Friedrich Overbeck, pittore austriaco che nell' 800 sembra aver presentito il triste destino che avrebbe accomunato queste due gloriose nazioni nell' aprile del 1945; malinconicamente si consolano a vicenda, differenti, ma attratte l' una dai guai dell'altra.
«Ah, l’Italia! Il paese dei limoni in fiore! Infine ho potuto dunque vedere con i miei occhi ciò che finora la mia fantasia ebbra in preda all’ossessione ha raffigurato in smodate immagini!».
A suonare così entusiasta, con tanto di ben nota citazione di Goethe e la solita serie dei più usati cliché, è il pittore Friedrich Overbeck in occasione del suo tanto agognato arrivo a Roma nel 1810, assolutamente appassionato della sua “patria artistica”, l’Italia appunto.
Oggi questo pittore, ai suoi tempi così famoso, è noto solo a pochissimi: non solo il pathos romantico dei suoi scritti e delle lettere, ma anche i dipinti intrisi di passione religiosa sono difficilmente accessibili ad un pubblico contemporaneo. Solamente uno dei suoi quadri si è impresso nella memoria culturale dei tedeschi italiofili, esattamente come l’opera di Tischbein “Goethe nella campagna toscana” o gli angeli più famosi della storia dell’arte mondiale, i putti di Raffaello della Madonna Sistina. Oggi ritroviamo questo quadro di Overbeck, “Italia e Germania”, a decorare i titoli di riviste italo-tedesche come icona della profonda malinconia per i paesi del sud oppure appeso sulle scrivanie fredde di studenti d’italiano tormentati dalla voglia di viaggiare.
Ma è veramente troppo bello per essere vero: teneramente appoggiate una all’altra sono le due bellezze, l’una chiara e l’altra scura, l’una ornata di corona di alloro, l’altra di foglie di quercia e margherite. La prima esibisce un abito prezioso, eppur semplice, orlato di giallo-oro; la seconda indossa un vestito più sfarzoso di un delicato rosso e verde, gioielli dorati e scollatura di pelliccia. Sullo sfondo a sinistra, dietro “Italia”, si staglia un paesaggio italiano con un lago e una chiesa romanica. A destra invece si riconosce una cittadina dominata dal campanile gotico. Il cielo è di un azzurro delicato come le mattine estive del Mediterraneo.
Certo, tutto questo è un pò kitsch. E allora ci si chiede perché entrambe appaiano così malinconiche. “Italia” con gli occhi abbassati; “Germania”, nell’atto di consolarla, le tiene la mano tra le sue e volge lontano lo sguardo assente. Significa forse che l’Italia ha bisogno della consolazione tedesca? In effetti questa sembra essere la figura dall’abbigliamento più sfarzoso. D’altro canto “Italia” è più grande di “Germania”: forse un modo per riequilibrarne la superiorità? Decisamente sì. Anche ad uno sguardo più attento l’immagine dà l’idea di un’unione equilibrata. Tutto sommato il dipinto è stato concepito fin dall’inizio come un “quadro dell’amicizia”. Overbeck aveva iniziato a dipingere per il suo amico Pforr nel 1811, al quale lo univa un’amicizia talmente intensa, secondo la moda dei tempi, che il loro scambio epistolare ricorda una vera e propria relazione di amore più che la semplice compagnia di due uomini. Era usuale che i pittori si regalassero a vicenda “quadri dell’amicizia”.
Per i giovani amici le due splendide figure incarnavano originariamente le loro “spose” ideali, e davano l’impressione di essersi veramente innamorati delle figure fantastiche che portavano i nomi di Maria e Sulamith . Inoltre esse rappresentavano i due tipi di pittura da loro prediletti: Germania l’arte tedesca dell’epoca di Dürer preferita da Pforr e Italia con i colori delle madonne (rosso, bianco e blu), l’arte italiana del primo Rinascimento, in particolare quella di Raffaello.
Interpretare questo quadro come un simbolo di vicinanza tra le due nazioni è dunque un errore, in quanto non si tratta di personificazioni delle nazioni, bensì di allegorie dell’arte italiana e tedesca.
