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    Predefinito USA - IRAN : aggiornamenti tecnico tattici

    L'irreversibile tramonto del'imperialismo USA di G. Chetoni


    Dipinto del'artista Fausto Di Bernardo cell. 3283684891



    Anche se gli analisti del Pentagono e della Nato e i “ media occidentali “ continuano ad accreditare l’esistenza di una indiscussa supremazia militare e politica dell’ America sul mondo, con l’intento di scoraggiare i nuovi “ nemici “ e convincere i vecchi “ amici “ a mantenere le “ posizioni “, è ormai evidente che gli Stati Uniti non sono più in grado di esercitare, come hanno fatto dal 1945 ad oggi, un potere di portata planetaria.
    Mentre l' America incontra crescenti difficoltà strutturali nell' espansione economica e industriale e deve incassare una inarrestabile perdità di credibilità politica, declina, rovinosamente, anche il processo di riammodernamento dell' Us Air Force e della Us Navy : il punto focale di quella " proiezione di potenza " che avrebbe potuto conservare, nel confronto globale con competitori emergenti come Cina, India, U.E e Russia il forte vantaggio di deterrenza tecnologica, finanziaria e produttiva che l’America aveva accumulato durante gli anni della guerra fredda nel rapporto di forza con i Paesi dell’ Est e con l' URSS. Paradossalmente la caduta del Muro di Berlino e l’ implosione del comunismo hanno liberato enormi energie, congelate, dalla fine della 2° guerra mondiale, dal trattato di Yalta. Sono saltate tutte le regole che avevano permesso per decine di anni l’ ingessatura geopolitica dei continente latino americano ed euroasiatico. L’esempio più clamoroso a sostegno di questa affermazione viene dal black-out che coinvolge l’aviazione militare e commerciale Usa.
    Mentre Airbus sottrae crescenti quote di mercato alla Boeing fino a superarla in numero di aerei venduti e in volume di affari con le compagnie di volo internazionali, in campo militare l’ Europa è riuscita a rendere operativo l’ Efa 2000 quando F 22 Raptor Usa è ancora allo stato di prototipo, per crescenti difficoltà di bilancio e di messa a punto.

    Mentre l’ Europa si appresta a lanciare nel 2006 l’ A 380 che rivoluzionerà il trasporto aereo civile mondiale con 850-900 passeggeri imbarcati vantando il minor livello di inquinamento acustico e ambientale, con il maggior risparmio di carburante e la più grande autonomia intercontinentale, l’ America continua a produrre un B 747 ormai obsoleto e sempre più difficile da vendere.

    In campo militare le cose vanno anche peggio. Gli aerei da supremazia aerea, gli intercettori, i cacciabombardieri F 14-15-16-18 sono ormai delle autentiche carrette dell’aria ma il ritardo più devastante che gli Usa hanno accumulato è nei sistemi d’arma.

    La tecnologia militare Usa da anni è ormai al palo. E se gli Usa sono paralizzati da un crescente “ immobilismo “ finanziario e industriale, diminuisce, di conseguenza, il potere di “ Israele “ che da sempre utilizza materiale militare di provenienza Usa e le sue donazioni, a carico dei lavoratori americani, per mantenere in efficienza in enorme apparato di repressione. L’annuncio della Russia di voler vendere nei prossimi cinque anni 40-60 centrali nucleari in America Latina, Asia, Africa ed Estremo Oriente, insieme alla politica energetica di Gazprom in Ucraina e Georgia e qualche avvertimento anche per la Merkel, sta letteralmente gettando nel panico Bush, il Pentagono e i necons Usa.

    Dal Dicembre 1999 ad oggi la Russia, è riuscita ad annullare la supremazia militare degli Usa, che durava, incolmabile, dalla guerra arabo-“ israeliana “ del 67. L’industria russa, con uno sforzo di ricerca senza precedenti dovuta al trasferimento di tecnologia francese e tedesca in progetti di cooperazione bilaterali, è riuscita a produrre sistemi d’arma capaci di annientare qualunque capacità offensiva degli Usa non solo sul suo spazio aereo e marittimo ma, cosa ben più importante, anche su quello dei Paesi che si affacciano, via, via sulla scena internazionale. Mentre un bombardiere nucleare americano B-2 che vola ad una tangenza operativa di 18.000 metri ed a una velocità di 0.98 mach, subsonica quindi, costa oltre 2 miliardi di dollari, la Russia di Putin, e i suoi acquirenti esteri di materiale militare, possono abbatterlo con un missile ( cliccare " surface to air missile Sa 300 pm2 " in ... ricerca ) del valore di 1 milione dollari. L' Sa 300 vola a 8.00- 9.00 mach fino a quote oltre i 40 km di altezza e può colpire a distanze di 150-160 km il B-2 da punto in cui è scoperto dai radar. Le valutazioni strategiche, militari ed economiche, che conseguono le lasciamo alla valutazione del lettore. Lo studio dei materiali radar assorbenti che coprivano la cellula dell' F 117 " stealth " abbattuto sulla Serbia nel 1999 ha permesso di rendere " visibili " anche i B-2.

    L’esportazione verso la Cina, l’ India e l’ Iran di questa produzione, aumentando a dismisura, la potenza convenzionale dei destinatari ha permesso alla Russia di incassare miliardi di dollari dall'export militare rinforzando ulteriormente la sua economia e la sua capacità di ricerca, progettazione e produzione industriale. In questo quadro la collaborazione tra Russia e Iran ha assunto un valore strategico.

