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Discussione: Veluti si deus daretur

  1. #1
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    "Bisogna fare Comunità cristiane come la Sacra Famiglia di Nazareth che vivano nell'Umiltà , nella Semplicità e nella Lode , dove l'altro è CRISTO"
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    Predefinito Veluti si deus daretur

    Veluti si deus daretur
    Joseph Ratzinger :"Vorrei fare, nella mia qualità di credente, una proposta ai laici"



    di Joseph RATZINGER

    Vorrei, nella mia qualità di credente, fare una proposta ai laici.
    Nell’epoca dell’illuminismo si è tentato di intendere e definire le norme morali essenziali dicendo che esse sarebbero valide etsi deus non daretur, “anche nel caso che Dio non esistesse”. Nella contrapposizione delle confessioni e nella crisi incombente dell’immagine di Dio, si tentò di tenere i valori essenziali della morale fuori dalle contraddizioni e di cercare per loro una evidenza che li rendesse indipendenti dalle molteplici divisioni e incertezze delle varie filosofie e confessioni. Così si vollero assicurare le basi della convivenza e, più in generale, le basi dell’umanità.
    A quell’epoca sembrò possibile, in quanto le grandi convinzioni di fondo create dal cristianesimo in gran parte resistevano e sembravano innegabili.
    Ma non è più così. La ricerca di un tale rassicurante certezza, che potesse rimanere incontestata al di là di tutte le differenze è fallita. Neppure lo sforzo, davvero grandioso, di Kant è stato in grado di creare la necessaria certezza condivisa. Kant aveva negato che Dio possa essere conoscibile nell’ambito della pura ragione, ma nello stesso tempo aveva rappresentato Dio, la libertà e l’immortalità come postulati della ragione pratica, senza la quale, coerentemente, per lui non era possibile alcun agire morale.
    La situazione odierna del mondo non ci fa forse pensare che egli possa aver ragione?
    Vorrei dirlo con altre parole: il tentativo, portato all’estremo, di plasmare le cose umane facendo completamente a meno di Dio ci conduce sempre di più sull’orlo dell’abisso, verso l’accantonamento totale dell’uomo. Dovremmo, allora, capovolgere l’assioma degli illuministi e dire: anche chi non riesce a trovare la via dell’accettazione di Dio dovrebbe comunque cercare di vivere e indirizzare la sua vita veluti si Deus daretur , “come se Dio ci fosse”.
    Questo è il consiglio che già Pascal dava agli amici non credenti.

  2. #2
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    Citazione Originariamente Scritto da niocat55
    Veluti si deus daretur
    Joseph Ratzinger :"Vorrei fare, nella mia qualità di credente, una proposta ai laici"



    di Joseph RATZINGER

    Vorrei, nella mia qualità di credente, fare una proposta ai laici.
    Nell’epoca dell’illuminismo si è tentato di intendere e definire le norme morali essenziali dicendo che esse sarebbero valide etsi deus non daretur, “anche nel caso che Dio non esistesse”. Nella contrapposizione delle confessioni e nella crisi incombente dell’immagine di Dio, si tentò di tenere i valori essenziali della morale fuori dalle contraddizioni e di cercare per loro una evidenza che li rendesse indipendenti dalle molteplici divisioni e incertezze delle varie filosofie e confessioni. Così si vollero assicurare le basi della convivenza e, più in generale, le basi dell’umanità.
    A quell’epoca sembrò possibile, in quanto le grandi convinzioni di fondo create dal cristianesimo in gran parte resistevano e sembravano innegabili.
    Ma non è più così. La ricerca di un tale rassicurante certezza, che potesse rimanere incontestata al di là di tutte le differenze è fallita. Neppure lo sforzo, davvero grandioso, di Kant è stato in grado di creare la necessaria certezza condivisa. Kant aveva negato che Dio possa essere conoscibile nell’ambito della pura ragione, ma nello stesso tempo aveva rappresentato Dio, la libertà e l’immortalità come postulati della ragione pratica, senza la quale, coerentemente, per lui non era possibile alcun agire morale.
    La situazione odierna del mondo non ci fa forse pensare che egli possa aver ragione?
    Vorrei dirlo con altre parole: il tentativo, portato all’estremo, di plasmare le cose umane facendo completamente a meno di Dio ci conduce sempre di più sull’orlo dell’abisso, verso l’accantonamento totale dell’uomo. Dovremmo, allora, capovolgere l’assioma degli illuministi e dire: anche chi non riesce a trovare la via dell’accettazione di Dio dovrebbe comunque cercare di vivere e indirizzare la sua vita veluti si Deus daretur , “come se Dio ci fosse”.
    Questo è il consiglio che già Pascal dava agli amici non credenti.



