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    Talking La Lega sud candida la pronipote di Federico II

    Kathrin von Hohenstaufen è alta, bionda e di sangue blu
    La Lega sud candida la bella principessa
    In campo per la lista Ausonia anti-Carroccio la pronipote di Federico II di Svevia che nel 1217 sconfisse i Milanesi

    NAPOLI - Un tocco di nobiltà per questa campagna elettorale. A scendere in campo nelle file della Lega Sud Ausonia è nientedimeno che una (vera) principessa: Kathrin von Hohenstaufen, pronipote di Federico II di Svevia ed Elisabetta d'Inghilterra, «erede e titolare legittima dell'antico Regno di Sicilia», come dice di lei Gianfranco Vestuto, leader di Ausonia, nemica giurata del Carroccio. Nome difficile da pronunciare e da ricordare, è vero, quello della pronipote dell'imperatore. Che però è alta, bionda e bella (come si evince dalla foto pubblicata sul sito dei leghisti del Meridione), e che quindi non stenterá a farsi riconoscere dagli elettori.

    CANDIDATURA SIMBOLICA - Ma soprattutto, alla candidatura della principessa, i vertici della Lega Sud Ausonia vogliono attribuire un significato simbolico e storico: l'avo della candidata sudista è quel Federico II che nel 1217 sconfisse i Milanesi a Cortenuova, e li umiliò facendo sfilare il loro simbolo, il Carroccio, appunto, lungo le strade di Cremona, per poi inviarlo a Roma perché venisse esposto in Campidoglio. I cugini nordisti, quelli della Lega Sud Ausonia non li possono proprio vedere. Ed è chiaro che non hanno digerito per nulla l'accordo siglato dai padani con il movimento autonomista di Raffaele Lombardo. «Smaschereremo il grande imbroglio preparato ai danni del Sud da Lombardo e Calderoli», promette Vestuto.

    CROCIATA ANTI-LUMBARD - Una vera e propria crociata, che comunque non è una novità per i leghisti-sudisti, già presenti in altre competizioni elettorali con il loro simbolo che, manco a dirlo, ritrae il volto di Federico II. E se la Lega Nord ha già eletto la sua Miss Padania, quelli del Sud non sono da meno: ci sarà anche una Miss Ausonia, e sarà eletta a fine anno. Come deve essere la reginetta del Sud? Presto detto: «è la ragazza elegante che rispetta i canoni della bellezza classica di Ausonia; il legame e la continuità con la tradizione mediterranea sono fortissimi. È perfetta in tutto, una buona compagna, solare, persuasiva, stimolante, esprime felicitá, ottimismo e amore per tutto quello che la circonda, credendo negli ideali per un futuro di libertá. È dotata di creatività e si ribella al banale», come recita la scheda di presentazione del concorso sul sito di Ausonia. L'identikit è completo, non mancano neppure le misure: «di statura deve raggiungere i 170 centimentri, e la taglia, mediamente, è 40/44».
    14 febbraio 2006

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  2. #2
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    Predefinito

    ahhahahaahahahahah

    che puttanata gli Hoenstaufen sono estinti tutti quelli che si spacciano per loro discendenti sono notoriamente impostori.

  3. #3
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    Citazione Originariamente Scritto da Elendil
    ahhahahaahahahahah

    che puttanata gli Hoenstaufen sono estinti tutti quelli che si spacciano per loro discendenti sono notoriamente impostori.
    Issi sono falsi come i loro degni ascendenti.
    La storia si ripete