    Le enormi risorse finanziarie che l’ Iran riesce ad incassare con l’ esportazione di gas metano e petrolio, che ormai ha superato da un anno sui mercati internazionali una quotazione oscillante tra i 60-62 dollari al barile, vengono, in parte, spese nella Federazione Russa per l’acquisto di sistemi d’arma a prevalente finalità di difesa. Negli ultimi cinque anni l’ Iran ha trasferito verso la Russia 4.6 miliardi di dollari per acquistare materiale militare oltre a sviluppare con questo Paese un piano di assistenza per la costruzione della centrale atomica di Busher. L’ultimo trasferimento di tecnologia militare dalla Russia all’ Iran ha riguardato l’ acquisto di 1.250 missili terra-aria Thor M-1 e un aliquota di Buk M 1-2, già presenti nell'arsenale delle Forze Armate dell' Iran, dotati di supporto mobile, destinati alla difesa a breve raggio con un contratto di fornitura stimato ad oltre 760 milioni di dollari per il 2005.

    La consegna, lo schieramento delle batterie e l’operatività del sistema in Iran è previsto per l’estate del 2006. Verso la Cina l’ Iran ha destinato risorse per oltre 5.4 miliardi di dollari ricevendone in cambio oltre a materiale industriale e militare anche un fondamentale appoggio diplomatico in sede internazionale e all’ Onu. Al ritmo di 1.4 miliardi di euro, negli ultimi tre anni, l’ Iran ha rinforzato enormemente le sue capacità aeree, navali e terrestri. Capacità di difesa che hanno fatto dell’ Iran la prima potenza al mondo, sarà bene ribadirlo, nel campo della difesa aerea e antinave.

    La “ densità “ dei sistemi missilistici che la Repubblica dell’ Iran ogni 100 Kmq è la più alta, in assoluto, a livello mondiale. La qualità tecnologica del materiale è attualmente insuperata e lo rimarrà per anni ed è, nel settore la stessa di cui dispone attualmente la Russia per contrastare una eventuale, improvvisa, aggressione nucleare, portata da aerei o cruise-missiles, degli USA. Non si è lontani dalla verità quindi nell’affermare che l’ Iran è in grado di abbattere tutto quello che gli Usa e “ Israele “ riescano a far volare ben molto prima che possano entrare nel suo spazio aereo o marittimo. L’Iran ha una difesa a lungo, medio e breve raggio semplicemente formidabile resa ancora più letale da misure di punto , satellitari ed AWACS tu 140, ottimizzate sulle analisi di impiego dei cruise-missiles Usa sull’ Iraq. In campo marittimo ha sistemato nel Golfo Persico e nell’ Oceano Indiano un numero imprecisato di avanzatissime batterie antinave SSN 22, Yakhont , C 801, C 802 basate su piattaforme mobili terrestri, imbarcate su naviglio veloce e lanciabili via aerea da Su 27 Flanker. Contro parte di questi sistemi d'arma gli Usa, attualmente, non dispongono nè di contromisure di fuoco nè di apparati jamming capaci di interferire sui sistemi di guida dei missili antinave a ram jet da 2.5 macht. Lo schermo difensivo marittimo è stato completato dalla semina sul fondo di queste acque di centinaia di contenitori stagni contenenti potenti siluri a ricerca acustica EM 52.

    Oltre 900 missili strategici a lunga gittata sono pronti a colpire terminali, porti e infrastrutture di eventuali califfati che intendessero collaborare con gli Usa mettendo a loro disposizione basi, attrezzature ed aereoporti. L 'unico modo per gli Usa di evitare una severa lezione è di tenersi lontanissimi dall' Iran. Potrebbero entrare con una squadra navale, prima di un attacco, nel Golfo Persico ma ne uscirebbero, dopo, con delle scialuppe di salvataggio o dei autogonfiabili e l'unico petrolio che potrebbe lasciare lo stretto di Ormuz , da quel momento, sarebbe il contenuto di un barile sversato in mare e affidato al gioco delle correnti. Non c’è attualmente caccia, cacciabombardiere, cruise-missile, bomba di precisione, bombardiere intercontinentale, aereo radar, da guerra elettronica, missile balistico con raggio da 2.500 km, conosciuto o precedentemente impiegato, in dotazione all’ Us Air Force, alla US Navy , o a “ Israele “ che non possa essere intercettato e abbattuto tra 300 e i 120 Km prima che si possa pensare di entrare nello spazio marittimo e aereo o territoriale dell’ Iran. Il bombardamento degli F 16 di " Israele " sul reattore di ricerca " Osiris " di Tammuz ha concluso un epoca. Oggi tentare di avventurarsi in profondità all' interno dell' Iran sarebbe per Usa e Israele semplicemente un suicidio militare. In un'altra occasione potremo dar conto minuziosamente dell’enorme potere convenzionale di cui dispone attualmente l’ Iran e l’ampiezza della deterrenza geopolitica che può esercitare in Iraq, Afghanistan, Libano, Palestina e più in generale su altre aree del Vicino Oriente che del Centro Asia. Si può inoltre legittimamente sostenere che la capacità di difesa convenzionale dell’ Iran sia, di fatto, superiore a quella che possono mettere in campo nell’area del Golfo Persico gli Usa, senza dover sottrarre, per tempi lunghi, ad altre aree strategiche, forze indispensabili ad assicurare un ormai residuale controllo militare “ globale “.

    Fintanto che truppe Usa continueranno ad essere dislocate in Iraq, alle periferie delle città, non ci saranno prevedibilmente attacchi Usa all’ Iran o alla Siria. Tra i due Stati è operante da tempo un patto di reciproca difesa. La strategia militare dell' Iran prevede inoltre attacchi preventivi di ampia portata su obbiettivi Usa o di " Israele " nel caso che fosse accertato l'imminenza di azioni aggressive contro la sua sovranità.

    L’ America impegnata severamente sul terreno in Iraq non è attualmente in grado a livello economico, militare e politico di gestire 2 “ punti di crisi “ regionali. L’Afghanistan non lo mettiamo nemmeno nel conto. Le perdite Usa in Iraq sono devastanti. Da informazioni attendibili di fonte diplomatica europea i caduti Usa in Iraq sono prossimi a 20.000 unità mentre i feriti dovrebbero attestarsi tra 90.000 e i 100.000.

