fonte: www.destrasociale.org

Far emergere la destra sommersa


Tratto da AREA - La Conferenza programmatica di Alleanza nazionale rappresenta un appuntamento politico da non sottovalutare, da non derubricare a semplice scadenza propagandistica. Stiamo scivolando rapidamente verso una primavera elettorale, prima politica e poi amministrativa, che si preannuncia non solo decisiva ma anche rivelatrice. Decisiva per il governo della nazione, rivelatrice perché avremo risposte quasi definitive su molti quesiti aperti da troppo tempo. Sapremo, innanzitutto, se è finito o meno il ciclo politico del “berlusconismo”, senza nessun equivoco o alibi. Il nostro presidente del Consiglio è sceso in campo da “vecchio leone”, senza nessun vincolo da parte degli alleati e senza risparmio di mezzi né di esposizione personale. Di converso vedremo se la “santa alleanza” Prodi-D’Alema-Rutelli-Bertinotti regge il campo o dovrà rapidamente, anche a prescindere dalla vittoria elettorale, passare la mano al nascente partito democratico di Veltroni e Rutelli. Ma anche nelle nostre file abbiamo una verifica risolutiva. Alla fine, dopo tanti falsi annunci sull’esperimento di una “lista Fini”, dopo aver misurato per decine di volte il divario di consenso tra An e il nostro presidente, andiamo alle elezioni con il nome di Fini in bella mostra sul nostro simbolo. Nessun divorzio tra il leader e il suo partito, nessun sacrificio della struttura in nome del personalismo carismatico, ma una plastica evidenziazione della simbiosi che esiste da quasi vent’anni tra la destra e Gianfranco Fini. Il dato più importante non è questo esito interno, che noi abbiamo sempre ritenuto scontato, ma le conseguenze politiche nei confronti del centrodestra. Alleanza nazionale va alle urne senza nessuna forma di subordinazione nei confronti degli altri alleati, candidando il proprio leader “in prima persona” (come dice lo slogan inventato da La Russa ) alla carica di presidente del Consiglio. Atto di coraggio politico o di presunzione avventata? La memoria corre alla sfortunata esperienza dell’elefantino con Mario Segni nelle elezioni europee del 1999. Scegliemmo quella alleanza e quel simbolo elettorale nella speranza di costruire un’alternativa concreta all’assoluta egemonia di Forza Italia nella coalizione, ma perdemmo clamorosamente. Oggi c’è da temere un esito analogo: un atto di protagonismo fine a se stesso, una sfida nei confronti di Berlusconi non compresa dall’elettorato. Per fortuna ci sono almeno due differenze fondamentali rispetto a quel caso. La prima è che la nostra scelta è venuta dopo quella analoga, ma molto più marcata, di Pierferdinando Casini. Oggi il presidente della Camera, che nel 1999 rimase allineato e coperto, si è speso in un crescendo polemico con il leader di Forza Italia, differenziandosi in modo netto e perfino provocatorio. Fini è rimasto molto più defilato, in una posizione intermedia tra Casini e Berlusconi, sicuramente più vicino a quest’ultimo. La seconda differenza, meno tattica e più sostanziale, è che la differenziazione questa volta noi la giochiamo sulla nostra identità e non sulla subordinazione a quella di altri. Nel 1999 la scelta era caratterizzata da un forte appiattimento sulle posizioni liberal-liberiste di Mario Segni, non a caso rappresentate dal simbolo dell’elefante ripreso dal Partito repubblicano americano. Per le prossime elezioni politiche, invece, non ci “travestiamo” in qualcosa di diverso perché puntiamo al massimo sul nostro leader e sulle nostre potenzialità. L’esperienza di oggi assomiglia molto a quella delle elezioni comunali di Roma del 1993, dove ci aprimmo ad un consenso molto più vasto, non appoggiando i candidati di altri (come qualcuno, anche allora, voleva fare), ma amplificando la capacità aggregante di una destra moderna, popolare e sociale. Queste buone premesse non risulteranno sufficienti se non saranno sviluppate con coerenza. Non basta un simbolo, non basta neppure un leader candidato in prima persona, per quanto popolare possa essere, occorre un programma ed un messaggio che sostanzi questa candidatura. Ecco quindi l’importanza politica della Conferenza programmatica che abbiamo organizzato. La gente è sicuramente incuriosita dal personaggio di Gianfranco Fini, lo considera affidabile e serio più di ogni altro esponente del centrodestra, ma vuole sapere se sarà in grado di marcare una vera novità rispetto al governo di questi anni, in cui comunque siamo stati pienamente coinvolti. È un coinvolgimento che dobbiamo rivendicare perché abbiamo fatto di più e di meglio dei precedenti governi di centrosinistra, però bisogna essere in grado di andare oltre. C’è delusione tra l’elettorato: per vincere non sarà sufficiente rivendicare i meriti accumulati in questi cinque anni, rivendicazione a cui comunque si sta dedicando senza risparmio il premier uscente. Noi dobbiamo fare altro: senza rinnegare i nostri anni di governo dobbiamo far intravedere una strada nuova, ulteriore e in parte diversa dal percorso già compiuto. Questo deve qualificare la candidatura di Gianfranco Fini alla premiership, altrimenti l’elettorato non capirà questa nostra scelta. La crescita di Alleanza nazionale deve servire a riequilibrare e completare il centrodestra sugli aspetti in cui è apparso meno credibile. Il rigore etico nell’azione politica, senza nessuna forma di conflitto di interessi, vero o potenziale, è uno spazio da cui anche i Ds si sono dovuti ritirare dopo la rovinosa esperienza Unipol-Bnl. Questo ruolo va ricoperto non con le invettive, poco credibili da parte di ogni partito, ma con un ragionamento e un codice sui rapporti tra politica ed economia che sia convincente e solido. Il ruolo e il significato dell’identità, dell’unità e dell’interesse nazionale nella nuova epoca che stiamo vivendo. La competitività del sistema Italia nello spazio europeo e nell’economia globale, senza nascondere o semplificare i rischi terribili che stiamo vivendo sul fronte del lavoro e dell’impresa. Gli italiani oggi, di fronte a questa profonda inquietudine, non sono molto disponili a credere a formule facili e rassicuranti. La riforma e non certo la progressiva cancellazione di uno Stato e di una pubblica amministrazione garanti della sicurezza del cittadino, sul versante dei servizi sociali come su quello dell’ordine pubblico. Ogni discorso federalista o liberista deve essere tarato su questa necessità assoluta di dare solidi punti di riferimento alla comunità nazionale. Un sistema di valori che affondi le proprie radici sulla dottrina sociale della Chiesa, sul rispetto della vita e della personalità umana, su una moderna cultura comunitaria che parta dalla centralità della famiglia, senza ipocrisie, senza “familismi amorali”, senza atteggiamenti bigotti che infastidiscono innanzitutto i cristiani veri. E poi, meritocrazia, partecipazione, impegno civile, coraggio e responsabilità nella avventura della vita. Perché questa è la “destra sommersa” che tanti italiani cercano e che noi spesso non siamo riusciti ad offrire. Dire queste cose senza compromessi e senza improbabili promesse propagandistiche, incardinarle in un progetto credibile ed aperto alla maggioranza degli italiani, essere rispettosi ma non subalterni nei confronti dei nostri alleati, deve essere la sostanza della candidatura di Fini. Perché un percorso si compia, si superino gli errori del passato e si eviti di consegnare l’Italia ad una brutta coalizione in cui il centrosinistra esprime il peggio di se stesso.

Gianni Alemanno