    http://www.laliberacompagnia.org/pub..._pdf/qp_12.pdf

    Federico II e il falso Carroccio
    di Gilberto Oneto

    Qualche anno fa, in occasione
    della mostra su Federico
    II, alcuni giornali,
    spinti da eccessivi ardori patriottici
    hanno scritto che fra
    i cimeli esposti c’era anche
    quel che restava del Carroccio
    strappato in battaglia ai Milanesi
    nella battaglia di Cortenuova
    nel 1237.
    Il troppo amore per la (loro)
    patria e la sua “sacra” unità, il
    livore antipadano, la solita superficialità
    condita di servilismo
    politico hanno fatto commettere
    ai giornalisti-lacchè
    di regime una imprudenza: in
    realtà nella mostra non c’era
    traccia del Carroccio (che non
    era neppur menzionato dal catalogo)
    né poteva esserci perché,
    se mai era arrivato a Roma,
    era subito stato distrutto.
    Ma con tutta probabilità, come
    si vedrà, non c’era neppure
    mai arrivato. (1)
    C’era invece nella mostra, e
    c’è ancora in Campidoglio,
    una parte del monumento
    concepito per alloggiare il
    Carroccio e che ha dato il nome
    a una sala dello stesso palazzo.
    Del monumento esiste
    una storia dettagliata. Costruito
    per sostenere il fantomatico
    Carroccio, questa specie
    di baldacchino, consistente
    in due colonne di marmo
    verde e tre di granito e in un
    architrave di marmo incisa, fu
    descritto come già danneggiato
    nella prima metà del XV secolo.
    (2) Se ne perdono poi le
    tracce per tre secoli fino al
    1727, quando alcuni suoi resti
    ricompaiono vicino alle carceri
    capitoline: si tratta di due
    colonne di marmo verde antico
    che vengono ricomposte
    nella Sala dei Capitani in
    Campidoglio, dove si trovano
    tuttora. (3) L’iscrizione celebrativa
    è stata invece a lungo
    conservata all’interno del Palazzo
    Senatorio e nel 1744 è
    stata trasferita sulle scale del
    Palazzo dei Conservatori e più
    di recente esposta nella sala
    detta appunto del Carroccio.
    Si tratta di un epistilio iscritto
    di 6 metri di lunghezza e di
    36 centimetri di altezza. (4)
    Il Carroccio non c’è più e in
    realtà non c’è mai veramente
    26 - Quaderni Padani Anno lll, N. 12 - Luglio-Agosto 1997
    La statua di Federico II di Svevia,
    di Emanuele Gaggiano
    (1888)
    (1) Catalogo
    (2) Lo descrive Nicolò Signorili, autore di una Descriptio Urbis
    Romae eiusque excellentia dedicata al papa Martino V. Il Signorili
    ha anche ricopiato abbastanza correttamente l’epigrafe.
    (3) Si tratta di due colonne di “verde antico”, un marmo
    piuttosto prezioso proveniente dalla cava tessalica di Atrax,
    perciò detto anche marmor Thessalicum o Atracium. Provengono
    certamente dalle rovine di qualche costruzione antica
    ; solo i capitelli sono di fattura medievale. Delle altre tre
    colonne di granito grigio (proveniente dalle cave egizie del
    mons Claudianus) se ne è forse ritrovata una, che oggi (poco
    gloriosamente) regge una copia della lupa capitolina all’ingresso
    del palazzo senatorio.
    Margherita Guarducci, “Federico II e il monumento del Carroccio
    in Campidoglio”, su Xenia, (VIII) 1984, pagg. 83-94.
    (4) L’epigrafe è incisa con caratteri di tipo “capitale” con alcuni
    elementi gotici, alti 6 centimetri. È preceduta da una
    croce radiata (un segno “orientale”) e si sviluppa su tre righe
    sovrapposte. L’iscrizione è in latino: Cesaris Augusti Friderici,
    Roma, secundi dona tene currum perpes in Urbe decus.
    Hic Mediolani captus de strage triumphos Cesaris ut referat
    inclita preda venit. Hostis in opprobrium pendebit, in Urbis
    honorem mictitur, hunc Urbis mictere iussit amor. (“O Roma,
    mantieni come dono di Federico secondo Cesare Augusto,
    a perpetuo ornamento nella Città, questo carro. Esso,
    preso a Milano dalla sanguinosa battaglia, viene a te, insigne
    preda, a rappresentare i trionfi di Cesare. Penderà a vergogna
    del nemico, è mandato in onore della Città; l’amore della
    Città comandò di mandarlo”).
    Margherita Guarducci, “L’iscrizione sul monumento del Carroccio
    in Campidoglio e la sua Croce radiata”, su Xenia, (XI)
    1986, pagg.75-84.
    Federico II e il falso Carroccio
    di Gilberto Oneto
    stato anche se una leggenda dura a morire sostiene
    il contrario. Si tratta di una balla costruita
    ad arte da Federico II in funzione autocelebrativa
    e propagandistica.
    I fatti sono noti: Federico II è l’imperatore
    mezzo tedesco e mezzo terrone del Sacro Romano
    Impero (il padre era Enrico VI, figlio del
    Barbarossa e la madre la principessa siculo-normanna
    Costanza di Altavilla). Fu allevato alla
    corte di Palermo dalla madre, rimasta precocemente
    vedova, che odiava i tedeschi; impregnato
    di cultura araba, mediterranea e classica,