    Vedi noi catt55 , il grande inganno che attanaglia la Chiesa e la morale cristiana oggi , è proprio l'esserci affidati alla morale Kantiana come ultima spiaggia per chi non crede piu alla razionalita di Dio come essere garante di tutto l'esistente . E' deplorevole che in questo inganno ci sia cascato, se è cascato , anche il Papa .
    Penso che la rovina del cattolicesimo oggi sta proprio nell'aspettarsi la pappa fatta sul piano culturale dal romano pontefice , quando vediamo che le scritture e l'annuncio sono frutto di tutta la Chiesa , in cui Pietro era solo il capo e confessore ultimo,ma non la guida spirituale delle chiese .
    (Secondo te da che di pende questa dispersione politica dei cattolici ? )Una garanzia , spesso titubante , ma non il profeta . Il kantismo, a mio modesto parere di persona non addentro a tali questioni , tenta di creare una moralità laica ; senza Dio ! Ti fa credere che devi essere buono lo stesso , anche se Dio non esiste .Ora, il fatto che una persona agisca bene , anche se non crede , è cosa buona e lodevole , ma teorizzare una tale cosa sul piano culturale è iniqua , perchè non vera . Per quanto l'uomo tenti di crearsi la sua bella morale , simile a quella divina per potere convivere , il suo pensiero è sempre frutto della sua mente e non ha nessuna conferma oggettiva esterna . Una idea , per quanto giusta , per potere essere universale e di tutti , deve avere non l'approvazione di altri uomini ,democratica diremmo , ma la conferma esterna all'uomo . Questo mi sembra il retto procedimento in campo morale per non cadere nell'ateismo e nell'umanesimo massonico di cui la Chiesa ne è piena .

  3. #3
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    Filosofi?......., allora ritorno al buon Pascal

    "Noi conosciamo Dio soltanto per mezzo di Gesù Cristo"


    “Il Dio dei Cristiani non è semplicemente un Dio autore delle verità matematiche e dell’ordine cosmico….. tutti coloro che cercano Dio fuori di Gesù Cristo , e che si arrestano alla natura , o non trovano nessuna luce che li soddisfi o riescono a trovare un mezzo di conoscere e servire Dio senza mediatore ; e così cadono o nell’ateismo o nel deismo : due cose che la religione cristiana aborrisce quasi in egual misura….”

    “Le prove metafisiche di Dio sono così lontane dal comune modo di pensare degli uomini e così astruse che riescono poco efficaci; e , quand’anche fossero adatte per taluni , servirebbero loro solo per il breve momento in cui hanno dinnanzi agli occhi la dimostrazione ; ma , un’ora dopo , temono già di essersi ingannati”

    Così dice Blaise Pascal.

    E , Soren Kierkegaard : “Credere è propriamente andare per quella via dove tutti gli indicatori stradali indicano : indietro, indietro,indietro!. Dunque , la via è stretta (Mt 7,14 ( e questo appartiene già alla fede) . La via è buia ; anzi non è soltanto buia di un buio pesto , ma è come se la luce dei lampioni non facesse che confondere e aumentare l’oscurità……proprio perché gli indicatori stradali significano la direzione inversa”.
    “Dal punto di vista cristiano la Fede abita nell’esistenziale : Dio non si è sibito in veste di docente che ha alcune tesi ; no , bisogna prima credere e poi comprendere”.
    “L’idea della filosofia è la mediazione ; quella del Cristianesimo , il paradosso”.