    Le spese sostenute dall’ Amministrazione Bush per la guerra sono ormai, ad oggi, dall’ Aprile 2003, oltre i 575 miliardi di dollari. Bush ha chiesto al Congresso Usa, proprio in questi giorni, un ulteriore stanziamento di 70 miliardi di dollari da destinare all' Iraq e all' Afghanistan, più un seconda trance di altri 50 a partire dal 2007.

    In questo contesto allargare la guerra all’ Iran per gli Usa è ormai un obbiettivo fuori portata a meno di non usare armamento atomico tattico sui centri di ricerca e sull’industria militare e civile iraniana con attacchi di saturazione di cruise-missiles, una volta saltata irrimediabilmente la possibilità di degradarne l’efficienza, l'operatività e la produzione con interventi aerei mirati.

    Ma quì il discorso si sposta verso l’inponderabile. Ragionando in termini comparativi il Governo Berlusconi per mantenere in Iraq un contingente dai 2800 ai 3200 uomini, arrivati su quel teatro di guerra con mesi di ritardo rispetto al Marzo 2003, ha speso ad oggi 1.2 miliardi di dollari mentre ha previsto per il prossimo semestre un ulteriore stanziamento di 300 milioni di dollari che porta il finanziamento della missione in Iraq ad un totale di 1.5 miliardi di dollari. Il contingente italiano, per mantenere pressoché costante la presenza militare di 3000 soldati a Tallil, dopo la perdita del controllo sulla provincia di Dhi Qar, della C.P.A, della base Libeccio e Maestrale e una pressoché totale riduzione dell’attività di controllo sulla città di Nassiriya fino al ripiegamento .....“ tattico “..... nella ridotta di Camp Mittica inserita nel perimetro dell’aeroporto Usa , ha avvicendato con turnazione di 4- 5 mesi la Brigata Garibaldi, la Sassari, l’ Ariete 2 volte, la Friuli 2 volte e la Folgore e si appresta dal 1° gennaio 2006 a sostituire nuovamente l’ Ariete con la Sassari. In totale per il contingente presente a Tallil il Ministero della Difesa ha provveduto alla rotazione di non meno di 24.000 militari.

    Gli Usa per mantenere in Iraq una forza di 180.000 uomini hanno dovuto avvicendarne oltre un milione allungando il periodo di ferma in zona operativa anche oltre i 12 mesi con le conseguenze che si possono immaginare sulla tenuta psicologica e sull’efficienza militare delle divisioni americane che continuano ad operare in zone fortemente ostili e in condizioni ambientali estreme. Gli agi che offriva il Vietnam in riposo, ricercatezza di cucina, ambiente e disponibilità di puttane sono lontanissimi. Per i figli dei " veterani " in Iraq non c'è libera uscita, aria condizionata, bar dove bere birra fredda o frequentare locali a luci rosse. A Baghdad essere infilati morti ammazzati in una black-bag è molto più facile che nel Delta del Mekong. Mentre l’ Italia staziona in una zona che gli analisti militari definiscono “ stabilizzata “ o a “ basso rischio “ le forze Usa agiscono in aree ad altissimo pericolo per la spietata, efficienza messa in campo dalla guerriglia del Baath.

    Se gli Italiani hanno perso 32 uomini, quindi più dell’1 % del totale delle forze militari a disposizione, gli americani, dovendo far fronte a non meno di 70-80 azioni di fuoco al giorno della guerriglia, con perdite multiple, ad ogni attacco, in morti e feriti, secondo le stime dei media internazionali avrebbero avuto (ci ripetono ) ... 2.160 soldati caduti. Balle di rai, mediaset, agenzie, giornali di partito e " indipendenti ".

    La percentuale in questo caso risulta, addirittura, attestata su una percentuale appena superiore alle perdite sofferte dal contingente italiano che ha dovuto in sole 2 occasioni far fronte a un attentato e a due attacchi di portata limitata con impiego di sole armi leggere da parte della Milizia di Al Sadr.

    Stimando, da dati di fonte diplomatica della UE, per caduti il 12-15% dei militari USA, il Pentagono dovrebbe aver registrato almeno 19.000-20.000 morti e, valutando il rapporto 1/5 tra morti e feriti, oltre 90.000 tra inabili, sottoposti a terapie riabilitative e interventi chirurgici. Più del 40 % dei militari Usa sono stati curati per gravi traumi cranici. L'elmetto di klevar in dotazione alle truppe Usa ha salvato molte vite ma gli spostamenti d'aria conseguenti ad esplosione ha prodotto un aumento di lesioni celebrali con postumi di inabilità permanenti. In Vietnam i B 52 Usa martellavano l'Esercito del Nord con bombe acustiche perchè un soldato con i timpani spaccati, si diceva allora al Pentagono, non si può più utilizzare come combattente e in più costa, al nemico, più di un morto perchè continua a mangiare e a vestirsi. Solo a Ramstein ci sono 1.470 posti letto, destinati ai feriti Usa in Iraq, e oltre 1.700 tra medici e infermieri. Dal Maggio 2003 la ricettività dei complessi ospedalieri tedeschi è al completo. Quando non si riesce a controllare la strada, strategica, che dalla " green zone " porta all’ aeroporto, in tutto una dozzina di chilometri, e si deve incassare perdite crescenti lungo il percorso di personale civile e militare e lo si pattuglia con forze raccogliticcie come la Guardia Nazionale, vuol dire per gli Usa la guerra in Iraq, e in Afghanistan, è ormai persa da tempo. Fini, Martino e compagnia cantante quando vanno a trovare il " presidente dell' Iraq " Talabani usano gli strapuntini dei Black Hawh. L’imperialismo di Usa e GB marcia ormai con il passo degli stivali delle sette leghe verso un irreversibile tramonto. Il partito amerikano è ormai con l'acqua alla gola in America Latina, Eurasia, Medio ed Estremo Oriente mentre continua la liquidazione di quello che rimane delle divisioni Usa e dei suoi servi in Iraq e Afghanistan. Per il declino definitivo occorrerà aspettare altri 25-30 anni.