    aveva costruito, partendo da Palermo, il primo
    esempio di moderno stato accentratore e burocratico
    e, per questo, è tanto ammirato dai centralisti
    e dagli statocratici di tutti i tempi. Soppresse
    (o cercò di sopprimere) ogni potere intermedio
    esercitando il dominio diretto del potere
    centrale sui sudditi mediante una casta di
    burocrati e funzionari in larga parte siciliani e
    pugliesi. “Fino ad allora il servizio imperiale era
    stato disimpegnato da uno o due legati tedeschi,
    e il governo cittadino da nobili dell’Italia
    settentrionale eletti podestà: ora, improvvisamente,
    si riversavano per tutta la penisola i pugliesi.
    Tutti i gradi della burocrazia vedevano
    un gran numero di gente di Puglia, abile e fidata
    - fedeltà garantita dalle famiglie e dai beni lasciati
    al sud - di modo che gli studenti bolognesi
    dicevano con sarcasmo di certe città, che esse,
    a causa delle loro discordie interne, erano
    adesso costrette a pagare il tributo a Cesare e a
    piangere sotto il giogo pugliese”. (5)
    La burocrazia federiciana occupò ogni spazio:
    “accanto ai vicari generali e ai podestà imperiali,
    comparve presto un esercito di sottovicari,
    capitani di fortezza, funzionari di finanza, personale
    giudiziario e cancelleresco, e altri impiegati
    di grado inferiore”, non più composto da
    “oppressori stranieri tedeschi ma da stranieri
    del sud”. (6)
    Una politica del genere non poteva che portare
    Federico II in immediata rotta di collisione
    con le città padane così attaccate della propria
    autonomia, e insofferenti di poteri lontani e
    prepotenti, oltre a tutto rapaci, esosi e ladri. In
    più, questa situazione veniva a sovrapporsi a
    una vecchia inimicizia (risalente alle lotte contro
    il Barbarossa, mezzo secolo più addietro) e a
    lacerazioni mai rimarginate fra la Padania e il
    potere romano-germanico.
    Per di più, se il Barbarossa era un prepotente
    dotato però di una riserva di ragionevolezza,
    suo nipote Federico era una sorta di invasato
    megalomane che si credeva la reincarnazione di
    Dio: chiamò Iesi, la cittadina vicina a Loreto dove
    era nato “la sua Betlemme” e “non mancò di
    paragonare la “divina madre” che l’aveva generato
    con la madre di Cristo”. (7) Odiava ferocemente
    i Lombardi e la loro voglia di libertà: la
    sua idea fissa era che “le dieci o dodici città della
    Lega erano le perturbatrici della pace mondiale”
    e che “costringerle alla pace era compito
    demandatogli da Dio in persona”. (8) Riteneva i
    Lombardi dei malvagi e nutriva per loro un
    odio viscerale. Al re di Francia aveva scritto:
    “Non appena, negli anni che ci maturavano e
    nella forza ardente dello spirito e del corpo,
    ascendemmo, contro ogni umana aspettazione,
    per unico cenno della provvidenza divina, ai fastigi
    dell’impero romano [...] ; sempre drizzammo
    l’acutezza della nostra mente a perseguire
    le offese fatte (dai Lombardi) al padre e all’avo
    nostro, ed a svellere i piantoni di empia libertà
    già attecchiti in altri luoghi”. (9)
    I Padani erano ribelli all’autorità ed eretici
    (molti di loro erano Patarini) e per l’invasato
    imperatore la guerra ai Lombardi si trasformava
    in una specie di guerra santa che doveva
    coinvolgere l’intero orbe terracqueo di cui si
    considerava signore e padrone e non riusciva a
    capire perchè il Pontefice lo ostacolasse in questa
    sua crociata di “giustizia imperiale”. “La
    guerra contro i Lombardi appariva quindi affare
    Anno lll, N. 12 - Luglio-Agosto 1997 Quaderni Padani - 27
    (5) Ernst Kantorowicz, Federico II imperatore (Milano : Garzanti,
    1988), pagg. 486, 487.
    (6) Ibidem Al vertice di questa complessa struttura burocratica
    (prevalentemente pugliese) si pone un ristretto clan di
    potere (principalmente composto da siciliani e da congiunti
    di Federico II) dalle connotazioni molto simili a quelle mafiose
    o di certe associazione malavitose e politiche dei nostri
    giorni: “Emergono così d’improvviso nell’amministrazione
    italica i nomi già noti dei giovani siciliani di bell’ingegno: i
    Filangieri e gli Eboli, gli Acquaviva e gli Aquino, i Morra e i
    Caracciolo; e accanto a questi, i figli dell’imperatore: Enzio e
    Federico d’Antiochia, il poco noto Riccardo di Theate e, in
    seguito, re Enrico, figlio di Isabella di Inghilterra; quindi i
    generi di Federico, che avevano avuto in moglie le sue figlie
    illegittime: Ezzelino da Romano, signore della marca trevisana,
    e Giacomo del Carretto, marchese di Savona, e Riccardo
    di Caserta e Tommaso d’Aquino juniore; infine i marchesi
    Galvano e Manfredi Lancia, e il conte Tommaso di Savoia,
    parenti dell’imperatore per mezzo di re Manfredi”.