    Questi pochi pensieri di Pascal e Kierkegaard richiamano alla memoria una tradizione che all’interno della cultura cattolica è stata spesso denigrata come “fideismo” ed “irrazionalismo” ; mentre anche in documenti ufficiali della Chiesa viene esaltata la filosofia di San Tommaso e più ampiamente la Scolastica e la Neoscolastica: Tanto che non sono stati e non sono così pochi quei cattolici i quali , seguendo itinerari filosofici diversi , si sono sentiti se non in colpa perlomeno in difficoltà psicologica e morale.

    Ma ecco l’inevitabile problema: un filosofo o un intellettuale non può essere cattolico se non è tomista? In altri termini : un seguace del pensiero di Rosmini è un eretico?E che ne è dei seguaci di Scoto? Ed esistenzialisti lontani dalle concezioni scolastiche e neoscolastiche come Gabriel Marcel , Pietro Prini o Luigi Pareyson sono fuori dalla Chiesa? E tutti quei cristiani vissuti prima della filosofia scolastica furono tutti inconsapevoli della loro fede?
    Queste non sono domande peregrine. Si tratta di questioni nevralgiche per la teologia cattolica; questioni che oggi sembrano trovare risposte maggiormente convincenti nella direzione di pensatori come Pascal. E ciò mentre la tradizione neoscolastica, chiusa e intorpidita in nicchie ecologiche protette , appare sempre più come priva di forza critica e di potere esplicativo.
    Nel Maggio 1996 il cardinale Joseph Ratzinger tiene a Guadalajara in Messico, una conferenza in occasione dell’incontro tra la Congregazione della Dottrina della fede e i presidenti delle commissioni per la dottrina della fede delle conferenze episcopali dell’America latina.
    La conferenza – apparsa successivamente sia sull’Osservatore Romano che su La Civiltà Cattolica
    Con il titolo “La Fede e la teologia ai giorni nostri” – affronta questioni teologiche e filosofiche di fondo.
    Ed ecco la conclusione del cardinale sul tema dei rapporti tra ragione e Fede :
    “Ritengo che il razionalismo neoscolastico sia fallito nel suo tentativo di voler ricostruire i Praeambula Fidei con una ragione del tutto indipendente dalla Fede, con una certezza puramente razionale; tutti gli altri tentativi, che procedono su questa medesima strada, otterranno alla fine gli stessi risultati . Su questo punto aveva ragione Karl Barth , nel rifiutare la filosofia come fondamento della fede , indipendentemente da quest’ultima: la nostra fede si fonderebbe allora , in fondo , su mutevoli teorie filosofiche.

    Nel volume Il sale della terra il card. Ratzinger scrive : “La sostanza di questa fede è che noi riconosciamo in Cristo il Figlio di Dio , vivente , incarnato e divenuto uomo ; che per mezzo suo crediamo in Dio , il Dio della trinità , creatore del cielo e della terra….” . E davanti a Cristo bisogna decidersi : “ Si tratta di una decisione che riguarda l’intera struttura della vita, che ha a che fare con me stesso nella parte più profonda di me. Se costruisco la mia vita senza o contro Dio, quel che io faccio sarà qualcosa di totalmente diverso da ciò che farei se fondassi la mia vita su Dio.Si tratta di una decisione che abbraccia la totalità della mia esistenza : come vedo il mondo , come voglio essere e quel che sarò. Non si tratta di una delle tante decisioni sul mercato delle possibilità che mi vengono offerte . Qui, al contrario è in gioco tutto ciò che ha a che fare con la mia vita e con il suo destino.”