    Dresda, Berlino, Hiroshima, Nakasaki ... fosforo rosso, fullout radioattivo, agente arancio, napalm, fosforo bianco ... Falluja.

    La prossima nota sarà sul dispositivo di attacco preparato da Martino contro l' Iran, con l'invio di 350 militari dell' Aviazione Militare a Herat dietro la foglia di fico dei Centri Provinciali di Ricostruzione in Afghanistan che espone a enormi pericoli il contingente italiano di quella base come quello di Camp Mittica.

    •   Alt 

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    La Borsa petrolifera iraniana accelererà il crollo dell’impero americano
    di Krassimir Petrov, Ph.D*. [03/02/2006]
    Fonte:Comedonchisciotte

    I. Economia degli imperi

    Ogni stato nazionale impone le tasse ai propri cittadini, mentre ogni impero le impone agli altri stati nazionali. La storia degli imperi del passato, da quello greco e romano, a quello ottomano e britannico, ci insegna che il fondamento economico degli imperi è rappresentato dal sistema di tassazione imposto alle altre nazioni. Un impero può pretendere la riscossione delle tasse in virtù della sua maggiore solidità economica e quindi della sua superiore forza militare. Una parte delle tasse dei sudditi servono a migliorare le condizioni di vita dell’impero; l’altra parte va a rafforzare il dominio militare necessario per assicurarsi la riscossione delle tasse.
    Nel corso della storia, le tasse imposte alle nazioni sottomesse potevano prendere forme diverse - di solito si trattava di oro e di argento, laddove questi metalli erano considerati monete di scambio, ma anche di schiavi, di soldati, di raccolti, di bestiame, o di altre risorse agricole o naturali,in base alle esigenze economiche dell’impero e alle possibilità degli Stati sudditi. Storicamente, la tassazione imperiale è sempre stata di tipo diretto: lo Stato suddito consegnava i beni economici direttamente all’impero.

    Nel 20° secolo, per la prima volta nella storia, l’America è riuscita a tassare il mondo in modo indiretto, attraverso l’inflazione. A differenza di tutti gli imperi precedenti, non ha imposto il pagamento delle tasse in modo diretto, ma ha distribuito la propria valuta fiat [cartamoneta statale non convertibile], il dollaro statunitense, alle altre nazioni, in cambio di merci, con l’intento di provocare l’inflazione e la svalutazione di quei dollari e di far corrispondere poi ad ogni dollaro un numero inferiore di beni economici - la differenza così ottenuta equivale alla tassa imperiale degli Stati Uniti. Ecco come è avvenuto tutto ciò.

    All’inizio del 20° secolo, l’economia statunitense iniziò a dominare l’economia mondiale. Il dollaro statunitense era legato all’oro, affinché il prezzo del dollaro non aumentasse né diminuisse, ma rimanesse corrispondente alla stessa quantità di oro. La Grande Depressione, con la precedente inflazione verificatasi dal 1921 al 1929 ed il successivo deficit del governo che aveva speculato al rialzo, aveva sostanzialmente aumentato la quantità di valuta in circolazione, rendendo così impossibile la convertibilità dei dollari statunitensi in oro. Tutto ciò indusse nel 1932 Roosevelt a sganciare il dollaro dall’oro. Fino ad allora gli Stati Uniti avevano dominato l’economia mondiale, ma come forza economica e non ancora come forza imperialista. Il valore fisso del dollaro non avevo permesso agli Americani di trarre vantaggi economici dagli altri Paesi che venivano riforniti di dollari convertibili in oro.



    Dal punto di vista economico, l’impero americano è nato con Bretton Woods nel 1945. Non era possibile convertire completamente il dollaro americano in oro, ma lo si poteva convertire in oro soltanto per i governi stranieri. In tal modo il dollaro venne riconosciuto come valuta di riserva del mondo. Questo fu possibile perché durante la Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti avevano fornito i loro alleati di provviste, richiedendo l’oro come mezzo di pagamento, accumulando così significative percentuali dell’oro mondiale. Un impero non sarebbe stato possibile se, dopo l’accordo di Bretton Woods, le riserve di dollari fossero stati limitate e proporzionate alla disponibilità di oro, in modo da poter convertire tutti i dollari in oro. Ma la politica “burro e cannoni” degli anni Sessanta fu di tipo imperialista: le riserve di dollari vennero incessantemente incrementate per finanziare il Vietnam e il programma Great Society del presidente Lyndon B. Johnson. La maggior parte di quei dollari vennero consegnati agli stranieri in cambio di beni economici, senza la possibilità di poterli poi ripagare per lo stesso valore. L’aumento delle riserve di dollari da parte degli stranieri con il deficit commerciale persistente degli Stati Uniti fu l’equivalente di una tassa – più o meno come la classica tassa dell’inflazione che un Paese impone ai propri cittadini, questa volta una tassa dell’inflazione che gli Stati Uniti imponevano sul resto del mondo.

    Negli anni 1970-1971 le nazioni straniere pretesero che i loro dollari venissero convertiti in oro, ma il 15 agosto 1971 il governo degli Stati Uniti venne meno al pagamento. Mentre la versione ufficiale parlava di "sganciare il dollaro dall’oro", in realtà il rifiuto di convertire in oro equivaleva ad una dichiarazione di bancarotta del governo degli Stati Uniti. In pratica gli Stati Uniti si auto-proclamavano un impero. Essi avevano spillato un’enorme quantità di beni economici dal resto del mondo, senza avere alcuna intenzione né la possibilità di restituirli, ed il mondo restava impotente a guardare – il mondo era stato tassato e non poteva farci niente.

    Da questo momento in poi, per sostenere l’impero americano e continuare a tassare il resto del mondo, gli Stati Uniti dovevano costringere il mondo a continuare ad accettare i dollari sempre più deprezzati in cambio di beni economici e far sì che il mondo possedesse un numero sempre crescente di questi dollari svalutati. Si doveva però dare al mondo una motivazione economica per far sì che si accumulassero queste riserve di dollari,e la ragione fu il petrolio.