    Ernst Kantorowicz, op. cit., pag. 487.
    (7) Ibidem, pag. 7
    (8) Ibidem, pag. 421. Giova anche ricordare come Federico si
    riferisse a sé stesso come “l’Unto dal Signore”.
    (9) Ibidem, pag. 422
    di tutto l’orbe: e pertanto l’imperatore
    invitò a una dieta a
    Piacenza anche i messi di tutti
    i re d’Europa, per potere, in
    comune, ridurre alla tranquillità
    quei pochi perturbatori
    della pace universale ...” (10)
    “L’atteso imperatore-messia,
    instauratore del regno della
    giustizia, doveva dunque mostrarsi
    come il rinnovatore dell’antico
    impero romano, della
    pace universale del princeps
    Augusto e dell’antica sistemazione
    del mondo sotto Roma
    imperiale”. (11)
    Era così ancora una volta
    Roma, l’eterna nemica della
    Padania, che si affacciava sulla
    nostra valle con la solita brutalità,
    per togliere ogni libertà e
    ricchezza ai nostri popoli: e
    questa volta aveva il volto di
    un pazzo megalomane.
    Le sue armi sono state anche
    allora quelle di sempre: violenza,
    inganno e istigazione alle
    divisioni fratricide. Federico
    corruppe o illuse traditori e pavidi,
    divise i Lombardi e mise
    assieme un esercito di avventurieri:
    cavalieri feudali tedeschi,
    siciliani, italiani, accanto
    a saraceni, fanti offerti dalle
    città fedeli all’impero e cavalieri e arcieri prezzolati
    dalla più varia provenienza. Contro di lui
    c’era la forte alleanza di Milano e Venezia, cui si
    erano unite Vicenza, Treviso, Padova, Mantova e
    poche altre città.
    Il 27 novembre 1237 si scontra a Cortenuova
    con l’esercito della Lega e lo batte conseguendo
    però una vittoria che non fu certo così sfolgorante
    o decisiva come la efficiente macchina
    propagandistica imperiale ha fatto credere.
    Federico è però sempre stato molto attento
    all’aspetto “propagandistico” delle proprie imprese
    e volle che quel limitato episodio bellico
    venisse descritto e festeggiato come una “grande
    vittoria”, così fin dal giorno dopo si cominciò
    attraverso documenti e “manifesti” dal tono
    piuttosto duro a diffondere la notizia che Federico
    aveva sbandato i rebelles e catturato il Carroccio
    milanese. (12)
    Egli “esibì” in effetti un Carroccio su cui era
    legato il podestà di Milano Pietro Tiepolo, che
    era anche figlio del Doge di Venezia (incarcerato
    in Puglia sarà, con pompa mediterranea,
    sgozzato due anni dopo), lo fece trascinare da
    un elefante prima fino a Cremona e poi da muli
    (e non da tori bianchi, in segno di scherno) in
    una teatrale parata, durata molti mesi, che ha
    attraversato in segno di monito molte atterrite
    città.
    Il Carroccio arrivò a Roma nell’aprile del
    1238, accolto in tripudio dal popolo in una cerimonia
    degna dei trionfi degli antichi imperatori,
    fu offerto al Senato romano e collocato in
    28 - Quaderni Padani Anno lll, N. 12 - Luglio-Agosto 1997
    Federico II, figlio di Enrico
    IV e di Costanza di Altavilla.
    (10) Ibidem, pag. 422.
    (11) Ibidem, pag. 424.
    (12) Historia diplomatica Friederici Secundi, ed. di J.L.A.
    Huillard-Bréholles, vol. 5/1 (Paris, 1857-59). Citata in: Ernst
    Voltmer, Il Carroccio (Torino: Einaudi, 1994), pagg. 221 e
    222.
    Campidoglio sulle 5 colonne di cui si è già parlato.
    (13)
    Si è trattato di una perfetta messa in scena,
    fin troppo perfetta per un avvenimento che si è
    svolto nel bel mezzo di una guerra. E, in effetti,
    c’era il trucco. Nella realtà i Milanesi avevano
    fatto in tempo a smontare il loro Carroccio e a
    portarsi via le parti più importanti del prezioso
    veicolo, fra cui la Croce. A Federico non restò
    che raccogliere la mattina dopo la battaglia, sul
    campo, fra la mota quello che i Milanesi il giorno
    prima non avevano portato via. Galvano
    Fiamma (1283-1344) sostiene che si sarebbero
    trovate solo le ruote del vero Carroccio. (14)
    Della stessa opinione sono l’umanista Giorgio
    Merula (1430-94) e la storica Margherita Guarducci.
    (15) Appare probabile che il Carroccio
    portato a Roma fosse in realtà solo una collezione
    di relitti o addirittura un carro costruito lì
    per lì con una frettolosa operazione di collage.
    In ogni caso non era il Carroccio milanese. (16)
    I pezzi di legno collocati con tanta pompa in
    Campidoglio non ebbero vita né lunga né gloriosa
    perché furono quasi subito bruciati dai
    Romani, si pensa su istigazione del Papa e in
    odio a Federico, dopo l’effimero entusiasmo per
    Anno lll, N. 12 - Luglio-Agosto 1997 Quaderni Padani - 29
    (13) È interessante notare come i cronisti dell’epoca abbiano
    descritto gli avvenimenti con sospetta uniformità di immagini:
    la potente macchina propagandistica imperiale deve