    Riecheggiano in queste riflessioni di Ratzinger i pensieri di Pascal.
    E vi riecheggiano nella persuasione maturata da Ratzinger già molto tempo addietro stando alla quale “la teologia scolastica , così come si era fissata , non fosse più uno strumento adatto a far si che la fede dialogasse con il proprio tempo”. Non diversamente da Ratzinger la pensa Karl Rahner :” La filosofia e la teologia neoscolastica , pur avendo al proprio attivo tante benemerenze, oggi sembra in qualche modo giunta alla fine”. Sempre Rahner precisa che il Concilio Vaticano II “ha posto fine al periodo neoscolastico della teologia”.

    Al termine della conferenza La Fede e la teologia ai nostri giorni , ratzinger si chiede :”Come mai la Fede ha ancora una sua possibilità di successo?”.

    Questa la sua risposta : “Perché essa trova corrispondenza nella natura dell’uomo. Nell’uomo c’è un inestinguibile desiderio di infinito. Nessuna delle risposte che si sono cercate è sufficiente : solamente il Dio che si è reso finito , per infrangere la nostra finitezza e condurla nella dimensione della sua infinità , è in grado di venire incontro alle esigenze del nostro essere.
    “Pensare al senso della vita – ha scritto Wittgenstein – significa pregare. Il senso della vita possiamo chiamarlo Dio”.

    L’angoscia , quel vestito psicologico della mancanza di senso , è un tratto antropologico.

    Ancora Kierkegaard : “E’ una cosa eccellente , l’unica necessaria e chiarificante, questa che dice Lutero : “Tutta la dottrina deve essere messa in rapporto alla lotta della coscienza angosciata. Elimina la coscienza angosciata e tu puoi anche chiudere le chiese e farne delle sale da ballo”
    (Cosa che già succede , peraltro, nel nord protestante – ndr)

    La coscienza angosciata capisce il cristianesimo , come un animale affamato; se gli metti davanti un pezzo di pane o una pietra , capisce che l’uno è da mangiare e l’altra no. A questo modo la coscienza angosciata capisce il cristianesimo .

    P.S. - Questo è un antipasto, la pastasciutta e il secondo piatto me lo tengo di riserva.

  4. #4
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    La filosofia e la teologia neoscolastica , pur avendo al proprio attivo tante benemerenze, oggi sembra in qualche modo giunta alla fine”. Sempre Rahner precisa che il Concilio Vaticano II “ha posto fine al periodo neoscolastico della teologia”.

    "Al termine della conferenza La Fede e la teologia ai nostri giorni , ratzinger si chiede :”Come mai la Fede ha ancora una sua possibilità di successo?”.

    Questa la sua risposta : “Perché essa trova corrispondenza nella natura dell’uomo. Nell’uomo c’è un inestinguibile desiderio di infinito. Nessuna delle risposte che si sono cercate è sufficiente : solamente il Dio che si è reso finito , per infrangere la nostra finitezza e condurla nella dimensione della sua infinità , è in grado di venire incontro alle esigenze del nostro essere.
    “Pensare al senso della vita – ha scritto Wittgenstein – significa pregare. Il senso della vita possiamo chiamarlo Dio”.

    L’angoscia , quel vestito psicologico della mancanza di senso , è un tratto antropologico."

    Questa ritirata , questa resa incondizionata alla "coscienza" , di luterena memoria , esposta a ogni arbitrio individuale e soggettivo , mi sembra un tradimento , un assassinio della ragione !
    Se non vogliamo far ricorso alle prove semplici e razionali della metafisica classica raccolte da San Tommaso , allora affidiamoci all'autorità della scacra scrittura . La prova analogica di san paolo nella lettera ai romani !
    Se esiste un mondo intelligente , delle creature intelligenti allora esiste, per analogia , chi li ha creati . Stop. !!!! Non ci vuol nessuna mente eccelsa per fare questo passaggio , basta la sola semplicita, basta la mente di un bambino . Il resto viene dal maligno !