    Nel 1971, man mano che diventava sempre più chiaro che il governo degli Stati Uniti non sarebbe stato in grado di convertire i suoi dollari in oro, esso stipulò un accordo inviolabile negli anni 1972-73 con l’Arabia Saudita per appoggiare il potere della Casa di Saud in cambio della promessa che essi avrebbero accettato soltanto dollari statunitensi in cambio del loro petrolio. Anche il resto dell’OPEC seguì l’esempio, accettando soltanto dollari. Dato che il mondo doveva acquistare il petrolio dai Paesi arabi produttori, ecco quindi trovata la ragione per indurre a conservare i dollari come moneta di pagamento per il petrolio. E dato che il mondo aveva bisogno di sempre crescenti quantità di petrolio ad un prezzo sempre più alto, la domanda mondiale di dollari sarebbe potuta soltanto aumentare. Anche se non sarebbe stato più possibile convertire i dollari in oro, adesso essi erano convertibili in petrolio.

    La sostanza economica di tale accordo consisteva nel fatto che in tal modo il dollaro aveva come garanzia il petrolio. Fino a quando le cose sarebbero rimaste così, il mondo avrebbe dovuto accumulare un numero sempre crescente di dollari, per poter comprare il petrolio. Fino a quando il dollaro restava l’unica moneta di pagamento consentita per comprare il petrolio, il suo predominio globale sarebbe stato assicurato e l’impero americano avrebbe potuto continuare a tassare il resto del mondo. Se ora, per una qualche ragione, il dollaro perdesse la garanzia del petrolio, l’impero americano cesserebbe di esistere. Così, la sopravvivenza dell’impero ha imposto che il petrolio venga venduto soltanto in cambio di dollari. Inoltre ha preteso che le riserve di petrolio si trovino distribuite presso stati sovrani tra loro diversi non abbastanza potenti né dal punto di vista politico né da quello militare tanto da poter esigere monete diverse per il pagamento del loro petrolio. Se qualcuno richiedesse una diversa forma di pagamento, lo si dovrebbe persuadere a cambiare idea, sia con la pressione politica che con i mezzi militari.

    Colui che infatti ha preteso di essere pagato in euro per il suo petrolio è stato proprio Saddam Hussein nel 2000. All’inizio, la sua richiesta era stata considerata ridicola, poi accolta con noncuranza, ma quando è apparso chiaro che Saddam faceva sul serio, si è esercitata la pressione politica per fargli cambiare idea. Quando altri Paesi, come l’Iran, hanno espresso la volontà di farsi pagare con altre valute, in particolare con l’euro e lo yen, il pericolo per il dollaro è allora diventato imminente, e si è passati a considerare un’azione punitiva. La Shock-and-Awe [la strategia militare “colpisci e terrorizza”] di Bush in Iraq non aveva niente a che vedere con gli armamenti nucleari di Saddam, né con la difesa dei diritti umani, né col desiderio di diffondere la democrazia, e neppure con il desiderio di volersi accaparrare i campi di petrolio; si trattava invece di salvaguardare il dollaro, ergo salvaguardare l’impero americano. Si trattava di dare un esempio a chiunque pretendesse il pagamento in valute diverse dal dollaro statunitense, mostrando come un tal gesto sarebbe stato punito.

    In molti hanno criticato Bush per avere mosso guerra contro l’Iraq allo scopo di conquistare i campi di petrolio iracheni. Ma questi critici non riescono a spiegare il motivo per cui Bush dovrebbe volere impossessarsi di quei campi – a lui basterebbe semplicemente stampare dollari senza preoccuparsi di niente ed usarli per prendersi tutto il petrolio del mondo che vuole. Deve avere avuto qualche altro motivo per invadere l’Iraq.

    La storia insegna che un impero dovrebbe andare in guerra per una delle seguenti ragioni: (1) per auto-difesa o (2) per ricavare dei benefici dalla guerra; altrimenti, come Paul Kennedy illustra nella sua opera magistrale The Rise and Fall of the Great Powers (“Ascesa e declino delle grandi potenze” Garzanti Libri 1999) , un eccessivo sforzo militare prosciugherebbe le sue risorse economiche, accelerandone la caduta.

    Dal punto di vista economico, affinché un impero intraprenda e conduca una guerra, sulla bilancia i benefici ottenuti devono avere un peso maggiore rispetto ai costi militari e sociali richiesti. I benefici ricavabili dai campi di petrolio iracheni difficilmente valgono i costi a lungo termine di una guerra pluriennale. Invece, Bush deve essere andato in guerra contro l’Iraq per difendere il suo impero. Infatti, proprio questo è il caso: due mesi dopo che gli Stati Uniti avevano invaso l’Iraq, il programma Oil for Food venne terminato, i conti iracheni in euro vennero cambiati subito di nuovo in dollari ed il petrolio venne venduto ancora una volta soltanto in dollari statunitensi. Il mondo non poteva più comprare il petrolio dall’Iraq in euro. La supremazia globale del dollaro venne ancora una volta ristabilita. Bush scese vittorioso da un caccia dichiarando che la missione era stata compiuta - egli aveva difeso con successo il dollaro statunitense, e quindi l’impero americano.





    II. La Borsa petrolifera iraniana

    Alla fine il governo iraniano ha sviluppato la più potente delle armi “nucleari” in grado di distruggere velocemente il sistema finanziario su cui sta puntellato l’impero americano. Quest’arma è la Borsa petrolifera iraniana, la cui apertura è programmata per il marzo 2006. La Borsa si baserà su un meccanismo del commercio del petrolio in euro che naturalmente implicherà il pagamento del petrolio con l’euro. In termini economici, ciò costituisce una ben più grande minaccia all’egemonia del dollaro rispetto a quella rappresentata da Saddam, perché in tal modo si permetterà a chiunque desideri o comprare o vendere il petrolio in euro di effettuarvi le transazioni, raggirando così del tutto il dollaro statunitense. Se ciò accade, allora è probabile che quasi tutti saranno desiderosi di adottare il sistema petrolio-euro:

    Gli Europei non dovranno più comprare e conservare dollari al fine di assicurarsi la moneta di pagamento per il petrolio, perché potrebbero pagarlo con la propria valuta.L’adozione dell’euro per le transazioni del petrolio fornirà alla valuta europea il prestigio di essere una riserva monetaria, il che benificerà gli Europei a discapito degli Americani.

