ma scherzi? Blondet? Chi ha osato criticarlo?
Gli articoli di Blondet sono sempre graditi.....
L'America vinca ma purifichi la memoria
di Maurizio Blondet
(l'Avvenire, 29.9.2001)
Quando l'Occidente era cristiano, il primo pensiero dell'uomo chiamato alla
guerra era confessare le sue colpe.
Si trattava anche di una buona regola militare: la coscienza che ha conti in
sospeso con Dio è vile nel combattimento; il soldato purificato e penitente
acquistava la serenità di fronte alla morte, necessaria per battersi con
coraggio e strappare - con l'aiuto di Dio - la vittoria.
L'America d'oggi entra (e per la prima volta non per sua iniziativa) in una
guerra di tipo mai provato in precedenza, d'esito incerto; il popolo
americano è nativamente religioso: la sua Costituzione è la sola che
proclami "la libertà sotto Dio".
Ma la confessione pubblica dei propri torti, anche verso il nemico che è
dovere combattere e debellare, manca oggi negli Stati Uniti come altrove.
Mute le voci autocritiche, pur sempre vivaci nel pluralismo americano;
silenziati gli esami di coscienza dal patriottismo ferito.
L'America scende in una guerra necessaria, incerta, in cui si gioca il
destino, col cuore corazzato dal silenzio.
Non è un rimprovero, tanto meno è antiamericanismo. Chi scrive non è "un
amico degli Stati Uniti", che è dir poco. E' uno dei tanti europei nati
attorno al '45, per il quale gli Stati Uniti sono il pilastro su cui poggia
la propria vita non solo civile, ma personale. Uno che sa di dovere agli
Usa, e precisamente alla loro forza armata, la garanzia ultima della propria
libertà privata e politica. Per molti di noi, gli Usa sono la patria vera,
ossia esemplare: in un'Europa spesso inerte quando non codarda, volentieri
incinta di totalitarismi e compromessi torbidi, abbiamo potuto opporre
ad ogni giudice iniquo, a ogni arbitrio del potere locale, ad ogni
soperchieria burocratica, almeno la protesta: "In America queste cose non si
fanno".
L'America per noi è stata la pietra di paragone, su cui giudichiamo i nostri
stati e i nostri poteri.
Dopo la tragedia dell'11 settembre a New York, chi scrive ha desiderato
essere americano: proprio allora nel momento del dolore. Perché in Europa
non ci è dato mai che una sciagura, un dolore siano comuni: i dolori sono di
parte e di gruppo, e c'è sempre una parte o un partito che se ne dissocia e
se ne rallegra. Ho invidiato l'unità dell'America nel dolore. Avrei voluto
avere
il diritto di condividerlo non da amico ma da cittadino, corresponsabile nei
doveri, dei sacrifici, del compito nel mondo.
Insomma, avrei voluto essere parte del destino comune: la vera esigente
ricchezza che gli americani hanno, e gli europei no.
Detto più chiaro: io voglio che l'America conti, perché se l'America declina
comanderà qualche Putin, o Yang Zemin o Benladen - difficilmente l'Europa -
e sarà il buio. Sono abbastanza "americano" dunque da capire perché oggi
l'America tace sulle proprie colpe: teme (e l'ha appreso dal Vietnam) che
ogni dubbio morale e dissenso civile indebolisca la risolutezza,
assolutamente necessaria in guerra.
E' una ragione seria. Eppure vorrei, profondamente vorrei, che l'America
oggi si preparasse alla guerra confessandosi ciò che ha sbagliato, anche
verso il nemico che ora deve - ed è giusto - schiacciare.
Vorrei che l'America si esaminasse, perché la voglio forte. Perché l'attacco
del World Trade Center mi ha rivelato in essa insospettate debolezze. Ad
esempio: perché in sessant'anni è stata aggredita due volte, a sorpresa, da
un avversario suicida, che ha provocato la sua evidente, temibile forza? Due
Pearl Harbour in 60 anni sono molte, troppe. Ci dev'essere qualcosa
nell'America che spinge certi popoli ad atti così disperati: devono sentirsi
soffocati, minacciati a tal punto dall'America, dal suo potere e dal modo in
cui lo esercita, da sfidarne l'ira cercando la propria morte nell'avventarsi
contro di essa.
L'America è anzitutto una vitalità magnifica, che si esprime - a danno di
non pochi popoli - in avidità e sordità. L'America è libertà e diritto, ma
anche efficienza spietata: che non lascia spazio a lentezze di vite umane
tradizionali, che non ha rispetto per la dignità degli insufficienti, dei
non-competitivi, dei ritardatari nella modernità. La globalizzazione come
l'America l'ha voluta e imposta trascina tutti, anche i nolenti, nella
giostra infernale della sua velocità, produttività, profittabilità, apertura
totale di confini e culture che non tutte le culture e le nazioni sentono
desiderabile. Essa stessa infine ne è resa più vulnerabile, come s'è visto:
terremoti con 200 mila morti in Turchia o in India non bastano a far
naufragare società più tarde, lente e solide; l'attacco a due grattacieli
dietro Wall Street, centro nervoso ed esposto degli affari planetari,
groviglio di cavi e computers e miliardi di moneta elettronica, hanno dato
quasi l'infarto all'America, il crollo della sua finanza e il blocco dei
voli.
L'America mi si è rivelata di colpo debole. Io europeo, vorrei che fosse
forte.
E voglio che combatta una guerra in cui è in gioco il suo destino, con la
forza di chi ha rettificato le sue intenzioni di fronte a Dio.
La purificazione delle intenzioni, non farisaica, è una forza. Anche
militare.