    Bisogna distinguere poi una fede in Dio creatore di tutto l'esistente , in Dio Padre , e una fede nella Rivelazione . La fede nella Rivelazione è quella salvifica , mentre la fede come quella di Pascal o di Raner o semplicemente nell'ammissione di un entità superiore che , logicamente , ha creato tutto , una cosa talmente evidente anche a Satana , ebbene , questa fede non salva nessuno e non ha salvato mai nessuno . La fede nel' Uomo-Dio, che ha dato il suo sangue per te , e ti ha, quindi, riscattato , quella è l'unica fede che salva .

  5. #5
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    ORA QUOTO

  6. #6
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    Fede,Verità e tolleranza

    Proponiamo ampi stralci della relazione dell’ex Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede al convegno di Lugano (2002).

    di Joseph Ratzinger


    Tolleranza e fede nella verità rivelata sono concetti che si oppongono? O, in altre parole, si possono conciliare fede cristiana e modernità? Se la tolleranza è uno dei fondamenti dell’epoca moderna, affermare di aver trovato la verità non è forse una presunzione superata che deve essere respinta, se si vuole spezzare la spirale della violenza che attraversa la storia delle religioni? Questa domanda si pone oggi in maniera sempre più drammatica nell’incontro tra il cristianesimo e il mondo, e si diffonde sempre più la convinzione che la rinuncia da parte della fede cristiana alla pretesa di verità sia la condizione fondamentale per ottenere una nuova pace mondiale, la condizione fondamentale per la riconciliazione tra cristianesimo e modernità. (…)

    Può forse essere utile (…) accennare a una variante del rifiuto della verità nella religione, che proviene non dalla storia, bensì dal pensiero filosofico - le tesi di Wittgenstein riguardo al nostro tema. G. Elisabeth M. Anscombe ha riassunto l’opinione del suo maestro al riguardo, in due tesi:

    «1. Non c’è nulla di comparabile all’essere vero di una religione. Si allude a questo quando si dice: “Questo enunciato religioso non è uguale a un enunciato della scienza”.

    2. La fede religiosa può essere paragonata all’innamoramento di un essere umano, piuttosto che alla sua convinzione che qualcosa sia vero oppure falso».

    Coerente con questa logica, Wittgenstein ha annotato in uno dei suoi numerosi taccuini che per la religione cristiana non avrebbe alcuna importanza se Cristo abbia effettivamente compiuto in
    un certo modo una delle opere a lui attribuite o addirittura se egli sia semplicemente esistito.
    Ciò corrisponde alla tesi di Bultmann: credere in un Dio, creatore del cielo e della terra non significa credere che Dio abbia realmente creato cielo e terra, ma unicamente considerare se stessi come creature e grazie a ciò vivere una vita più sensata. Nel frattempo idee simili si sono diffuse anche nella teologia cattolica e si possono percepire più o meno distintamente anche nella predicazione. I fedeli se ne rendono conto e si chiedono se non siano stati presi per il naso.
    Vivere in una bella finzione può andar bene a un teorico delle religioni; per l’uomo che chiede con che cosa e per che cosa vivere o morire non è sufficiente.
    L’addio alla pretesa di verità, che di per sé sarebbe l’addio alla fede cristiana in quanto tale, viene qui addolcito, concedendo alla fede - intesa come una sorta di innamoramento con le sue piacevoli consolazioni soggettive - di continuare a esistere. La fede viene trasferita sul piano del gioco, mentre sinora essa riguardava il piano della vita in quanto tale. La fede come gioco è qualcosa di radicalmente diverso dalla fede creduta e vissuta. Non indica una strada, è soltanto un ornamento. Non ci aiuta né a vivere né a morire; tutt’al più fornisce un po’ di svago, un po’ di piacevole apparenza - ma per l’appunto solo apparenza, e questo non basta per vivere e per morire. (…)

