Polo e impresentabili, dietrofront in ritardo
QUELLE INTESE IMBARAZZANTI
di PIERLUIGI BATTISTA
Silvio Berlusconi sostiene di non aver mai saputo chi fossero Adriano Tilgher e Roberto Fiore. Ma se avesse chiesto tempestive informazioni al ministro Beppe Pisanu, avrebbe avuto dettagliati ragguagli sul ruolo dirigente esercitato da Fiore in «Forza nuova»: la formazione che, a detta dello stesso titolare dell’Interno, è responsabile dell’esposizione di simboli nazisti e di striscioni antisemiti durante la partita di calcio Roma-Livorno. Ora il premier assicura che mai e poi mai accetterebbe intese elettorali con la lista di Alessandra Mussolini nel caso fossero presenti i due, sinora per lui, sconosciuti. Bene. Ma se ci avesse pensato prima, e se non avesse atteso l’esplodere della questione degli «impresentabili» e le rimostranze dei suoi stessi alleati decisi a porre un veto su quei due nomi ormai famosi, il premier non avrebbe dato la percezione di dover fare a meno soltanto obtorto collo, solo trascinato dagli eventi e pressato dall’opportunità, di due estremisti di destra di quel calibro. E stavolta non funziona nemmeno il soccorso della simmetria, la rassicurante e autoassolutoria geometria degli opposti estremismi, l’attenuante sistemica secondo la quale, a destra come a sinistra, causa l’inesorabile imporsi della logica maggioritaria, non si può fare a meno di allargare il perimetro delle liste coalizzabili fino e addirittura oltre la soglia della legittimità politica. Fausto Bertinotti, sulla scia delle dichiarazioni rilasciate da Marco Ferrando su Israele e su Nassiriya, non ha esitato a proclamare l’«incompatibilità» dell’esponente della minoranza trotzkista con le liste di Rifondazione, anche a costo di pagare un salato prezzo politico. E anche Romano Prodi si è affrettato a sottolineare l’incompatibilità di quelle posizioni con la linea dell’Unione. Berlusconi, invece, non si è preoccupato di spiegare come mai fosse stato immortalato in una cordiale photo-opportunity, accreditandone la vicinanza con Forza Italia, con la moglie di Gaetano Saya, un tipo che usa minacciare personalmente i giornalisti dell’Unità (Furio Colombo in testa) inviando loro le carte da gioco per indicare il turno della sicura punizione, come gli americani nella caccia agli scherani di Saddam. Ora il presidente del Consiglio dice di non saperne niente: ma, anche qui, bastava informarsi, marcare una distanza, non permettere che la sua immagine fosse macchiata da un gruppo di picchiatori di professione.
L’impressione è insomma che, sempre ispirandosi alla logica del maggioritario, nel centrodestra l’eventualità di un accordo con gli «impresentabili» del neofascismo fosse nell’ordine delle cose. Magari confidando nel silenzio generale, magari architettando qualche sotterfugio che mimetizzasse un’intesa imbarazzante seppur necessaria, ma comunque possibile, anzi auspicabile, pur di non perdere nemmeno qualche zero virgola qualcosa. Sarebbe stato un madornale errore. E non certo perché, questa è solo propaganda, la presenza di estremisti di destra avrebbe dato una connotazione globalmente «fascista» alla coalizione democratica del centrodestra. Ma perché le frontiere con l’antidemocrazia non possono essere violate, non fosse che per esigere un minimo di credibilità. O di decenza, a meno che questa parola non venga percepita un po’ troppo rétro.
meditate Bananas, quando straparlate di Luxuria e Ferrando e meditate soprattutto sul comportamento comunque trasparente di Prodi ............ c'è chi perde si dimette e se ne va e c'è chi si prende la tessera della P2 .......... giusto per dire della trasparenza ...........




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