    avere allora inventato le “veline” dell’informazione di regime.
    “Tunc etiam Mediolani potestas filius ducis Venetum captus
    est. Similiter et carrochium cepit et Cremonam duxit” (“Allora
    fu catturato il podestà di Milano, figlio del Doge di Venezia.
    Allo stesso modo (il re) catturò il carroccio e lo portò
    a Cremona”) (Ryccardus de S. Germano, M.G.H. SS XIX,
    pag. 375)
    “Eodem namque mense mandavit imperator Romam carocium
    Mediolani super mullos qui illud portaverunt, cum
    multis signis et vexillis et tubis per partes Pontremulli”
    (“Nello stesso mese l’imperatore mandò il carroccio di Milano
    su dei muli che lo trasportarono, insieme a molte insegne,
    vessilli e trombe dalle parti di Pontremoli”) (Annales
    Placentini Gibellini, M.G.H. SS XVIII, pag. 478)
    “..et carocium Mediolanensis eis astilit et eum mixit Romam”
    (“... e prese loro il carroccio dei milanesi e lo mandò a
    Roma..”) (Annales Parmenses Maiores, M.G.H. Ss XVIII, pag.
    669)
    “Et eodem anno factum fuit prelium Curtis-nove per imperatorem
    Federicum, et captum fuit carocium Mediolani”
    (“E nello stesso anno venne fatta una battaglia a Cortenuova
    da parte dell’imperatore Federico, e fu catturato il carroccio
    di Milano”) (Annales Cremonenses, M.G.H. SS XXXI, pag.17)
    “...et capto potestate eorum cum carezolo conversi sunt, et
    imperator misit suprascriptum carezolum (Romam)” (“... e,
    catturato il loro podestà col carroccio si ritirarono, e l’imperatore
    mandò a Roma il suddetto carroccio”) (Annales Bergomates,
    M.G.H. SS XXXI, pagg. 333-334)
    “Et eo anno die quarto exeunte Novemb. Mediolanenses vero
    ad exercitu imperatoris devicti et mortui fuerunt, et
    suum carocium apud Curtemnovam amiserunt; et etiam filius
    ducis Veneciarum, qui tunc temporis erat potestas Mediolan.,
    captus fuit et in civitate Cremone in carceribus ductus
    fuit.” (“E nello stesso anno, il quarto giorno dell’uscente
    mese di novembre i milanesi furono sconfitti e uccisi dall’esercito
    dell’imperatore, e persero il loro carroccio presso
    Cortenuova; inoltre il figlio del Doge di Venezia, che in quel
    tempo era podestà di Milano, fu catturato e portato in catene
    nella città di Cremona”) (Alberti Milioli Notarii Regini Liber
    de Temporibus, M.G.H. SS XXXI, Tomus II, pag. 512).
    Alla fine del XV secolo, la storiella è stata ripresa e “codificata”
    nella sua versione più nota e apologetica da Pandolfo
    Collenuccio, significativamente considerato uno dei progenitori
    del meridionalismo, nel suo Compendio delle historie
    del regno di Napoli (Venezia, 1539).
    (14) Galvano Fiamma, Chronicon extravagans et Chronicon
    majus, citato in: Ernst Voltmer, op. cit., pag. 209.
    Si vedano anche: L.A. Muratori, Rerum Italicarum Scriptores,
    XI, Mediolani 1827, coll.673 s. e Id., Flamma, vissuto nel
    medesimo secolo XIII. Annali d’Italia, VII, Milano 1744,
    pag.238.
    (15) “Quidam captum quoque fuisse Madiolanensium carrotium
    dicunt; alii partem tantum eius ferunt: opinantes pridie
    ab Henrico Moguntiaco post afflictas opes laceratum, et
    ornamentis omnibus detractis carrum ibidem relictum,
    quem Fridericus trophaei morem ad amicas civitates miserit.
    Captum vero constat Teupolum Praetorem et Elephanto
    impositum per urbem Cremonam et Laudem circumductum”.
    (“Alcuni dicono che fu catturato anche il carroccio dei
    milanesi; altri dicono che fu presa solo una parte; costoro
    sostengono che il giorno prima era stato smembrato da Enrico
    di Magonza dopo il disastro e, tolti tutti gli ornamenti,
    era stato abbandonato il carro, che poi Federico mandò come
    trofeo alle città sue alleate. Fu anche catturato il pretore
    Tiepolo, e fu posto su un elefante e portato attraverso Cremona
    e Lodi”) Georgii Merulae Alexandrini Antiquitatis Vicecomitum
    libri X, Lovanio 1704, pag. 286.
    “In realtà la vittoria venne, a quanto risulta, un po’ esagerata
    e il Carroccio si ridusse a qualche resto raccolto la mattina
    dopo sul campo di battaglia, fra la mota, quando le parti più
    importanti del prezioso veicolo, fra cui la Croce, erano già
    state portate in salvo il giorno prima dai guerrieri milanesi.”
    Margherita Guarducci, “Federico II e il monumento del Carroccio
    in Campidoglio”, op. cit., pag. 83.
    (16) Che si trattasse di parti e non di un Carroccio intero lo si
    deduce anche dalla fattura del monumento capitolino che
    serviva a esporre degli oggetti appesi e non a sorreggere un
    oggetto tridimensionale di grandi dimensioni. La fattura del
    monumento sembra dare ragione alla tesi di Galvano Fiamma
    che limitava alle ruote il bottino effettivamente catturato.
    Anche su questo punto però i conti non tornano : secondo lo
    storico Girolamo della Corte, citando Bernardino Corio, dopo