    La tragedia antica è interpretazione dell’essere a partire dall’esperienza di un mondo contraddittorio, che inevitabilmente genera colpa e fallimento. Nel suo sistema - l’idea che si sviluppa in passi dialettici - in fondo Hegel ha ripreso questo modo di vedere il mondo, e ha poi cercato di rappresentare la sua riconciliazione nella sintesi omnicomprensiva come speranza per il futuro e così come dissolvimento del tragico. L’orientamento escatologico cristiano è qui fuso con la visione antica dell’unità dell’essere e sembra ormai “raccogliere” in sé i due,spiegando così ogni cosa. Ma la dialettica resta crudele e la riconciliazione solo apparente. Nel momento in cui Marx traduce la speculazione hegeliana in un progetto concreto per la costruzione della storia, tale crudeltà si rende visibile, e noi siamo testimoni di tutta la sua crudeltà.
    Perché è inevitabile che la dialettica del progresso, messa in pratica, esiga le sue vittime: affinché i progressi addotti dalla Rivoluzione Francese potessero essere realizzati, era necessario accettare le sue vittime - così si dice. E affinché il Marxismo potesse produrre la società riconciliata erano per l’appunto necessarie le ecatombi di vittime umane, non c’è altro modo: qui la dialettica mitologica è stata tradotta in fatti.
    L’uomo diventa materiale per il gioco del progresso;
    come singolo egli non conta nulla; poiché è solo materiale per il crudele Dio Deus sive natura. La teoria dell’evoluzione ci insegna la stessa cosa: che i progressi, appunto, costano. E gli esperimenti odierni sull’uomo, che viene trasformato in una “banca di organi”, ci mostrano l’applicazione molto pratica di queste idee - in cui l’uomo stesso prende in mano l’ulteriore evoluzione. (…)

    La questione della verità è inevitabile. Essa è indispensabile all’uomo e riguarda proprio le decisioni ultime della sua esistenza: esiste Dio? Esiste la verità? Esiste il bene? La “distinzione mosaica” è anche la distinzione socratica, potremmo dire. Qui si rendono visibili la motivazione interiore e la necessità interiore dell’incontro storico tra la Bibbia e la cultura greca. Ciò che le unisce è appunto la domanda della verità e del bene in quanto tale che pongono alle religioni, ossia, come noi ora potremmo chiamarla, la distinzione mosaico-socratica. Questo incontro ha preso avvio ben prima dell’inizio della sintesi tra fede biblica e pensiero greco di cui si preoccuparono i Padri della Chiesa.
    Esso si realizza già all’interno dell’Antico Testamento, soprattutto nella letteratura sapienziale e nel memorabile intervento-evento della traduzione in greco dell’Antico Testamento, che fu un momento di incontro interculturale di estrema portata. Certo, nel mondo antico l’esito della questione socratica rimane aperto, ed è diverso in Platone e in Aristotele. In questo senso rimane nel mondo dello spirito greco un’attesa rispetto alla quale l’annuncio cristiano è apparso come l’agognata risposta. Questa attesa aperta, che nel pensiero greco era come un atteggiamento di ricerca, è uno dei motivi principali del successo della missione cristiana. (…)