Tuttavia non dimentichiamo che quando nel 1812 Pforr morì a Roma, Overbeck abbandonò l’opera. Quando la portò a termine, solo sedici anni più tardi, le giovani “spose” erano diventate le donne “Italia” e “Germania”. Overbeck, che fino al giorno della sua morte nel 1869 rientrò in Germania solo per brevi visite, in qualità di tedesco in Italia, riferendosi al quadro, scrive: «È un ricordo della patria, che come un marchio indelebile è impressa nell’animo, e pure è ogni impulso di bellezza e maraviglia, di cui, grato, al presente ho godimento».Con ciò si intenda la nostalgia che costantemente attira il nord verso il sud. Non si basa dunque su un equivoco quell’interesse per il dipinto di Overbeck da parte delle copertine delle riviste poc’anzi citate?
La nostalgia per il sud! Ne furono incantati prima di Overbeck gli artisti più famosi della Germania, da Dürer a Goethe, e dopo di lui ancora Mann e Heine. Oggi però quei nobili viaggi si sono trasformati in turismo di massa e la Toscana nel frattempo è diventata tedesca. Anche quell’entusiasmo appassionato di allora pare non essere più tanto di moda. Se soltanto i governanti di oggi si ispirassero alla passione romantica di un Overbeck! E se solo gli uomini di oggi dipingessero i loro ideali su tela invece di farseli saltellare davanti al naso... Il fatto che nel caso di “Italia e Germania” si tratti di kitsch e che in esso risuonino tutti i vecchi cliché del sole di Capri o dei limoni in fiore è da un certo punto di vista alquanto indifferente. Resta da dire che sicuramente è stato lo sguardo dell’amore ad aver rappresentato le due pur così diverse donne in un gesto comune di affetto. Lo sguardo di un tedesco italofilo. E che nell’amore il kitsch non esista è cosa a tutti nota.
»Ach ja! Italien! Das Land, wo die Zitronen blühen! Habe nun alles gesehen, was sich vor kurzem meine trunkne Fantasie von süßer Ahndung aufgeregt in ausschweifenden Bildern malte!«
Der da in höchsten Klischeetönen inklusive Goethe-Zitat schwärmt, ist der Maler Johann Friedrich Overbeck, 1810 endlich in Rom angekommen und voller Begeisterung für seine „Kunstheimat“ Italien.
Heute ist der zu Lebzeiten sehr erfolgreiche Maler nur noch wenigen bekannt: Nicht nur der romantische Pathos seiner Schriften und Briefe, auch seine vor religiöser Inbrunst berstenden Bilder sind gegenwärtigen Betrachtern schwer zugänglich. Nur eines seiner Bilder hat sich – wie Tischbeins „Goethe in der italienischen Campagna“ oder die berühmtesten Engel der Kunstgeschichte, Raffaels Putti in der „Sixtinischen Madonna“ – in das kulturelle Gedächtnis italienreisender Deutscher eingebrannt. Als Ikone der Sehnsucht nach dem Süden ziert es die Titelblätter deutsch-italienischer Zeitschriften und hängt über den kalten Schreibtischen fernwehgeplagter Italienischstudenten: „Italia und Germania“.
Es ist aber auch zu schön: Einander zärtlich zugewandt sind die dunkle und die blonde Schönheit, die eine lorbeerbekränzt, die andere mit Eichenlaub und Gänseblümchen geschmückt. Die eine in wertvollem, aber schlichtem Gewand, das ein goldgelber Saum ziert, die andere, noch prächtiger, in hellerem Rot und Grün, mit goldenem Schmuck und pelzbesetztem Ausschnitt. Links hinter der „Italia“ eine italienische Landschaft, ein See und eine romanische Kirche. Rechts hingegen eine kleine Stadt, überragt von einem gotischen Kirchturm. Der Himmel zartblau, wie an einem Sommermorgen am Mittelmeer.