    la battaglia di Cortenuova, Federico “a Veronesi donò le
    ruote del Carroccio de’ Milanesi, e volle che a perpetua memoria
    di così felice impresa fossero, come piace al Coiro,
    poste sopra quattro alte colonne nella Città”. Le ruote furono
    spartite o nella foga i propagandisti di Federico avevano
    acceduto nel procurarsi ruote di Carroccio?
    Girolamo della Corte, Dell’Istoria della città di Verona, vol. I
    (Venezia, 1744), pag. 314.
    quella pompata vittoria. (17) Di certo, del Carroccio
    non c’era più traccia nella già citata descrizione
    del XV secolo.
    La pittoresca sceneggiata mediterranea non
    ha in ogni caso portato molta fortuna a Federico:
    dopo la infelice giornata di Cortenuova, non
    solo Milano non si arrende ma moltiplica il vigore
    della lotta e il suo coraggioso esempio è
    presto seguito da Alessandria, Brescia, Piacenza,
    Bologna e Faenza che riformano con baldanza
    la Lega. Infuriato dall’eroica caparbietà
    dei Padani e dal (per lui) pericoloso esempio di
    “pazzesca libertà” che rappresentano, Federico
    attacca nel 1238 Brescia. Per farlo mette assieme
    la più grandiosa congrega di prepotenti della
    storia umana, convincendo tutti i tiranni del
    tempo che la Lega è un pericolo per tutti. Conviene,
    per questa incredibile ed entusiasmante
    pagina della nostra storia, riportare la descrizione
    testuale del Kantorowitz.
    “Federico II trovò effettivamente audienza al
    suo appello presso i monarchi, che dovevano
    ben presto mettergli a disposizione forze ingenti.
    Sicilia e Germania si misero in armi, e le
    diete di Torino, Cremona e Verona misero in
    movimento tutto il territorio dalla Borgogna
    alla marca trevisana.
    La primavera del 1238 scese dal nord a Verona
    re Corrado coi tedeschi, ed entro l’estate si
    radunarono ingenti truppe, di modo che Federico
    si trovò ad avere l’esercito maggiore, e il
    più vario, che mai avesse comandato. Accanto
    ai mercenari, ai cavalieri e ai saraceni di Sicilia,
    ai cavalieri tedeschi di re Corrado, alle milizie
    di Firenze e di Toscana, ai cavalieri della
    nobiltà dell’Italia
    settentrionale, ai
    guerrieri della
    parte imperiale
    della Lombardia,
    di Roma, delle
    Marche, della Romagna;
    accanto
    alle fanterie delle
    città imperiali e al
    contingente burgundo
    di cavalleria
    (che ora per la
    prima volta avrebbe
    combattuto al
    servizio dell’impero
    sotto il comando
    del conte di
    Provenza), v’erano
    truppe mandate da quasi tutti i monarchi
    del mondo: non mancavano né quelle del re
    d’Inghilterra, né quelle del re di Francia; persino
    il re di Castiglia e Bela d’Ungheria avevano
    inviato un contingente. Né avevano voluto essere
    da meno i monarchi d’oriente: nell’esercito
    imperiale militavano infatti greci (mandati da
    Giovanni Vatatzes, imperatore di Nicea) e arabi
    (inviati in Italia dal sultano Al-Kamil). Seguiva
    questa massa imponente, come salmeria, tutta
    la corte esotica dell’imperatore, compreso il
    serraglio degli animali; di maniera che si pensava
    l’Italia non avesse visto l’eguale dai tempi
    dei giochi del circo e s’andava col pensiero agli
    elefanti da combattimento di un Alessandro e
    d’un Antioco, dei quali si leggeva nei romanzi e
    nella Bibbia.
    Non era l’esercito di un condottiero romano,
    seguito dalle sue legioni saldamente inquadrate
    a passo cadenzato, bensì il corteggio del co-
    30 - Quaderni Padani Anno lll, N. 12 - Luglio-Agosto 1997
    Federico muore soffocato nel 1250 a Ferentino, in Puglia, secondo una
    versione molto accreditata
    (17) L’incendio dei resti del Carroccio è attestato dalla Cronaca
    di Fra’ Salimbene de Adam: “Et eodem anno, die quarto
    exeunte Novembre Mediolanenses ad exercitu imperatoris
    devicti et mortui fuerunt, et suum carrocium apud Curtemnovam
    amiserunt; quod misit Romam imperator, sed Romani
    conbusserunt illud in vituperium Friderici” (“E nello
    stesso anno, il 27 novembre, i milanesi furono sconfitti e uccisi
    dall’esercito dell’imperatore, e persero il loro carroccio a
    Cortenuova; l’imperatore lo mandò a Roma, ma i Romani lo
    bruciarono in segno di vituperio per Federico”)
    Cronica Fratris Salimbene de Adam Ordinis Minorum,
    M.G.H. SS XXXII, pag.95.
    Il fatto è descritto anche da: Paolo Rezzi, Roma e l’impero
    medioevale (Bologna: Licinio Cappelli Editore, 1948), pag.
    434.
    smocratore, padrone di uomini e fiere di ogni
    paese: come il Gran re persiano aveva un giorno
    guidato le sue genti contro le città greche,
    così ora Federico II puntava con le sue schiere
    contro la piccola, arroccata Brescia, la quale
    sarebbe dovuta cadere al primo assalto.