    A questo punto, nel bacino del Mediterraneo, più tardi nel mondo arabo e anche in parti dell’Asia, il monoteismo si presenta come la riconciliazione tra ragione e religione: la divinità alla quale giunge la ragione è identica al Dio che si mostra nella Rivelazione. Rivelazione e ragione si corrispondono. Esiste la “vera religione”; la questione della verità e la questione del divino si sono riconciliate.
    L’antichità ci mostra, però, anche un altro possibile esito, che oggi è tornato attuale. Da un lato c’è la reinterpretazione cristiana di Platone, la fusione dell’attesa greca e della sua domanda sulla verità, nella quale l’orientamento greco viene accolto e contemporaneamente ridefinito alla radice. Dall’altro lato c’è però anche il tardo platonismo di Porfirio, di Proclo e altri che diventa lo strumento per il rifiuto della pretesa cristiana e per una nuova giustificazione del politeismo - l’altra faccia del pensiero platonico.
    Qui proprio la posizione scettica diventa giustificazione del politeismo: siccome non si può riconoscere il divino, lo si può adorare unicamente in multiformi manifestazioni, nelle quali si esprimono il mistero del cosmo e la sua molteplicità, che non può essere ridotta a nessun nome. Nella tarda Antichità questo tentativo di restaurazione del politeismo, giustificata dal punto di vista filosofico e quindi apparentemente razionale, non ha potuto durare. Essa è rimasta una costruzione accademica, dalla quale non scaturiva la forza di speranza e di verità che era necessaria.(…)

    Anche per gli odierni tentativi di offrire una via del ritorno all’Egitto, una liberazione dal cristianesimo e dalla sua dottrina del peccato non potrà avvenire diversamente. Perché anche in questo caso si rimane nella finzione che, sì, può essere pensata accademicamente, ma non basta per vivere.
    Certo, la fuga dal Dio unico e dalla sua pretesa continuerà. E lo scetticismo per il quale oggi sembrano esserci ragioni più forti che nell’Antichità, continuerà. Il criterio stabilito dalla scienza moderna per raggiungere la certezza non può corrispondere alla pretesa di verità della fede cristiana, perché la forma della verifica, qui, è di tutt’altra natura rispetto all’ambito dello sperimentabile; infatti il tipo di esperimento richiesto - garantire con la vita - è di tutt’altra natura. I santi, i quali hanno superato l’esperimento, possono fungere da garanti della sua verità, ma la possibilità di sottrarsi a quest’evenienza rimane. Così, indubbiamente, si continueranno a cercare altre soluzioni, le si cercheranno nella forma di unioni mistiche, per le quali ci sono e continueranno a esserci istruzioni e tecniche. (…)

    Il Dio unico è un “Dio geloso”, come lo chiama l’Antico Testamento. Egli smaschera gli dei perché nella sua luce si vede che gli “dei” non sono Dio, che il plurale di Dio è di per sé una menzogna. La menzogna è sempre non libertà e non è un caso, soprattutto però non è falso, che nel ricordo di Israele l’Egitto appare come una casa di schiavi, come un luogo di non-libertà. Solo la verità rende liberi. Dove l’utilità viene anteposta alla verità - come accade nel caso della doppia verità, di cui abbiamo parlato in precedenza - l’uomo diventa schiavo dell’utilitarismo e di coloro che possono decidere quale sia l’utile. (…)
    I temi del vero e del bene non sono separabili. Platone aveva ragione identificando il punto più alto del divino con l’ideadel bene. Inversamente se non possiamo conoscere la verità riguardo a Dio, allora anche la verità riguardo a ciò che è bene e a ciò che è male resta inaccessibile. In tal caso non esiste il bene e il male; rimane solo il calcolo delle conseguenze: l’ethos viene sostituito dal calcolo. Detto ancora più chiaramente: le tre domande sulla verità, sul bene, su Dio sono un’unica domanda.
    E se a essa non c’è risposta, allora brancoliamo nel buio riguardo alle cose essenziali della nostra vita. Allora l’esistenza umana è veramente “tragica” - allora certamente capiamo anche cosa debba significare redenzione. Il concetto biblico di Dio riconosce Dio come il Bene, come il Buono (cfr.Mc 10,18).
    Questo concetto di Dio raggiunge il suo culmine nell’affermazione giovannea: «Dio è amore» (1Gv 4,8). Verità e amore sono identici. Quest’affermazione - se ne raccoglie tutta la sua portata - è la più grande garanzia della tolleranza; di un rapporto con la verità, la cui unica arma è essa stessa e quindi l’amore.

 

 

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