sono le tremila bombe atomiche? In mano di chi?) dettato da rabbia e da paura.
Chi ha visto la guerra, ha conosciuto tanti simili fanfaroni pronti a fare a parole stragi del nemico: erano i primi a disertare, ad arrendersi al primo scontro.
L'Europa pensò a fondo la guerra e la sua tragedia, e ne fece un atto di civiltà, il più arduo. Evidentemente, tra gli europei cresce la convinzione che la guerra - quest'atto supremamente politico e tragico di auto-sacrificio, che faceva del militare europeo la figura più simile all'asceta, al monaco (1) - non sia altro che una rissa da stadio, da teppa da discoteca, solo un po' più grossa. Dove «ci si toglie una soddisfazione», dove si dà una «lezione» alla curva sud.
In guerra, rabbia e paura sono il vero nemico da vincere.
Se scoppia davvero la guerra, i teppisti da stadio sono i primi a scappare.
Poiché oggi la situazione è seria, di gente così non abbiamo bisogno.

Inoltre, mi ha risposto il tatuato di 37 anni.
Quello al cui caso ho dedicato l'articolo «Come si diventa selvaggi»: non è offeso, per carità.
Solo mi dice di «informarmi».
E mi informa: «si documenti almeno. Tatuati erano solo i membri delle classi guerriere, dai Maori ai legionari di Roma eterna. Ha capito? Il tatuaggio era VIETATO a membri inferiori della società, come donne, servi e..borghesi. Era un PRIVILEGIO dei guerrieri, gli unici a poterlo legittimamente portare».
Lasciamo perdere i legionari di Roma, soldati di qualità altissima: come vedete, il nostro interlocutore non solo ammette, ma rivendica il suo ritorno allo stato selvaggio.
I suoi modelli, a cui aspira somigliare, sono i Maori, e immagino gli Zulù con le loro scarnificazioni.
E il bello è che giustifica questa sua secessione dall'Occidente, questo suo baldanzoso avvio alla società tribale, con rimasticature di Evola.
Il suo caso è più serio di quanto credevo.



Un altro lettore, che approva il senso del mio pezzo, mi chiede: ci dica le sue ricette, che cosa dobbiamo fare per reagire.
Il guaio, caro amico, è che non ci sono «ricette» per contrastare il degrado della civiltà.
Non ci sono soluzioni «tecniche» di pronto soccorso.
Le civiltà salgono con l'educazione e la formazione dei caratteri.
Dove sono oggi i caratteri, le forti volontà?
Ci propongono di votare Vlad Luxuria…
Provate a immaginare se una simile proposta l'avesse fatta un re di Francia nel '200, o nella Roma repubblicana.
I nostri antenati non avrebbero tollerato, come facciamo noi.
Come gli islamici d'oggi, sarebbero scesi in piazza con spade e forconi a bruciare tutto, cominciando dal travestito.
Certo, nel «Basso Impero» avrebbero tollerato, ormai le cose erano cambiate.
A Costantinopoli, a dominare la «politica» erano le tifoserie dello stadio, i «verdi» contro gli «azzurri», che si facevano «guerra», ossia risse da teppisti…e i turchi erano alle porte.
Ecco perché penso che i musulmani ci vinceranno, per quanto stupidi siano.
Lo meritano.
Sono migliori di noi.

Maurizio Blondet




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Note
1) Provate solo ad immaginare per un attimo un colonnello che deve dire al telefono al suo tenente, in prima linea, che ha già perso il trenta % dei suoi uomini per difendere un saliente: «resistete fino all'annientamento». Pensate a quel che prova il colonnello che non può mandare rinforzi, a quel che prova il tenente che esegue l'ordine, sapendo che la morte di ogni suo soldato, e la sua, serve solo per guadagnare qualche ora. Perché questo è il dovere militare: «la disposizione all'estremo sacrificio nelle condizioni più avverse», come disse il generale americano Shalikashvili. Non è cosa da teppisti da stadio. Eppure è successo nella seconda guerra mondiale. Colonnelli hanno dato quest'ordine ad El Alamein; giovani soldati italiani l'hanno eseguito fedelmente, contro forze superiori schiaccianti. Gli inglesi attaccarono lo schieramento italiano per disprezzo, giudicandolo il più debole, quello che avrebbe ceduto. Si sbagliarono. I nostri corpi bersaglieri e parà resistettero fino a ridursi a «un velo d'uomini» contro migliaia di carri armati, fino all'ultima bottiglia Molotov. Oggi noi, loro eredi, ci apprestiamo a votare, come ci dicono di fare, per Vladimir Luxuria. In cambio, possiamo sghignazzare su Maometto e Gesù. Siamo più liberi.





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