    Era prevedibile un assedio, tuttavia; e l’imperatore
    si vantava delle sue macchine belliche.
    Un ulteriore aiuto gli sarebbe dovuto venire da
    un ingegnere spagnolo, Calamandrino, particolarmente
    esperto nella fabbricazione di arieti e
    ordigni del genere. L’aveva inviato all’imperatore,
    in catene perché non fuggisse, Ezzelino.
    Sfortuna volle che lo spagnolo andasse a cadere
    nelle mani dei bresciani, i quali, come si
    narra, si affrettarono a regalargli case e poderi
    in quel di Brescia, oltre a una donna per moglie,
    affinchè esercitasse la sua arte a favore
    della città assediata.
    La campagna era cominciata così con un colpo
    di sfortuna e all’imperatore non riuscì più di
    costringere la sorte in suo favore. Nonostante
    scaramucce vittoriose nel bresciano e malgrado
    il valore di tutte le truppe - fra le quali si distinsero
    gli inglesi -, l’assedio della città non
    faceva un passo avanti. Non riuscì neppure un
    assalto: le armi da getto di Calamandrino, che
    colpivano con la massima precisione, distruggevano
    gli ordigni bellici dell’assediante; e
    quando l’imperatore, per proteggersene, fece
    legare alle macchine d’assalto prigionieri bresciani,
    gli assediati non se ne curarono, vendicandosi
    all’identico modo coi prigionieri imperiali.
    I crudeli combattimenti si protrassero per
    settimane: dopo quattordici giorni Federico,
    che aveva contato, date le sue forze, su un rapido
    successo, cominciò ad avviare trattative, ma
    i bresciani non risposero alle offerte. (...)
    Dopo altre vane offerte e dopo un ultimo assalto
    fallito, l’imperatore tolse finalmente l’assedio
    (dopo due mesi, in ottobre); le milizie ausiliarie
    straniere furono congedate, meno i cavalieri
    tedeschi: l’impresa per cui ci si era tanto
    adoperati era fallita e prendeva quasi i colori di
    una sconfitta. Si preparava così una grave crisi.
    Il successo di Cortenuova aveva destato gli
    amici, l’insuccesso di Brescia destò i nemici
    dell’imperatore. I lombardi videro di quali forze
    fossero capaci le loro città e ripresero fiducia
    più che mai in sé stessi”. (18)
    Lo stesso anno Genova e Venezia si alleano e
    si uniscono alle città della Lega. Federico cerca
    una rivincita attaccando la piccola ed eroica
    Faenza che si arrende solo il 14 aprile 1241, dopo
    8 mesi di assedio. Ma non serve a fare recedere
    nostri neanche di un passo: l’imperatore
    torna in Sicilia a riorganizzarsi e, dopo qualche
    anno ci riprova.
    Nel 1247 cinge d’assedio Parma che resiste,
    assistita dalle altre città; Federico costruisce di
    fianco a Parma una nuova città che battezza,
    con la solita arroganza, Victoria. Dopo mesi di
    inutili attacchi da parte dell’esercito imperale,
    il 18 febbraio 1248, i Parmensi e i loro alleati
    fanno un’abile e temeraria sortita che ribalta
    definitivamente le sorti della battaglia e della
    guerra, prendono la nuova città dal nome poco
    felice e la radono al suolo, catturano il Carroccio
    dei Cremonesi, alleati di Federico, e se lo
    portano (questa volta per davvero) a Parma a
    dorso d’asino rispondendo con una vera cattura
    (e umiliazione) alla pagliacciata di nove anni
    prima. Federico fa appena in tempo a darsela a
    gambe con 14 cavalieri superstiti.
    È la fine dei folli progetti di un imperatore
    che si credeva onnipotente: l’anno successivo,
    vicino alla Fossalta, i Bolognesi sconfiggono
    l’ultimo esercito imperiale e ne catturano il comandante,
    Enzio, figlio dell’imperatore-dio e lo
    tengono in dorata prigionia fino alla sua morte,
    avvenuta ventitrè anni più tardi.
    Federico II muore invece quasi subito, il 13
    dicembre del 1250: neppure mobilitando re ed
    eserciti e arrogandosi improbabili facoltà divine,
    il padrone del mondo, il più potente sovrano
    della terra non è riuscito a piegare la resistenza
    di un popolo attaccato alle sue libertà e orgoglioso
    delle sue autonomie.
    Anche quella volta i Padani hanno corso il rischio
    di essere divisi e disfatti ma hanno invece
    dimostrato che nessuno li può vincere e privare
    della libertà, se combattono uniti. A Roma rimangono
    i patetici resti di una inutile e vanagloriosa
    messa in scena.
    Quello che avrebbe dovuto essere il monumento
    alla superbia imperialista è in realtà diventato
    il segno della forza degli ideali di libertà
    e indipendenza dei popoli padano-alpini. Per
    questo un giorno quelle pietre dovranno essere
    consegnate alla Comunità dei popoli padani come
    segno di riconoscimento delle loro riconquistate
    libertà.
    Anno lll, N. 12 - Luglio-Agosto 1997 Quaderni Padani - 31
    (18) Ernst Kantorowitz, op. cit., pagg. 463 e 464.
    http://www.laliberacompagnia.org/pub..._pdf/qp_12.pdf