    I Cinesi ed i Giapponesi saranno particolarmente desiderosi di adottare il nuovo cambio, perché ciò consentirà loro di diminuire drasticamente le loro enormi riserve di dollari e di diversificarle con gli euro, proteggendosi in tal modo dalla svalutazione del dollaro. Una parte di questi dollari continuerà ad essere da loro conservata; mentre essi potrebbero benissimo decidere di cestinare una seconda parte delle loro riserve di dollari; e poi di utilizzare una terza parte dei loro dollari per i futuri pagamenti senza reintegrare le proprie riserve di dollari, ma accumulando riserve di euro.

    I Russi hanno intrinseci interessi economici nell’adozione dell’euro – la maggior parte dei loro affari commerciali avviene con i Paesi europei, con i Paesi esportatori di petrolio, con la Cina e con il Giappone. L’adozione dell’euro privilegerà subito i primi due blocchi di Paesi e col tempo faciliterà il commercio con la Cina ed il Giappone. Inoltre, a quanto pare, i Russi detestano conservare i dollari che si stanno deprezzando, dato che hanno di recente scoperto la loro nuova venerazione per l’oro. I Russi hanno anche risvegliato il loro nazionalismo, e se abbracciare l’euro significherà sferrare un duro colpo agli Americani, lo faranno con piacere, compiacendosi di vedere gli Americani dissanguarsi.

    I Paesi Arabi esportatori di petrolio adotteranno con entusiasmo l’euro come mezzo per diversificare i propri investimenti al posto delle montagne crescenti di dollari svalutati. Proprio come i Russi, i loro affari commerciali sono principalmente con i Paesi europei, e quindi preferiranno la valuta europea sia per la sua stabilità sia per evitare il rischio valuta, per non parlare della loro jihad contro il Nemico Infedele.

    I Britannici saranno gli unici a trovarsi tra l’incudine e il martello. Essi hanno da sempre una partnership strategica con gli Stati Uniti, ma al tempo stesso subiscono naturalmente l’attrazione da parte dell’Europa. Finora hanno avuto molte ragioni per stare dalla parte dei vincitori. Però, vedendo il proprio partner secolare crollare, resteranno saldi al suo fianco o gli infliggeranno il colpo di grazia? E poi, non si dovrebbe dimenticare il fatto che al momento le due principali borse del petrolio sono il NYMEX di New York e l’International Petroleum Exchange (IPE) [Borsa internazionale del petrolio] di Londra, anche se entrambi sono in realtà in mano agli Americani. Sembra quindi più probabile che i Britannici si troveranno ad sprofondare giù insieme con tutta la barca, perché altrimenti danneggerebbero i loro stessi interessi nella IPE di Londra e sarebbe per loro come spararsi sui piedi. E’ qui il caso di notare che nonostante tutta la retorica riguardo alle ragioni per far sopravvivere la sterlina, è molto più verosimile che il motivo per cui i Britannici non hanno adottato l’euro sia stato il fatto che gli Americani devono avere esercitato molte pressioni su di loro per evitarlo: se ciò fosse avvenuto, l’IPE di Londra sarebbe dovuto passare all’euro, infliggendo così una ferita mortale al dollaro ed al loro partner strategico.

    Ad ogni modo, non importa ciò che i Britannici decideranno, nel caso la Borsa petrolifera iraniana dovesse prendere velocità, gli interessi in ballo – cioè quelli degli Europei, dei Cinesi, dei Giapponesi, dei Russi e degli Arabi – porteranno ad adottare con entusiasmo l’euro, segnando così il destino del dollaro. Gli Americani non possono permettere che ciò accada, e, se necessario, useranno tutta una vasta gamma di strategie per fermare od ostacolare l’entrata in funzione della Borsa:

    Il sabotaggio della Borsa – sotto forma di un virus che colpisca i computer, di un attacco ai network, alle comunicazioni o ai server, di varie violazioni alle protezioni dei server, o di un attacco del tipo dell’11 settembre ai danni dei servizi principali e di sostegno.

    Il colpo di stato – si tratta di gran lunga della migliore strategia a lungo termine a disposizione degli Americani.

    La negoziazione dei termini accettabili e delle limitazioni – ecco un’altra eccellente soluzione per gli Americani. Naturalmente, un colpo governativo è chiaramente la strategia preferita, dato che assicurerebbe la mancata entrata in funzione della Borsa, evitando così del tutto ogni possibile minaccia agli interessi americani. Ma, nel caso in cui un tentativo di sabotaggio o di colpo di stato fallisse, allora è chiaro che la negoziazione sarebbe la seconda migliore opzione a disposizione.

    Una risoluzione congiunta di guerra dell’ONU – senza dubbio difficile da ottenere se si considerano gli interessi di tutti gli altri Stati membri del Consiglio di Sicurezza. Ovviamente la febbricitante retorica sulle armi nucleari sviluppate dagli Iraniani serve a preparare la strada per questo tipo di azione.

    Un attacco nucleare unilaterale – si tratta di una terribile scelta strategica per tutte le ragioni connesse alla successiva strategia, la guerra totale unilaterale. Probabilmente gli Americani si serviranno di Israele per fare il loro sporco gioco nucleare.