Natürlich ist das irgendwie kitschig. Und man fragt sich, wieso die beiden so wehmütig sind. „Italia“ mit niedergeschlagenen Augen, „Germania“ tröstend ihre Hand in beiden Händen haltend, den leeren Blick in die Ferne gerichtet. Soll das bedeuten, dass Italien des deutschen Trostes bedarf? Schließlich ist es auch die kostbarer gewandete Figur. Andererseits ist „Italia“ größer als die „Germania“. Ein Ausgleich der Überlegenheit? Ja, und auch auf den zweiten prüfenden Blick ein Bild von offensichtlich ausgewogener Verbundenheit. Aber schließlich war das Ganze ja auch als „Freundschaftsbild“ gedacht. Overbeck hatte es 1811 für seinen Freund Franz Pforr zu malen begonnen. Mit diesem war er entsprechend der damaligen Mode in so inniger Freundschaft verbunden, dass ihre Korrespondenz weniger an einen Männerbund, als vielmehr an eine Liebesbeziehung denken lässt. „Freundschaftsbilder“ malte man sich unter Künstlern gegenseitig als Geschenk.
Die beiden Schönen hatten die beiden jungen Männer ursprünglich als ihre idealen „Bräute“ erdacht und zeigten sich in die Fantasiegestalten namens Maria und Sulamith regelrecht verliebt. Sie sollten die von ihnen erwählten „Arten der Malerei“ repräsentieren, die „Germania“ die von Pforr bevorzugte deutsche Kunst der Dürerzeit, die „Italia“ in den Farben der Madonnen (rot-weiß-blau) die italienische Kunst der Frührenaissance, vor allem derjenigen Raffaels.
Das Gemälde als Symbol der Annäherung beider Nationen zu verwenden, ist insofern eigentlich ein Irrtum – handelt es sich doch nicht um Personifikationen der beiden Nationen, sondern vielmehr um Allegorien der italienischen und der deutschen Kunst.
Andererseits: Als Pforr 1812 in Rom starb, legte Overbeck die Arbeit zunächst zur Seite. Sechzehn Jahre später, als er das Bild vollendete, waren aus den beiden jungen Bräuten die Frauen „Italia“ und „Germania“ geworden. Overbeck, der bis zu seinem Tod 1869 nur für kurze Besuche nach Deutschland zurückkehrte, schreibt als Deutscher in Italien über das Bild: »Es ist Erinnerung an die Heimat, die unauslöschlich dem Gemüte eingeprägt ist und andererseits der Reiz alles des Herrlichen und Schönen, was ich dankbar in der Gegenwart genieße.« Die Sehnsucht sei gemeint, die den Norden beständig zum Süden hinziehe. Basiert die Beliebtheit des Gemäldes auf den oben erwähnten Titelblättern insofern doch nicht auf einem Missverständnis?
Die Sehnsucht nach dem Süden! Dessen Zauber erlagen vor Overbeck die berühmtesten Männer des Landes, Dürer und Goethe beispielsweise, nach ihm dann Mann und Heine. Allerdings ist aus dem vornehmen Reisen der berühmten Herren der allgegenwärtige Tourismus der Massen und die Toskana inzwischen deutsch geworden. Und auch die einstige schwärmerische Begeisterung ist offenbar nicht mehr zeitgemäß. Ach, nähmen sich doch nur Staatsmänner von heute ein Beispiel an der romantischen Ergriffenheit eines Overbecks! Und malten doch auch die Männer von heute ihr Wunschbild auf Leinwand, anstatt es sich ins Gesicht zaubern zu lassen... Dass es sich bei „Italia und Germania“ um Kitsch handelt und dass darin all die überholten Klischees von Caprisonne bis Zitronenblüte anklingen, ist so gesehen egal. Und vielleicht kann man ja festhalten, dass es der Blick eines Liebenden gewesen sein muss, der die beiden ungleichen Frauen in so inniger Zugewandtheit malte. Der Blick eines deutschen Italienliebenden. Und dass es in der Liebe keinen Kitsch gibt, das weiß man ja.
von Christine Gräbe
Italiano di Barbara Muraca





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