  4. #4
    El Criticon
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    << Kathrin von Hohenstaufen è alta, bionda >>??
    Mument, ostrega ...
    Costei è veramente Bionda con gli occhi azzurri? Curvilinea? Poliglotta? Poco Rotta?
    Ma allora ... chissenefrega se costei sia, sì o no, imminente discendente del noto Federico II da Porto Ricco-me-ne-impippo?

  5. #5
    ehmal. K.u.K. Kanzler
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    all'interno degli imperial regi confini. L'Italia? Solo un'espressione geografica
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    E' solo un impostore da quattro soldi.

  6. #6
    Simply...cat!
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    Io non ho mica capito come mai tra quelli famosi i 110 e Lode fioccano come la neve...

  7. #7
    Totila
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    cmq, mi pare una bella gnocca.

  8. #8
    Simply...cat!
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    Citazione Originariamente Scritto da Totila
    cmq, mi pare una bella gnocca.
    Se mela da,la voto

  9. #9
    Totila
    Ospite

    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da Dragonball
    Se mela da,la voto

  10. #10
    Totila
    Ospite

    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da Beli Mawyr


    Ultima discendente diretta di Federico II ed Isabella d'Inghilterra, di King Desiderio e Potior Augustus Valens Imperator, dei Principi Riurich, Putiatin Yussupov Hohenzollern, S.A.I.R la Principessa Kathrin, 23 anni, frequenta il sesto anno della facoltà di Medicina. Presidente Onorario della Biberach-Hochstaden Biotechnology; Direttore di Esculapio Snake.
    Studiosa di Storia Medievale ha collaborato con gli storici del Consiglio Europeo dei Principi per il recupero degli archivi inediti federiciani provenienti dagli Archivi Zaristi,nell'anno 96 97 ha fatto luce sui due secoli di Buio sull' itinerario della Sindone, con il Saggio "Il Mistero della Sindone" ed. European Council of Princes, ritrovando conferma del possesso da parte degli Imperatori Svevi della Sindone e delle reliquie di Costantinopoli nei Monumenta Germaniae Historica. Ha rinvenuto, con la Madre e la Principessa Rosemarie Macedonio Hohenstaufen, le Bende di Cristo.
    Ha ricevuto diverse Cittadinanze Onorarie -tra cui nei siti Federiciani di Roseto Capo Spulico, Rocca Imperiale, San Marco Argentano, Torremaggiore, Melfi, San Nicola Arcella, Saracinesco, ecc..-
    Per i suoi studi storici sull' itinerario delle reliquie del Golgota ha ricevuto un Charter di riconoscimento dai Cardinali Tonini, Innocenti, Colasuonno.

    E' autrice della colonna sonora celtico-medievale della Piece teatrale "Della Rosa Fronzuta sarò Pellegrino".
    Ti sei dato alla satira?

 

 
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