    La guerra totale unilaterale – è ovviamente la peggiore scelta strategica. Innanzitutto, le risorse militari statunitensi sono già state stremate da due guerre. In secondo luogo, gli Americani continueranno ad alienarsi le altre nazioni potenti. In terzo luogo, i principali Paesi possessori di riserve di dollari potrebbero decidere di fare una rappresaglia in modo silenzioso, cestinando le proprie montagne di dollari, impedendo così agli Stati Uniti di finanziare ulteriormente le proprie ambizioni militari.
    Infine, l’Iran ha alleanze strategiche con altre nazioni potenti che potrebbero reagire entrando in guerra; a quel che si dice l’Iran ha stretto un’alleanza con la Cina, l’India e la Russia, nota come lo Shanghai Cooperative Group, chiamata anche semplicemente Shanghai Coop, ed un patto a parte con la Siria.

    Qualunque sarà la scelta strategica adottata, da un punto di vista puramente economico, nel caso la Borsa petrolifera iraniana dovesse prendere il via, essa verrà accolta con entusiasmo dalle principali potenze economiche, accelerando la fine del dollaro. Il crollo del dollaro farà aumentare drammaticamente l’inflazione negli Stati Uniti, facendo salire i tassi di interesse a lungo termine statunitensi. A questo punto, la Fed [Federal Reserve: la riserva federale] si troverà come tra Scilla e Cariddi – tra deflazione e iperinflazione – presto costretta a fare una scelta difficile: o prendere la “classica medicina” della deflazione, con cui si alzano i tassi di interesse, portando così ad una grave depressione economica, al collasso del settore immobiliare e ad una implosione dei bond, delle azioni e dei mercati derivati, con un crollo finanziario totale, oppure, come alternativa, seguire la strada di Weimar dell’inflazione, con la quale si stabilizza il reddito delle obbligazioni a lungo termine, si sollevano gli elicotteri e si affoga il sistema finanziario nella liquidità, rilevando numerosi LTCM [Long-term Capital Management hedge funds: fondi gestione dei capitali a lungo termine] e iperinflazionando l’economia.

    La teoria austriaca dei cicli economici del denaro e del credito ci insegna che non c’è via di mezzo tra Scilla e Cariddi. Prima o poi, il sistema monetario dovrà propendere per una o per l’altra di queste vie, costringendo la Fed a fare la propria scelta. Non c’è alcun dubbio che il Comandante in capo Ben Bernanke, un noto studioso della Grande Depressione ed un esperto pilota di elicotteri Black Hawk, sceglierà la via dell’inflazione. “Helicopter Ben” [“Elicottero Ben” soprannome di Ben Bernanke], immemore dell’America's Great Depression di Rothbard, ha nondimeno imparato a fondo la lezione della Grande Depressione e del potere annichilente delle deflazioni. Il maestro gli ha insegnato la panacea per ogni problema finanziario – l’inflazione, sempre e comunque, accada quel che accada. Egli ha persino insegnato ai Giapponesi le sue tecniche non convenzionali ma ingegnose per combattere la trappola della liquidità causata dalla deflazione. Come il suo mentore,egli ha sognato di lottare contro un inverno di Kondratieff. Per evitare la deflazione, egli ricorrerà alle rotative tipografiche del Tesoro; richiamerà tutti gli elicotteri dalle 800 basi militari statunitensi d’oltreoceano; e, se necessario, monetizzerà tutto ciò che è possibile. La sua ultima impresa sarà la distruzione iperinflazionistica della valuta americana, dalle cui ceneri risorgerà la nuova valuta di riserva del mondo – quella barbara reliquia chiamata oro.

    Krassimir Petrov, Ph.D*.
    Fonte: www.gold-eagle.com
    Link: http://www.gold-eagle.com/editorials...rov011606.html
    15.01.06

    Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di PIXEL

    Letture consigliate

    William Clark "The Real Reasons for the Upcoming War in Iraq"
    William Clark "The Real Reasons Why Iran is the Next Target"

    *Krassimir Petrov ([email protected]) ha ottenuto il Ph. D. [Dottorato di ricerca] in Economia presso la Ohio State University ed attualmente insegna Macroeconomia, Finanza Internazionale ed Econometria presso l’American University in Bulgaria. Ha intenzione di proseguire la sua carriera a Dubai o negli Emirati Arabi Uniti.



    ___________________________________________




    La vera arma letale di Theran
    di Martin Walzer [04/02/2006]
    Fonte:Comedonchisciotte


    La prospettiva di un fungo atomico che si innalza nel deserto di Dash-e-lut, in Iran, può non essere la maggior minaccia iraniana alla stabilità internazionale. Nel prossimo avvenire un esperimento atomico riuscito con armi nucleari da parte dell’Iran può rivelarsi meno stabilizzante di una semplice iniziativa economica sul libero mercato come quella che, si dice, l’Iran sta per lanciare il prossimo marzo.

    Teheran vuole aprire una nuova borsa petrolifera, per scambiare i vari prodotti petroliferi e potenzialmente, aprire anche un mercato sui futures. Gli operatori potrebbero vendere e comprare partite di petrolio e gas, come avviene attualmente nell’ International Petroleum Exchange (IPE) di Londra o la NYTMEX di New York.



    Però vi è una differenza: gli scambi avverranno in euro, e non in dollari, e il prezzo del petrolio non si riferirà al West Texas Intermediate o al Brent Crude (del Mare del Nord) ma, invece, al petrolio prodotto nel golfo persico.

    E allora? Sembra una variazione di poco conto, e anzi utile, dal momento che il ventaglio di scelte a disposizione dei vari operatori e consumatori viene ampliato, del resto in linea con quanto raccomandato da Adam Smith, il padre del moderno capitalismo nel 18 secolo.

    Non è così. Perché una tale operazione rappresenta per l’economia americana un colpo molto più devastante di quanto lo possa essere la capacità iraniana di produrre una bomba atomica, che oggi, e nel prossimo futuro, è totalmente priva di credibilità fino a quando non si otterranno dimensioni, affidabilità e stabilità tali da poterla puntare contro un qualsiasi prevedibile obiettivo strategico.

    La relazione esistente fra petrolio e dollaro è molto intima e importante, e garantisce alla moneta americana, sotto il profilo della profittabilità, in quanto valuta monetaria mondiale di riserva, uno status veramente privilegiato. La prospettiva di una borsa petrolifera alternativa apre la possibilità all’Iran di essere arbitro fra euro e dollaro, senza contare un eventuale risparmio sul costo del petrolio futuro.

    A questo punto se il petrolio può essere denominato in più di una valuta allora perché non poterlo denominare anche in altre monete? Perché non denominarlo anche in Yen giapponese, o Yuan cinese, che alla fine dei conti è il secondo importatore di petrolio al mondo?

    Insomma, perché non farla finita con il monopolio del potente dollaro?

    Una mossa simile non sarebbe ben accolta a Washington, che ha già reagito rapidamente, con la caduta di Baghdad nel 2003, all’impudente mossa di Saddam che si era messo a vendere petrolio in cambio di euro, anzichè di dollari. Il grande vantaggio di essere la moneta mondiale di riserva consiste nel fatto che, se tutto va male, il Tesoro americano può pagare le proprie importazioni di petrolio semplicemente stampando più carta moneta.

    Naturalmente esistono dei limiti alla propensione americana di far perdere il valore della propria moneta, come si è visto nel 1973 con il primo grande rialzo dei prezzi da parte dell’OPEC, quando il prezzo per barile si triplicò. Tale mossa viene comunemente attribuita alla decisione politica dell’Arabia Saudita e ad altri produttori arabi di petrolio di punire gli USA per il loro decisivo aiuto a Israele nella guerra dello Yom Kippur. In parte ciò è vero, ma la decisone cruciale dell’OPEC fu il risultato diretto della decisione del presidente Nixon, il 15 agosto, di sganciare il dollaro dall’oro.

    Il dollaro perse di valore e i paesi dell’OPEC venivano pagati con moneta svalutata. Così nella riunione di Beirut, il 22 settembre, l’OPEC adottò la risoluzione XXV:140, con la quale si decideva di intraprendere “ogni azione necessaria… per contrastare gli effetti negativi derivanti dalla decisione del 15 agosto in relazione al valore di ogni barile di petrolio prodotto dai vari paesi.”

    Si proclamò inoltre per la prima volta, da parte dello Sceicco Zaki Yamani, ministro del petrolio saudita, la possibilità di utilizzare l’ultima arma rimasta: un embargo sul petrolio.

    A causa delle dimensioni mostruose dell’attuale deficit commerciale e di bilancio americano, rinforzato dalla decisione di Bush di rendere permanenti i tagli alle tasse, la maggior parte del mondo finanziario odierno è in attesa di una altra, simile, svalutazione del dollaro. La settimana scorsa il professor di Harvard Marty Feldstein, ha scritto sul Financial Times, che sulla base delle svalutazioni 1985-87 Louvre and Plaza, il dollaro dovrebbe essere svalutato del 40% e anche più.

    Il mercato semplicemente non sa quando ciò accadrà. Ma se ciò dovesse accadere dopo l’avvio a regime della borsa iraniana, allora chi avrebbe scommesso sullo scambio dollaro-euro, sul mercato dei futures di Teheran, si troverebbe con una bella sommetta in tasca.

    Il piano quinquennale di Teheran prevede che la borsa si apra quest’anno. Il Teheran Times del 26 luglio ha riferito che è stata concessa l’autorizzazione finale. Mohammad Javad Asemipour, il tecnocrate ed ex ministro del petrolio che è stato incaricato di avviare la borsa, ha effettuato una serie di discreti viaggi esplorativi a Londra, Francoforte, Mosca e Parigi.

    Proprio dopo Natale la Iran Labor News Agency lo ha citato dicendo che: “un tale avvenimento (la borsa) offrirebbe il vantaggio, fra gli altri, di consentire la trasparenza di tutte le transazioni petrolifere.” In quanto sarebbe consentito “ai vari operatori di accedere alle informazioni necessarie per consentire uguali opportunità di commercio per tutti.”

    Asemipour è un tipo piuttosto elusivo, che però sembra convinto che l’Iran possa giocare sulla contrapposizione fra europei e americani, fra euro e dollaro. Proprio un anno fa era stato citato sul quasi ufficiale Iran Daily a proposito degli europei che avevano condotto un “magnifico gioco” con gli USA durante gli anni delle sanzioni, quando avevano partecipato in Iran a vari progetti economici, particolarmente nel settore dell’energia.

    “In questo gioco gli europei avevano fatto finta di stare dalla parte degli americani, mentre invece erano impegnati in vari affari provocando una specie di concorrenza agli americani. Però, in pratica, essi avevano perseguito quelli che erano i loro interessi.” Non mancano infatti vari funzionari americani che nutrono simili sospetti riguardo a Francia e Germania, anche se tutti, al momento, sembrano concordi nel guardare con preoccupazione alle ambizioni nucleari di Teheran.

    Adesso c’è da chiedersi se la borsa di Teheran, se e quando si aprirà, avrà successo, tenuto conto che un’idea simile attuata in Dubai in passato è fallita. Però allora il prezzo del petrolio non aveva raggiunto i 65 dollari al barile, e i soci del Dubai non avevano ancora rinunciato a considerare l’Iran come un potenziale nemico invitandolo, come osservatore, alle proprie riunioni. Cioè prima che il mondo arabo cominciasse a giudicare che, quali che fossero le reali intenzioni di Washington, il vero vincitore della guerra in Irak fosse stato proprio l’Iran.

    Il mondo può essere sul punto di cambiare molto più velocemente di quanto possiamo immaginare, con o senza gli esperimenti nucleari dell’Iran. Ci sono altre armi, probabilmente più devastanti, che possono colpire, proprio là dove fa più male, un’America finanziariamente vulnerabile.



    Martin Walzer
    Fonte:www.informationclearinghouse.info
    Fonte: http://www.informationclearinghouse....ticle11653.htm 2
    23.01.06



    Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da VICHI

 

 

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